Agostino Alvau.
Recatomi un giorno alla Nurra, capitai nell’ovile di _Campanedda_,
dov’era stato ucciso Agostino Alvau: il giovane algherese, che finì
la sua carriera di bandito, quasi nello stesso tempo in cui io la
cominciava. Ebbi dai pastori minuti ragguagli sulla morte di costui; ed
io ne tesserò brevemente la storia, quantunque essa non abbia relazione
con la mia vita.
Agostino Alvau era un giovane studente di Alghero. D’animo focoso,
audace, e coraggioso fino alla temerità, un giorno era andato a caccia
senza porto d’armi. Sorpreso dai carabinieri, e invitato a cedere
l’arma, egli rispose colla ribellione. Riuscito a fuggire, si diede
alla macchia, e iniziò la sua carriera di bandito, senza aver sparso
una goccia di sangue umano.
Quantunque giovanissimo, senza un pelo in faccia, e di fattezze
femminili, divenne in breve famoso per le sue gesta, tanto audaci
quanto feroci.
Mi era simpatico perchè lo avevo conosciuto di persona. Qualche tempo
prima ch’io prendessi moglie, mi trovavo a capo d’una compagnia di
mietitori, nelle aie di Florinas. Avevo sotto al mio comando molti
lavoratori. Tra i quali Rafaele Alvau — fratello di Agostino — uno
degli incaricati della trebbiatura. Una quantità di cavalli e di
cavalle, condotti dai paesi vicini, trottavano sulle aie per pestare i
covoni, com’è costume nei nostri villaggi.
Agostino Alvau (già famoso nell’isola) era venuto in quel tempo a
Florinas, per visitarvi il fratello Rafaele. Travestito da zappatore
sassarese, ma armato di fucile e di coltello, si presentò a noi come
acquisitore di grano, in compagnia del massaio Antonio Sanna e di certo
Vincenzo Paschino, padrone delle cavalle del signor marchese (?).
Siccome Rafaele era al mio servizio per la trebbiatura, i tre
visitatori vennero ad alloggiare in mia casa. Fu allora, che, in tutta
confidenza, Agostino mi si diede a conoscere. L’ospitai per un giorno,
e sul tardi tornò alla campagna.
Per pochi anni Agostino Alvau fece il bandito, ma bastarono per
renderlo celebre. Mentre un giorno attraversava un ponte sulla strada
che da Alghero conduce alla Murra, fu circondato da molti carabinieri,
che gli avevano teso un agguato; ma egli colla pistola alla mano, seppe
affrontare gli armati, e sfuggì loro audacemente tra il fischio delle
palle.
Poco dopo egli cercò di disfarsi di certo Antonio Maria Tanchis,
che la voce pubblica designava qual _commissario_ dei carabinieri. I
commissari saranno sempre i benemeriti della società, ma per i banditi
non sono altro che spie!
Fra gli amici più fedeli di Agostino Alvau erano i fratelli Paolo e
Antonio Sechi della Nurra — il primo dei quali fra i migliori tiratori
ch’io mi conobbi. Lo ricevevano con molta cordialità — come d’altronde
si ricevono tutti i banditi... per amore o per forza!
Abitava a Sassari in quel tempo un tal Antioco Agus, di Bonorva,
in fama di uomo faceto e di poeta estemporaneo. Poeta e faceto
era del pari il _commissario_ Tanchis, che pretendeva superarlo
nell’improvvisare i versi
Intimo dei pastori nurresi, ed uomo doppio, l’Agus cercava di strappare
qualche segreto al _commissario_, sapendo che costui congiurava contro
la libertà degli amici. Un giorno lo invitò ad entrare in una bettola,
col pretesto di una sfida poetica; ma il Tanchis lasciò sfuggirsi:
— Oggi non posso, perchè devo recarmi ad Osilo coi carabinieri, per un
bandito che dobbiamo tradurre a Sassari. Accetterò con piacere la gara
al mio ritorno!
Fu sollecito l’Agus d’informare del caso i due pastori Secchi e
l’Alvau; i quali vennero a Sassari, e in compagnia del poeta si
recarono sul tardi al _Molino a vento_, per preparare un agguato al
commissario Tanchis, che di là doveva passare coi carabinieri, diretti
ad Osilo.
Giunti a cavallo sul luogo designato, i quattro uomini si appiattarono
di fronte al predio del prete Ciboddo.
Finalmente, ad ora tarda, passarono di là dodici carabinieri, che
circondavano il commissario Tanchis, loro guida.
Fu primo Alvau a far fuoco sulla spia; ma il colpo gli andò fallito.
