Il discorso del Sindaco.
--L'_ottantanove_!... sempre l'_ottantanove_!--cominciò il sindaco
levandosi in piedi dopo aver vuotato il bicchiere.--Robespierre!
Danton! Marat!... Ecco il vostro ritornello, la vostra eterna
minaccia, o infelici rimestatori di un passato che non può
rinnovarsi.
«Tutto il progresso della civiltà europea, le poche franchigie, le
poche libertà acquisite dal popolo da quell'epoca di sangue infino ad
oggi, sono, a vostro dire, il frutto della rivoluzione. E sta bene, se
col nome di rivoluzione voi intendiate designare il genio innovatore,
la ribellione intellettuale del gran secolo che ci ha preceduti,
Buffon, Beaumarchais, Voltaire, Diderot, Rousseau, D'Alembert, Volney,
tutti i grandi pensatori di un'epoca luminosa--ecco la vera
rivoluzione, la rivoluzione irresistibile, indomabile, soverchiatrice
di ogni ostacolo.
«Chi ha ritardata l'opera della filosofia? quali furono i nemici più
esiziali dell'idea?--quelli che allora rappresentavano il partito di
azione, i demagoghi, i tiranni dal berretto frigio. Via! cessate una
volta dall'adulare la ghigliottina, attribuendo all'istrumento feroce
che ha mietuto tante nobili intelligenze la facoltà di rigenerare la
terra e di fecondarvi il progresso!
«La filosofia è luce di verità. Dessa si espande libera e vivace
nell'atmosfera tranquilla, ma rifugge dai cieli procellosi. I
pensatori di quel secolo di luce, colla logica stringente dei diritti
naturali, col sarcasmo demolitore, colla satira, coll'inno di libertà,
avevano già compiuta la grande rivoluzione dell'_ottantanove_, prima che
la ghigliottina si arrogasse il vanto di averla iniziata colle sue
orgie di sangue.
«Quanti anni sono trascorsi dacchè Rousseau inaugorava l'epoca di
redenzione col suo _Contratto sociale_; dacchè Voltaire, denudando le
vergogne della terra e del cielo le esponeva alla berlina dello
scherno popolare! Nondimeno, quante tirannie, quanti pregiudizii nella
nostra Europa di oggigiorno! Se la ghigliottina e le stragi
napoleoniche non avessero interposto un torrente di sangue fra le idee
degli enciclopedisti e le indefinite aspirazioni delle moltitudini
ignare; non credete voi che ci troveremmo più avanzati nel progresso?
«Che avete fatto voi, o cannibali del liberalismo? Voi diffidaste
della verità. La vostra impazienza sanguinaria non sofferse gli
indugi. In luogo di aspettare la convinzione, presumeste violentarla
col terrore. Per voi fu delitto l'esitanza. Agli attoniti, ai
perplessi, che consultavano la propria ragione e la propria coscienza
per ammettere le nuove dottrine; ai timorosi, agli onesti che
discutevano, voi gridaste con efferata baldanza: o seguirci o morire!
«Che avvenne? I girondini, i moderati di allora, votarono la morte
della monarchia rinnegando una convinzione; ma il re li precedette di
pochi mesi al patibolo. Da Luigi XVI a Robespierre, tutte le teste più
illustri della Francia caddero inesorabilmente troncate. Il berretto
frigio non impose alla ferocia briaca più del diadema reale. E qual
rimase la Francia dopo quelle orgie di sangue? Una bottega da macello
piena di terrore, esalante ribrezzo. Dopo ciò, meditate quella
istoria, e comprenderete come l'orrore delle stragi e del sangue
potesse più tardi ispirare l'avversione alle idee.
«Ma non tutte le idee, non tutti i principii dell'_ottantanove_
soccombettero ai massacri della ghigliottina. Un genio fatale, sorto
dalla rivoluzione, ne impose all'Europa quel tanto che essa era in
grado di comportarne. Napoleone, il despota dei nuovi tempi, coi lampi
e le folgori della sua potenza, parve precludere il ritorno al
despotismo passato; il codice di Napoleone fu il solo, il positivo
risultato della grande rivoluzione francese.
