Di ritorno dalla Nurra per recarmi a Florinas, mi fermai un giorno
all’ovile di Pietro Migheli in _Scala di Ciogga_, dove trovai Pietro
Cambilargiu e Antonio Spano.
In quel tempo io avevo a compagno Leonardo Piga, giovane bandito, a me
raccomandato dai parenti.
Come mi presentai all’ovile, lo Spano mi disse:
— Se tu fossi qui venuto in compagnia di Leonardo Piga, lo avrei ucciso!
— Ed io avrei ucciso te! — gli risposi bruscamente. — Perchè tant’odio
contro di lui?
— Perchè Leonardo mi ha ucciso un amico la cui perdita mi addolora
l’anima!
— Se il tuo amico si fosse comportato bene non avrebbe forse perduto
la vita. Ma, purtroppo, certi uomini si fanno forti dell’amicizia di un
bandito per dar fastidio agli altri!
Cambilargiu mi diede ragione; e quando presi commiato da entrambi, mi
disse:
— Senti, figlio mio! — (soleva darmi questo nome) — tu ci farai un
favore. Dovendo attraversare il territorio di Florinas per recarci a
Torralba, abbiamo bisogno di una guida, pratica dei dintorni.
— Vi accompagnerò ben volontieri — risposi — Trovatevi a _Pedras
serradas_, nell’ovile di mio cognato, il luogo è sicuro. Di là
muoveremo insieme.
Fedeli all’appuntamento, vennero in tre: Cambilargiu, Antonio Spano e
Salvatore Fresu.
Nell’ovile di mio cognato si erano riuniti alcuni nostri amici,
smaniosi di conoscere i tre famigerati banditi. Quel giorno si fece
pranzo insieme, in aperta campagna, lontani dall’ovile — com’è costume
dei banditi, per evitare sgradite sorprese.
Insellati quindi i cavalli (cortesemente favoritici) movemmo, uniti,
per Torralba. Io guidavo i compagni.
Fatta un po’ di strada, i tre banditi mi esternarono il desiderio di
passare in Banari, dove avevano un amico.
— Chi è costui? — chiesi loro.
— Antonio Luigi Pischedda.
— Nè voi, nè io, andremo da lui!
— Perchè?
— Perchè gli hanno ucciso due nipoti.
— Eppure ha promesso di farci un regalo, se saremmo andati a visitarlo!
— Pischedda è in urto con tutto il paese, per l’uccisione dei due
nipoti; nè voi riuscireste ad uscire di là, senza aver le giacche
forate dalle palle dei banaresi. Siete sotto la mia custodia, e non
dovete andarci!
Li condussi invece in casa di Gio. Antonio Pais, che era assente dal
villaggio. Fummo ricevuti dalla moglie, che mandammo subito a comprar
vino. Ci fermammo tutti sulla pubblica piazza a mangiare ed a bere;
ed io mi divertiva a gettar noci e mandorle in mezzo alla folla, per
il gusto di vedere i ragazzi impigliati fra le gonnelle delle vezzose
forosette.
Riposati alquanto, ci rimettemmo in viaggio e visitammo Bessude, dove
Cambilargiu aveva un amico — certo Pietro Chessa, suo antico compagno
di galera.
Salendo poscia per il monte Pelau, arrivammo a Bonnanaro, e condussi
i compagni in casa di un mio zio, a cui li presentai come barracelli
d’Osilo in cerca del _mancamento_[37].
Lo zio mi scambiò con mio fratello Giomaria, ch’era barracello di
Florinas.
— Non sono Giomaria — mi affrettai a rispondere — sono Giovanni Tolu.
Lo zio sbarrò tanto d’occhi:
— Tu..... sei Giovanni?!
— Sì... e i miei compagni sono anch’essi banditi.
Il buon uomo pareva sulle spine, non riuscendo a celare la grande paura
che aveva in corpo.
Cenammo nondimeno allegramente, e poi si andò a riposare. Ci sdraiammo
vestiti su due letti, colle armi vicine.
Mio zio sembrava inquieto, e balzava ogni tanto in piedi, tendendo le
orecchie.
— I cani, stanotte, abbaiano troppo! — diceva.
Volendo tranquillarlo, lo pregai di mandar subito a chiamare il
capitano dei barracelli di Bonnanaro, ed altri amici.
Vennero in quattro, e si combinò di uscir tutti in campo aperto, per
essere più sicuri. Ci sdraiammo sull’erba, e allo zio tornò l’animò in
corpo. — Erano le due dopo mezzanotte.
Verso l’alba ci fu servito il caffè, fra le roccie, ed a mezzo giorno
divorammo allegramente il lauto pranzo, che lo zio aveva preparato agli
ospiti famigerati.
Sull’imbrunire mandammo un _espresso_ a don Ciccio Corda, di Torralba,
perchè venisse subito da noi. Egli venne con tre servi: uno ne spedì
per i cavalli, e due per la provvista dei viveri.
