_Ragionamento intorno ai beni temporali posseduti dalle chiese, dagli

ecclesiastici e da tutti quelli che si dicono Manimorte._ Venezia 1766.

_Rendete a Cesare ciò ch'è di Cesare._

_Sonetti contro le opinioni di Michele Bajo, di Giansenio iprense, del

Belelli, del padre Berti agostiniano, del Viatore, del Rotigni, del

Migliavacca_ (proibiti nel 1762).

_Gesù Cristo sotto l'anatema e sotto la scomunica, ovvero Riflessioni

sul mistero di Gesù Cristo rigettato, condannato e scomunicato dal gran

sacerdote e dal corpo dei pastori del popolo di Dio; per istruzione e

consolazione di quelli che, nel seno della Chiesa provano un simile

trattamento._ Pistoja 1786.

Nel 1769 viaggiò in Italia Agostino Gian Carlo Clement di Auxerre, uno

de' più ferventi missionarj delle opinioni giansenistiche, e vi incalorì

i suoi partigiani; tra i quali Foggini, Bottari, Del Mare, Palmieri,

Tamburini, Zola, Alpruni, Pujati, Nanneroni, Simioli conservaronsi seco

in carteggio, e se ne hanno lettere nei 24 volumi che ne restano.

Descrisse questo suo _Viaggio in Italia e in Ispagna_ (1802, 3 vol.) in

modo goffo e vanitoso.

Nell'archivio ricciano esiste tutto il carteggio del 1783 fra il Ricci e

il granduca.

[501] È quanto io cercava far intendere al parlamento italiano, che

allora ripudiò la proposta, mentre l'anno dopo fu attuata dal ministero,

ma denunziata oggi come colpa dai liberali, implacabili autori di

tirannie.

[502] Numero XIII del Decreto di fede. Ma nel n. X erasi scritto: «Non

può temere il fedele che la Chiesa abusi giammai di questa autorità.

L'assistenza divina, che la assicura di non errare quando esprime il suo

giudizio sulla dottrina e la morale, le assicura per la stessa ragione

il privilegio di non abusare. Se tale sicurezza mancasse, saremmo

egualmente incerti nella nostra credenza, e potrebbe sempre chiedersi se

la Chiesa avesse o no abusato della sua autorità, o si fosse dipartita

dalle vere sorgenti, che rendono infallibili le sue decisioni; sicchè le

decisioni della Chiesa resterebbero soggette ai capricci e al giudizio

d'ogni privato».

[503] Vedi _Istoria dell'assemblea degli arcivescovi e vescovi di

Toscana. — Punti ecclesiastici, compilati e trasmessi da S. A. R. a

tutti gli arcivescovi e vescovi della Toscana e loro rispettive

risposte._ Firenze 1788. Al frontispizio è una stampa con figure

simboliche, e al di sotto un genietto che tiene aperto un libro, sul

quale è il titolo, _Enciclopedie_. All'esposizione di tutte quelle

infinite ordinanze, che quasi tutte concernono materie affatto

ecclesiastiche, come messali, libri di preghiere, catechismi, massime di

teologia morale e fin dogmatica, premette: «Furono ammirati i lumi del

principe sopra l'ecclesiastica disciplina, e la di lui moderazione nel

sottoporre all'altrui giudizio quello che egli poteva liberamente

determinare come di sua piena competenza». _Proemio_, pag. 4. Fra le

carte del Ricci v'è un gazzettino dell'assemblea, manuscritto farcito di

pettegolezzi. Inoltre molti scritti di accuse e discolpe per quel che si

faceva nel sinodo. Contro del quale, fra tanti altri, scrisse Carlo

Borgo di Vicenza gesuita, autore d'un'_Arte delle fortificazioni e

difesa delle piazze_, per cui Federico II lo nominò tenente colonnello.

Premio satirico.

[504] L'osceno Casti prese in burla i Giansenisti, in una novella, non

so se edita, di cui reco qualche strofa.

Al rimbombo d'on _tamburo_

Che la terra e il cielo assorda

E il sereno aere puro

D'atre nubi infesta e lorda

Si svegliò Giansenio a sorte

Dal fatal sonno di morte.....

E spiegando il guardo fuore,

Vide un certo Tamburino

Che faceva gran rumore

Ora in tosco, ora in latino,

Ed aveva intorno a sè

Il Quesnello e il Petit-pied.

Con Arnaldo e San Cirano

E de' preti in mal arnese

Che menavano per mano

Il prelato pistojese

Eran questi i suoi cotali

Santi padri sinodali.

