CAPITOLO VIII.

Agostino Alvau.

Recatomi un giorno alla Nurra, capitai nell’ovile di _Campanedda_,

dov’era stato ucciso Agostino Alvau: il giovane algherese, che finì

la sua carriera di bandito, quasi nello stesso tempo in cui io la

cominciava. Ebbi dai pastori minuti ragguagli sulla morte di costui; ed

io ne tesserò brevemente la storia, quantunque essa non abbia relazione

con la mia vita.

Agostino Alvau era un giovane studente di Alghero. D’animo focoso,

audace, e coraggioso fino alla temerità, un giorno era andato a caccia

senza porto d’armi. Sorpreso dai carabinieri, e invitato a cedere

l’arma, egli rispose colla ribellione. Riuscito a fuggire, si diede

alla macchia, e iniziò la sua carriera di bandito, senza aver sparso

una goccia di sangue umano.

Quantunque giovanissimo, senza un pelo in faccia, e di fattezze

femminili, divenne in breve famoso per le sue gesta, tanto audaci

quanto feroci.

Mi era simpatico perchè lo avevo conosciuto di persona. Qualche tempo

prima ch’io prendessi moglie, mi trovavo a capo d’una compagnia di

mietitori, nelle aie di Florinas. Avevo sotto al mio comando molti

lavoratori. Tra i quali Rafaele Alvau — fratello di Agostino — uno

degli incaricati della trebbiatura. Una quantità di cavalli e di

cavalle, condotti dai paesi vicini, trottavano sulle aie per pestare i

covoni, com’è costume nei nostri villaggi.

Agostino Alvau (già famoso nell’isola) era venuto in quel tempo a

Florinas, per visitarvi il fratello Rafaele. Travestito da zappatore

sassarese, ma armato di fucile e di coltello, si presentò a noi come

acquisitore di grano, in compagnia del massaio Antonio Sanna e di certo

Vincenzo Paschino, padrone delle cavalle del signor marchese (?).

Siccome Rafaele era al mio servizio per la trebbiatura, i tre

visitatori vennero ad alloggiare in mia casa. Fu allora, che, in tutta

confidenza, Agostino mi si diede a conoscere. L’ospitai per un giorno,

e sul tardi tornò alla campagna.

Per pochi anni Agostino Alvau fece il bandito, ma bastarono per

renderlo celebre. Mentre un giorno attraversava un ponte sulla strada

che da Alghero conduce alla Murra, fu circondato da molti carabinieri,

che gli avevano teso un agguato; ma egli colla pistola alla mano, seppe

affrontare gli armati, e sfuggì loro audacemente tra il fischio delle

palle.

Poco dopo egli cercò di disfarsi di certo Antonio Maria Tanchis,

che la voce pubblica designava qual _commissario_ dei carabinieri. I

commissari saranno sempre i benemeriti della società, ma per i banditi

non sono altro che spie!

Fra gli amici più fedeli di Agostino Alvau erano i fratelli Paolo e

Antonio Sechi della Nurra — il primo dei quali fra i migliori tiratori

ch’io mi conobbi. Lo ricevevano con molta cordialità — come d’altronde

si ricevono tutti i banditi... per amore o per forza!

Abitava a Sassari in quel tempo un tal Antioco Agus, di Bonorva,

in fama di uomo faceto e di poeta estemporaneo. Poeta e faceto

era del pari il _commissario_ Tanchis, che pretendeva superarlo

nell’improvvisare i versi

Intimo dei pastori nurresi, ed uomo doppio, l’Agus cercava di strappare

qualche segreto al _commissario_, sapendo che costui congiurava contro

la libertà degli amici. Un giorno lo invitò ad entrare in una bettola,

col pretesto di una sfida poetica; ma il Tanchis lasciò sfuggirsi:

— Oggi non posso, perchè devo recarmi ad Osilo coi carabinieri, per un

bandito che dobbiamo tradurre a Sassari. Accetterò con piacere la gara

al mio ritorno!

Fu sollecito l’Agus d’informare del caso i due pastori Secchi e

l’Alvau; i quali vennero a Sassari, e in compagnia del poeta si

recarono sul tardi al _Molino a vento_, per preparare un agguato al

commissario Tanchis, che di là doveva passare coi carabinieri, diretti

ad Osilo.

Giunti a cavallo sul luogo designato, i quattro uomini si appiattarono

di fronte al predio del prete Ciboddo.

Finalmente, ad ora tarda, passarono di là dodici carabinieri, che

circondavano il commissario Tanchis, loro guida.

Fu primo Alvau a far fuoco sulla spia; ma il colpo gli andò fallito.

Sparò in seguito Paolo Secchi, e la sua palla attraversò il corpo del

Tanchis, che cadde fulminato da cavallo.

