Vendemmia.
La raccolta delle uve non era abbondante; ma i coscritti dell'agro
celebravano allegramente la loro vendemmia. Per molti veniva a spirare
il termine delle obligatorie fatiche rurali; fatiche gradevoli e
corroboranti, ma, a lungo andare, incresciose. Il più simpatico degli
esercizi viene a noia quando sia imposto rigidamente dalla legge.
Il compartimento agrario dove a noi piace introdurci è uno dei più
ubertosi, dei meglio coltivati e ordinati. Esso si estende pel colli e
sulle pianure circostanti a Stradella, già fertilissimi di uve nel
secolo precedente. Ora, la coltivazione della vite ha preso un
esclusivo predominio su quei terreni, e mercè l'applicazione dei nuovi
concimi fosforo-alcalini, i sapienti coltivatori hanno veduto
ringagliardirsi in pochi anni gli arbusti viniferi, già sterminati
dalle filossere devastatrici e dalla progressiva viziatura dell'_humo_.
Le due avventurose città di Stradella e di Broni, ove stettero
accasermati durante l'anno più di ottomila coscritti, diventano
all'epoca vendemmiale, due luoghi di convegno pel mondo dovizioso che
in esse viene a versarsi dai compartimenti lombardi. Le feste
bacchiche organizzate e celebrate dai coscritti per la chiusura della
stagione costituiscono una solleticante attrattiva pei gaudenti d'ambo
i sessi; e la pigiatura delle uve, ritenuta oggimai uno dei mezzi
terapeutici più efficaci per combattere l'anemia e il nervosismo, fa
accorrere i convalescenti alle piscine del mosto corroborante.
Pigiare! Ecco l'ultima parola della scienza e della moda. Diecimila
lussi per pigiatura, un patrimonio per la cura completa di quindici o
venti attriti di grappoli, ecco una nuova risorsa della speculazione,
che non cesserà mai di lucrare sulla infermità e sulla miseria.
L'Albani, dietro consiglio dell'illustre suo medico, si era appunto
recato a Stradella per attingere vigore dai bagni effervescenti. I due
primati si vedevano ogni giorno, si comunicavano ogni giorno le loro
idee, discutevano. Qualche volta nel calore della disputa si
irritavano. Ma erano impeti fuggitivi, ai quali succedeva bentosto una
limpida calma.
Il Virey, scienziato profondo, sempre logico ed eloquente nel derivare
le sue deduzioni dalle leggi fisiche che governano l'uomo ed il
_cosmos_, si adoperava a sventare le fantastiche utopie del suo
antagonista con fervore da apostolo. L'altro, al finire di ogni
controversia, esausto di argomenti, chinava il capo in silenzio,
nell'atteggiamento di un convertito, di un discepolo ossequioso e
convinto. Quali erano le teorie del gran medico? Noi le conosciamo. Al
letto dell'Albani, in quella sapiente diagnosi sulla origine, la
natura e gli sviluppi del _chiodo fantastico_, il Virey aveva ampiamente
spiegato il suo programma. Di tutte le calamità pubbliche e private,
dell'incessante deperimento della razza umana, del disordine sociale
sempre più minaccioso, della infelicità di ogni vivente origine sola
la prevalenza dello spiritualismo. Ricostruiamo l'uomo antico, l'uomo
primitivo, l'uomo della natura! Imponiamo un limite alle aspirazioni
inconcludenti; ripudiamo i bisogni fittizii, per donare alle necessità
assolute la più ampia, la più libera soddisfazione.
Corpo sano e vigoroso, ecco ciò che si esige a costituire il
benessere. Riempite l'universo di meraviglie industriali; create, a
mezzo dell'elettricità o della condensazione radiale, una luce
abbagliante che faccia impallidire il sole; inventate dei mezzi di
locomozione più rapidi del baleno, ecc., ecc., qual grado di felicità
potrà attendersi da tali parvenze di bene l'uomo estenuato, l'uomo
deperito e quasi consunto da' suoi abusi vitali? Non vi ha godimento
possibile quando non sussistano in noi le condizioni che ci rendano
atti a godere. L'individuo malato non gode; ed oggimai l'umanità tutta
intera è peggio che malata, è quasi agonizzante.
Tali erano le teorie del Virey, e su queste si aggiravano
incessantemente le vivaci polemiche dei due primati.
Frattanto nell'agro regnava una grande agitazione. Da una parte, i
preparativi per l'ultima solennità bacchica, la quale doveva vincere
in sontuosità e sfrenatezza tutte le feste antecedenti; dall'altra, i
tumulti della lotta elettorale, omai prossima a chiudersi. I
mistificatori della città erano venuti a inondare l'agro di proclami e
di giornali. Tutti si accaloravano nella discussione; la maggioranza
dei coscritti parteggiava pei candidati _equilibristi_, i quali miravano
a distruggere ogni supremazia, fosse pur quella delle alte facoltà
intellettuali e morali. Fra questi ed i _naturalisti_ caldeggiati dal
Virey esistevano delle affinità; ma gli uni dissentivano dagli altri
nella scelta dei mezzi. Gli _equilibristi_ volevano la rivoluzione
immediata, micidiale, inesorabile; i _naturalisti_ miravano a combattere
gli abusi della intelligenza e della attività umana colla abolizione
progressiva di ogni legge derivata dallo spiritualismo. Questi
pretendevano di riformare l'umanità riconducendola ai principii
naturali ed agli esercizii moderati della energia organica; quelli,
allucinati ancora da un fatuo idealismo, si illudevano di poter
raggiungere il benessere pubblico colla esagerazione delle utopie più
fallaci.
