Rassegna delle idee.
I contadini si inginocchiarono come alla perorazione del _Passio_, e il
curato impartì ad essi la benedizione.
Il sindaco e il farmacista non osarono far repliche.
Tutti gli occhi eran fissi nel _signore_, aspettando che egli gettasse
in mezzo alla quistione una parola decisiva come la spada di Brenno.
Il _signore_ si levò in piedi, e girò intorno una occhiata che fece
abbassare tutte le ciglia.
Il medico e i domestici accorsero a lui, come infermieri al primo
delirio di un malato.
Regnava nella sala un silenzio solenne.--_Abrakadabra! Abrakadabra!
Abrakadabra!_ tuonò la voce del _signore_.
E portò la mano alla fronte, rimanendo nella attitudine
dell'abbarbagliato che invoca dalle tenebre una luce più veritiera.
Ma quella sera l'_Abrakadabra_ non doveva essere l'ultima parola del
_signore_.
Trascorsi pochi minuti, egli ritrasse la mano dalla fronte, e
volgendosi ai tre antagonisti in sembiante più calmo:
«Grazie! mille grazie a voi tutti!--esclamò--se la vostra polemica,
non mi ha dato l'ultimo _verbo_ della idea, ha però versato molta luce
sul _caos_. Io sento che le acque si separano dalla terra, che l'aria ed
il fuoco prendono il loro posto. Fra poco raccoglierò i miei pensieri
per ordinarli sotto questo raggio di luce, e forse domani potrò
gridare _eureka!_»
Ciò detto, il _signore_ fece un gesto di congedo, al quale tutti
obbedirono. Il medico e i domestici, che parevano esitare, dovettero
uscire dalla sala fulminati da un'occhiata inesorabile.
Poichè tutti furono usciti, il _signore_ sedette, appoggiò i gomiti alla
tavola, e, raccolta la testa fra le mani, si fece a passare in
rassegna le proprie idee, adunandole per ordinarle o respingerle, come
farebbe un generale con un esercito di sconfitti.
«--Ragione? forse che tutti non hanno ragione?... e non sarebbe più
logico il dire che tutti hanno torto?... Il triangolo è necessario,
perfetto. Ciascun lato presenta la medesima superficie. Leggete per
diritto, leggete per rovescio, capovolgete--le cifre non si mutano, la
figura non si scompone--_Abrakadabra!_--Perchè adunque tanto strepito di
polemiche?... Acquietamoci una volta! Conveniamo che il moto non viene
da noi, che l'uomo è uno strumento, un meccanismo subordinato
all'intelligenza mondiale. La regola è stabilita, nè può mutarsi.
Tutto ciò che pensiamo, tutto ciò che tentiamo è perfettamente logico,
perchè necessario. Ciò che si chiama errore, contraddizione, inganno,
è una necessità sapientissima nell'ordine, nell'armonia universale.
«Perchè si dice _progresso_?... _Moto_ è la parola. Se l'umanità
progredisse nel meglio; quanto sarebbero da compiangere i nostri
antenati, che vissero seimila anni prima di noi! Pure anch'essi
lavoravano per la medesima illusione... e si affannavano in questo
moto d'idee e di tentativi che non dà requie allo spirito
umano.--Seimila anni di corsa; e dove siamo arrivati?...--Al punto di
partenza. Valeva la pena di mettersi in cammino?...
«Eppure, tutti i giorni si parte, e si corre... Non vi è dunque una
meta?... Il farmacista, nel limite delle sue idee politiche, vi dirà
che la sua meta è la repubblica universale. Il sindaco non vuol andare
così lontano--egli si arresterebbe alla unificazione completa
dell'Italia, con un voto di simpatia per le nazionalità oppresse.
Tutto ciò può avverarsi. Ma quando il sindaco e il farmacista saranno
arrivati?... Da capo, signori! L'umanità non può arrestarsi--bisogna
riprendere la corsa, lasciarsi rimorchiare... o farsi stritolare, che
è peggio!
«Chi rallenta, chi si fa rimorchiare è _moderato_--chi si ferma e
pretende arrestare, è reazionario.--Convenzioni! Moda!--Quest'ultima
parola mi chiarisce l'idea.
«La moda è prepotente; o tosto o tardi, tutti dobbiamo uniformarci al
figurino dell'epoca. Gli ultimi che adottarono la coda, appendice
delle teste rivoluzionarie di un'epoca liberalissima, furono gli
ultimi a tagliarsela. Per averla portata fuori di tempo, il mondo li
chiamò reazionarii, e il _codinismo_ passò in proverbio.
«I primi che mettono fuori il _figurino di una idea_, son chiamati
liberali. La moda viene accettata, si propaga, si allarga--a lungo
andare, tutti debbono svestire l'abito vecchio, per adottare la nuova
foggia. Ma dopo alcuni anni comparisce un altro figurino, un figurino
che alla sua volta si chiama _progresso_, _civiltà_, _democrazia_,
_socialismo_, ciò che meglio vi piace. Gli iniziatori della moda
precedente, i liberali di un'altra epoca, vorrebbero resistere e
persistere. Essi gridano il _non possumus_ del curato, e in rapporto ai
nuovi tempi divengono reazionarii.
