CAPITOLO V.

Chi nasce, e chi muore.

Alzatosi da letto, guarito dalle contusioni, il prete Pittui si mostrò

più feroce che mai contro di me. Da lungo tempo la sua casa era stata

il convegno de’ più tristi del paese. Fu là che i fratelli Rassu, i

fratelli Dore, il _commissario_ Serra, Giovanni Maria Piana avevano

congiurato la mia cattura. Ma non erano ancora riusciti nell’intento,

e parecchi di essi erano stati puniti per mano mia, o per mano del

destino.

Il sacrilegio da me commesso mi aveva attirato addosso le ire di molti

compaesani; il cui scopo, d’altra parte, non era stato che quello

d’ingraziarsi l’influente prete, intimo amico dei principali giudici ed

avvocati di Sassari

Si conoscevano da lungo tempo, in paese, le tresche, i raggiri, le

prepotenze, e sovratutto i _ricorsi_ che il buon ministro di Dio soleva

mandare alle autorità di Sassari, contro gli sconsigliati che cadevano

in sua disgrazia.

Dopo essere stato un mesetto in casa, il prete tornò a dir messa

all’Oratorio di Santa Croce; nè aveva voluto rinunziare alle sue gite

a Sassari, dove si recava ogni tanto, sempre scortato da tre o quattro

carabinieri, che richiedeva alle autorità per la propria sicurezza.

Trascorso qualche mese, e sbollite le ire, non mancarono in paese le

persone che deploravano la non riuscita del mio attentato; perocchè

il prete continuava ad inasprire gli animi colle prepotenze, creando i

malcontenti.

Certo Pietro Sanna, bosano, e certo Antonio Maria Deiana, vennero

un giorno da me, in campagna, offrendosi a facilitarmi il mezzo

d’introdurmi in casa di prete Pittui per ucciderlo. Costoro

appartenevano ad una combricola di ladruncoli, i quali si vantavano

possessori di grimaldelli, che aprivano qualunque porta. Li ringraziai,

ma non volli accettare la loro offerta, perchè diffidavo di essi:

temevo qualche perfidia da parte del sacerdote, capace di ogni

tranello, pur di avermi nelle mani.

Delle congiure che si facevano in casa del prete — come dissi altra

volta — io veniva informato da persona intima della famiglia; e posso

aggiungere (non lo rivelai finora a nessuno!) che la stessa serva del

prete, la zia di mia moglie, mi aveva più volte fatto avvertire, che

mi guardassi dai Rassu, dai Dore, e da altri. Non seppi mai spiegarmi

tanta tenerezza da sua parte. Temeva forse per suo marito? aveva paura

della disperazione di un bandito? sentiva forse rimorso e compassione

per la disgrazia toccatami? od era forse qualche recente rancore col

suo padrone che la spingeva a sventargli le trame? Non son riuscito a

spiegarmelo. Certo è, che dovetti alle sue avvertenze l’essere scampato

a molti agguati; e potei, mercè sua, conoscere la perfidia di certi

parenti ed amici, che mi tradivano in segreto. Non bisogna negare che

la paura di un bandito desta in tutti una viva apprensione, e tutti

fanno a gara per offrirgli protezione ed aiuto, per riceverne in cambio

aiuto e misericordia — salvo più tardi a tradirlo quando capita il

destro.

Una sera stavo seduto a ridosso d’un’alta roccia, a poca distanza dal

paese. Vidi ad un tratto sullo stradone due preti che venivano verso

Florinas dalla parte di Sassari. Mi parve di riconoscere in uno di

essi Giovanni Masala Pittui, e decisi di farla finita con una buona

fucilata.

Montai il grilletto, spianai l’arma, e aspettai che i due transitanti

mi venissero a tiro.

Come si avvicinarono, mi avvidi di aver preso abbaglio. Erano due preti

che venivano da Sassari con la solita provvista dell’olio santo per la

parrocchia di Florinas.

Rimisi il fucile in spalla, e mi allontanai dal paese, sperando

di essere più fortunato un’altra volta. L’assassino della mia pace

domestica, il perfido istigatore di mia moglie, non doveva morire che

per le mie mani. Lo avevo giurato!

*

* *

E Maria Francesca?