Il buon vescovo Giansenio

Al veder tutto quel coro

Si sentì nascer il genio

Di saper chi sien coloro

E i motivi tanto forti

D'un rumor che sveglia i morti...

Disse allor d'Ipri il pastore:

Io godea riposo e quiete,

Ma svegliommi il gran rumore

Del Tambur di questo prete.

E così successe a mè,

Disse tosto il Petit-pied.

Pure anch'io, disse Quesnello,

Me ne stava là sdrajato

Nel mio cupo e chiuso avello,

E costui m'ha qui chiamato

Col Tamburo suo sì forte,

Risvegliandomi da morte.

Ma se è ver che tanta possa

Ha un Tambur sì riverito

Di chiamar dalla lor fossa

Anche ogni uom che è già sbasito,

Deh! richiami a questo sole

Il Pascal ed il Nicole.

Tamburin senza dir altro,

Sul Tamburo onnipossente

Diè un gran colpo, e l'un e l'altro

Lì comparver prontamente,

E alternando i loro abbracci

Caricavansi di bacci.

Il prelato fiorentino

Che mirò poter sì strano

Nel suo caro Tamburino,

Gnaffe, disse in buon toscano,

Questo prete, in senso mio,

È il Tambur proprio di Dio...

Ma Giansenio in grave aspetto

A quel prete si rivolse,

E, Qual è, disse, l'oggetto

Che qui tutti ci raccolse?

Tamburino allor sputò

Quattro volte, e poi parlò:

Monsignor, se vi ho chiamati

Tutti in crocchio, o cari amici,

È che certi scapestrati

Nostri acerrimi nemici

Voglion metter a ruina

La più pura alma dottrina.

Questa gente traviata,

Questo ceto nero e tristo

Che ha del tutto travisata

La moral di Gesù Cristo,

Fur Gesuiti un dì chiamati,

Che non fur preti nè frati.

Dal momento in cui comparve

L'_Agostin_ vostro stampato,

Quest'inferne orride larve

L'hanno tosto criticato,

Che la vostra teologia

Fu spacciata un'eresia...

E spacciandovi issofatto

Di Calvino frate vero,

Tanto han detto, tanto han fatto,

Che la cattedra di Piero

Contro voi sentenza disse,

E col libro vi proscrisse...

Ma per quante proscrizioni

Abbia fatte ognor la Chiesa

Contro i nobili campioni

Che di voi preser difesa,

Sempre intrepidi fur visti

Contro il papa i Giansenisti...

Ma a dir tutto insomma in poco

Ci facciam noi giansenisti

Delle bolle e papi giuoco,

E siam molto ben previsti

Di coraggio e di difesa

Contro il capo della Chiesa.

A tai voci il buon prelato

Interruppe il Tamburino,

E con volto un po' adirato

Disse: Ah corpo d'Appollino!

Il parlar vostro è sì strano.

Che non sembra da cristiano.

Ma, di grazia, rispondete

alle mie interrogazioni.

Prima ditemi chi siete,

E quai dritti, e quai ragioni

Voi avete onde in conscienza

Fare ai papi resistenza?

— Chi son io? son dottore

Nella sacra teologia,

E son pubblico lettore

Nel liceo di Pavia.

Chi son io? cospettón,

Son bressan, taja cantón...

— Caro il mio signor dottore

Laureato in teologia,

Lei dimostra aver col core

Guasta ancor la fantasia,

E col papa un gran mal genio

Mostra aver, disse Giansenio.

Vo' saper da ussignoria

Chi di Cristo fa la Chiesa?

I dottori in teologia?

Questa cosa io non l'ho intesa,

Ma ella certo mi dirà

Che la forma l'unità.

Cioè a dire il corpo intero

De' fedeli, regolati

Dal legittimo di Piero

Successor e da prelati

A cui diede Iddio signore

Della fe l'almo splendore...

Perchè mai disse Gesù

Prima a Pier quelle parole

Tu le chiavi avrai, sì, tu

Del mio ciel ch'è sopra il sole,

Cioè il poter che in tutti è uguale

Lo dà a Pietro universale...

Or perchè, dite o mio prete,

Ve la date tanto calda

Contro i papi, e ognor tenete

Contro lor l'alma sì balda

Di difender come fate

Mie dottrine condannate?

Io ho errato in buona fede

Che credea di dir il vero;

Ma dacchè la santa sede

Fulminò il mio libro intero,

Voi col farven difensore

Vi addossate ogni mio errore...

