CAPITOLO IV.

Si apre la campagna.

Ero finalmente guarito dalle _legature_ di prete Pittui.

Cominciai dunque il mio pellegrinaggio per monti e per pianure, per

boschi e per valli, recandomi da un ovile all’altro, sempre sospettoso,

coll’occhio aperto, l’orecchio teso, la mano al fucile od al pugnale.

Il primo mese di banditismo mi riuscì penoso, insopportabile. Abituato

com’ero ad una vita attiva, all’assiduo lavoro, quell’errare incerto

da un punto all’altro, ignaro del dove avrei passato la notte, colla

mente sempre intenta a sfuggire un pericolo, coll’animo deliberato a

lottare disperatamente contro i nemici della mia libertà, mi rendeva

irrequieto, irascibile, di cattivo umore. Le giornate mi parevano

eterne, le notti interminabili.

Scorrendo le campagne da mattina a sera, io vedeva dovunque donne

e uomini intenti ad arare, a seminare, a raccogliere le olive;

m’imbattevo assai spesso in frotte allegre che andavano o tornavano dal

lavoro chiacchierando e cantando; ed io continuava il mio eterno giro

per i campi aperti e per le terre altrui: io, il grande ozioso in mezzo

a tanti lavoratori!

La mamma, la mia povera mamma, a quando a quando, dietro l’ambasciata

ch’io le mandava per mezzo di qualche fido parente, veniva a recarmi

un po’ di provvista nei punti da me indicati; e faceva persino due ore

di strada, a piedi, per portarmi un pane fresco, o la biancheria da

cambiarmi. Le lagrime di quella buona vecchia, che pregava la Vergine

e i Santi per la mia conservazione, erano per me stille di piombo che

alimentavano l’odio verso i miei nemici.

Mi ero spinto più volte fino alle lontane terre della Nurra ed alle

campagne d’Osilo, di Sorso e di Alghero; ma finivo sempre per tornare

ai dintorni di Florinas, dove avevo parenti da consultare, vendette da

compiere.

Per rendere meno penoso il mio ozio involontario mi procurai un

sillabario. Colla paziente perseveranza del bandito, passavo due o

tre ore al giorno a compitare stentatamente le sillabe, senza aiuto

di alcun maestro. Rammentavo qualche lezione appresa alla scuola del

villaggio, e leggevo a voce alta, con meraviglia del mio cane, che

mi guardava con tanto d’occhi. Il messale della parrocchia, che avevo

maneggiato per tre anni, lungo la mia carriera di sagrestano, mi era

servito per apprendere le lettere maiuscole; ma le benedette minuscole

mi riuscivano di difficile lettura, e mi facevano sudar freddo. Avevo

pazienza. Non erano i lavori di campagna che mi toglievano il tempo!

Poco per volta, dopo il primo mese, mi ero abituato alla vita errante:

l’ozio non mi tormentava più. Io pensava a’ miei nemici, al modo di

assalirli, o di difendermi da essi — ed anche questa è un’occupazione

come un’altra. Lavoravo colla mente, invece di lavorare col braccio —

ecco tutto!

Per più di un anno non ebbi per compagno che un cane terribile, cui

posi nome _Pensa pro te_! Aveva l’intelligenza di un _cristiano_.

Bastava ch’io gli dicessi: — Togli il berretto a quell’uomo! —

Avventati! — Sta fermo! — Oppure: Va con quell’amico e non fargli male!

— perchè esso mi capisse. In sua compagnia io poteva affrontare quattro

nemici; ed era capace ad un mio cenno di sbranarli tutti. Appena

mi vedeva addormentato, esso si coricava vicino a me e mi poneva il

muso sulla coscia. Se udiva il minimo rumore, mi svegliava con lunghi

gemiti, ma senza abbaiare per non compromettermi.

Quantunque vivente nell’isolamento, ero minutamente informato delle

mosse de’ miei nemici: nemici di due specie — i palesi, da cui sapevo

guardarmi: e quelli che congiuravano nell’ombra, fingendo proteggermi

di pieno giorno.

La mia carriera di bandito era aperta. L’uomo che si dà alla macchia

non ha che tre sole preoccupazioni: vendicarsi anzitutto dei nemici a

cui deve la propria disgrazia; sfuggire alle insidie della giustizia

che gli manda dietro i carabinieri; e punire severamente le spie,

che per danaro od altra ragione, tramano la morte o la cattura dei

latitanti.