Sgomentati per gli spari nell’oscurità, i carabinieri tornarono

indietro a spron battuto. I due Secchi e l’Alvau ripresero la via della

Nurra; ma l’Agus, a cui era scappato il cavallo, si vide costretto a

rientrare a piedi in Sassari per la porta di Sant’Antonio. Volendo

allontanare il sospetto, il poeta ebbe l’accortezza di presentarsi

l’indomani al capitano dei barracelli, per denunziare la bestia che gli

era mancata.

Altra impresa ardita, a cui l’Alvau dovette la popolarità, fu

l’uccisione di Antonio, detto _Ammmazzacavalli_ — uno dei più famosi

cavallerizzi e domatori del tempo. _Commissario_ anch’esso dei

carabinieri, si era vantato bastargli l’animo di arrestare il forte

algherese, inseguendolo a cavallo.

Informato il giovane bandito della minaccia di quel millantatore,

giurò di ucciderlo. Temerario com’era, osò una sera vestirsi da prete

e presentarsi alla casa di _Ammazzacavalli_, posta nel rione di San

Donato. Ma il colpo gli andò a vuoto.

Immaginò allora un nuovo strattagemma, togliendo a pretesto il

carnevale.

Era usanza a Sassari di andar mascherati a cavallo, per trar sollazzo

dal getto dei confetti.

Abbisognando di un compagno per eseguire il suo disegno, l’Alvau si era

rivolto ad Antonio Sechi.

In un giorno festivo, in cui la piazza Castello rigurgitava di maschere

e di curiosi, i due amici salirono per il Corso, inforcando due superbi

cavalli. Avevano una gonnella al collo, la maschera al viso, e le

pistole nascoste sotto le vesti. Inoltravano al passo, distante l’uno

dall’altro, come se ciascuno si divertisse per proprio conto.

Antonio Sechi, che si spingeva avanti, aveva ricevuto la consegna

di gettare i confetti sulla folla, non appena avesse adocchiato

l’_Ammazzacavalli_. Al resto doveva pensare l’Alvau.

Erano giunti così fino al centro di piazza Castello, dove la folla

era immensa. Da per tutto si ballava, si gridava, si faceva getto di

coriandoli, per far disperare le signorine che ridevano come matte.

Finalmente l’Alvau, che aspettava con ansia il segnale convenuto, vide

il compagno lanciar con furia manate di confetti alla folla. Spinse

avanti il cavallo, e scorse a breve distanza lo _Ammazzacavalli_, che

se la rideva in mezzo ad un crocchio d’allegri amici.

Gli fe’ cenno colla mano di avvicinarsi, e quegli incautamente gli

obbedì:

— Che vuoi, maschera?

— Fammi un piacere. Accorciami di un punto la cinghia che regge la

staffa. Sto male in sella.

L’_Ammazzacavalli_, senza nulla sospettare, si fe’ presso al cavaliero,

e si chinò ad aggiustargli la staffa.

Colla rapidità del lampo, il giovane bandito gli puntò la pistola sulle

spalle, lasciò partire il colpo, die’ di sprone al cavallo, ed uscì

dalla porta Castello, facendosi largo tra la folla compatta.

L’_Ammazzacavalli_ era caduto bocconi, mortalmente ferito. Gli astanti,

atterriti, gridarono al soccorso, all’assassino, e si sbandarono di qua

e di là, come sfuggendo ad un pericolo immaginario.

Antonio Sechi, come nulla avesse veduto, continuava indifferente il

getto dei confetti, mentre l’Alvau, a precipizio, divorava la strada

che conduceva al _Pozzo d’Arena_. Montava un ottimo cavallo (fattosi

prestare da Gavino Spanedda di Nurra) e l’inseguirlo non era impresa

facile.

Alcuni carabinieri — che conducevano a mano i cavalli all’abbeveratoio

— udendo le grida della gente, cercarono fermare il fuggitivo; ma

questi, mostrando loro la pistola, seppe tenerli lontani.

Arrivato allo stabilimento Lombardi, Agostino rallentò la corsa,

mise il cavallo al passo, ed entrò tranquillamente in Porta d’Utzeri,

internandosi verso _turritana_, per riparare in casa di alcuni amici

nurresi.

Dicesi che la stessa sera Agostino Alvau, vestito da donna, avesse

osato presentarsi all’ospedale (dove il moribondo era stato ricoverato

d’urgenza) risoluto di finirlo a pugnalate. Egli dichiarò d’essere la

madre del ferito; ma non fu lasciato entrare, stante l’ora tarda.

*

* *

Questo giovane coraggioso, audace in modo straordinario venne ucciso a

tradimento nella Nurra; e dirò come.

