La tirannide del duca di Modena debbe annoverarsi tra le mostruosità
maggiori dell’Europa civile del presente secolo. Francesco IV ha
dello scellerato e del matto ad un tempo, e alcuni pretendono che in
gioventù il suo cervello desse alquanto di volta, e che a guarirlo
del male i parenti lo facessero viaggiare. Certo si è che mentre ei
tiene in sì picciolo conto l’umanità, mostrasi tocco dalla sorte de’
matti, e due manicomii v’ha nel ducato ch’ei favoreggia grandemente.
Ma questa simpatia pei pazzerelli è vinta in esso di molto dalla
passione dell’oro. Lungo sarebbe il dire de’ modi tutti più o meno
ingegnosi da lui tenuti per insaccare danari. Rimarrò contento al
ricordare il fatto della taglia posta, nel 1831, sugli Ebrei, cui fece
sborsare franchi 600,000 in pena _dell’essersi mostrati lieti della
rivoluzione_. Pure tai cose son nulla in confronto degli atti enormi
commessi da Francesco IV dal 1821 sino a questi ultimi tempi, a fine
di spegnere ogni seme di libertà nel ducato. Basterebbe il caso del
sacerdote Andreoli, intervenuto nell’ottobre del 1822. Accusato di
carbonarismo, fu fatto giudicare a Rubiera da un tribunale statario,
il quale, comechè nominato dal duca, fu piuttosto mite nel pronunziare
la pena. _Il duca lacerò la sentenza, e comandò che Andreoli avesse
mozza la testa._ Si vuole che il giorno dell’esecuzione il tempo fosse
bellissimo, ma che al momento del supplizio del martire il cielo
s’annuvolasse subitamente, e indi a poco una tempesta scoppiasse. Fu
maraviglioso l’effetto di quel mutamento istantaneo sulle menti del
popolo di Rubiera, tanto che il nome di pochi santi è da lui venerato
come quello del prete Andreoli[21]. Ma il 1831 e il 1833 doveano vedere
altrettante, se non più crudeli tragedie.
Da più tempo nell’Italia centrale preparavasi un moto rivoluzionario.
Erano scopo dei congiuranti l’indipendenza e l’unità nazionale. Ciro
Menotti, principal capo alle mene dei liberali, per vie meglio riuscir
nell’intento, fe’ opera di trarre il Duca medesimo nella congiura,
ponendogli innanzi agli occhi qual premio la corona d’Italia, ma certo
in suo cuore che un Francesco IV avrebbe potuto servir di sgabello,
e non d’altro, alla libertà della patria. Il tirannello, fidato in
quelle speranze, cospirò contro l’Austria e i principi tutti d’Italia.
È fama ch’egli e il Menotti si giurassero, checchè potesse avvenire,
scambievolmenle salva la vita. Certo si è che nelle conventicole che
spesso teneansi dai varii cospiratori, Menotti si oppose con estrema
costanza all’uccisione del duca, anzi pronto sempre si dimostrò a
difendere la di lui vita esponendo la propria. Vedrassi in breve il
come Francesco IV tenesse dal lato suo la promessa.