Quasi ogni giorno mi si comunicava qualche notizia, attinta ai

convegni segreti di casa Pittui. Era dunque cominciata la caccia

feroce al sacrilego schiaffeggiatore di un prete! Le poste erano state

assegnate dal capo cacciatore, e i cani venivano sguinzagliati contro

il cinghiale della foresta. Ma io stava all’erta; ero tutt’occhi,

tutt’orecchi, perchè disposto a vender cara la mia pelle.

I fratelli Dore avevano già ricevuto un acconto sul prezzo del

tradimento a mio danno, nè più si recavano a visitare la casa del prete

infermo[23].

Pochi giorni dopo l’uccisione di Pietro Rassu e del brigadiere

Maronero, venni avvertito, che la notte di San Sebastiano (in gennaio)

il _commissario_ Francesco Serra, in compagnia di Francesco Rassu,

avevano fatto una visita a tutti gli ovili ed ai molini di Florinas

e d’Ossi, con lo scopo di darmi la caccia, o di attingere indizî sui

luoghi del mio rifugio. Essi operavano sotto la direzione e dietro i

suggerimenti di prete Pittui, il cui odio contro di me, come il mio

verso di lui, dovevano spegnersi colla morte di entrambi.

Mi trovavo un giorno insieme al bandito Antonio Rassu d’Ittiri (lontano

parente dei famosi sicari). I compagni dei banditi non possono essere

fior di galantuomini, ed il mio era già stato sette anni in galera, per

aver ucciso un giovane a pugnalate.

Ci recammo insieme all’ovile di Antonio Luigi Carboni (in _sas coas

de medallu_) dove sapevo di trovare l’osilese Giuseppe Dore, uno dei

famosi sicari incaricato di uccidermi, ed a cui il prete aveva già

sborsato un acconto di ottanta scudi.

Come la sera c’imbattemmo nel Dore, questi esclamò vivamente, rivolto

al mio compagno:

— Se tu non fossi stato in compagnia di Giovanni Tolu, ti avrei ucciso!

Gli dissi pacatamente:

— E avresti fatto male.

— Avrei fatto bene, poichè costui è un mio nemico!

— Non ti è nemico — soggiunsi con sussiego — Quando fosti aggredito

dentro casa a Florinas, Antonio non faceva parte della combricola degli

assalitori. Ci saranno stati i Rassu, suoi parenti, ma non lui. Tu ben

lo sai quali siano i tuoi veri nemici!

Le gesta di Dore mi erano tutte note. Due giorni addietro, in compagnia

d’altri, aveva dato l’assalto ad un ovile d’Ossi, maltrattando un

povero servo, a cui rubò quattro pecore.

Scambiate con lui poche altre parole, salutai Dore dicendogli,

ch’eravamo diretti ad Ittiri.

— Non vi lascio andar via! — esclamò Dore con affettuosa premura —

Stanotte mangieremo un boccone insieme. Ci ho carne grassa da far

cuocere!

Era quella delle pecore rubate.

Venne messa intanto la carne al fuoco, ed entrammo nell’ovile. Ero in

casa del sicario del prete, e dovevo stare ad occhi aperti.

Avevo meco _Pensa pro te_, il fido cane, che conducevo a mano con una

catena. Anche Dore era seguito da una buona cagna, che mi sbirciava

cogli occhi iniettati di sangue.

Si era nel mese di maggio, e verso le nove sedemmo a tavola per

mangiare — coi fucili fra le ginocchia, s’intende!

Non avevamo ancora terminato il pasto, quando udimmo i cani abbaiare.

Balzammo in piedi di scatto, e uscimmo tutti e quattro all’aria

aperta: io, Rassu, un giovane pastore e Giuseppe Dore. Quest’ultimo

si era armato in un attimo di fucile, di pistola e di daga, poichè si

considerava come un mezzo bandito.

— Se sono carabinieri — esclamò con spavalderia — li farò saltare in

aria!

Io sorrisi. Coll’occhio intento ad ogni sua mossa, gli stavo alle

costole, temendo qualche brutto tiro.

Uscimmo fuori per esplorare i dintorni.

La notte era chiara, serena. Non spirava un filo d’aria.

L’uno dietro l’altro c’inoltrammo per un tratto di terreno, tutto

coperto di cardi selvatici.

Io osservai:

— Parmi non sia prudenza andare così uniti. Sarà meglio sbandarci

alquanto, per metterci al sicuro da qualche agguato.

Rompemmo infatti l’allineamento, e prendemmo diverse direzioni, l’uno

discosto dall’altro.