«Qual fu la riconoscenza dell'Europa verso quel grande? La gloria di
cento vittorie, il fascino del genio, l'apoteosi del trono, tutti i
prodigi operati da lui nel più meraviglioso decennio della storia
contemporanea, non bastarono ad invertire gli istinti della umanità. I
macelli del cannone fecero inorridire l'Europa come i macelli della
ghigliottina--e il mondo dissanguato domandò pace ad ogni prezzo,
anche a costo di capitolare cogli antichi tiranni.
«Quando il leone dell'Elba scosse le catene per ritornare in campo a
ricominciare la lotta, i popoli, scorati o ribelli, lo rinnegarono, lo
consegnarono al nemico, l'obbliarono--o, peggio ancora, ricordarono
lui vivo e sofferente a Sant'Elena come una sublime figura istorica
già scomparsa dal mondo.
«Non serve falsare il passato. I trattati del 1815, che ribadirono i
chiodi dell'antico servaggio, perciò solo che significavano tregua dal
sangue, furono accolti dai nostri padri come una benedizione del
cielo. Nel 1815, una buona metà dell'Europa--e dico poco--intuonò il
_Te Deum_ con sincera compunzione per quell'indegno mercato di popoli.
«Ho risuscitate queste memorie perchè desse, a mio credere,
ritardarono di vent'anni la seconda riscossa, e arrestarono il corso
delle nobili idee colla vergogna e col rimorso di atroci misfatti. Il
terrore della anarchia repubblicana e di una conflagrazione
universale, anche oggigiorno rende sterile il voto ed il lamento di
tante nazionalità conculcate. La minaccia di una guerra Europea impone
alle aspirazioni generose dei principi e dei popoli. La Polonia, segno
di tante simpatie, di tanti voti, dovrà forse soccombere a questa
minaccia.
«La guerra! sublime spettacolo nelle epopee di Omero e di Ossian!
Quando nel 1859, il cannone degli invalidi annunziò alla Francia la
_grande battaglia_, la _grande vittoria_ di Solferino, tutta la nazione si
scosse di entusiasmo. Le contrade pavesate di drappi tricolori, le
luminarie, i fuochi di _gioia_ salutarono il _fausto_ avvenimento. Ma
sotto quella superficie festante, nella retroscena di quei splendidi
entusiasmi, quante lacrime, quanti terrori!
«Quarantamila morti! In verità il bullettino non poteva essere più
splendido. Chi non ha gustato l'epico entusiasmo di quel grandioso
massacro? L'avete voi veduto un campo di battaglia, una pianura di
Solferino, dopo una _grande vittoria_? Quarantamila cadaveri o frammenti
di carne umana, orribilmente pestati, confusi, ingrommati di caligine
e di sangue?...
«Rifuggiamo dall'orribile spettacolo! Voi, filosofi della umanità, voi
protettori del povero popolo, che nell'eccesso di una sensibilità
altamente benefica, cadete in deliquio, e più sovente imprecate alla
società tutta intera se la ruota incolpevole di una carrozza signorile
offende lo strascico di una povera donna pedestre--voi che vi
intenerite alla vista di un spazzacamino senza scarpe--voi, che
gridate al delitto di lesa umanità, se il poliziotto non si mette i
guanti per arrestare il cavaborse--voi, che tutte le mattine versate
una lagrima sulla paziente schiavitù del somaro, e sulla fine
miseranda del montone che vi fornisce il _gigot_--voi morireste di
raccapriccio alla vista di quarantamila cadaveri umani!--Copriamoli di
terra e di oblio, e ricominciamo i massacri!...
«Pur troppo! è la storia di tutti i tempi! è la condanna tremenda
della razza ragionevole!--La guerra è un disastro inevitabile.--Tutte
le riforme politiche e sociali, tutti i progressi della libertà
domandano il loro tributo di sangue! Rispetterò questa barbara
convinzione, sebbene io vi potrei rammentare la più grande delle
rivoluzioni umane, la rivoluzione di Cristo, operata dagli inermi
pescatori di Galilea col pacifico mezzo della predicazione--potrei
mostrarvi le immense legioni del paganesimo, debellate da poche
parabole ripiene di verità e di sapienza--potrei altresì ricordarvi
che il codice di un vangelo altamente umanitario, allora soltanto
cominciò ad ispirare diffidenza ed avversione, quando i successori dei
primi apostoli si arrogarono di imporlo colle spade e coi roghi.
