In bocca al lupo.
Farò intanto un passo indietro.
Scorrazzava da qualche tempo nei territori di Florinas una compagnia
di ladruncoli, i quali svaligiavano le case, e vi uccidevano anche i
proprietari, se il bisogno lo richiedeva. Due volte avevo sorpreso e
conosciuto quei furfanti, ma non volli denunziarli. Siccome però ero
amico dei barracelli, e mi stava a cuore la tranquillità del mio paese,
provavo un vivo dispetto per quell’accolta di vagabondi, i quali, non
rispettando la roba d’altri, comprometteva gli interessi de’ miei
amici e compaesani. Deciso di dar loro una buona lezione, aspettai
l’occasione propizia.
Mi erano ben noti questi ladri. Due di essi mi avevano un giorno
proposto di unirmi a loro e ad un terzo (che nominarono) per andare a
Giave. Scopo della gita era quello di depredare una vecchia signora,
che possedeva oltre otto mila scudi, in contanti, e che viveva sola
in casa con una serva. Risposi loro sdegnosamente, che non intendevo
rendermi complice di simili ribalderie.
Nondimeno quei ladri, non volendo rinunziare all’impresa, si recarono
in tre a fare il colpo: Gio. Antonio Gasu, Pietro Sanga di Bosa, e
Antonio Maria Deia di Giave — incaricato quest’ultimo di indicare la
casa della ricca signora e di diriggere la spedizione.
Aperta la porta ed entrati in casa, i tre furfanti imposero alla serva,
con minaccie, di soffocare i latrati del cagnolino.
Penetrarono quindi nella camera della vecchia, che trovavasi a letto.
— O consegnaci la chiave dello scrigno in cui custodisci il danaro, o
rassegnati ad essere scannata.
La vecchia tentò gridare, ma uno dei ladri fu pronto a cacciarle
una mano in bocca; e siccome colei glie la stringeva fra i denti, il
morsicato le tagliò la gola col pugnale.
Sgozzata la donna, i tre assassini si diedero a frugare da per tutto,
finchè rinvennero una cassetta pesante, che portarono via. Quando
i ladri l’aprirono per dividersi il bottino, rimasero di sasso. La
cassetta non conteneva che i moccoli di cera, sopravanzati alla festa
delle _Anime dei purgatorio_, che ogni anno soleva farsi per cura e
spese della vecchia devota.
Un altro giorno gli stessi due ladri m’invitarono a fare il sesto in
una comitiva, organizzata per derubare la bottega di un negoziante
di Bosa. Questa volta, non solo rifiutai di prender parte alla
grassazione, ma osai arditamente rimproverarli per le azioni turpi che
commettevano.
I ladri si strinsero nelle spalle, e fecero a meno di me. Guidati
dall’orefice bosano Andrea Licheri, si recarono a Bosa. Facevano parte
della combricola, fra gli altri, Deia, i fratelli Pietro e Francesco
Rassu, e Giomaria Ghiu. Aperta coi grimaldelli la porta della casa del
negoziante, non vi rinvennero che gli attrezzi dei fuochi d’artifizio,
ch’erano serviti alla festa di Santa Filomena, ricorrente all’indomani.
Delusi anche questa volta, lasciarono Bosa; e usciti dal paese
scalarono un cortile per rubarvi una ventina di galline, che si
divisero — unico bottino di quella malaugurata spedizione.
Malgrado i miei sdegnosi rifiuti, quei malandrini mi tentarono una
terza volta. Secondo loro, un bandito non doveva rifiutarsi ad una
ribalderia.
Nelle vicinanze di Florinas, venne a me Sanga il bosinco, e mi invitò
ad unirmi ad una comitiva, formatasi per derubare Gavino Matteo Marche.
— Chi tutti siete? — gli chiesi con premura, fingendo aderire per
conoscere il nome dei complici.
— Me compreso siamo in dodici; — i fratelli Rassu con due loro amici,
Deia, Lichinu, Giomaria Ghiu, Gio. Antonio Giasu, e Don Ciccio bosinco.
(Quest’ultimo era un cavaliere di Nulvi, ammogliato a Florinas, molto
povero e ladro.)
Sdegnato del furto che si voleva commettere nel mio paese, cercai di
sventarlo senza inasprire i ladri.
— Badate: a Florinas c’è il barracellato, al quale appartengono due
miei fratelli. Chi va per rubare è disposto anche ad uccidere... non
si sa mai! Eppoi, ve lo dichiaro: c’entra di mezzo la mia riputazione,
e tengo alla tranquillità del mio paese, che mi sa bandito. Voglio che
queste cose non si facciano... e voi non le farete!
La mia dichiarazione ebbe il suo effetto. Sanna il bosinco riferì
le mie parole ai compagni, e fu sospesa la grassazione che doveva
consumarsi in casa di Marche, entro popolato.
Essendo dunque a me noti gli individui componenti la comitiva dei
ladri, mi adoperavo perchè il mio paese fosse da essi rispettato. Se a
Florinas avevo nemici, avevo pure molte persone di cui godevo la stima,
e che contavano sulla mia protezione.
