L'erboso prato e i verdeggianti allori,
l'aura soave e 'l bel rivo corrente,
m'invitan seco a far lieto soggiorno
e ragionar del mio soave foco.
Muse, Muse, mentr'io di lei favello,
avvolgetemi alcun di questi rami
intorno al crine, e non mi siate avare
del favor vostro: i' canto il vostro onore.
E tu, TITIRO mio, mcntr'io ricorro
quel che mi detta Amor, le mie parole 10
va ricogliendo, e 'n quel surgente tronco
le ripon di tua man; col tronco insieme
sorgeranno il suo nome e i nostri amori.
T. Dunque avrò da lodar la mia fortuna,
che qui a quest'ora ha volto il mio camino;
che, se brami DAMETA ch'el suo nome
per le piante si legga, non ti dee
noiar che TIRSE, tuo fedele amico,
l'oda sonar ancor per la tua lingua.
D. Tu se'qui Tirse? Anzi a me è caro assai 20
che tu ci sia, che con la tua zampogna
porger potrai soccorso a le mie note
T. Ciò ch'a te piace. Ma saper disìo
qual sia quella beata a cui tu intendi
d'acquistar lode con tue eterne rime.
D. Anzi sarian beate le mie rime
se pareggiasser le sue eterne lode.
Di TIRRENIA cantar è 'l mio pensiero.
T. Di TIRRENIA? Ho più volte in queste selve
il bel nome sentito; ma di lei 30
non ho particolare altra contezza.
D. Gran danno a lei, ch'un sì gentile spirto
non le sia in tempo alcun stato soggetto:
a te, che del suo chiaro e vivo lume
ancor non t'hai sentita l'alma accesa.
T. Nova querela, udir ch'altri si doglia
ch'altri non arda del medesmo foco.
D. Da diverse cagion diversi effetti
nascon, mio TIRSE, e altramente s'ama
cosa pura mortale, altri disiri 40
son quei che movon da cose divine.
Come, perché dal soie il lume prenda
una copia infinita d'animanti
non perciò il suo splendore alcuno è scemo;
così qual uom si sente l'alma piena
de' diletti de l'alma, non si sente
scemar il ben perch'altri ancor ne goda.
Anzi gode quel cor, ch'oggetto eterno
ha in se scolpito, che per molti cori
cresca la gloria del superno raggio. 50
E di quel ch'io ti dico, chiara luce
di TIRRENIA ne porge il divo lume.
T. Bramo di quel che di' saperne il come.
D. TIRSE, non ha veduto il secol nostro
pastor ch'io creda alcun, che d'alcun pregio
abbia colto ghirlanda in Elicona,
che s'ha lei vista, e se gli accenti suoi
ha ne l'alma raccolti, tale ardore
non abbia conceputo, che 'l suo ingegno
n'ha poi fuor dimostrati ardenti lampi. 60
Nè tra color giammai si vide o udìo
che ne nascesse invidia o gelosia;
anzi di lodar lei fa ognuno a gara,
e ne l'udir di lei ciascun si gode
de le sue laudi, e l'un l'altro n'invita
a dir del bel suggetto. E 'n lei n'avviene
quel ch'avvien de le cose rare e nove
e ch'avverrìa se sopra l'orizzonte
cominciasse a scoprirsi un nuovo sole
a gli occhi nostri: che com'altri scorto 70
prima l'avesse, così immantenente
si volgerebbe a dimostrarlo altrui.
E ciò n'avvien perochè al suo focile
non s'accende altro che gentil disire.
T. Nuovo ben, nuove grazie e santi amori.
Ma bram'io da te, se non t'annoia,
Dameta mio, che tu mi scopri ancora
que' pastor onorati che pur dianzi
hai detto c'han per lei cantato e arso.
D. E questo, Tirse, ancor farò di grado, 80
nè penso ch'altri altra più chiara fede
possa altrui far del suo valor soprano
che con sì gloriosi testimoni.
