Si apre la campagna.
Ero finalmente guarito dalle _legature_ di prete Pittui.
Cominciai dunque il mio pellegrinaggio per monti e per pianure, per
boschi e per valli, recandomi da un ovile all’altro, sempre sospettoso,
coll’occhio aperto, l’orecchio teso, la mano al fucile od al pugnale.
Il primo mese di banditismo mi riuscì penoso, insopportabile. Abituato
com’ero ad una vita attiva, all’assiduo lavoro, quell’errare incerto
da un punto all’altro, ignaro del dove avrei passato la notte, colla
mente sempre intenta a sfuggire un pericolo, coll’animo deliberato a
lottare disperatamente contro i nemici della mia libertà, mi rendeva
irrequieto, irascibile, di cattivo umore. Le giornate mi parevano
eterne, le notti interminabili.
Scorrendo le campagne da mattina a sera, io vedeva dovunque donne
e uomini intenti ad arare, a seminare, a raccogliere le olive;
m’imbattevo assai spesso in frotte allegre che andavano o tornavano dal
lavoro chiacchierando e cantando; ed io continuava il mio eterno giro
per i campi aperti e per le terre altrui: io, il grande ozioso in mezzo
a tanti lavoratori!
La mamma, la mia povera mamma, a quando a quando, dietro l’ambasciata
ch’io le mandava per mezzo di qualche fido parente, veniva a recarmi
un po’ di provvista nei punti da me indicati; e faceva persino due ore
di strada, a piedi, per portarmi un pane fresco, o la biancheria da
cambiarmi. Le lagrime di quella buona vecchia, che pregava la Vergine
e i Santi per la mia conservazione, erano per me stille di piombo che
alimentavano l’odio verso i miei nemici.
Mi ero spinto più volte fino alle lontane terre della Nurra ed alle
campagne d’Osilo, di Sorso e di Alghero; ma finivo sempre per tornare
ai dintorni di Florinas, dove avevo parenti da consultare, vendette da
compiere.
Per rendere meno penoso il mio ozio involontario mi procurai un
sillabario. Colla paziente perseveranza del bandito, passavo due o
tre ore al giorno a compitare stentatamente le sillabe, senza aiuto
di alcun maestro. Rammentavo qualche lezione appresa alla scuola del
villaggio, e leggevo a voce alta, con meraviglia del mio cane, che
mi guardava con tanto d’occhi. Il messale della parrocchia, che avevo
maneggiato per tre anni, lungo la mia carriera di sagrestano, mi era
servito per apprendere le lettere maiuscole; ma le benedette minuscole
mi riuscivano di difficile lettura, e mi facevano sudar freddo. Avevo
pazienza. Non erano i lavori di campagna che mi toglievano il tempo!
Poco per volta, dopo il primo mese, mi ero abituato alla vita errante:
l’ozio non mi tormentava più. Io pensava a’ miei nemici, al modo di
assalirli, o di difendermi da essi — ed anche questa è un’occupazione
come un’altra. Lavoravo colla mente, invece di lavorare col braccio —
ecco tutto!
Per più di un anno non ebbi per compagno che un cane terribile, cui
posi nome _Pensa pro te_! Aveva l’intelligenza di un _cristiano_.
Bastava ch’io gli dicessi: — Togli il berretto a quell’uomo! —
Avventati! — Sta fermo! — Oppure: Va con quell’amico e non fargli male!
— perchè esso mi capisse. In sua compagnia io poteva affrontare quattro
nemici; ed era capace ad un mio cenno di sbranarli tutti. Appena
mi vedeva addormentato, esso si coricava vicino a me e mi poneva il
muso sulla coscia. Se udiva il minimo rumore, mi svegliava con lunghi
gemiti, ma senza abbaiare per non compromettermi.
Quantunque vivente nell’isolamento, ero minutamente informato delle
mosse de’ miei nemici: nemici di due specie — i palesi, da cui sapevo
guardarmi: e quelli che congiuravano nell’ombra, fingendo proteggermi
di pieno giorno.
La mia carriera di bandito era aperta. L’uomo che si dà alla macchia
non ha che tre sole preoccupazioni: vendicarsi anzitutto dei nemici a
cui deve la propria disgrazia; sfuggire alle insidie della giustizia
che gli manda dietro i carabinieri; e punire severamente le spie,
che per danaro od altra ragione, tramano la morte o la cattura dei
latitanti.