Sparò in seguito Paolo Secchi, e la sua palla attraversò il corpo del
Tanchis, che cadde fulminato da cavallo.
Sgomentati per gli spari nell’oscurità, i carabinieri tornarono
indietro a spron battuto. I due Secchi e l’Alvau ripresero la via della
Nurra; ma l’Agus, a cui era scappato il cavallo, si vide costretto a
rientrare a piedi in Sassari per la porta di Sant’Antonio. Volendo
allontanare il sospetto, il poeta ebbe l’accortezza di presentarsi
l’indomani al capitano dei barracelli, per denunziare la bestia che gli
era mancata.
Altra impresa ardita, a cui l’Alvau dovette la popolarità, fu
l’uccisione di Antonio, detto _Ammmazzacavalli_ — uno dei più famosi
cavallerizzi e domatori del tempo. _Commissario_ anch’esso dei
carabinieri, si era vantato bastargli l’animo di arrestare il forte
algherese, inseguendolo a cavallo.
Informato il giovane bandito della minaccia di quel millantatore,
giurò di ucciderlo. Temerario com’era, osò una sera vestirsi da prete
e presentarsi alla casa di _Ammazzacavalli_, posta nel rione di San
Donato. Ma il colpo gli andò a vuoto.
Immaginò allora un nuovo strattagemma, togliendo a pretesto il
carnevale.
Era usanza a Sassari di andar mascherati a cavallo, per trar sollazzo
dal getto dei confetti.
Abbisognando di un compagno per eseguire il suo disegno, l’Alvau si era
rivolto ad Antonio Sechi.
In un giorno festivo, in cui la piazza Castello rigurgitava di maschere
e di curiosi, i due amici salirono per il Corso, inforcando due superbi
cavalli. Avevano una gonnella al collo, la maschera al viso, e le
pistole nascoste sotto le vesti. Inoltravano al passo, distante l’uno
dall’altro, come se ciascuno si divertisse per proprio conto.
Antonio Sechi, che si spingeva avanti, aveva ricevuto la consegna
di gettare i confetti sulla folla, non appena avesse adocchiato
l’_Ammazzacavalli_. Al resto doveva pensare l’Alvau.
Erano giunti così fino al centro di piazza Castello, dove la folla
era immensa. Da per tutto si ballava, si gridava, si faceva getto di
coriandoli, per far disperare le signorine che ridevano come matte.
Finalmente l’Alvau, che aspettava con ansia il segnale convenuto, vide
il compagno lanciar con furia manate di confetti alla folla. Spinse
avanti il cavallo, e scorse a breve distanza lo _Ammazzacavalli_, che
se la rideva in mezzo ad un crocchio d’allegri amici.
Gli fe’ cenno colla mano di avvicinarsi, e quegli incautamente gli
obbedì:
— Che vuoi, maschera?
— Fammi un piacere. Accorciami di un punto la cinghia che regge la
staffa. Sto male in sella.
L’_Ammazzacavalli_, senza nulla sospettare, si fe’ presso al cavaliero,
e si chinò ad aggiustargli la staffa.
Colla rapidità del lampo, il giovane bandito gli puntò la pistola sulle
spalle, lasciò partire il colpo, die’ di sprone al cavallo, ed uscì
dalla porta Castello, facendosi largo tra la folla compatta.
L’_Ammazzacavalli_ era caduto bocconi, mortalmente ferito. Gli astanti,
atterriti, gridarono al soccorso, all’assassino, e si sbandarono di qua
e di là, come sfuggendo ad un pericolo immaginario.
Antonio Sechi, come nulla avesse veduto, continuava indifferente il
getto dei confetti, mentre l’Alvau, a precipizio, divorava la strada
che conduceva al _Pozzo d’Arena_. Montava un ottimo cavallo (fattosi
prestare da Gavino Spanedda di Nurra) e l’inseguirlo non era impresa
facile.
Alcuni carabinieri — che conducevano a mano i cavalli all’abbeveratoio
— udendo le grida della gente, cercarono fermare il fuggitivo; ma
questi, mostrando loro la pistola, seppe tenerli lontani.
Arrivato allo stabilimento Lombardi, Agostino rallentò la corsa,
mise il cavallo al passo, ed entrò tranquillamente in Porta d’Utzeri,
internandosi verso _turritana_, per riparare in casa di alcuni amici
nurresi.
Dicesi che la stessa sera Agostino Alvau, vestito da donna, avesse
osato presentarsi all’ospedale (dove il moribondo era stato ricoverato
d’urgenza) risoluto di finirlo a pugnalate. Egli dichiarò d’essere la
madre del ferito; ma non fu lasciato entrare, stante l’ora tarda.