La rivoluzione del 1831 fu fatta nella certezza che il governo francese
non avrebbe permesso all’Austria di opprimere i sollevati. E il duca
rimase nella congiura finchè non seppe di Vienna che il ministero
francese avrebbe tollerato la violazione del principio di _non
intervento_, che avea promulgato poco innanzi egli stesso. L’avviso
di Vienna giunse alcun giorno prima che la rivoluzione scoppiasse
nel Bolognese. Il Duca allora troncata affatto ogni relazione coi
liberali, s’apprestò invece a combatterli con tutte le forze. Ma non
perciò i congiuranti si rimasero dallo spingere innanzi le cose, che
anzi fermarono la messa per la notte dei 3 ai 4 febbraio 1831. Cento
giovani doveano trovarsi in casa Menotti alle dodici in punto, e quivi
armatisi e provvedutisi di munizioni, doveano dividersi in cinque
squadre, delle quali quattro sarebbero ite a occupare le quattro
porte della città, e ad aprirle a quei del contado che si recavano
ad aiutarli, in quell’ora medesima che la quinta si sarebbe inviata
all’assalto del palazzo ducale. Francesco IV fu istrutto qualche ora
prima del vicino pericolo, e però, mentre sole trentuno persone erano
convenute in casa Menotti, questa fu cinta dai soldati del Duca, e
intimato ai cospiratori di arrendersi. Ma i cospiratori risposero a
suon d’archibugio, e circa tre ore si fe’ a schioppettate, gli uni
combattendo dalla strada, gli altri dalle finestre, con parecchie
morti dal lato della truppa. Verso le due dopo la mezza notte, il Duca
avvedutosi che le archibugiate non facevano frutto, comandò si traesse
il cannone contro i ribelli, mentre il degno suo consigliere Canosa
gridava perchè si minasse la casa, ad onta che più di venti fra donne
e fanciulli vi stesser rinchiusi. Il valore di pochi costretto alfine
a piegare dinanzi alla forza de’ molti, e più di tutto al cannone, i
congiurati si arresero, e scesi nella corte, subito invasa dai ducali,
vi furono legati, e qualche ora dopo con ogni sorta d’oltraggi e
strapazzi strascinati al palazzo ducale. Il buon Francesco non avea
voluto niegare a sè stesso la gioia del veder sanguinanti e fra ceppi
coloro che pochi momenti prima lo avean fatto tremare. Ciro Menotti
era caduto prima degli altri nelle mani dei ducali, chè non iscorgendo
alcuna via di salute pe’ suoi compagni, e volendo recarsi dal Duca
a ogni costo, a fine di parlargli in lor pro, s’era gittato da una
finestra in un viottolo che credea non guardato, e tosto leggermente
ferito da alcuni dragoni quivi posti in agguato, era stato fatto
prigione. Furono tutti chiusi in fortezza, dove languirono tutta notte,
e il giorno seguente, senza che fosse porto loro alcun cibo. Le loro
sentenze intanto venivano pronunziate, e a’ primi otto condannati
a morte si apprestava il supplizio, allorchè giunta la nuova della
rivoluzione di Bologna, il Duca fuggì, seco strascinando il solo
Menotti, il cui capo destinava al patibolo, siccome quello che tali
segreti chiudeva, da non poter rimanere sul busto. Fu un vero colpo di
scena, chè i vinti mutaronsi in vincitori, in quel tratto appunto che
irremisibilmente perduti credevansi. Modena rimasta donna di sè, non
trascese in veruno eccesso, in veruna vendetta, ma il più maraviglioso
fu questo, che tutto quanto era creduto del Duca fu rispettato, non uno
de’ suoi pochissimi partigiani fu offeso, nè quasi alcun danaro della
cassa ducale, ch’era pur quella della nazione, fu tocco dal governo
provvisorio. Tutto che avvenne durante quella rivoluzione, e le altre
due di Bologna e di Parma, dovrebbe bastare, e’ mi sembra, a far fede
dell’alta civiltà della nazione italiana, della quale taluni stranieri
van pure gridando non esser ella matura pel viver libero. Se si peccò
dai governi e dai popoli de’ varii paesi che ho nominati fu in questo,
che i primi non seppero uscire dai limiti che i governi rivoluzionarii
debbono pur trapassare, e i secondi troppo docili si mostrarono a
chi sì mollemente reggevali. L’entusiasmo del popolo nel Modenese,
anzicchè venire aiutato con vigorosi provvedimenti, fu combattuto, e a
chi chiedeva armi per battersi si rispose che bisognava star cheti. E
però il solo fatto un po’ ardito fu quello di Novi, dove il capitano
Morandi, ai 5 marzo, con alquanti giovani poco esperti nel maneggio
delle armi s’azzuffò coi ducali di gran lunga più numerosi, ed otto fra
contadini e borghesi essendosi ritratti sul campanile di quella terra,
vi si difesero fortemente alcun tempo, quindi si arresero capitolando,
ma venuti nelle mani de’ soldati del Duca, furono trucidati tutti ad un
tratto contro ogni uso di guerra.