«_Abrakadabra! ibis! redibis!_ Ciò che ieri era il bene, oggi
rappresenta il male; ciò che pei nostri predecessori era la meta, per
noi diviene il punto di partenza. Sarebbero dunque, anche il bene ed
il male, una illusione del convenzionalismo? Il principio delle
nazionalità, che rappresenta il _non plus ultra_ del liberalismo
contemporaneo, come dovrà apparire meschino e puerile fra un secolo,
quando nel pensiero della comunanza di origine e della fratellanza
naturale, l'uomo si dirà cosmopolita; quando le frontiere delle Alpi,
dei fiumi e dei mari, scompariranno, insieme ai pregiudizii di razza;
e l'umanità, che oggi pone il suo vanto nel suddividersi in cento
frazioni nemiche, si riunirà tutta per formare una sola famiglia!
«Bene, male!... per disingannarci di codeste distinzioni che non hanno
senso, rimontiamo alla origine delle cose, a Dio.
«Dio non è una parola--è una idea innata, congenita all'uomo, trasfusa
in tutto il creato. Dio è l'essere, la luce, il moto del pensiero. Dio
è la perfezione--tutto che emana da lui è perfetto.
«Orbene, a che discutere il torto e la ragione, il bene ed il
male?--parole! Poichè l'universo riflette la perfezione di Dio, le
leggi che lo governano e gli atomi che lo compongono debbono
considerarsi irriprovevoli. Potete voi concepire la perfezione del
tutto, escludendo la perfezione delle parti?
«L'uomo, nella sua vanità provvidenziale, facendosi centro della
creazione, credette che quest'opera gigantesca e inconcepibile non
avesse altro scopo che il di lui individuale vantaggio. Tale è il
nostro peccato di origine, la superbia incarnata, da cui si genera il
dolore, l'impotente desiderio del meglio.
«Tutto per noi! ecco la strana illusione!--Cerca, prova, rimescola,
agita, va, torna, edifica, dissolvi; tutto questo moto, questa
operosità incessante dell'uomo non può migliorare di un solo grado la
di lui condizione. L'illuso egoista non vuol persuadersi che il suo
moto intelligente e appassionato è diretto ad uno scopo più
universale, cui è interessata tutta la creazione.
«Se l'umanità potesse raggiungere il meglio a cui tende, allora la sua
esistenza diverrebbe un assurdo, il moto cesserebbe, e il mondo intero
sarebbe disorganizzato.
«Il _vos non vobis_ è la legge di tutti gli elementi mondiali.--Forse
che il sole percorre ogni anno il suo giro indeclinabile a benefizio
della propria individualità? Il moto è una legge di sacrifizio per lui
come per gli altri pianeti, parimenti subordinati a reciproci
rapporti, ad inevitabili dipendenze. Tutto per il _cosmos_, nulla per
noi; ecco la legge di tutte le intelligenze organizzate che si agitano
nel creato.
«E l'atomo vanitoso che si classifica ragionevole presumerebbe
emanciparsi dalla legge universale! Non deridiamo, non insultiamo!
Questa pretesa dell'istinto umano costituisce appunto il motore della
sua efficienza. Illuso, inconsapevole, l'uomo segue il suo corso di
rotazione. Cercando il meglio nell'esclusivo interesse della propria
individualità, il suo moto, la sua azione diviene, come quella delle
altre intelligenze mondiali, un perpetuo sacrifizio al bene
dell'universo.
«Misterioso, imponente, pieno di sublime poesia è questo sacrifizio di
tutti per il tutto. Il sole, questa grande intelligenza luminosa, che
non può uscire dalle sue rotaie inesorabili, che non può arrestarsi,
che non può svestirsi della sua immensa luce, nè temperare gli ardori
della sua combustione perenne--la terra che si affatica nel rapido
movimento di ogni giorno, roteante fra i nembi e le folgori, sospinta
e ribalzata da più potenti pianeti--la belva che ruggisce per fame, il
montone che dev'essere divorato, l'augello che canta per dolore,
l'uomo che ride per impotenza, la pianta che piange e geme negli
sforzi della vegetazione, la materia e l'intelligenza che si
accoppiano per dissolversi nella corruzione--tutto ciò che vediamo o
immaginiamo, tutto ciò che si nasconde ai nostri sensi, ma si rivela
al nostro spirito--tutto rappresenta l'individualità che si sacrifica
all'ordine dell'universo.
«Una volta riconosciuta questa legge, una volta stabilita questa fede,
che risulta lucidissima ai sensi, tanto che la mente più pregiudicata
non oserebbe rinegarla; è egli più possibile di prender sul serio
queste miserabili questioni di parole e di formole, le quali non sono
che il risultato di un errore vanitoso, per cui l'uomo vorrebbe
disconoscere, adempiendola, la propria missione?