*
* *
Narrerò ora, come quest’odio ai ladri e quest’amore al mio paese mi
tornarono quasi fatali. È un aneddoto ben noto all’arma benemerita, e
più volte lo rammentai al maggiore dei carabinieri Cav. Ferrè.
Una notte, dopo aver scorrazzato per la campagna, volli spingermi fin
dentro paese, e venni ricoverato in una fida casa, dove si fece cena
con diversi amici.
Volle il caso, che in quella stessa notte si fosse concertato un
segreto appianamento fra i carabinieri ed i barracelli di Tissi; i
quali avevano circondato le case di due dei ladri da me menzionati,
perchè in sospetto di aver preso parte a un furto audace commesso
in Tissi, a danno di un certo signor Selis. Questi due ladri avevano
domicilio a Florinas.
Finito ch’ebbi di cenare, abbandonai la casa ospitale, accompagnato
fino all’uscita del paese da un amico guardaboschi, col quale avevo
combinato di andar l’indomani a mangiar fichi in una campagna vicina.
Il guardaboschi aveva invano insistito perchè io rimanessi un altro
giorno a Florinas.
Essendo stato durante la giornata a caccia di pernici, avevo il fucile
carico a pallini — cosa rare volte avvenutami, dovendo il bandito
tenersi sempre pronto in caso di una sorpresa.
Uscimmo insieme all’aria aperta. Erano le due dopo mezzanotte, e faceva
un buio pesto.
Attraversando il largo in cui erano le case abitate dai ladri, scorsi
due individui seduti, addossati alla porta di Antonio Maria Deia di
Giave. Sospettai subito che qualche cosa di sinistro si tramasse a
danno di un mio compaesano.
Mi scostai risoluto dal mio compagno e mi diressi in punta di piedi
verso i due ladri, colla speranza di sventare qualche brutto tiro.
Uno di essi era appoggiato allo stipite e pareva dormisse.
— Non ti svegli, dunque? — Gli gridai con tono energico.
Desto di soprassalto, quell’uomo balzò di scatto in piedi, e vedendo a
sè dinanzi un armato, con movimento rapido spianò il fucile e mi fece
fuoco a bruciapelo.
La palla, fischiante, mi passò sotto l’ascella.
L’altro compagno fece anch’esso un brusco movimento, come per
assalirmi; ma io, pronto come il lampo, scaricai sull’uno e sull’altro
le canne del mio fucile, carico a pallini.
Chi lo avrebbe detto? Quei due uomini non erano altri che il
maresciallo dei carabinieri ed un barricello di Tissi — entrambi là
appostati per sorprendere i ladri, che dovevano rientrare in casa, di
ritorno dalla grassazione di Selis. Dalla parte opposta, nel cortile,
erano molti altri carabinieri e barracelli, parimenti appiattati per lo
stesso fine.
Avevo colpito il maresciallo in piena mammella, ma il colpo al
barracello mi era andato fallito, per l’oscurità della notte[40].
Come mi avvidi dell’errore, feci un salto indietro, mi diedi a correre
come un capriolo, e guadagnai la campagna.
Il maresciallo, ferito a pallini, non tardò a guarire.
Allo scoppio delle tre fucilate erano accorsi i barracelli ed i
carabinieri che si trovavano nel cortile; e, saputo il caso, e chi
io mi fossi, diedero in ismanie. Mi venne riferito, che uno dei
carabinieri (certo Ribichesu), quando accorse sul luogo dello scontro,
si millantò che non sarei riuscito a sfuggire alla sua palla, se invece
del collega fosse stato lui a sedere sulla soglia.
Si vedrà, nel corso della narrazione, come la fatalità trasse sui miei
passi questo carabiniere millantatore.
Quest’incidente fu uno dei più curiosi della mia vita. Per voler
sorprendere e punire i ladri del mio paese, ero andato a cadere fra
le braccia di un barracello e del maresciallo dei carabinieri. Io, che
da mattina a sera studiavo i mezzi per sfuggire ai lupi, ero andato a
cacciarmi come uno sciocco nella loro bocca.
Manco male che la lezione non andò perduta, poichè in avvenire fui più
cauto nel pedinare i malandrini. Non si sa mai: sotto alle vesti di un
ladro può nascondersi anche un carabiniere!
Il mio incidente fu risaputo, e destò rumore. Lo narrai, minutamente,
al maggiore Ferrè, quando mi chiamò in salvacondotto per interrogarmi
sull’uccisione del bandito Gianuario Murgia di Siligo. Io conchiusi:
— Ella vede, signor Maggiore, com’è facile ad un bandito uccidere un
carabiniere, anche senza volerlo!
*
* *
Eppure non fu quella la sola volta che caddi in bocca al lupo; i casi
furono molti, ma io mi fermerò sui più salienti, seguendo l’ordine
della narrazione.
Ripiglierò la storia, ritornando ai famosi banditi, ch’ebbi a compagni
nella mia vita avventurosa.
Antonio Spano, dopo un vivo diverbio, si era separato da Pietro
Cambilargiu; e siccome era ricercato dalla giustizia e mi aveva in
uggia, carezzò il pensiero di acquistare la sua libertà, con un agguato
a mio danno.