*
* *
Questo giovane coraggioso, audace in modo straordinario venne ucciso a
tradimento nella Nurra; e dirò come.
Fra gli ovili che l’Alvau soleva visitare, era quello di Giovanni
Careddu, ammogliato con giovane e bella donna, e senza figli.
Spensierato e fidente nel proprio coraggio, il galante bandito si
era dato a corteggiare la moglie dell’amico. Costei conviveva con una
sorella belloccia, fidanzata a Giuseppe Sale, giovane sassarese, che
pur frequentava l’ovile.
Accortosi il Sale della tresca dell’Alvau, disse un giorno alle due
sorelle:
— Perchè accogliete quell’uomo in casa vostra? Mandatelo via, se non
volete aver danno!
La moglie del Careddu riferì segretamente al suo Agostino le parole del
Sale, facendogli quasi intendere che di lui fosse geloso.
Alvau, senz’altro, tolse di mezzo l’importuno con una fucilata.
Poco tempo dopo, trovandosi insieme i due banditi cugini, Antonio Santo
Careddu di Sorso e Paolo Careddu di Sennori, dissero ad Agostino Alvau:
— Senti, giovinotto. A noi pare che le tue visite all’ovile di
Campanedda siano troppo frequenti. Si direbbe che ti sei liberato
di Giuseppe Sale, per renderti padrone anche della sua fidanzata.
Intendiamoci bene! — noi siamo disposti a far giuramento di non
offenderci a vicenda; ma se tu non ti allontani dalla casa del nostro
congiunto Giovanni, ci terremo sciolti da ogni promessa. Lo sai!
Agostino Alvau — sdegnoso sempre d’ogni consiglio, e sempre più
invaghito della giovane moglie — non solo si astenne dalle visite
all’ovile di Careddu, ma vi andò con più frequenza, e rese più
scandalosa la tresca.
Era acciecato d’amore — e l’amore doveva perderlo!
Da qualche tempo il Governo aveva promessa l’impunità ed un premio in
danaro a qualunque bandito avesse ucciso, o fatto arrestare Agostino
Alvau. I due cugini Careddu pensarono di ottenere l’una e l’altro,
vendicando in pari tempo il loro congiunto tradito.
In un giorno piovoso si trovarono riuniti nell’ovile di _Campanedda_
Paolo Careddu, Antonio Santo, e Agostino Alvau. Si giuocava alle carte,
e Paolo si era seduto a fianco di Agostino. A un certo punto Antonio
Santo esclamò con stizza:
— Ma perdio! c’è un fumo d’inferno qua dentro!
E così dicendo si era alzato con impeto, fingendo correre alla porta
per aprirla; ma giunto vicino all’uscio, si voltò di scatto, e vedendo
Agostino intento alla partita, gli puntò il fucile addosso e fece
fuoco[32].
Quantunque mortalmente ferito in pieno petto, l’Alvau balzò in piedi,
e portata la mano all’elsa del suo lungo stocco, cercò snudarlo per
avventarsi sul traditore. Paolo, però, che stava attento, gli afferrò
le due braccia da tergo, in modo che l’arma non uscì che a metà dal
fodero.
L’Alvau, ad un tratto, si contorse, mandò un sordo rantolo, e stramazzò
come fulminato. Era morto.
Antonio Santo era uscito con furia all’aperto per correr dietro a
compare Maurizio; il quale venuto all’ovile in compagnia d’Alvau, era
rimasto in una stanza vicina. Prevedendo la catastrofe, costui si era
salvato saltando da una finestra e cacciandosi nel vicino bosco.
A poca distanza dall’ovile — nella _Valle del legname_ — trovavasi
certo Giovanni Manunta; il quale, saputo il caso, montò in sella
e a spron battuto si recò a Sassari per informare le autorità, che
Antonio Careddu e Antonio Santo erano degni di premio, avendo ucciso il
terribile bandito algherese.
Maurizio, alla sua volta, era corso a Portotorres per annunziare ai
carabinieri l’uccisione di Agostino Alvau.
Nel frattempo Antonio Santo, afferrato il cadavere d’Agostino per
i piedi, lo aveva trascinato all’aria aperta, fino al limite del
piazzale.
Accorsi primi i carabinieri di Portotorres, scaricarono i loro fucili
sul cadavere, fingendo aver ucciso il bandito algherese in uno scontro.
Il governatore di Sassari però, che in precedenza aveva ricevuto
l’avviso della morte di Alvau, non tardò a concedere la promessa
libertà ai due cugini uccisori, ed a punire i carabinieri per l’assalto
simulato che venne scoperto e facilmente provato[33].
Questa la versione veridica della fine di Agostino Alvau, da me attinta
a fonte non dubbia.