Antonio Casanova(15).
La strategia dell'astuto Torresani, tuttochè abilissima, questa volta
non giunse a salvarlo dalle mistificazioni del più scaltrito
industriante dell'epoca.
Questo industriante, o meglio cavaliere di industria, chiamasi Antonio
Casanova.
Per discoprire i suoi ingegnosi stratagemmi ci converrà salire nelle
regioni dell'aria, all'altezza di mille e novecento metri, per
introdurci nella sua cabina riservata.
La sua nave si era ancorata al disopra di Milano fino dal 4 settembre,
sebbene gli esploratori dell'alto cielo non l'avessero avvertita che
tre giorni più tardi.
Antonio Casanova aveva scelto il suo tempo per venire a Milano. La
straordinaria affluenza di veicoli aerei e terrestri che portavano
alla famiglia dell'Olona tante migliaia di forestieri attratti dal
nuovo spettacolo della pioggia artifiziale, era una circostanza molto
propizia a' suoi disegni. I cavalieri di industria corrono dov'è la
folla.
La biografia del nostro barattiere fornirebbe un romanzo poco
edificante, ma pieno di interesse. Io mi limiterò ad accennarne alcuni
tratti, nei quali si scorge come il progresso delle scienze, delle
arti e delle industrie si possa facilmente usufruttare dai birboni al
maggior danno della società.
Le prime scene del mio racconto splendevano di poesia, di amore e di
felicità; io mi compiaceva di spaziare nella luce di questo secolo
avanzato e meraviglioso, che io godeva raffigurarmi tanto diverso dal
nostro nel più completo sviluppo di ogni idea liberale e umanitaria,
nella soddisfazione di tutti i desideri più nobili e più audaci. Ed
eccoci, troppo presto, intricati in quel labirinto di miserie, di
bassezze, di fatuità, di stravaganze, di delitti, che costituiscono il
fondo reale e positivo di tutta la istoria umana!
La nostra fantasia può ben colorire di rose tutta un'epoca, e
abbellirla di un prestigio incantevole; può rappresentarsi la
perfezione ideale dello spiritualismo e della virtù, incarnata nei
suoi molteplici personaggi; ma essa non può mentire a sè medesima al
punto da rinnegare uno dei due elementi che costituiscono la natura
dell'uomo. Esageriamo il bene a comodo nostro, e noi vedremo, sulle
orme di quello, insorgere il male in proporzioni gigantesche. Estraete
il fuoco dalla silice; e mentre gli assiderati ne ritrarranno la vita,
il prete si trarrà in disparte a meditare l'orrendo supplizio dei
roghi. Mentre voi benedite l'acciaio che vi fornisce il vomere a
coltura dei campi, il boia imaginerà la mannaia. Quale è la scienza,
quale l'industria, che possa vantarsi innocente di corruzione e di
calamità? La stampa, che diffonde la luce, moltiplica i pregiudizii,
il telegrafo accelera il moto del pensiero, e serve alla menzogna dei
despoti, alle frodi della Borsa. Dappertutto i due elementi dell'uomo
si rivelano: il bene ed il male camminano di pari passo. Il secolo
d'oro è inconcepibile.
Perdonate la digressione, e proseguiamo il racconto.
Antonio Casanova di poco oltrepassava i trent'anni, e già il suo nome
era tristamente famoso nella Cronaca criminale dell'epoca. Questo
insigne barattiere avea già posto in allarme tutti gli uffizi di
sorveglianza dei Dipartimenti della _Unione_, le Questure e le Polizie
dell'altre parti del mondo.
Dotato di una forza fisica sorprendente, magnetizzatore di prima
potenza, il Casanova aveva incominciate le sue prodezze nelle case da
giuoco.
La sua volontà efficiente si esercitava con mirabile effetto sulle
carte e sulle palle da bigliardo. Aveva viaggiato parecchi anni con
una _stecca_ di sua invenzione, nel cui legno perforato scorreva un
zampillo di mercurio iniettato in una vena capillare di nervi umani.
Quel tubo era un inalterabile conduttore della volontà. Il Casanova,
lanciando la sua biglia, non aveva che a prescriverle il corso nella
sua mente, perchè quella obbedisse al suo volere come un corpo
intelligente. La palla descriveva sul verde tappeto delle curve, dei
circoli inverosimili. La _colla_, il salto degli _uomini_, la carambola,
nessuna difficoltà di giuoco imbarazzava quell'avorio prudente e
sicuro, il quale trionfava di ogni ostacolo, e pareva schernire la
trepidazione dei circostanti. Il Casanova, usando della sua stecca,
poteva dare venti punti al più abile giuocatore...
Al macao, al lanzichenecchi, all'_ecarté_, le istesse risorse
magnetiche. Il Casanova, purchè avesse le carte nelle mani, col
semplice tocco delle dita, mutava i picche in fiori, i cuori in
quadri, sostituiva un fante ad un asso, creava il suo giuoco. Egli
vinceva colla volontà, portando ne' suoi competitori il turbamento e
la disperazione. Guadagnava tesori.
Ma questa professione del giuoco era troppo monotona per uno spirito
insofferente e fantastico. Il Casanova ne fu presto annoiato. La sua
natura era perversa. Più che l'utile proprio egli amava il danno
d'altrui. Il giuoco non gli offriva che delle vittime volontarie,
uscite per la più parte dai ranghi più screditati della società; egli
aveva bisogno di portare il male nelle famiglie oneste, nelle classi
più stimate e, a suo vedere, più felici. Sopratutto egli si compiaceva
di truffare gli uomini altolocati, i funzionari del Governo, i primati
dell'intelligenza. Tutto ciò che era talento, illustrazione,
rappresentanza di moralità e d'ordine pubblico, per lui, anima di
Caino, era oggetto di odio e di persecuzione. Affigliato alla setta
degli Equilibristi propugnatori della anarchia universale, in breve
era salito ai primi gradi dell'ordine. Gli Equilibristi domandavano la
perfetta uguaglianza sociale, ma fra essi era già stabilita la
gerarchla. I settarii di buona fede cooperavano, inconscii od illusi,
alle sue ladrerie. Nelle città più importanti della Unione e d'altre
parti del mondo, il Casanova poteva impiegare al servizio de' propri
disegni una camorra potente. Rubava, e divideva co' suoi
correligionarii il quinto dei _redditi_. Il resto spendeva in
gozzoviglie, ovvero in procacciarsi nuovi mezzi a compiere le sue
imprese temerarie.
Ed ora, dopo questi brevi cenni, vediamo il nostro uomo nell'azione
che direttamente si riferisce alla nostra istoria.