LVI.

Alma del vero bel chiara sembianza,

a cui non può far schermo nè riparo

così gentil e cristallina stanza

che non mostri di fuor l'altero e raro

splender, che sol ne da ferma speranza

del ben, ch'unqua non fura il tempo avaro:

deh! fa, se morta m'hai, ch'in te rinnovi

acciò di doppia morte il viver pruovi.

[CRESCIMBENI. _Istoria della volgar poesia_, ecc., ediz. cit., vol. I,

pag. 36.]

LVII.

_(cod. Vat. Ottob. 1595, c. 119)_

Lieto viss'io sotto un bianco lauro

e vivrò fin che 'l bianco amor m'infondi

non per ornar le tempie d'ostro e d'auro

ma sol delle tue sacre altiere frondi;

ma poi che più e più volte il sole in Tauro

tornato fa che i suoi bei crini ascondi

se s'affredda stagion mutarà il corso,

i frutti seccarà, le frondi e il dorso.

[Questa stanza è attribuita all'Aragona e diretta a _Madonna Laura

Spinelli_, alias _Ninì_. Nell'edizione prima delle _Rime_ posseduta

dalla Biblioteca Vittorio Emanuele il sonetto n. XXX porta scritto

sopra a penna: alla _S. Philomena Ninì_.]

Rime di Tullia d'Aragona, cortigiana del secolo XVI · 第 60 / 142 题