«Non fanno pietà queste gare mal definite tra il passato e il
presente? queste lotte di principii ugualmente erronei? queste verità
dell'oggi che domani si trasmuteranno in menzogne? queste riforme che
scaturiscono dall'antico e sono da uomini antichi respinte come nuove?
queste sillabe accozzate che vorrebbero dar corpo ad una larva? queste
larve che si decompongono e svaniscono il giorno in cui prendono
corpo? queste scoperte della scienza che accusano la stoltezza dei
nostri predecessori e fra un secolo accuseranno la nostra? questi
trovati dell'arte e dell'industria che forniscono un diletto creando
mille bisogni? queste rivoluzioni che massacrano le moltitudini per
istabilire una idea? queste idee che aspettano di essere accettate e
tradotte nell'azione pratica per divenire intollerabili ed esecrate?
«E quanto ardore nelle polemiche! quanto entusiasmo negli assurdi!...
qual cecità nelle contraddizioni!--Un dabben farmacista crede di aver
inventato il liberalismo perchè osa dire: ammazziamo chi vorrebbe
soperchiarci! Questa politica era già nella mente solitaria di Caino,
il figliuolo primogenito dell'uomo. Ma la storia è troppo antica--non
è meraviglia che il farmacista l'abbia dimenticata.
«E il curato, che pretende egli col suo _non possumus_? Arrestare il
movimento? Uccidere l'idea?--Non ha egli appreso dalla istoria che una
idea, antica o nuova non importa, purchè lusinghi questo istintivo
desiderio del meglio che è il principio motore della umanità, deve
fare il suo cammino, svolgersi e completarsi nella esperienza fino a
quando l'esperienza non la riprovi? Non si avvede egli, il buon
curato, che il suo _non possumus_ sta al moto delle idee come la zavorra
alle navi--invece di sommergere, equilibra ed assicura?
«E il sindaco, ignora egli che le violenze e le stragi sono del pari
una necessità del movimento? che, per dar passo alla locomotiva, il
ferro e la polvere debbono prepararle il cammino, distruggendo la
vegetazione, appianando la montagna, divergendo il torrente?
«Non è questa la istoria inevitabile del movimento umano?... Ma chi
bada alla storia? Chi la comprende? L'uomo è sempre nuovo sulla terra.
L'esperienza de' suoi predecessori non è lezione per lui se non in
quanto lo ammonisca che essi nulla hanno fatto di bene, che tutto
bisogna rifare.
«Oh! se l'uomo potesse leggere l'avvenire! Forse riconoscerebbe la sua
vera missione, l'inanità de' suoi sforzi per migliorare la condizione
propria, e la sua divina efficacia nel cooperare all'equilibrio ed
allo sviluppo del _cosmos_! Ove ciò avvenisse, un nobile orgoglio
potrebbe egli sostituire alla vanità disillusa dell'_io_, e dire con più
soda convinzione: io sono una leva della intelligenza di Dio--agisco
per lui e con lui--tutto che produco è perfetto--e forse, l'atomo
perduto nell'universo, compiuto il sacrificio del dolore operoso, si
riunirà, si identificherà in quell'Essere Uno, che è la Causa e
l'Effetto dei mondi.
«Scriviamo la storia dell'avvenire. Dessa troverà fede più che la
storia del passato. Per essa la vanità e la follia si acquieteranno in
un concetto filosofico e morale...!
«Per scrivere questa storia, non è mestieri di profonda dottrina, nè
di penose investigazioni, nè di lunghi e meditati raffronti. La logica
naturale può dettarla. Raccogliamo le idee dei nostri tempi, i
principii innovatori che oggi si presentano in germe; seguiamo il loro
movimento, il loro sviluppo--completiamo tutte le aspirazioni
dell'epoca nostra traducendole in fatti; l'avvenire non avrà più
segreti per noi. La nostra istoria potrà ingannarsi nelle date.--Cosa
sono le date?--Una divisione convenzionale del tempo indivisibile. Che
importa se gli avvenimenti non sieno numerizzati e disposti a rubriche
come le cartelle del notaio? Non basta il saperli veri,
necessariamente esatti come il prodotto di una addizione, come la
logica di un calcolo algebrico?
«Osiamo dunque!... Poichè la definizione mi sfugge; poichè il verbo si
rifiuta ad esprimere l'idea--sforziamoci di tradurla in una serie di
fatti!
«Che è mai l'_Abrakadabra_ se non il programma, lo scheletro di tutta la
istoria umana? Completiamolo--riempiamo le lacune, vestiamolo di
muscoli e di nervi! Ch'egli si muova, si agiti, precorra gli spazii
dell'avvenire!... Tutti lo riconosceranno, lo comprenderanno, e
l'umanità dovrà arrendersi all'evidenza del suo concetto...»