Siccome non perdevo d’occhio Giuseppe, mi avvidi che due volte mi aveva

sbirciato. Egli pensava, forse, di saldare il suo debito col prete!

A un tratto il giovane pastore si fermò; e voltandosi, ci avvertì con

voce sommessa di aver veduto qualche cosa muoversi lungo la costiera.

Aggiunse che temeva si trattasse di gente appiattata.

Si continuò la strada guardinghi. Tanto il giovane, quanto Dore, fecero

diversi spari in direzione della costiera. Io mi guardai dal far fuoco,

poichè il bandito col fucile scarico è un uomo morto. I colpi non

devono andar perduti!

Ci eravamo così sbandati; ma dopo una mezz’ora, per diverse parti,

rientrammo nell’ovile.

Uno solo mancava di noi quattro: Giuseppe Dore; e invano lo

aspettammo...

L’indomani all’alba fu rinvenuto sdraiato bocconi, sull’erba. Lo si

credeva addormentato, ma invece era morto da una fucilata.

— Chi l’avrà ucciso?! — esclamò con terrore il giovane pastore.

— Lo saprà Iddio! — risposi facendomi il segno della croce. E a fior di

labbro mormorai:

— Decisamente i sicari dei preti non hanno fortuna![24]

Un Dore era sparito, ma restava l’altro.

*

* *

Qualche tempo dopo la morte di Giuseppe, un certo Sanna (un amico che

aveva conti da aggiustare con l’altro fratello Giomaria) m’invitò

a tenergli compagnia per togliere di mezzo quel cattivo soggetto.

Trattandosi di un nemico che odiavo mortalmente, accettai volentieri.

Dovevamo incamminarci verso Sorso, dove allora Giomaria si trovava.

A metà strada c’imbattemmo per caso nei tre banditi Pietro Cambilargiu,

Antonio Spano e Salvatore Fresi; i quali ci confidarono essere diretti

a Sorso, incaricati dell’uccisione di Giomaria Dore. Ci unimmo a loro,

tacendo che lo scopo della nostra gita era il medesimo.

Movemmo tutti e cinque insieme, guidati da una spia, che doveva

indicare la vittima, sconosciuta ai tre sicari.

Arrivati alla punta di un ciglione, la spia si fermò; e dopo averci

indicato un individuo lontano, che stava in mezzo ad un campo, proseguì

tutto solo per la strada di Sorso.

Come ci appressammo all’uomo designato, io e Sanna (che conoscevamo di

persona Dore) avvertimmo i compagni che non facessero fuoco, perchè non

era lui.

Intanto la spia, arrivata a Sorso, si era data premura di annunziare

che i cinque banditi (me compreso) avevano ucciso Giomaria Dore.

La notizia era falsa, perchè quel giorno ci fu impossibile trovare

Dore. Ad altro era riserbata tanta fortuna. Giomaria fu mortalmente

ferito una settimana dopo. Ebbe tre palle nella schiena e sopravvisse

sette giorni.

La morte dei fratelli Dore fu accolta con viva gioia dagli abitanti di

Sorso, di Florinas, d’Ossi, e d’altri villaggi circonvicini. Nessuno

pianse la scomparsa dal mondo dei due ladri e sicari. E questa pubblica

dimostrazione di contento valse pure a tranquillare la coscienza degli

uccisori, che avevano reso un buon servizio al paese.

*

* *

Avevo veduto tante volte i miei nemici in sogno — e ai sogni io credeva.

Un giorno sognai di camminare in una viottola stretta, accompagnato

da _Pensa pro te_. Ad un tratto vidi venirmi incontro i due fratelli

Dore e Peppe il _Sorsinco_. Spianai il fucile contro di essi, ma mi si

ruppe il calcio. Diedi allora di piglio alla daga, e ne pugnalai uno.

Gli altri due scomparvero nella nebbia. Ma perchè nel sogno non avevo

pensato ad aizzare il mio cane contro di essi?

Mi svegliai colla fronte madida di sudore. Pochi giorni dopo, a breve

distanza dall’ovile di _Sas coas de medallu_, venne ucciso Giuseppe.

Un’altra volta vidi in sogno due poliziotti. Ne uccisi uno, ma l’altro

scomparve, non so come. All’indomani, a caccia, mi trovai di fronte a

due grossi cinghiali: uno ne atterrai, l’altro mi sfuggì, senza che io

lo vedessi correre.

Giovanni Tolu, vol. 1/2 · 第 31 / 60 题