Sopraggiunta la notte, don Ciccio ci fece condurre in altra sua tanca,
tutta in campo aperto, per riposare più sicuri.
Di là, verso l’alba, passarono a cavallo don Francesco Corda di Clave,
don Giovanni Diez, e due loro servi.
Avendoci riconosciuti, don Francesco si accostò a noi.
— Perchè siete qui?! don Ciccio non è uomo che possa farvi male, ma
certo non sa custodire persone gelose, quali voi siete! Questo non è
luogo sicuro!
— Ci ha fatto fermare qui — risposi — perchè deve mandarci due
cavallini.
— Aspetterà forse che i cavalli nascano per regalarveli! — esclamò don
Francesco, sghignazzando. — Venite con noi, chè vi daremo cavalli nati.
Voi potrete stare nelle nostre terre sette od otto giorni, senza il
pericolo di venir molestati!
Ci alzammo in piedi e movemmo incontro ai quattro individui, ch’erano
intanto smontati da cavallo. Le quattro bestie dovevano servire per
otto uomini. Io presi in groppa uno dei due servi, e Salvatore Fresu
fece altrettanto con l’altro. Cambilargiu sedette in groppa al cavallo
di don Francesco Corda, e Antonio Spano in groppa a quello di don
Giovanni Diez.
Così accomodati, due uomini per cavallo ci mettemmo in cammino, a mezzo
trotto.
Curioso, invero, vedere i quattro più famosi banditi del Logudoro
trottare con tanta audacia e disinvoltura sulla strada maestra! Se ci
avessero quel giorno messo a cimento, Dio sa qual battaglia sanguinosa
ne sarebbe avvenuta!
A mezzogiorno in punto i quattro cavalli, carichi di otto uomini,
attraversavano allegramente il villaggio di Torralba, passando sotto
la caserma dei carabinieri. Noi guardammo alle finestre con aria di
trionfo. Chi lo sa? Forse a quell’ora, attraverso ai vetri, qualche
carabiniere assisteva al passaggio dell’allegra cavalcata, ben lontano
dall’immaginare che quattro uccelli grossi sfidavano la vigilanza dei
_benemeriti_ cacciatori!
Arrivati a un certo punto, al di là del paese, smontammo da cavallo; e
i due cavalieri coi rispettivi servi tornarono indietro, per riprendere
la via di Sassari.
La sera, per altro cammino, volgemmo di nuovo a Bonnanaro, e sostammo
in casa del cav. Delogu, il quale ci offrì buon vino e polvere
eccellente. Si chiacchierò a lungo; finchè sopraggiunta la notte,
uscimmo dal villaggio per salire alla punta di Monte Santo — uno dei
rifugi più sicuri in quel tempo, perchè tutto boscoso.
Fummo, lassù, ricoverati dall’amico bonorvese Baldassare Saba; il quale
volle uccidere due bestie, per mettere molta carne al fuoco.
Spuntata l’alba, uscimmo sulla spianata, per divertirci alquanto al
bersaglio.
*
* *
La mattina stessa scendemmo da Monte Santo per recarci ad Ardara.
Arrivati alle falde, Cambilargiu vide alcuni maialetti, e ne sparò uno
colla pistola.
Alla detonazione accorsero alcuni pastori.
— Figli miei! — esclamò Cambilargiu con aria compunta — badate: vi ho
ucciso un porcetto!
Uno dei pastori gli rispose umilmente, col riso sulle labbra:
— Se è vero che lo avete ucciso, lo metteremo al fuoco — se non lo
avete ucciso, lo uccideremo!
Fatta colazione in fretta e furia, uno dei miei compagni chiese ai
pastori un buon cagnetto di razza.
— Ve ne darò uno eccellente fra qualche mese. Lo sto allevando.
— Verrò io stesso a prenderlo! — dissi; e il pastore a me rivolto:
— Se verrà Giovanni Tolu, lo porterà via; ma se non venisse, prometto
che il cane morrà in mio potere, poichè non lo darò mai più a
nessuno![38]
A proposito di questo cane, narrerò per inciso un episodio.
Alcuni mesi dopo, ripassando in quell’ovile per ricordare l’adempimento
della promessa, trovai il pastore (Bastianu Zamburru) in urto
fortissimo col proprio cognato Gio. Maria Sanna. Le cose erano tese al
punto, da rendere inevitabile una catastrofe.
Volli fare un’opera buona. Valendomi dell’influenza che esercitavo
sulle due famiglie, mi recai in persona all’ovile di Sanna, e costrinsi
costui a recarsi dal cognato per far la pace. Io stesso invitai le
donne delle due famiglie a riunirsi ad un pranzo comune, a cui presi
parte. Si passò la giornata allegramente, e ricordo di aver fatto
un brindisi al cagnetto, a cui si doveva la riconciliazione dei due
cognati.