Dirò di loro, e dirò con tal legge,
che senza servar legge, di quel prima
ch'a la mia mente pria farà ritorno,
m'udirai favellar. Nè creder dei
ch'io sia per ricordargli tutti a pieno;
che lungo fora, e poi non m'assicuro
di tutti aver memoria o conoscenza. 90
T. Com'a te aggrada: io ad ascoltare intendo.
D. Fra i primi che cantaro in riva al Tebro
de la bella Tirrenia fu un pastore
d'antico sangue e di gente Latina,
e nel cui nome suona la sua gente
e del cui canto ancor, e del cui suono,
suonan le trionfali e altere sponde.
Arse colui per lei lunga stagione:
e ancor dolcemente ne sospira.
E per lei sospirò quel chiaro spirto 100
che morendo lasciò dubbiosi i boschi
tra le Muse di Lazio e di Toscana
quali al suo dir sian state più benigne.
Dico di quel che per li sette colli
abbandonò le piaggie di Panara.
E un altro di patria a lui vicino
per li paschi del Po ne 'l bel soggetto
affaticò sovente le sue canne.
TIRINTO dico, a costui 'l nostro Reno
diè 'l patrio albergo; e poi, come 'l ciel volse, 110
fu costretto a lasciare i dolci gioghi
e pascer le sue gregge per le valli
che 'l fiume, che detto ho, parte e abbraccia.
Che dirò del pastor che l'Arbia onora?
Di quel dotto pastore i cui vestigi
van seguitando e pastorelli e ninfe,
non altramente che lasciva greggia
la lanuta sua guida? Ei le sue rime
del bel nome ch'io canto ha fatte adorne.
T. Tu di', s'io non m'inganno, di colui 120
ch'un tempo parlar feo le nostre Muse
con quelle leggi e con quelle misure,
che già servò 'l Permesso, il Mincio e 'l Tebro.
D. Di' pur che dir di lui mia lingua intese.
E di lei cantò ancor un'altro Tosco,
un giovin pastor, ch'in riva d'Arno
mentre ch'a lui spargeano il novo fiore
le molli guance, con sì dolci note
tenne le ninfe, i satiri e i silvani,
de le donne cantando i pregi eterni, 130
che ne parlano ancor per questi poggi
le quercie e gli olmi; e se da morte acerba
non era tolto, a lui nel secol nostro
si convenia l'onor de i primi allori.
Nè ci mancano ancor tra queste rive
di quei che van segnando il chiaro nome
in piante e in sassi. E sopra gli altri s'ode
risonar BATTO: BATTO, che per l'erta
del sacro monte sale a' sì gran varchi,
che fatica è notar le sue pedate. 140
Ei d'or in or a lei volgendo gli occhi
prende virtute a gli alti e bei suggetti.
Per lei fatto anco ha risonare i boschi
colui, che sceso da gli alpestri gioghi
onde discendon l'acque a i lieti paschi,
de' pastor d'Insubria, in su le sponde
del Re de' fiumi fe 'l suo nome chiaro
cantando a l'ombra d'un gentil ginebro.
Fu cantata costei da l'aurea cetra
d'un ben dotto pastore, a cui Parnaso 150
concedette non sol tener le Ninfe
al dolce suon de le palustri canne,
ma gli mostrò i secreti di natura,
e render la salute a i membri infermi.
T. Forse di lui vuoi dir, che già discese
dal chiaro sangue di quel gran bifolco,
che fuggendo l'incendio e la ruina
de la sua patria, penetrando i seni
de l'aspra Illiria e di Liburni e d'Istri,
non lunge d'Adria pose la sua mandra? 160
D. Di lui dir volli. E dir ti voglio ancora
che 'l ricordar de gl'Istri a la mia mente
tornato ha MOPSO; MOPSO, in cui contende
il favor de le Muse e lo intelletto.
del terminar le sanguinose liti
de' più audaci pastor. Or quanto e dove
ei sia per TIRRENIA arso e quanto egli arda,
e quanto abbia per lei cantato e canti,
fan chiara fede il Po, il Ticino e l'Arno
che mille piante han di sue rime impresse. 170
Ma dove lascio, lasso, il buono IOLA,
IOLA che col dotto e nuovo suono
de ben temprati calami, a' pastori
solea far corto e agevole sentiero
di gir al fonte che fa i nomi eterni?
Questi venuto da gli aperti campi
che bagna l'uno e l'altro Tagliamento,
sè di gloria colmò, d'invidia altrui.
