Chi nasce, e chi muore.
Alzatosi da letto, guarito dalle contusioni, il prete Pittui si mostrò
più feroce che mai contro di me. Da lungo tempo la sua casa era stata
il convegno de’ più tristi del paese. Fu là che i fratelli Rassu, i
fratelli Dore, il _commissario_ Serra, Giovanni Maria Piana avevano
congiurato la mia cattura. Ma non erano ancora riusciti nell’intento,
e parecchi di essi erano stati puniti per mano mia, o per mano del
destino.
Il sacrilegio da me commesso mi aveva attirato addosso le ire di molti
compaesani; il cui scopo, d’altra parte, non era stato che quello
d’ingraziarsi l’influente prete, intimo amico dei principali giudici ed
avvocati di Sassari
Si conoscevano da lungo tempo, in paese, le tresche, i raggiri, le
prepotenze, e sovratutto i _ricorsi_ che il buon ministro di Dio soleva
mandare alle autorità di Sassari, contro gli sconsigliati che cadevano
in sua disgrazia.
Dopo essere stato un mesetto in casa, il prete tornò a dir messa
all’Oratorio di Santa Croce; nè aveva voluto rinunziare alle sue gite
a Sassari, dove si recava ogni tanto, sempre scortato da tre o quattro
carabinieri, che richiedeva alle autorità per la propria sicurezza.
Trascorso qualche mese, e sbollite le ire, non mancarono in paese le
persone che deploravano la non riuscita del mio attentato; perocchè
il prete continuava ad inasprire gli animi colle prepotenze, creando i
malcontenti.
Certo Pietro Sanna, bosano, e certo Antonio Maria Deiana, vennero
un giorno da me, in campagna, offrendosi a facilitarmi il mezzo
d’introdurmi in casa di prete Pittui per ucciderlo. Costoro
appartenevano ad una combricola di ladruncoli, i quali si vantavano
possessori di grimaldelli, che aprivano qualunque porta. Li ringraziai,
ma non volli accettare la loro offerta, perchè diffidavo di essi:
temevo qualche perfidia da parte del sacerdote, capace di ogni
tranello, pur di avermi nelle mani.
Delle congiure che si facevano in casa del prete — come dissi altra
volta — io veniva informato da persona intima della famiglia; e posso
aggiungere (non lo rivelai finora a nessuno!) che la stessa serva del
prete, la zia di mia moglie, mi aveva più volte fatto avvertire, che
mi guardassi dai Rassu, dai Dore, e da altri. Non seppi mai spiegarmi
tanta tenerezza da sua parte. Temeva forse per suo marito? aveva paura
della disperazione di un bandito? sentiva forse rimorso e compassione
per la disgrazia toccatami? od era forse qualche recente rancore col
suo padrone che la spingeva a sventargli le trame? Non son riuscito a
spiegarmelo. Certo è, che dovetti alle sue avvertenze l’essere scampato
a molti agguati; e potei, mercè sua, conoscere la perfidia di certi
parenti ed amici, che mi tradivano in segreto. Non bisogna negare che
la paura di un bandito desta in tutti una viva apprensione, e tutti
fanno a gara per offrirgli protezione ed aiuto, per riceverne in cambio
aiuto e misericordia — salvo più tardi a tradirlo quando capita il
destro.
Una sera stavo seduto a ridosso d’un’alta roccia, a poca distanza dal
paese. Vidi ad un tratto sullo stradone due preti che venivano verso
Florinas dalla parte di Sassari. Mi parve di riconoscere in uno di
essi Giovanni Masala Pittui, e decisi di farla finita con una buona
fucilata.
Montai il grilletto, spianai l’arma, e aspettai che i due transitanti
mi venissero a tiro.
Come si avvicinarono, mi avvidi di aver preso abbaglio. Erano due preti
che venivano da Sassari con la solita provvista dell’olio santo per la
parrocchia di Florinas.
Rimisi il fucile in spalla, e mi allontanai dal paese, sperando
di essere più fortunato un’altra volta. L’assassino della mia pace
domestica, il perfido istigatore di mia moglie, non doveva morire che
per le mie mani. Lo avevo giurato!
*
* *
E Maria Francesca?
