_Fu scintilla dell’italo sole_
_La grand’alma che il mondo abbagliò._
Rossetti.
A noi madre è una terra ospital,
E se altrui siam cortesi d’affetto,
Volger d’anni o di sorti non val
Sua memoria a sgombrarne dal petto.
Ma chi offesa ne reca paventi
Di nostr’ira la vampa! — il livor
Nudriam fero ne l’anime ardenti,
Come immenso nodriamo l’amor.
Gente fervida siamo — di pace,
E più ancor di servaggio siam schivi —
Per le selve, sui monti ne piace
Trar la vita, e pei ripidi clivi
Gir seguendo la damma leggiera —
Induriamo le membra così,
E al modesto abituro la sera
Ritorniamo ove il desco imbandì
De le donne la provida mano...
Forti donne! chi timido ha il cor,
Fiacco il braccio, richiedele invano
Del soave sorriso d’amor.
Ma ad ogni uom che fu in Corsica nato
Egli è incognito senso il timor,
Ma a niun popolo giunge più grato
De la bellica tromba il clangor.
Ab antico n’è gioia il pugnar,
Ed in campo, o gentil Libertade,
Nostre valide mani rotar
A tuo pro mille volte le spade...
E perfino contr’itale genti!...
Bene i Liguri il san, cui feral
Suona ancora ne l’invide menti
Di Sampiero la fama immortal.
Ma non sempre avventammo ringhiosi
L’armi nostre negl’itali petti —
Contra i Franchi lottar glorïosi
I nostr’avi — dai poveri tetti
De le pievi montane suonando
Come turbine denso calar,
Ogni arnese mutarono in brando,
Fer ministro di morte ogni acciar.
D’un magnanimo spirto a la voce[29]
Eran sorti, nè solo i gagliardi,
Ma la placida mente in feroce
S’era volta a le donne, a’ vegliardi,
De l’altare a’ ministri pur essi —
De la patria pel sacro terren
Pugnar tutti, e se caddero oppressi,
Lunga pezza il contesero almen.
De lo strano a le voglie superbe
Or n’è forza la fronte inchinar,
Noi dall’ire sì subite e acerbe,
Noi che l’armi sappiamo trattar,
Noi ch’un giorno in comizio raccolti
Giuramm’odio a qualunque signor!...
Ahi soggiacque a la possa dei molti
Dei magnanimi pochi il valor!...
Ma la fiamma che in petto ne ferve
Non a lungo fu muta, ed ardea
Fra la gente medesma cui serve
Queste piagge fortuna rendea.
E sua luce si crebbe e allargossi,
Che ben presto ogni suol rischiarò —
Qual favilla da cenere alzossi
E in incendio fatal si mutò.
Sfolgorò da quest’umile terra
La grand’alma di lui che signor
De le genti, la pace e la guerra
Tenne in pugno, de l’orbe terror...
Che giovò?... Che giovò che l’immonda
Plebe iniqua dei pallidi re
Calpestasse, se Italia gioconda
Ei redimer poteva e nol fe’?
Maledetto! ma come ne l’ore
Di vittoria, tra l’onda festiva
De le attonite turbe, al dolore
De la patria pensando non giva?
Nè de l’egra il lamento l’ebbrezza
De’ suoi dì trïonfali turbò?...
Sciagurato!... de l’orrida empiezza
Un fio lungo, terribil pagò!...
Sciagurato! sua misera morte
Non si pianga, ma questo piangiam,
Che a servir lo straniero la sorte
Ne condanna — ed il ferro che andiam
Contro petti cognati stringendo,
Per lo stranio si veggia affilar,
E nel giorno de l’ira tremendo
Su Franceschi e Germani piombar!