— Ah! pur troppo, o gran pastore,

Disser quelli, abbiam mancato

Pur di viver un tenore

Abbiam sempre conservato

Di virtù, di penitenza

Che sperar ci fa indulgenza..

— Siam cristiani e tanto basti,

Disse irato il Tamburino,

Se i costumi poi son guasti

È perchè l'amor divino

Non abbiam per gran disgrazia,

Ma aspettiamo un dì la grazia...

Oh che sinodo è mai quello!

Se il leggeste, almo pastore,

Voi direste che è assai bello,

Io ci ho posto ingegno e core,

E qualor vi penso sopra

Dico, ho fatto un capo d'opra.

Qui del papa non si parla

Nè si nomina per niente,

Che di lui anzi si sparla,

Ma però indirettamente,

E si dice alla distesa

Ch'ei può nulla nella Chiesa.

Questo sinodo è un po' strano

Di politica e di fede,

Concertato col sovrano,

Nulla con la santa sede,

Lavorato come va

Sulla sacra antichità.

Qui si mostra ad evidenza

Che la Chiesa in questa età

Tutta è piena di licenza,

Che perdè la libertà,

Perchè i papi ed i pastori

D'un tal mal sono fautori.

Tutti ciechi che conducono

Per sentier di sterpi e dumi,

Gli altri ciechi in cui non lucono

Della fede i veri lumi,

Si è del ver spento il fanale

Fin nel ceto episcopale...

Certi santi Ildebrandisti

Più romani che fedeli,

Varj altari e certi Cristi,

Certi quadri e certi veli,

Imposture mal intese,

Si son tolte dalle Chiese.

Non si vuol tanta indulgenza

Nell'assolver peccatori

Se non han per eccellenza

D'amor santo accesi i cori:

Si detesta l'attrizione,

Si vuol sol la contrizione.

Non si vogliono più frati,

Pochi preti e scarsa messa:

Sono i primi scellerati

Che nel cuore han Roma impressa;

Sol si vogliono romiti

D'ordin sacro non muniti...

Noi siam soli que' che abbiamo

Il deposito di fede,

Noi siam quelli che vogliamo

Riformar la santa sede,

Noi siam dotti, noi siam santi,

Tutti gli altri empj, ignoranti.

— Ho capito. Io non vo' altro,

Disse allor d'Ispri il pastore,

Siete un uom maligno e scaltro,

Fariseo avete il core:

E voi vescovo di Prato

Siete un vescovo ingannato.

Ahimè, Italia, se tu vanti

Tai lettor nelle tue scuole,

Manda pur dal ciglio i pianti

Che di fe si oscura il sole:

Già in te serpe il magistero

Di Calvino e di Lutero...

Infelice! or che farò?

Disse il Ricci al Tamburini,

Che sdegnato, — Oh che cojò!

Hai nel sen cor sì meschino?

Gli rispose, in tua difesa

Basto io solo a tanta impresa.

Non temer, vattene a Prato

Nel tuo vago carrozzino,

Ma sta sempre rinserrato

E di sera e di mattino,

Tal spediente è troppo onesto

Lascia a me cura del resto.

[505] Poichè quel documento racchiude tutta la dottrina pratica del

Ricci, sostenuta oggi ancora dai democratici illiberali, stimiamo bene

qui riprodurlo tralasciando solo i punti inutili o transitorj.

§ I. — _Riforma degli Studj._

1. Il male che teme maggiormente la verità è il non essere conosciuta.

Quando il popolo non è abbastanza istruito e non ne conosce lo spirito,

è troppo facile che venga sedotto dalle apparenze e trasportato alla

superstizione. Ma il popolo non sarà istruito giammai come conviene, se

gli ecclesiastici non sono essi stessi illuminati. Un pastore che non ha

della religione se non che un'idea superficiale e confusa, fomenterà nel

suo gregge le frivolezze, e trascurerà i doveri essenziali e i rapporti

che dee avere il fedele colla società e colla Chiesa; ed un pastore che

sarà imbevuto di false massime e di dottrine poco sicure condurrà seco

nell'errore il suo gregge con tanta maggiore facilità, quanto sarà più

semplice e meno avvertito.

Importa ancora moltissimo che si mantenga nell'insegnamento la massima

uniformità. I partiti e le gare teologiche fanno nelle scuole un danno

grandissimo, perchè avvezzano i teologi a quel genio litigioso e

sofistico che fa trascurate le massime più importanti e più serie, e

producono un male anche maggiore nel popolo. Stancato dalle gare

continue che si fomentano sopra alcuni punti che interessano la

religione, corre pericolo di dubitare di tutti, oppure adotta per tutti

una fredda indifferenza...