Posciachè erano riuscite vane le trattative di pace per mezzo dei
missionari, venuti nel settembre a Florinas, e più ancora dopo il
mio attentato, vi furono malumori e dissidi fra mia moglie e i suoi
genitori. Mio suocero aveva più volte cacciato da casa la figliuola,
ritenendo che il vivere insieme dopo la mia latitanza non era cosa
prudente, nè per l’una nè per gli altri. Si temevano gli eccessi di un
genero e di un marito datosi alla macchia.
Era stata da tutti respinta, la disgraziata; e il prete stesso, che tre
mesi prima l’aveva persino costretta a recarsi ai balli pubblici per
farmi dispetto, ora non la guardava in faccia. Anche nel cuore di quel
cane parlava forse la paura!
Si era giunti intanto ai primi di marzo, mese in cui si aspettava il
parto di Maria Francesca. I suoi parenti, con soddisfazione pietosa e
maligna, dicevano:
— Se Giovanni Tolu non potrà venire per assistere al battesimo della
sua creatura, poco male: — non mancherà gente in paese per accompagnare
il neonato, o la neonata in chiesa!
Ciò riferitomi da alcuni miei fidi, mandai un’ambasciata ai parenti
di mia moglie, assicurando loro che nessuno si sarebbe permesso di
accompagnare la mia creatura al fonte battesimale.
— Se a quel tempo sarò vivo — aggiunsi — nessuno potrà vantarsi di
questo accompagnamento, che costerebbe troppo caro. Il frutto di mia
moglie non sarà portato in chiesa che dalla sola levatrice... come si
pratica per i nati illegittimi!
Il minaccioso mio avvertimento sortì il suo effetto.
Il giorno 5 di marzo (1851) Maria Francesca partorì una bambina; e si
avverò in seguito il mio pronostico. Fu portata al fonte battesimale
senza che nessuno l’accompagnasse. I parenti di mia moglie, a cui
avevo dato qualche lezione, si erano ben guardati di contrariare il mio
desiderio. Sapevano che non scherzavo, e che avrei potuto mantenere la
parola.
La scelta del nome di battesimo, da imporsi alla neonata, creò impicci
ai parenti e provocò lunghe discussioni. Fu deciso infine, con molto
senno, che la piccina fosse chiamata _Maria Antonia_, in ricordo delle
due nonne: — della mia, Maria Antonia Scanu, e di quella di mia moglie.
Maria Gàmbula.
Avvenuto il parto, i genitori di Maria Francesca si mostrarono più
risoluti che mai a non volere in casa la figliuola, temendo fastidi
da parte mia. Ond’è, che la disgraziata, per maggior sua punizione,
fu costretta a rintanarsi in una catapecchia isolata, nel centro del
villaggio, dove campava stentatamente, facendo il mestiere di cucitrice
d’abiti da uomo e da donna. Da nessuno ebbe un soccorso, e cominciò a
risentire gli effetti della sua caparbietà e della sua disubbidienza.
Mi era stata comunicata la nascita della figliuola con tutte le
formalità più scrupolose. Poche settimane dopo, Maria Francesca mi
mandò un’ambasciata per mezzo di un fido amico:
— Tua moglie — ei mi disse — è richiesta come balia a Sassari, presso
una famiglia di signori ricchi ed influenti, i quali potrebbero
impegnarsi per la tua liberazione.
Io gli risposi:
— Dirai a Maria Francesca, che io non voglio accettare la libertà da
colei che mi ha reso schiavo. Dio le ha imposto la missione di allevare
la sua creatura: — faccia dunque il suo dovere!
Trascorsi alcuni giorni Maria Francesca tornò ad inviarmi lo stesso
ambasciatore, prevenendomi, che aveva deciso (col mio consenso, o
senza) di recarsi a Sassari come balia, affidando la propria bambina
alle cure d’altra balia, in Florinas.
Risposi minaccioso:
— Dirai a mia moglie, che si guardi bene dal mettere in azione il suo
proposito. Il giorno in cui ella andrà a Sassari per far la balia,
io le ucciderò il padre e la madre, perchè rei di non aver saputo
correggerla. In seguito penserò anche a lei!
Dietro questa minaccia, Maria Francesca desistette dal suo proposito, e
rimase a Florinas per allevare la sua creatura. Ella continuò a vivere
miseramente nel suo tugurio, lontana dai genitori, che la trascurarono.
*
* *
Mio suocero, come ho detto, era sempre malaticcio e non usciva di casa.