Sì gli uni che gli altri si vantavano progressisti. Gli equilibristi
procedevano sulla via dell'errore! i naturalisti recedevano verso il
bene. Quale era il più savio dei partiti?
In sull'albeggiare del 18 ottobre, un grande strepito di tube egizie
destò gli abitatori dell'agro. Era il giorno della grande, dell'ultima
solennità bacchica. Al tripudio che ordinariamente si produce in un
centro popoloso dall'aspettazione di grandiosi spettacoli, si univano
questa volta le inquietudini e le ansie più che mai eccitate della
passione politica. La lotta era finita il giorno precedente; si
attendevano da un'ora all'altra i telegrammi annunzianti i nomi degli
eletti. L'impazienza era febbrile. Milano, al quarto ed ultimo
scrutinio generale, aveva eletto la sua triade definitiva
rappresentata dall'Albani (spiritualista), dal Virey (naturalista) e
da Antonio Casanova (equilibrista). A quale dei tre verrà deliberata
la carica di Gran Proposto dell'Olona? Gli è ciò che i telegrammi
annunzieranno fra poche ore.
Le belle pigianti al levar del sole son balzate dai loro letti di
piume di cigno per gettarsi nella folla chiassosa che invade tutte le
aree di spettacolo. Fanfare da trecento, da quattrocento e più
suonatori irrompono dalle colline, riempiendo l'aria di musiche
esilaranti. Dapertutto si erigono baracche, si improvvisano eleganti
casupole di guttaperca per dar alloggio ai forestieri, avidi di
sollazzo e di baccano. I ciarlatani sostano coi loro carri sulle
piazze d'industria, mettendo in mostra i loro apparati chirurgici.
Ohimè! Non vi sono più denti da estirpare, ma in compenso, quanto
lavoro, e qual lauto guadagno dalla applicazione dei denti, delle
chiome, dalle _sferoidi_ posticce! Commetteremo noi l'indiscretezza di
rivelare un segreto che accusa inesorabilmente la donna del secolo
decorrente? A che gioverebbe il nostro silenzio? I ciarlatani lo vanno
gridando sulle pubbliche vie dalle loro bigonce rotabili. La donna del
secolo ventesimo ha quasi cessato di appartenere alla classe zoologica
dei mammiferi. Le pillole Raspail ed altri surrogati di allattamento
insensibilmente hanno quasi atrofizzato ciò che costituiva
nell'organismo del sesso muliebre un soave agente della maternità, ed
un gentile, attraentissimo accessorio della bellezza. Cento anni
prima, il gran Darvin avea lasciato sospettare questo pericolo, ma pur
troppo le divinazioni della scienza passano in ogni tempo inavvertite.
Ciò che attirava sull'area massima la più gran folla dei curiosi era
un mostruoso cartellone stampato a lettere cubitali. Il Virey e
l'Albani, che passeggiavano in mezzo alla moltitudine irrequieta,
calmi e sereni, poco o nulla preoccupati del voto che in quel giorno
poteva elevare l'uno o l'altro ad uno dei più onorifici seggi della
rappresentanza europea, si soffermavano dinanzi a quello strano
_reclamo_.
--Mo'! vedete dove si arriva!--sclamò il Virey;--e in verità non v'è
ragione da stupirne! Io stesso, nella mia prima giovinezza avevo
concepito la possibilità di costruire l'uomo.
L'Albani leggeva come trasognato, facendo spiccare le sillabe:
«_Elettori, Coscritti, Pigianti d'ambo i sessi_:
«Leggete!!!
«Vi si annunzia che oggi, alle ore 6 pomeridiane, il sottoscritto
Primate di Scienza Naturale, esporrà alla ammirazione del rispettabile
pubblico il suo Gigante chimico-automatico-animalesco, da lui
costruito coll'impiego di tutte le sostanze omogenee all'organismo
umano sin qui conosciute. Sarà un _Uomo_ dieci volte più grande del
comune, perfettamente costituito e dotato di vitalità a mezzo di una
immissione adeguata di sangue taurino. Chi bramasse assistere a
quest'ultima operazione della trasmissione del sangue vivo e
dell'applicazione delle pile animatrici, potrà, mediante sborso di
trentamila _lussi_, accedere al Padiglione numero 10, via De-Pretis,
dove il sottoscritto da oltre venti anni sta elaborando alla
confezione dello stupendo meccanismo. Ai serii cultori della scienza,
ai veri amici del progresso non parrà soverchio lo spendere trentamila
lussi per rendersi edotti di tutti i congegni imaginati e messi in
opera ad ottenere un fenomeno che fra poche ore farà stupire
l'universo.
Il padiglione sarà aperto a mezzodì.