La discussione, quella sera, come tutte le volte che nessun profano
veniva a turbare il libero corso delle nostre grandiose fantasmagorie,
aveva finito per aggirarsi intorno al problema del destino, alla
misteriosa potenza che regola le azioni umane e che, attirandoci con
magnifiche lusinghe, ci precipita nella più profonda ed incurabile
miseria. Tutti convenivano nel considerare la felicità come una
chimera; però, mentre qualcuno sosteneva che il dolore è condizione
fatale dell'esistenza; che, qualunque cosa gli uomini facciano, esso
si trova alla fine di tutto, qualche altro affermava che se noi non
siamo sodisfatti è quasi sempre perchè cerchiamo la nostra
sodisfazione dove non possiamo trovarla.
Allora, il ricordo di una tragica storia fu evocato in sostegno di
quest'ultima tesi, secondo la quale la felicità sarebbe impossibile
relativamente, per effetto d'un errore d'indirizzo, e non in un senso
disperatamente assoluto.
Ma, poichè l'errore è universale ed eterno; poichè, ammessa
l'esistenza della felicità, tutti la proseguono per vie che se ne
discostano, non potrebbe darsi che le due tesi apparentemente distinte
si fondessero in una, e che fosse un assai magro conforto quello
derivante dalla fede in qualche cosa che nessuno consegue?...