Quasi ogni giorno mi si comunicava qualche notizia, attinta ai
convegni segreti di casa Pittui. Era dunque cominciata la caccia
feroce al sacrilego schiaffeggiatore di un prete! Le poste erano state
assegnate dal capo cacciatore, e i cani venivano sguinzagliati contro
il cinghiale della foresta. Ma io stava all’erta; ero tutt’occhi,
tutt’orecchi, perchè disposto a vender cara la mia pelle.
I fratelli Dore avevano già ricevuto un acconto sul prezzo del
tradimento a mio danno, nè più si recavano a visitare la casa del prete
infermo[23].
Pochi giorni dopo l’uccisione di Pietro Rassu e del brigadiere
Maronero, venni avvertito, che la notte di San Sebastiano (in gennaio)
il _commissario_ Francesco Serra, in compagnia di Francesco Rassu,
avevano fatto una visita a tutti gli ovili ed ai molini di Florinas
e d’Ossi, con lo scopo di darmi la caccia, o di attingere indizî sui
luoghi del mio rifugio. Essi operavano sotto la direzione e dietro i
suggerimenti di prete Pittui, il cui odio contro di me, come il mio
verso di lui, dovevano spegnersi colla morte di entrambi.
Mi trovavo un giorno insieme al bandito Antonio Rassu d’Ittiri (lontano
parente dei famosi sicari). I compagni dei banditi non possono essere
fior di galantuomini, ed il mio era già stato sette anni in galera, per
aver ucciso un giovane a pugnalate.
Ci recammo insieme all’ovile di Antonio Luigi Carboni (in _sas coas
de medallu_) dove sapevo di trovare l’osilese Giuseppe Dore, uno dei
famosi sicari incaricato di uccidermi, ed a cui il prete aveva già
sborsato un acconto di ottanta scudi.
Come la sera c’imbattemmo nel Dore, questi esclamò vivamente, rivolto
al mio compagno:
— Se tu non fossi stato in compagnia di Giovanni Tolu, ti avrei ucciso!
Gli dissi pacatamente:
— E avresti fatto male.
— Avrei fatto bene, poichè costui è un mio nemico!
— Non ti è nemico — soggiunsi con sussiego — Quando fosti aggredito
dentro casa a Florinas, Antonio non faceva parte della combricola degli
assalitori. Ci saranno stati i Rassu, suoi parenti, ma non lui. Tu ben
lo sai quali siano i tuoi veri nemici!
Le gesta di Dore mi erano tutte note. Due giorni addietro, in compagnia
d’altri, aveva dato l’assalto ad un ovile d’Ossi, maltrattando un
povero servo, a cui rubò quattro pecore.
Scambiate con lui poche altre parole, salutai Dore dicendogli,
ch’eravamo diretti ad Ittiri.
— Non vi lascio andar via! — esclamò Dore con affettuosa premura —
Stanotte mangieremo un boccone insieme. Ci ho carne grassa da far
cuocere!
Era quella delle pecore rubate.
Venne messa intanto la carne al fuoco, ed entrammo nell’ovile. Ero in
casa del sicario del prete, e dovevo stare ad occhi aperti.
Avevo meco _Pensa pro te_, il fido cane, che conducevo a mano con una
catena. Anche Dore era seguito da una buona cagna, che mi sbirciava
cogli occhi iniettati di sangue.
Si era nel mese di maggio, e verso le nove sedemmo a tavola per
mangiare — coi fucili fra le ginocchia, s’intende!
Non avevamo ancora terminato il pasto, quando udimmo i cani abbaiare.
Balzammo in piedi di scatto, e uscimmo tutti e quattro all’aria
aperta: io, Rassu, un giovane pastore e Giuseppe Dore. Quest’ultimo
si era armato in un attimo di fucile, di pistola e di daga, poichè si
considerava come un mezzo bandito.
— Se sono carabinieri — esclamò con spavalderia — li farò saltare in
aria!
Io sorrisi. Coll’occhio intento ad ogni sua mossa, gli stavo alle
costole, temendo qualche brutto tiro.
Uscimmo fuori per esplorare i dintorni.
La notte era chiara, serena. Non spirava un filo d’aria.
L’uno dietro l’altro c’inoltrammo per un tratto di terreno, tutto
coperto di cardi selvatici.
Io osservai:
— Parmi non sia prudenza andare così uniti. Sarà meglio sbandarci
alquanto, per metterci al sicuro da qualche agguato.
Rompemmo infatti l’allineamento, e prendemmo diverse direzioni, l’uno
discosto dall’altro.