Non lo dico per millantarmi. Tutte le volte che io riusciva a fare
un’opera buona ed a pacificare fra di loro gli avversari, provavo
un’intima soddisfazione, pari a quella di una vendetta compiuta. Amavo
la pace degli altri; eppure non ero mai riuscito a pacificarmi coi miei
nemici!
*
* *
Riprendo la gita dei quattro banditi.
Arrivati ad Ardara ci presentammo a quel rettore, nativo di Nughedu.
Egli ci squadrò sospettoso. Cambilargiu gli disse:
— Non tema, signor rettore!
— Non ho paura! — rispose il prete. — Conosco agli occhi l’uomo dalle
sinistre intenzioni. Qui siamo in campagna, nè si può avere quello
che si vuole. Mangeremo alla buona qualche uovo e un po’ di pane.
Ho mandato a Sassari per la provvista del vino, nè può tardare ad
arrivarmi.
E infatti, il buon uomo, ci trattò bene, e fummo soddisfatti.
Appena pranzato, pregammo il rettore che facesse venire suo fratello,
il capitano dei barracelli, col quale volevamo conferire.
— Che volete da lui?
— Ci abbisognano quattro buoni cavalli per portarci fino a Florinas.
— Ve li provvederò io![39]
Arrivati, dopo un’ora, all’ovile di un comune amico, nelle vicinanze
di Ploaghe, rimandammo con un servo i cavalli al rettore di Ardara, e
passammo subito in altra capanna di Salvatore Casula. Ciò per abituale
precauzione, temendo che il servo potesse rivelare ad altri il luogo
del nostro rifugio.
Ci fermammo all’ovile tutta la giornata.
Venne intanto a trovarci un amico de’miei compagni — scaltro furbone
— che guardai subito con diffidenza. Non tardai a capire, che la
sosta dei tre banditi nelle vicinanze di Ploaghe aveva per scopo
quell’abboccamento, dato in precedenza a mia insaputa.
Ciò mi spiacque, ma feci l’indifferente. Non dovevo dimenticare che io
mi ero prestato come guida ai tre compagni nei territori del mio paese.
Il furbone disse ai tre banditi, senza preoccuparsi della mia presenza:
— Io ho una lite con Gio. Antonio X, e corro il serio pericolo di
venire ucciso da lui. Mi rivolgo dunque a voi perchè mi liberiate dal
mio avversario.
Cambilargiu, un po’ impacciato alla mia presenza, gli rispose:
— Giacchè la tua vita è minacciata, perchè non togli di mezzo Gio.
Antonio?
— Io?! Siete voi che dovete ucciderlo. A me spetta il compensare le
vostre fatiche.
I tre banditi si scambiarono un’occhiata e ammutolirono. Io pensai un
poco, e poi dissi, accentuando le parole:
— Se non mi fossi trovato qui, in vostra compagnia; se non avessi
sentito la proposta del vostro amico, non mi sarei certo occupato dei
fatti vostri. Avendo però assistito al vostro discorso, è duopo che le
cose prendano una piega diversa. Voi non ucciderete Gio. Antonio e se
lo ucciderete, ne farò tale uno scandalo da mettervi in impicci colla
giustizia, facendovi perdere molti buoni amici. Io non sono qui venuto
per servir di guida a sicari! Siamo nel territorio del mio paese!
Aspettavo che i miei compagni aprissero bocca, per piantarmeli là
bruscamente; ma in vece nessuno più parlò di uccisioni alla mia
presenza.
Venuta la sera ci mettemmo tutti in viaggio a piedi, prendendo
la montagna, per recarci ad Osilo. Fu appunto in quel giorno, che
Cambilargiu ci pregò vivamente di accompagnarlo in casa del notaio
Satta, lo zio di quel tal Leonardo, ucciso barbaramente verso la
_fontana del fico_.
All’indomani lasciai i miei tre compagni ad Osilo, e feci ritorno a
Florinas.
*
* *
Poco tempo dopo, Pietro Cambilargiu si era separato da Antonio Spano,
del quale diffidava.
Anche Salvatore Fresu finì per essere licenziato dal cugino, poichè
egli non faceva che scroccare danari a questo e a quello per poter
mantenere la moglie e i figliuoli poveri.
Non passò gran tempo dalla separazione quando Fresu cadde in potere
dei carabinieri. Egli venne arrestato colla maschera sul volto, e messo
in prigione. Fattogli il dibattimento, venne assolto. Solita giustizia
dei giudici, i quali condannano tanti innocenti, per dare la libertà a
tanti birbanti matricolati. Noi banditi vedevamo troppo spesso simili
spropositi, i quali certamente non facevano che raffreddare la nostra
fede verso i tribunali.
Continuai nonpertanto la mia relazione cogli altri due banditi, e
specialmente con Pietro Cambilargiu, ch’ebbi a compagno per altri sei
mesi, come vedremo in seguito.