Egli è dunque indispensabile arrestare una volta questi disordini. Gli

ecclesiastici sappiano la religione, e parlino tutti lo stesso

linguaggio.

2. Sarà quindi fissato per massima che in tutte le scuole del Granducato

s'insegni costantemente la dottrina cattolica sulla distinzione delle

due potestà, non avendo dato Gesù Cristo alla Chiesa che una potestà

puramente spirituale [Non avea letto il vangelo, ove a Cristo è data

_ogni podestà_], ed essendo la temporale data da Dio ai sovrani

indipendente da essa.

3. Sarà parimente fissata per massima in tutte le scuole teologiche del

Granducato la dottrina di sant'Agostino, specialmente in ciò che

riguarda la Predestinazione, la Grazia e il Peccato originale [La

libertà d'insegnare ciò solo che il governo vuole è predicata dai

liberalisti d'oggi. Ecco portata l'autorità del governo fin a decidere

tra sant'Agostino e san Tommaso!]. Questa dottrina fu sempre considerata

come la dottrina della Chiesa, e fu inoltre fissata concordemente dai

nostri arcivescovi e vescovi.

4. Non potrà quindi alcun privato o pubblico professore insegnare altra

sentenza, se non per modo d'istoria.

5. Non si ammetterà ai concorsi alle parrocchie o a qualunque altro

benefizio che abbia annessa la cura delle anime chiunque non la

professi; e sarà impegno dei vescovi esaminare sopra di essa i

concorrenti o i presentati in qualunque maniera [Non potrebbe spingersi

più là l'intolleranza].

6. Perchè si ottenga la bramata uniformità e si promuova lo studio

promovendo una lodevole emulazione, si terranno indispensabilmente nella

città e nella diocesi, in tutti i vicariati o pivieri, le solite

conferenze dei parrochi, e si stamperanno le decisioni.

7. Non saranno esenti dall'intervenirvi i Regolari, giacchè sopra li

studi loro i vescovi avranno tutta l'autorità.

8. I Regolari dovranno essi medesimi seguire la dottrina di

sant'Agostino, rinunziando a tutti gl'impegni e a tutte le sentenze

private dei loro Ordini rispettivi; ed i vescovi avranno tutta

l'attenzione perchè nelle scuole domestiche, finchè sarà creduto

espediente il conservarle, si mantenga la uniformità cogli studj della

diocesi.

9. Quando sarà sistemato il piano di studj che progettò l'Assemblea

degli arcivescovi e vescovi, ed avrà ottenuto la reale nostra

approvazione, non sarà lecito ad alcuno dipartirsi da quello, e dovrà

essere abbracciato e seguito in tutte le scuole del nostro dominio

[Idem].

§ II. — _Ordinazioni, vita ed onestà dei chierici._

10. Lo stato ecclesiastico è uno stato di perfezione e di magistero.

Nessuno adunque deve essere promosso se non porta seco la

raccomandazione di una soda virtù e di una conveniente dottrina. Un

ecclesiastico vizioso farebbe troppo disonore alla religione, e

l'ordinare un ignorante sarebbe forse un togliere allo Stato un buon

padre di famiglia per aggravare la Chiesa di un ministro incapace ed

inutile.

La soverchia moltiplicazione degli ecclesiastici ne lascia ancora una

gran parte oziosa. Chi non ha zelo sufficiente per applicarsi alla

santificazione dei prossimi, dee fissarsi nello stato di laico.

Sarà impegno dei vescovi di avere riguardo a queste massime generali

prima di procedere alle ordinazioni.

11. Per cooperare dal canto nostro a quest'oggetto così importante, Noi

prescriviamo la esatta osservanza del canone Calcedonese, che proibisce

le ordinazioni vaghe e senza titolo. Quindi niuno potrà da qui avanti

essere ordinato senza essere addetto a qualche chiesa, al cui attuale

servizio sia necessario o utile.

12. E per la più esatta osservanza di questo, nell'adunarsi il sinodo in

ciascuna diocesi dovrà farsi la nota degli ecclesiastici necessarj al

servizio delle respettive chiese, e sarà questa rimessa a Noi cogli atti

del sinodo.