«Forse che l'Europa del 1864 si troverebbe meno avanzata nel progresso
delle idee liberali, ove gli anni degli eccidii e del terrore fossero
stati impiegati nella educazione del popolo, nella diffusione dei
lumi? Vi par egli che un secolo padrone della stampa, del telegrafo,
del vapore, abbia proprio bisogno dei massacri per civilizzarsi, per
ottenere ciò che desidera?...
«Ma l'Europa _liberalissima_ vuole affrettarsi. Un indugio di
trent'anni, di mezzo secolo, sarebbe troppo grave alla impazienza dei
dittatori umanitarii.--Povero popolo!... bisogna far presto a
redimerlo, a patto che egli paghi il suo riscatto con un miliardo di
vittime.
«Ebbene! accettiamo il barbaro assurdo! Ammettiamo che l'animale
ragionevole non ceda che alla logica delle bombe. Dichiariamoci
antropofagi, e rinunziamo ad ogni speranza di convertire il mondo alle
pacifiche utopie.--Ma almeno--poichè la carneficina dovrà aver luogo,
procuriamo di assicurarne i risultati a benefizio delle nostre idee;
non prodighiamo le vittime; non avventuriamo ad un improvvido azzardo
il passato, il presente e l'avvenire. I moderati non chiedono altro.
Facciamo che questa lotta sia breve, sia decisiva, e sopratutto
vittoriosa.
«Mentre voi, uomini _dell'azione_, urlate nelle piazze i vostri
entusiasmi; noi nei nostri gabinetti calcoliamo i mezzi di
riuscita--voi fidate nell'intervento di Dio: noi numeriamo i nostri
cannoni e le nostre navi corazzate--voi dite: _popolo_, come direste
venti milioni di combattenti; noi passiamo in rassegna l'esercito, e
contiamo trecentomila soldati--voi sperate nell'alleanza di tutti gli
_oppressi_, di tutti i _malcontenti_ di Europa; noi domandiamo l'appoggio
o la neutralità di potenti nazioni--voi minacciate e sfidate, noi
destreggiamo perchè ci lascino fare--voi vi fate beffe della
diplomazia; noi ci facciamo diplomatici per ischermircene.
«Ecco perchè ci chiamate _moderati_, _uomini della paura_! Moderati? Oh
sì! noi lo siamo... La moderazione è da esseri ragionevoli--i bruti, i
selvaggi non la conoscono. Paura? Se la passione non vi impedisse di
renderci giustizia, voi la chiamereste prudenza. Una sola cosa noi
temiamo: perdere il frutto del sangue versato a prezzo di nuovo
sangue.
«Gridateci codardi, impotenti, traditori! Abbiamo fatto il callo alle
vostre invettive! Noi aspetteremo fino a quando la convinzione del
_poter fare_ non ci gridi: avanti!
«Frattanto, i giorni della attesa non saranno sprecati per opera
nostra. Noi non turberemo la fede del popolo con suggestioni nefande;
predicheremo la concordia e il compatimento--insegneremo la libertà,
esercizio di equi diritti e legge di sacri doveri. Mentre l'esercito
si agguerrisce, impareremo a divenire nazione.
«Non è malva, non è oppio quello che noi spargiamo nei circoli, nelle
associazioni degli operai, nelle scuole gratuite da noi favorite e
protette. Noi insegniamo la libertà ogni qualvolta voi non ci
interrompiate per obbligarci a combattere la licenza e la violazione
delle leggi.
«Più che altro ci sta a cuore di riconciliare alle idee di civiltà e
di progresso i molti che finora le guardarono con isgomento. Noi
vogliamo persuadere gli onesti di tutte le classi che libertà è ordine
assoluto, che rivoluzione non è sinonimo di anarchia e di
ghigliottina. La nostra moderazione ha già risolto molte esitanze,
conquistato molte simpatie. Procediamo a questo intento! È a sperarsi
che il nostro metodo riesca completamente. È a sperarsi che i
pertinaci fautori del passato, i più accaniti nemici delle nostre
idee, gli stessi clericali, si accostino un giorno al banchetto delle
nazionalità redente, e vengano con noi a celebrare la Pasqua di
riconciliazione. Non è vero, signor curato revendissimo?»