_E tu fuor delle palme ove l’ascondi_
_Leva la faccia per dolore attrita,_
_Vinegia, e siedi a signoria dell’acque._
_L’eccelse sponsalizie or rinnovella,_
_Come usasti al buon tempo, e a’ flutti avari_
_L’anel donando di molt’oro adorno,_
_Al truculento mar ti rimarita._
Mamiani.
Vinegia, un dì lieta reina de l’onde,
Or misera preda, fu raro e stupendo
Il tuo nascimento! Su l’Itale sponde
Degli Unni lo sciame calava tremendo,
Allor che chiunque dal giogo abborria
Qui trasse — «Ti leva» gridò Libertà,
«Ti leva da l’acque, Vinegia!...» ed uscia
Dal seno de l’acque la bella città.
Fu gioja a’ nostr’avi tra l’ire de’ venti,
Più presto che servi, la vita menar.
Qual rovere salda fra i nembi furenti,
La donna de l’Adria dal torbido mar
Serena s’innalza, chè libera vive,
E spinge animosa del fero lïon
La bellica insegna ver tutte le rive
Su pini che indarno disfida aquilon.
Ve’ come l’aligera belva risplende
Sul muri del vinto Bizanzio! Ve’ come
Pe’ liti pagani temuto si stende
D’un cieco vegliardo l’altissimo nome![23]
Ve’ quanti guerrieri San Marco fan chiaro!
E Zeno e Pisani che a Chioggia pugnar,
E quei che il ricurvo barbarico acciaro
In cento battaglie securi affrontar.
Chi salve d’Europa le trepide genti
Facea da la rabbia del crudo Ottoman?
Polonia col ferro de l’aste lucenti,
Vinegia fra i rischi de l’ampio Ocean.
Quai fervide grazie, che lieta fortuna
Fur premio ad entrambe de l’alto valor?
Inghiotte Vinegia la nera laguna,
Polonia diserta d’un empio il furor.....
Vinegia ne l’acque onde surse ruina,
Chè libera nata, poi schiava divenne
Di pochi — a ogni bella virtù cittadina
Gli stolti patrizii tarparo le penne.....
Qual gente quaggiuso più attonito il mondo
Mai fece, e di lume più vivo brillò?
Ma in molti diletti, ma in ozio profondo
Si giacque, e a lo strano suo brando affidò.
Però quando l’ora de l’ultima pugna
Scoccava, e la fiamma del gallico sdegno
Scendea minaccevole, invano su l’ugna
Del fiero lione fidava l’indegno
Codardo senato — fu muto vessillo
L’alato lione, niun’eco s’udì
D’imbelli oricalchi ripeter lo squillo,
La pallida tema sui volti apparì.
È questa dei servi la misera sorte,
Qualunque sia ’l giogo cui piegan la testa.
In timido, in fiacco tramutasi il forte,
Vien poi lo straniero, lo vince e calpesta...
Fu vostra la colpa, o patrizii! — Per fio
Gli splendidi averi dispersi n’andar,
La pompa de’ lauti banchetti spario,
Si veggiono i vasti palagi crollar.
E crollino i vasti palagi superbi
De’ vili patrizi!; ma immota su l’onde
Deh l’alma reina de l’Adria si serbi
Al lume di care speranze gioconde,
E franca de’ ceppi coll’itale genti,
All’aure si reggia di novo spiegar
Le vele su tutte le patrie de’ venti,
Rifattasi nobile sposa del mar!