13. Tolte le vaghe ordinazioni, vien tolta egualmente la necessità di

fissare il così detto patrimonio per gli ordinandi. Quando la chiesa ne

abbia un reale bisogno, dovranno a carico dei respettivi patrimonj

ecclesiastici provvedersi della conveniente sussistenza, e questa sarà

fissata dal giorno della incardinazione alla chiesa.

14. Prima degli anni quattordici compiti non potrà essere conferita ad

alcuno la tonsura.

15. E a nessuno sarà permesso l'abito clericale se non ha la tonsura,

fuori che nei seminarj di educazione.

16. Niuno sarà promosso al suddiaconato se prima non avrà dato saggi di

sufficiente capacità, e non avrà almeno atteso per il corso di tre anni

allo studio della teologia dommatica in qualche università o altra

scuola approvata.

17. E niuno potrà essere ordinato sacerdote senza aver perfettamente

compiti tutti gli studj necessari ad esercitare con frutto il sacro

ministero, e senza aver passato in un'accademia ecclesiastica quel tempo

che il vescovo stimerà a proposito.

18. A quest'effetto, oltre il seminario, dovrà essere eretta in ogni

diocesi un'accademia ecclesiastica...

19. Non si ammetterà su tutti questi punti dispensa di età senza una

precisa necessità.

20. È ancora nostra sovrana intenzione che in ogni diocesi si stabilisca

una casa di ritiro, in cui possano raccogliersi tutti i parrochi ed

altri ecclesiastici che volessero profittarne...

21. Siccome poi gli ecclesiastici sono chiamati ad un ministero tutto

spirituale, che esige una somma attività e diligenza, così è necessario

che siano liberi da ogni cura temporale. Niun di essi potrà assumere

impieghi secolareschi come di agente, amministratore, esattore,

procuratore, sollecitatore ed altri simili esercizj indecenti al loro

carattere; intendendosi comprese ancora le amministrazioni o agenzie per

gli spedali o altri luoghi pii laicali.

22. Sarà solamente ad essi permesso l'esercizio degl'impieghi principali

negli istituti interessanti la pubblica pietà, l'istruzione della

gioventù, purchè questo impiego non pregiudichi al servizio che debbono

alla Chiesa...

23. Tra i traffici il più vergognoso egli è certamente quello delle

messe. I Padri, i pontefici, i Concilj non hanno cessato mai di

declamare contro un abuso sì grande che tanto avvilisce la maestà del

più augusto sacrificio che possa avere la religione. Ma l'abuso

sussisterà sempre finchè sussisterà il così detto onorario della messa.

Sarebbe nostra intenzione che questa prestazione, o sia onorario, fosse

interamente abolita, e incarichiamo i vescovi di pensare seriamente alla

maniera di toglierlo.

24. Per ottenerlo più sollecitamente... vogliamo che nessuno possa più

esser promosso a titolo di uffiziature o semplici cappellanie.

25. Ed abroghiamo ancora qualunque privilegio, come l'Eugeniano in

Firenze, e in tutte le diocesi dove avesse luogo o questo o altro

simile, siccome tendenti a moltiplicare le ordinazioni vaghe ed inutili.

26. Vogliamo altresì che, eccettuati quei pochi chierici che fossero

precisamente necessarj alla Chiesa, sia tolto affatto il minuto clero

dalle cattedrali o altre chiese.

27. Nè alcuno assolutamente potrà essere ammesso giammai al servizio

della Chiesa sullo qualunque pretesto, se non avrà compiuti gli anni

diciotto.

28. La vita dell'ecclesiastico dee essere di edificazione al popolo, e

perciò non dee avere alcuna cosa che spiri vanità e dissipamento. Sarà

perciò premura dei vescovi l'invigilare che sieno osservati i canoni del

concilio di Trento sulla vita ed onestà dei chierici.

29. Sopra a tutto sarà ad essi proibito il teatro, feste di ballo,

ridotti di pubblico gioco, la caccia viziosa e di strepito e il

trattenersi nei caffè o nelle osterie senza una precisa necessità.

30. E nel vestire conserveranno la gravità, la decenza e la modestia, e

sfuggiranno tutto ciò che sa di vanità secolaresca, usando sempre in

tutte le funzioni di chiesa l'abito talare.

§ III. — _Parrochi e loro congrue; Compagnie di Carità in tutte le

parrocchie._

31. Il parroco è l'uomo del popolo. Un buon parroco contribuisce

moltissimo all'avanzamento della religione e alla felicità dello Stato.