Dopo la morte di Pietro Rassu e del carabiniere Maronero egli temeva
la mia vendetta — poichè si era venuto a sapere, che l’agguato era
stato ordito dietro il suo falso rapporto a mio riguardo. Egli sperava
sempre che il prete e i suoi sicari fossero riusciti ad uccidermi, o a
mandarmi alla forca.
Prete Pittui, completamente ristabilito, continuava a stancare la
pazienza di tutti colle sue prepotenze, i suoi ricorsi, e i malumori
che suscitava dovunque. Il suo contegno bestiale, indegno di un
ministro del Signore, aveva chiamato l’attenzione dell’alto clero, nè
si tardò ad inoltrare reclami contro la sua condotta scandalosa.
A Cargeghe io aveva un cugino — certo Paolo Tolu — molto amico di
monsignor Varesini, allora arcivescovo di Sassari. Questo Tolu era
ammogliato con la nipote del canonico Scarpa rettore di Cargeghe, e più
tardi canonico turritano.
Quando nel maggio monsignor Varesini, nel suo giro per la Cresima,
si fermò a Cargeghe, il rettore Scarpa si affrettò ad informarlo di
quanto era avvenuto fra me e il prete Pittui. Mio cugino Tolu, per
le confidenze fattegli dall’amico rettore, fu in grado di fornirmi i
seguenti ragguagli:
Recatosi Monsignore da Cargeghe a Florinas, volle interessarsi della
mia causa. Anzitutto rampognò il prete Pittui di aver trasgredito
gli ordini suoi; poichè, interdetto a dir messa per il sangue versato
dietro le mie percosse, esso aveva continuato a consacrare. In seguito
chiese schiarimenti ai tre preti di Florinas sulla condotta del loro
compagno; ma le informazioni date non furono troppo lusinghiere.
Allora l’Arcivescovo mandò a lui il sagrestano maggiore per invitarlo a
venire in chiesa: ma n’ebbe in risposta, che non poteva muoversi perchè
ammalato.
Costretto finalmente a presentarsi dinanzi a Varesini, questi lo esortò
severamente a smettere la superbia e la prepotenza, e a dare il buon
esempio della mansuetudine cristiana, col non intromettersi nei fatti
altrui.
Prima di lasciar Florinas, monsignor Varesini impose a prete Pittui di
presentarsi entro la settimana alla Curia di Sassari, avendo urgente
bisogno di conferire con lui.
Il Pittui — colla solita scorta di carabinieri — venne a Sassari dopo
gli otto giorni. Presentatosi verso le nove all’Episcopio, monsignor
Varesini gli fece dire dal suo segretario che lo avrebbe ricevuto
alle dieci. Ritornato all’ora indicata, lo si pregò che tornasse alle
undici. E così di seguito, tre volte alla mattina e tre volte alla
sera, fu per otto giorni rimandato il ricevimento, costringendo il
povero prete a tante passeggiate inutili ed umilianti. Era questa una
delle punizioni ecclesiastiche, che s’infliggevano dall’Arcivescovo ai
sacerdoti colpevoli[27].
Trascorsi gli otto giorni, il prete Pittui si era dato a letto,
dicendosi ammalato. Egli aveva preso alloggio nella casa di una mia zia
— certa Catterina Angela Cugurra, moglie ad Antonio Alivesi — abitante
dietro la _Munizione vecchia_. La famiglia Alivesi era molto amica
del prete; il quale, durante la malattia, ebbe da essa cure assidue ed
affettuose.
La malattia fu piuttosto lunga. Per una diecina di giorni il prete fu
assalito da febbri violenti, e nel delirio non faceva che contorcersi
fra le coltri, gridando ogni tanto, rivolto a mia zia:
— Eccolo... È là!.... egli viene!... Giovanni Tolu mi uccide!
E col mio nome sulle labbra, in preda a fissazioni di percosse e di
ferimenti, egli morì a Sassari, nella casa in cui di consueto veniva
ospitato[28].
Ebbi ragguagli della sua fine dalla stessa mia zia Catterina.
Il prete Giovanni Masala Pittui scese nel sepolcro sette mesi dopo le
percosse da me ricevute — nè furono esse la causa della sua morte, come
alcuni osarono asserire. Forse fu Monsignore che l’uccise!
La sua scomparsa dal mondo mi allegerì di un gran peso. Avevo la
convinzione che le mie _legature_ fossero finalmente sciolte, e che
non tarderei a riacquistare l’intiera mia forza — quella forza, che il
rettore di Dualchi diceva in me diminuita!