Siccome non perdevo d’occhio Giuseppe, mi avvidi che due volte mi aveva
sbirciato. Egli pensava, forse, di saldare il suo debito col prete!
A un tratto il giovane pastore si fermò; e voltandosi, ci avvertì con
voce sommessa di aver veduto qualche cosa muoversi lungo la costiera.
Aggiunse che temeva si trattasse di gente appiattata.
Si continuò la strada guardinghi. Tanto il giovane, quanto Dore, fecero
diversi spari in direzione della costiera. Io mi guardai dal far fuoco,
poichè il bandito col fucile scarico è un uomo morto. I colpi non
devono andar perduti!
Ci eravamo così sbandati; ma dopo una mezz’ora, per diverse parti,
rientrammo nell’ovile.
Uno solo mancava di noi quattro: Giuseppe Dore; e invano lo
aspettammo...
L’indomani all’alba fu rinvenuto sdraiato bocconi, sull’erba. Lo si
credeva addormentato, ma invece era morto da una fucilata.
— Chi l’avrà ucciso?! — esclamò con terrore il giovane pastore.
— Lo saprà Iddio! — risposi facendomi il segno della croce. E a fior di
labbro mormorai:
— Decisamente i sicari dei preti non hanno fortuna![24]
Un Dore era sparito, ma restava l’altro.
*
* *
Qualche tempo dopo la morte di Giuseppe, un certo Sanna (un amico che
aveva conti da aggiustare con l’altro fratello Giomaria) m’invitò
a tenergli compagnia per togliere di mezzo quel cattivo soggetto.
Trattandosi di un nemico che odiavo mortalmente, accettai volentieri.
Dovevamo incamminarci verso Sorso, dove allora Giomaria si trovava.
A metà strada c’imbattemmo per caso nei tre banditi Pietro Cambilargiu,
Antonio Spano e Salvatore Fresi; i quali ci confidarono essere diretti
a Sorso, incaricati dell’uccisione di Giomaria Dore. Ci unimmo a loro,
tacendo che lo scopo della nostra gita era il medesimo.
Movemmo tutti e cinque insieme, guidati da una spia, che doveva
indicare la vittima, sconosciuta ai tre sicari.
Arrivati alla punta di un ciglione, la spia si fermò; e dopo averci
indicato un individuo lontano, che stava in mezzo ad un campo, proseguì
tutto solo per la strada di Sorso.
Come ci appressammo all’uomo designato, io e Sanna (che conoscevamo di
persona Dore) avvertimmo i compagni che non facessero fuoco, perchè non
era lui.
Intanto la spia, arrivata a Sorso, si era data premura di annunziare
che i cinque banditi (me compreso) avevano ucciso Giomaria Dore.
La notizia era falsa, perchè quel giorno ci fu impossibile trovare
Dore. Ad altro era riserbata tanta fortuna. Giomaria fu mortalmente
ferito una settimana dopo. Ebbe tre palle nella schiena e sopravvisse
sette giorni.
La morte dei fratelli Dore fu accolta con viva gioia dagli abitanti di
Sorso, di Florinas, d’Ossi, e d’altri villaggi circonvicini. Nessuno
pianse la scomparsa dal mondo dei due ladri e sicari. E questa pubblica
dimostrazione di contento valse pure a tranquillare la coscienza degli
uccisori, che avevano reso un buon servizio al paese.
*
* *
Avevo veduto tante volte i miei nemici in sogno — e ai sogni io credeva.
Un giorno sognai di camminare in una viottola stretta, accompagnato
da _Pensa pro te_. Ad un tratto vidi venirmi incontro i due fratelli
Dore e Peppe il _Sorsinco_. Spianai il fucile contro di essi, ma mi si
ruppe il calcio. Diedi allora di piglio alla daga, e ne pugnalai uno.
Gli altri due scomparvero nella nebbia. Ma perchè nel sogno non avevo
pensato ad aizzare il mio cane contro di essi?
Mi svegliai colla fronte madida di sudore. Pochi giorni dopo, a breve
distanza dall’ovile di _Sas coas de medallu_, venne ucciso Giuseppe.
Un’altra volta vidi in sogno due poliziotti. Ne uccisi uno, ma l’altro
scomparve, non so come. All’indomani, a caccia, mi trovai di fronte a
due grossi cinghiali: uno ne atterrai, l’altro mi sfuggì, senza che io
lo vedessi correre.