Ma per conseguire questi due fini è necessario che goda la stima e la

confidenza dei suoi popolani. Un parroco imprudente o ignorante non

arriverà giammai ad acquistarne l'affetto. Per esser utile dee sapersi

far rispettare, stimare ed amare. Lontano dalle brighe e parzialità deve

applicarsi a studiare e conoscere il suo popolo, e deve esser sollecito

a prevenirne i bisogni e i disordini e sommamente geloso d'istruirlo

nella vera e soda morale cristiana.

32. A quest'effetto mostreranno sempre pronti ad insegnare ai ragazzi

leggere e scrivere e la dottrina cristiana in una maniera bensì

conveniente al loro stato, ma non così materiale o digiuna, come si è

praticato spesso in addietro. Le sode massime della Scrittura e del

Vangelo e i grandi principj della morale sono cognizioni necessarie a

tutti gli stati, e non può mai essere troppo sollecito un vero

pastore... ad istillarle negli anni più teneri, onde servano di scorta

in tutte le vicende della vita. La carità sa trovar tempo e luogo, e sa

adattarsi alla capacità dei contadini anche più rozzi...

33. Una delle cause principali della freddezza che regna talvolta fra il

popolo e il parroco è la necessità di vivere sulle decime o sopra i così

detti diritti di stola. Un parroco, il quale dee ricavare il proprio

sostentamento da queste ed altre esazioni è spesso in pericolo di essere

o di comparire indiscreto e interessato. Un popolano, che mantiene a

stento e col proprio sudore la numerosa famiglia, dimentica facilmente

il dovere di soddisfare a questi diritti, o almeno li considera come un

aggravio.

Riflettendo a questi disordini noi siamo venuti nella disposizione di

abolire affatto tutti i diritti di stola, di decime o di altra

qualsivoglia prestazione, o incerti parrocchiali...

36. Sarebbe nostra intenzione che tutti i parrochi avessero almeno

dugento scudi di annua rendita, comprese però le necessarie spese di

chiesa. Un parroco che sente gli stimoli della carità pastorale versa di

buon animo nel seno dei poveri quello che può risparmiare al necessario

suo mantenimento. Ma ove siano troppo scarse l'entrate, manca di un

mezzo per sollevare i suoi popolani, e prevenire spesse volte gravi

disordini, ed è all'opposto in una grande tentazione di abusare del suo

ministero per vivere...

38. Non intendiamo però di proibire ai popolani comodi l'offerire alla

Chiesa quello che stimassero secondo la loro pietà; anzi ve li

esortiamo, salve le leggi di ammortizzazione; ma queste oblazioni

saranno immediatamente passate alla cassetta dei poveri e distribuite

fra i bisognosi della parrochia, a forma delle costituzioni delle

compagnie di carità.

39. Perchè il parroco possa con maggiore facilità esser pronto a tutti i

bisogni dei suoi popolani, e perchè i popolani non siano per la

soverchia distanza troppo spesso impediti dal portarsi alla chiesa, sarà

cura dei vescovi di ridurre le parrocchie ad una giusta estensione,

riformando i circondari dove fossero troppo vasti e procurando, per

quanto è possibile, che la chiesa sia nel centro di tutta la parrochia;

e a tenore delle loro proposizioni ci riserbiamo a darne la sovrana

nostra approvazione.

42. Finalmente ordiniamo che sieno soppresse immediatamente o

trasportate altrove tutte le cure esistenti attualmente nelle chiese di

monache o di conservatorj, e incarichiamo i vescovi a provvedervi colla

maggiore sollecitudine.

43. Quanto alle compagnie di Carità prescritte da Noi in tutte le cure,

avendone coll'esperienza sempre più conosciuto il vantaggio, Noi ne

confermiamo le costituzioni e i privilegi esortando i nostri amatissimi

sudditi a farsi un dovere di concorrere ad un'opera tanto esemplare.

Vogliamo però che tutte sieno abolite le altre compagnie o

confraternite, che ancora sussistessero in qualunque luogo del nostro

dominio anche per nostro espresso privilegio, cui intendiamo che sia

derogato con questa nostra sovrana determinazione. E le rendite e fondi

loro saranno passati nei patrimoni ecclesiastici a vantaggio delle

respettive compagnie di Carità, acciocchè con queste sia tolto ai

fratelli di esse qualunque obbligo e tassa che avessero per l'avanti

pagata per vantaggio dei poveri e a nome della compagnia.

44. La sola compagnia di Misericordia sussisterà provvisionalmente in

Firenze, finchè non sieno sistemate le compagnie di Carità...

§ IV. — _Vescovi e loro diritti e doveri._

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 66 / 101 段