Posciachè erano riuscite vane le trattative di pace per mezzo dei

missionari, venuti nel settembre a Florinas, e più ancora dopo il

mio attentato, vi furono malumori e dissidi fra mia moglie e i suoi

genitori. Mio suocero aveva più volte cacciato da casa la figliuola,

ritenendo che il vivere insieme dopo la mia latitanza non era cosa

prudente, nè per l’una nè per gli altri. Si temevano gli eccessi di un

genero e di un marito datosi alla macchia.

Era stata da tutti respinta, la disgraziata; e il prete stesso, che tre

mesi prima l’aveva persino costretta a recarsi ai balli pubblici per

farmi dispetto, ora non la guardava in faccia. Anche nel cuore di quel

cane parlava forse la paura!

Si era giunti intanto ai primi di marzo, mese in cui si aspettava il

parto di Maria Francesca. I suoi parenti, con soddisfazione pietosa e

maligna, dicevano:

— Se Giovanni Tolu non potrà venire per assistere al battesimo della

sua creatura, poco male: — non mancherà gente in paese per accompagnare

il neonato, o la neonata in chiesa!

Ciò riferitomi da alcuni miei fidi, mandai un’ambasciata ai parenti

di mia moglie, assicurando loro che nessuno si sarebbe permesso di

accompagnare la mia creatura al fonte battesimale.

— Se a quel tempo sarò vivo — aggiunsi — nessuno potrà vantarsi di

questo accompagnamento, che costerebbe troppo caro. Il frutto di mia

moglie non sarà portato in chiesa che dalla sola levatrice... come si

pratica per i nati illegittimi!

Il minaccioso mio avvertimento sortì il suo effetto.

Il giorno 5 di marzo (1851) Maria Francesca partorì una bambina; e si

avverò in seguito il mio pronostico. Fu portata al fonte battesimale

senza che nessuno l’accompagnasse. I parenti di mia moglie, a cui

avevo dato qualche lezione, si erano ben guardati di contrariare il mio

desiderio. Sapevano che non scherzavo, e che avrei potuto mantenere la

parola.

La scelta del nome di battesimo, da imporsi alla neonata, creò impicci

ai parenti e provocò lunghe discussioni. Fu deciso infine, con molto

senno, che la piccina fosse chiamata _Maria Antonia_, in ricordo delle

due nonne: — della mia, Maria Antonia Scanu, e di quella di mia moglie.

Maria Gàmbula.

Avvenuto il parto, i genitori di Maria Francesca si mostrarono più

risoluti che mai a non volere in casa la figliuola, temendo fastidi

da parte mia. Ond’è, che la disgraziata, per maggior sua punizione,

fu costretta a rintanarsi in una catapecchia isolata, nel centro del

villaggio, dove campava stentatamente, facendo il mestiere di cucitrice

d’abiti da uomo e da donna. Da nessuno ebbe un soccorso, e cominciò a

risentire gli effetti della sua caparbietà e della sua disubbidienza.

Mi era stata comunicata la nascita della figliuola con tutte le

formalità più scrupolose. Poche settimane dopo, Maria Francesca mi

mandò un’ambasciata per mezzo di un fido amico:

— Tua moglie — ei mi disse — è richiesta come balia a Sassari, presso

una famiglia di signori ricchi ed influenti, i quali potrebbero

impegnarsi per la tua liberazione.

Io gli risposi:

— Dirai a Maria Francesca, che io non voglio accettare la libertà da

colei che mi ha reso schiavo. Dio le ha imposto la missione di allevare

la sua creatura: — faccia dunque il suo dovere!

Trascorsi alcuni giorni Maria Francesca tornò ad inviarmi lo stesso

ambasciatore, prevenendomi, che aveva deciso (col mio consenso, o

senza) di recarsi a Sassari come balia, affidando la propria bambina

alle cure d’altra balia, in Florinas.

Risposi minaccioso:

— Dirai a mia moglie, che si guardi bene dal mettere in azione il suo

proposito. Il giorno in cui ella andrà a Sassari per far la balia,

io le ucciderò il padre e la madre, perchè rei di non aver saputo

correggerla. In seguito penserò anche a lei!

Dietro questa minaccia, Maria Francesca desistette dal suo proposito, e

rimase a Florinas per allevare la sua creatura. Ella continuò a vivere

miseramente nel suo tugurio, lontana dai genitori, che la trascurarono.

*

* *

Mio suocero, come ho detto, era sempre malaticcio e non usciva di casa.

Dopo la morte di Pietro Rassu e del carabiniere Maronero egli temeva

la mia vendetta — poichè si era venuto a sapere, che l’agguato era

stato ordito dietro il suo falso rapporto a mio riguardo. Egli sperava

sempre che il prete e i suoi sicari fossero riusciti ad uccidermi, o a

mandarmi alla forca.