Ei col vivace lume del suo ingegno
solea in TIRRENIA, come aquila in sole, 180
gli occhi affissare e da' suoi chiari raggi
formar lo stile, e le parole, e 'l canto.
Morte pose silenzio a le sue note.
Invida morte, a lei rapisti ancora
e al mondo insieme un'altra chiara luce
d'un gran pastor, che nato in queste piagge
fu cultor nel giardin de' pomi d'oro.
Poi trapassando a le ricche pasture
e a gli orti di Celio e d'Aventino,
si trovò non pur d'edere e di mirti, 190
ma di purpurei fior cinte le tempie.
Fior di gloria mortal com'è caduco!
Ne sospirano ancor i sette colli
del caso acerbo; e VIRBIO nei sospiri
suona d'intorno. VIRBIO almo pastore
e poeta e materia de' poeti;
viverà in mille versi il pastor sacro
e 'l pregio di Tirrenia ne' suoi versi. 200
Non patisce la gloria di costui
ch'altri d'altro pastor, d'altro poeta,
faccia memoria: e a te bastar ben puote
d'aver sentito come tali e tanti,
e poeti, e pastori, i loro ingegni
abbian stancati intorno al caro oggetto.
T. Come sollecita ape per li prati
suoi la novella state errando intorno
di fior in fior gustare il dolce succo:
o come innamorata pastorella 210
di varii fiori al suo diletto amante
trecciar si vede una ghirlanda fresca,
così visto ho DAMETA la tua lingua
andar cogliendo il fior de i chiari spirti,
onde composto è 'l mel di quelle lode,
che rese ha 'l mondo a la tua cara amata,
e coronata d'immortal corona.
D. Ma non men gloriosa è la corona
ch'ella tesse a sè stessa: ch'oltra quelle
rime che d'ella col favor suo ispira 220
a chi del suo amor arde, che da lei
non men provengon che da l'altre Muse
le rime e i versi de gli altri poeti.
Ella suol d'or in or con le sue rime
destare i boschi intorno; e ad ora ad ora,
co' i più rari pastor cantando a prova
tiene intenti al suo dir Fauni e Napee.
Già sono impressi in più ch'in una pianta
gli alti suoi amori; e la virtù d'amore
quanto sia grande e come sia infinita, 230
si legge da lei scritta in nuove scorze:
e suggetti altri, che felicemente
viveran col suo nome chiari e eterni.
T. Ragion è adunque che sì altero spirto
cantato sia da gli spirti più chiari.
D. TIRSE, non vo' lasciare ancor di dirti
che se di lei scorgessi il divo aspetto,
e le dolci maniere e i bei sembianti:
s'udissi il suon de l'alte sue parole,
e le sentenze de' profondi detti, 240
protesti dir, non quel che di Medusa
si favoleggia che sua fiera vista
altrui mutava in insensibil pietra;
ma c'ha virtute a l'insensibil pietre
d'ispirar sentimento e intelletto.
O s'udissi talor quando accompagna
la voce al suon de la soave cetra:
o quando assisa tra Ninfe e Pastori
move tra lor la lingua a dolci note:
s'udissi, dico, come in nuovi accenti, 250
e come in soavissimi sospiri
l'aria intorno addolcisca, e i vaghi augelli
tra le frondi si stiano intenti e muti,
e come i colli, e gli alberi, e le grotte
mandin cantando al ciel novelle voci,
so che non chiederiano i tuoi disiri
altre Muse, altro Apollo, altro Elicona.
T. Grazie son queste così belle e care,
ch'in lei racconti, che fan dubbio altrui
se sia da dir ch'essa sia rara, o sola. 260
Ma perché spesso avvien ai nostri cori
che da l'un bel disio l'altro risorge,
poi che m'hai di TIRRENIA il gran valore
fatto sì aperto, ancor saper disio
qual sia di lei la stirpe e 'l patrio suolo;
salvo se del parlar già non se' stanco.
D. Di ragionar di lei sazio nè stanco
esser non poss'io mai; poi vizio fora
non sodisfare a sì giusti disiri.
Or porgi orecchie al chiaro nascimento. 270
In quelle parti ove si corca il sole,
si stende un'onorato ampio paese,
lo qual da l'oceano e dal mar nostro
è cinto d'ogni intorno, se non quanto
lunga costa di gioghi s'attraversa:
e questi son chiamati i Pirenei.