Francesco IV, rimesso in sella dalle armi imperiali diede subito
mano alle carcerazioni, indi al sangue. I più fra i compromessi,
il cui numero sommava a qualche migliaio, erano lungi, ma rimanea
da arrestare buon numero di liberali, e da impiccare Ciro Menotti
e Vincenzo Borelli. La colpa di quest’ultimo consistea nell’avere
firmato con altre settantuno persone l’atto di decadenza del Duca.
Perirono entrambi ai 25 maggio del 1831. Altri ventinove cittadini
furono condannati a morte in contumacia, nel 1837, e i loro beni, già
sequestrati, venner divisi fra le loro famiglie.
Nel 1833, un Giuseppe Ricci, cavaliere, patì l’estremo supplizio per
una congiura della quale fu poscia chiarito innocente, chè si scoperse
essere stata inventata dalla polizia. Indarno la moglie dell’infelice
strinse le ginocchia del Duca, indarno rammentò a lui e alla duchessa
servigi importanti resi loro dalla propria famiglia in tempi sinistri
pel principato. La sola grazia che le fosse dato ottenere fu questa,
che il Ricci, invece di salire sul palco, venisse passato per le armi!
Gli stranieri cui cadran sotto gli occhi queste pagine, crederanno a
stento i fatti summentovati, eppure son veri pur troppo, eppure non gli
ho registrati tutti, chè ad accennarli solo sarebbe stato mestieri,
non una breve notizia storica, ma un intero volume. E ho taciuto del
fatto di Gaetano Punzoni, il quale fu tenuto in carcere durante nove
anni, perchè sospettato di avere ucciso il direttore di polizia Resini,
che tutti sapevano non essere stato morto da quello. Il Duca richiesto
di quel che intendea si facesse del Punzoni, rispose: «_rimarrà in
carcere, finchè non si trovi il vero reo._»
La tirannide del Duca di Modena, ripetiamolo pure, è una solenne
mostruosità nell’Europa del secolo decimonono. La è tale, che tutti
coloro che possono vivere fuor dello stato, si sbandeggiano volontarii,
e fra gl’Italiani che van ramingando di qua dalle Alpi, v’ha sopra
ogni dieci uno o due Modenesi, quantunque la popolazione del ducato di
Modena stia rispetto a quella d’Italia nella proporzione di 400,000
a ventuno milioni. E spesso t’imbatti in intere famiglie di esuli.
Indicherò a chi vuol piangere un’umil casetta sita nei dintorni di
Parigi, e propriamente nella strada _Saint-Louis aux Batignolles_,
Nº 52. Io l’ho visitata più volte, e non mai senza lacrime, ma non
potrò mai dimenticare quel che provai la prima volta che colà mi
condussi. Vive in quella casa una numerosa famiglia, ma quel giorno
tutti eran fuori, meno una donna fra i sessanta ed i settant’anni.
Era tutta vestita di nero, e mi parve consunta, più che dall’età, dal
dolore, uno di quei dolori che niuna lingua sa esprimere, nè cuore
alcuno comprendere, se non di donna e di madre. Era la prima volta che
quella misera s’offeriva a’ miei sguardi, eppur la conobbi al primo
vederla, ed un sentimento che non può dirsi a parole mi strinse l’animo
sì fattamente, che non seppi aprir bocca, quindi mi sentii spinto a
prorompere in un pianto dirotto; ma feci forza a me stesso per non
ricercar le ferite onde sapea tradito quel cuore, e colto un pretesto,
tolsi commiato in gran fretta. In quella casa, o lettore, abitano il
padre, il fratello ed il figlio di Ciro Menotti, e quella ch’io vidi
era la madre del martire!