Prete Pittui, completamente ristabilito, continuava a stancare la

pazienza di tutti colle sue prepotenze, i suoi ricorsi, e i malumori

che suscitava dovunque. Il suo contegno bestiale, indegno di un

ministro del Signore, aveva chiamato l’attenzione dell’alto clero, nè

si tardò ad inoltrare reclami contro la sua condotta scandalosa.

A Cargeghe io aveva un cugino — certo Paolo Tolu — molto amico di

monsignor Varesini, allora arcivescovo di Sassari. Questo Tolu era

ammogliato con la nipote del canonico Scarpa rettore di Cargeghe, e più

tardi canonico turritano.

Quando nel maggio monsignor Varesini, nel suo giro per la Cresima,

si fermò a Cargeghe, il rettore Scarpa si affrettò ad informarlo di

quanto era avvenuto fra me e il prete Pittui. Mio cugino Tolu, per

le confidenze fattegli dall’amico rettore, fu in grado di fornirmi i

seguenti ragguagli:

Recatosi Monsignore da Cargeghe a Florinas, volle interessarsi della

mia causa. Anzitutto rampognò il prete Pittui di aver trasgredito

gli ordini suoi; poichè, interdetto a dir messa per il sangue versato

dietro le mie percosse, esso aveva continuato a consacrare. In seguito

chiese schiarimenti ai tre preti di Florinas sulla condotta del loro

compagno; ma le informazioni date non furono troppo lusinghiere.

Allora l’Arcivescovo mandò a lui il sagrestano maggiore per invitarlo a

venire in chiesa: ma n’ebbe in risposta, che non poteva muoversi perchè

ammalato.

Costretto finalmente a presentarsi dinanzi a Varesini, questi lo esortò

severamente a smettere la superbia e la prepotenza, e a dare il buon

esempio della mansuetudine cristiana, col non intromettersi nei fatti

altrui.

Prima di lasciar Florinas, monsignor Varesini impose a prete Pittui di

presentarsi entro la settimana alla Curia di Sassari, avendo urgente

bisogno di conferire con lui.

Il Pittui — colla solita scorta di carabinieri — venne a Sassari dopo

gli otto giorni. Presentatosi verso le nove all’Episcopio, monsignor

Varesini gli fece dire dal suo segretario che lo avrebbe ricevuto

alle dieci. Ritornato all’ora indicata, lo si pregò che tornasse alle

undici. E così di seguito, tre volte alla mattina e tre volte alla

sera, fu per otto giorni rimandato il ricevimento, costringendo il

povero prete a tante passeggiate inutili ed umilianti. Era questa una

delle punizioni ecclesiastiche, che s’infliggevano dall’Arcivescovo ai

sacerdoti colpevoli[27].

Trascorsi gli otto giorni, il prete Pittui si era dato a letto,

dicendosi ammalato. Egli aveva preso alloggio nella casa di una mia zia

— certa Catterina Angela Cugurra, moglie ad Antonio Alivesi — abitante

dietro la _Munizione vecchia_. La famiglia Alivesi era molto amica

del prete; il quale, durante la malattia, ebbe da essa cure assidue ed

affettuose.

La malattia fu piuttosto lunga. Per una diecina di giorni il prete fu

assalito da febbri violenti, e nel delirio non faceva che contorcersi

fra le coltri, gridando ogni tanto, rivolto a mia zia:

— Eccolo... È là!.... egli viene!... Giovanni Tolu mi uccide!

E col mio nome sulle labbra, in preda a fissazioni di percosse e di

ferimenti, egli morì a Sassari, nella casa in cui di consueto veniva

ospitato[28].

Ebbi ragguagli della sua fine dalla stessa mia zia Catterina.

Il prete Giovanni Masala Pittui scese nel sepolcro sette mesi dopo le

percosse da me ricevute — nè furono esse la causa della sua morte, come

alcuni osarono asserire. Forse fu Monsignore che l’uccise!

La sua scomparsa dal mondo mi allegerì di un gran peso. Avevo la

convinzione che le mie _legature_ fossero finalmente sciolte, e che

non tarderei a riacquistare l’intiera mia forza — quella forza, che il

rettore di Dualchi diceva in me diminuita!

Giovanni Tolu, vol. 1/2 · 第 33 / 60 题