Da questi monti un gran fiume discende,
il qual porta tributo al sale interno,
e IBERO è 'l suo nome: or quanto serra
il giogo, e l'acque dolci, e l'acque salse, 280
vien nomato ARAGON. In quel paese
già surse un'onorata e chiara stirpe
ch'in tutti que' confìn co 'l suo vincastro
diede legge a' pastori ed a' bifolchi;
e questa dal paese il nome tolse.
Poi co 'l girar del ciel volgendo gli anni
passò l'alto legnaggio a i nostri liti,
a gl'italici liti; e s'alcun nome
ci fu mai chiaro o altero, sopra gli altri
questo gran tempo risonar s'udìo. 290
Che donde di là in Adria il fiume Aterno,
e di quà passa il Liri al gran Tirreno,
quanto circonda 'l mar fin là ove frange
l'orribil Scilla i legni a i duri scogli,
e quanto ara Peloro e Lilibeo,
solea già tutto a la famosa verga
del generoso sangue esser soggetto.
Or fra molti altri uscìo del chiaro sangue
un gran pastor, che di purpuree bende
ornato il crine e la sacrata fronte, 300
com'amor volle, un giorno per le rive
del vago Tebro errando, a gli occhi suoi
corse l'aspetto grazioso e novo
de la bella IOLE. Questa tra le sponde
nata del Re de' fiumi, ove si parte
l'acqua del suo gran fiume in molti fiumi,
avea cangiato 'l Po coi sette poggi:
e di questa 'l pastor, di ch'io ragiono,
caldo di dolce amore fe' 'l grande acquisto
di lei, ch'or m'arde il cor d'eterno amore. 310
T. Già non si convenìa men chiaro seme
per dare al mondo pianta sì gentile.
D. E non si convenìa men chiaro loco
al gran concetto e al glorioso parto
che l'onorate piaggie trionfali
de l'almo Tebro, il quale andar si vede
non men superbo che tra le sue arene
sia germogliata pianta sì felice,
che di solenne alcun altro trionfo.
T. Dunque felice il luogo, e 'l seme, e 'l ventre, 320
onde frutto sì eletto al mondo nacque:
e più felice a cui dal cielo è dato
gli occhi affissar nel lume de' begl'occhi,
ai dolci accenti aver l'orecchie intente,
e aver de gli occhi e de gli orecchi aperte
le porte a l'alma e aver l'alma rivolta
a la beltà del doppio eterno oggetto
da salir sopra 'l cielo. E sopra ogn'altro
felicissima lei, ch 'l gran legnaggio
e l'alto onor del bel nido natìo 330
vinto ha col pregio del valore interno.
Ma mentre abbiam la lingua e 'l cor rivolti
al tuo bel Sole, è già 'l celeste sole
presso che giunto a l'ultimo orizzonte:
perché buon sia che diam luogo a la sera.
D. Vanne felice. Io pria che 'l vago piede,
rivolga altrove, questa bella pianta
sacrare intendo a lei, cui 'l petto ho sacro
con la memoria de l'amato nome
[5 O sante Dee.]
[11 raccogliendo.]
[15 ch'a quest'ora qui volto ho 'l]
[20 m'è.]
[23 Eccomi presto.]
[24 il cui valore.]
[25 cerchi inalzar con le tue.]
[44 Non è in alcuno il suo splendore scemo.]
[48 Nel core ha impresso.]
[60 eterni lampi.]
[63 fan tutti.]
[76 ben da te.]
[127 Nel tempo che.]
[128 Sue molli.]
[147 Del real fiume.]
[174 Agevolar solea l'aspro sentiero.]
[205 Bastar ben ti puote.]
[225 e d'or in ora.]
[231 Leggesi.]
[233 col suo nome eterna vita.]
[252 L'aria addolcisca donde i vaghi augelli.]
[261 Ma perché avvenir suol ne i nostri cuori.]
[262 Che spesso l'un disio dall'altro sorge.]
[289 chiaro sopra gli altri nomi.]
[290 Questo oltra gli altri risuonar s'è udito.]
[314 beato parto.]