Fra gli ovili che l’Alvau soleva visitare, era quello di Giovanni

Careddu, ammogliato con giovane e bella donna, e senza figli.

Spensierato e fidente nel proprio coraggio, il galante bandito si

era dato a corteggiare la moglie dell’amico. Costei conviveva con una

sorella belloccia, fidanzata a Giuseppe Sale, giovane sassarese, che

pur frequentava l’ovile.

Accortosi il Sale della tresca dell’Alvau, disse un giorno alle due

sorelle:

— Perchè accogliete quell’uomo in casa vostra? Mandatelo via, se non

volete aver danno!

La moglie del Careddu riferì segretamente al suo Agostino le parole del

Sale, facendogli quasi intendere che di lui fosse geloso.

Alvau, senz’altro, tolse di mezzo l’importuno con una fucilata.

Poco tempo dopo, trovandosi insieme i due banditi cugini, Antonio Santo

Careddu di Sorso e Paolo Careddu di Sennori, dissero ad Agostino Alvau:

— Senti, giovinotto. A noi pare che le tue visite all’ovile di

Campanedda siano troppo frequenti. Si direbbe che ti sei liberato

di Giuseppe Sale, per renderti padrone anche della sua fidanzata.

Intendiamoci bene! — noi siamo disposti a far giuramento di non

offenderci a vicenda; ma se tu non ti allontani dalla casa del nostro

congiunto Giovanni, ci terremo sciolti da ogni promessa. Lo sai!

Agostino Alvau — sdegnoso sempre d’ogni consiglio, e sempre più

invaghito della giovane moglie — non solo si astenne dalle visite

all’ovile di Careddu, ma vi andò con più frequenza, e rese più

scandalosa la tresca.

Era acciecato d’amore — e l’amore doveva perderlo!

Da qualche tempo il Governo aveva promessa l’impunità ed un premio in

danaro a qualunque bandito avesse ucciso, o fatto arrestare Agostino

Alvau. I due cugini Careddu pensarono di ottenere l’una e l’altro,

vendicando in pari tempo il loro congiunto tradito.

In un giorno piovoso si trovarono riuniti nell’ovile di _Campanedda_

Paolo Careddu, Antonio Santo, e Agostino Alvau. Si giuocava alle carte,

e Paolo si era seduto a fianco di Agostino. A un certo punto Antonio

Santo esclamò con stizza:

— Ma perdio! c’è un fumo d’inferno qua dentro!

E così dicendo si era alzato con impeto, fingendo correre alla porta

per aprirla; ma giunto vicino all’uscio, si voltò di scatto, e vedendo

Agostino intento alla partita, gli puntò il fucile addosso e fece

fuoco[32].

Quantunque mortalmente ferito in pieno petto, l’Alvau balzò in piedi,

e portata la mano all’elsa del suo lungo stocco, cercò snudarlo per

avventarsi sul traditore. Paolo, però, che stava attento, gli afferrò

le due braccia da tergo, in modo che l’arma non uscì che a metà dal

fodero.

L’Alvau, ad un tratto, si contorse, mandò un sordo rantolo, e stramazzò

come fulminato. Era morto.

Antonio Santo era uscito con furia all’aperto per correr dietro a

compare Maurizio; il quale venuto all’ovile in compagnia d’Alvau, era

rimasto in una stanza vicina. Prevedendo la catastrofe, costui si era

salvato saltando da una finestra e cacciandosi nel vicino bosco.

A poca distanza dall’ovile — nella _Valle del legname_ — trovavasi

certo Giovanni Manunta; il quale, saputo il caso, montò in sella

e a spron battuto si recò a Sassari per informare le autorità, che

Antonio Careddu e Antonio Santo erano degni di premio, avendo ucciso il

terribile bandito algherese.

Maurizio, alla sua volta, era corso a Portotorres per annunziare ai

carabinieri l’uccisione di Agostino Alvau.

Nel frattempo Antonio Santo, afferrato il cadavere d’Agostino per

i piedi, lo aveva trascinato all’aria aperta, fino al limite del

piazzale.

Accorsi primi i carabinieri di Portotorres, scaricarono i loro fucili

sul cadavere, fingendo aver ucciso il bandito algherese in uno scontro.

Il governatore di Sassari però, che in precedenza aveva ricevuto

l’avviso della morte di Alvau, non tardò a concedere la promessa

libertà ai due cugini uccisori, ed a punire i carabinieri per l’assalto

simulato che venne scoperto e facilmente provato[33].

Questa la versione veridica della fine di Agostino Alvau, da me attinta

a fonte non dubbia.

Giovanni Tolu, vol. 1/2 · 第 36 / 60 题