Di ciò informato per mezzo degli amici, mi misi in guardia.
Il fratello di lui, Salvatore Spano, introdottosi un giorno per far
erba nel predio di Dionisio Matti di Sassari, fu da questi sorpreso e
acerbamente rampognato. Inasprito dalle parole, Salvatore gli puntò la
pistola sul petto. Dionisio denunziò il fatto all’autorità giudiziaria,
e l’aggressore fu arrestato e condannato a sei mesi di carcere.
Questo fatto era capitato parecchi mesi dopo la morte del figlio
tredicenne di Dionisio, ucciso accidentalmente dentro la propria
bottega, nello scontro avvenuto fra i Saba ed i Macioccu.
Nel frattempo che Salvatore scontava in carcere la pena, Antonio Spano
volle vendicare il fratello; e travestitosi cogli abiti del muratore
Antonio Depalmas, riuscì ad uccidere Dionisio con una fucilata.
Poco dopo la mia gita ad Osilo coi tre banditi (dai quali mi ero
separato), Pietro Cambilargiu si recò all’ovile di mio cognato Gio.
Antonio Bazzone, nelle vicinanze di Florinas, e lo pregò di fargli
ottenere un abboccamento con me.
Due giorni dopo andai a trovarlo.
— Che volete, zio Pietro?
— Ascolta, figlio mio. Tu sei solo, e solo sono io. Perchè non unirci?
In due si sta meglio che soli: non ti pare?
— Uniamoci pure! — risposi.
E così, per oltre sei mesi, fummo compagni quasi indivisibili.
*
* *
Eravamo insieme da parecchi mesi, quando un giorno, in territorio
d’Osilo, venne a trovarci la moglie di Cambilargiu. — Era costei
la vedova di un suo cugino, da lui resa madre, e poi sposatala per
minaccia dei fratelli e dei parenti.
Si pranzò tutti insieme. Io ero serio e taciturno.
— Cosa hai, figlio mio? — Mi chiese il compagno, appena la moglie andò
via.
— Ho l’umor nero, nè so perchè.
— Ebbene, cercherò allora di divagarti. Andremo a passar la notte in
un molino di Nulvi; di là passeremo a cogliere un po’ di carciofi nella
vigna di un mio cugino prete, e li faremo cuocere per la cena.
Movemmo insieme verso Nulvi. Fermatici alquanto nella cardiera del
prete, per spiccarvi non più di due dozzine di carciofi, continuammo
la nostra strada, quando udimmo alcune fucilate nella vigna di Giorgio
Vacca, posta in regione di _Nuzzi_, a mezz’ora da Osilo.
— Hai sentito? — Dissi rivolto al compagno.
— Sarà il padrone della vigna: un medico di casa, che mi è amico.
Ci fermammo dinanzi al cancello. Io dissi a Pietro:
— Entra tu per il primo, poichè vi sei conosciuto.
Cambilargiu passò avanti; io mi fermai a rinchiudere il cancello, e gli
tenni dietro.
Fatti alcuni passi udimmo abbaiare un cane, che comparve sulla porta
della casa, distante una trentina di passi dal cancello. Quasi subito
venne fuori un zappatore, il quale, dopo aver imposto al cane di
tacere, guardò verso di noi e si fermò con senso di sgomento.
In un attimo sbucarono dalla casa sette carabinieri, che si schierarono
sul piazzale, come per meglio esaminarci. Il zappatore, certamente,
aveva pronunciato il nome di Cambilargiu.
Questi si volse a me dicendo:
— Coraggio, figlio mio, non temerli: sono carabinieri!
Io diedi un salto all’indietro e corsi ad aprire il cancello gridando:
— Vieni fuori subito! Ci sono io qui!
Cambilargiu mi raggiunse; e allo stesso tempo una scarica di quattro
o cinque fucili mandò in ischeggie parte del cancello. Il denso
fumo della polvere c’impedì di vedere i carabinieri; nondimeno, io
e Cambilargiu puntammo i fucili in direzione degli armati e facemmo
fuoco, dandoci poi alla fuga.
Eravamo illesi per vero miracolo. Una palla mi aveva spezzato la
bacchetta del fucile, ed un’altra era strisciata lungo la manica della
mia giacca, senza toccarmi la carne e senza farmi versare una stilla di
sangue.
Era il 10 giugno 1853, di venerdì.
L’indomani ci venne riferito, che un carabiniere era caduto morto, e ad
un altro la palla aveva spezzato il calcio della pistola. Se alla mia
palla, o a quella di Cambilargiu, si dovesse la morte del carabiniere,
nessuno di noi seppe mai: certo è che i carciofi del prete, anche
questa volta, mi avevano cacciato in bocca al lupo[41].
Avendo noi preso, nello scappare, due diverse direzioni, ci perdemmo
di vista, e non ci trovammo insieme che la domenica, due giorni dopo lo
scontro fatale.
Chi avrebbe mai detto, che anche in quel giorno io doveva essere messo
a più dura prova? Eppure così volle il destino, come dirò nel capitolo
seguente.