Figuriamoci (chè alla fine bisogna internarsi nelle cose e venirne al
concreto) lo squallore d'una delle povere famiglie di Ghetto, radunata in
quell'oscura ed immonda tana, ove nasce, ove cresce e vegeta la sua povera
vita, e sempre soffrendo si spegne ignorata nelle malattie e nella
miseria. Ma, Dio buono! sotto que' cenci, in quel sudiciume, in quella
privazione d'ogni bene morale e fisico, vi sono uomini come noi, uomini e
non animali, non cose: uomini che la nostra legge, che le leggi più
elementari dell'umanità ci comandano di avere in conto di fratelli; vi
sono cuori che eran da Dio destinati a goder le ineffabili letizie
dell'infanzia, le gioje della giovinezza, le forti passioni della
virilità, e gli estremi e placidi conforti della vecchiaja; vi sono
cuori di figli, di mariti, di spose, di padri; qual diritto v'era di
conculcare tanti affetti, di spegnere tante gioje, di deturpare tanti doni
di Dio, calpestar tanti germi utili e generosi, di infrangere tante vite,
di contristare tanti spiriti immortali?
Figuriamoci quel povero Israelita che è padre e sostegno di questa
famiglia, che avrebbe avuto da Dio forza ed intelletto onde esercitare
un'arte o un mestiere, divenire un buon operajo, veder la famigliuola
crescere e fiorire nella competente agiatezza della povertà industre,
partecipare a que' beni, a que' misurati spassi che la Dio grazia sono
ottenibili anco dal povero, purchè non gli sia tolto il lavoro; vediamolo
ritornare nella sua trista buca dopo un giorno speso a correr le vie della
città pel suo lurido commercio di cenci, arrecando con sè o nullo o
scarsissima frutto di sua fatica; entriamo in quel cuore, e pensiamo quale
debba essere, mentre considera la crudele violenza che toglie dal sangue
suo non gli agi, le delizie de' ricchi, ma il pane, ma l'aria, l'aria
salubre, la luce, il sole, que' tesori tanto largamente profusi da Dio,
onde sian comuni al debole come al forte, al ricco come al mendico! Qual
ira, qual odio disperato non deve rodere il cuore di quell'infelice? Qual
orrenda maledizione non deve egli scagliare contro coloro che sono cagione
della sua miseria, del lento strazio della sua famigliuola, contro la
Legge che seguono? Chè la disperazione rende ingiusto, nè rimane in
potestà del disperato entrare in distinzioni, e dare la ragione od il
torto con giusta misura.
Figuriamoci che, deposto appena il fastello di cenci che ha riportato
dalla sua cerca, sia appunto il giorno in che è costretto andar sotto la
scorta de' carabinieri in S. Angelo a sentir la sua predica; pensiamo qual
animo debb'essere il suo nell'avviarsi, nel sedere in Chiesa, nell'udire
quella parola di Carità e di Pace, che per lui si volge in un tanto atroce
dileggio! Quali disposizioni può avere per cavarne frutto? Non è forse
connaturale alla struttura del cuore umano, ch'egli invece, a sfogo d'uno
sdegno, d'un odio così forzatamente represso, e che non ha altre vie di
soddisfarsi, dica in cuor suo: «Tu puoi bene costringermi ad udirti, ma il
gusto di vedermi persuaso non l'avrai in eterno!»
E quest'uomo, preso all'opposto per le vie della giustizia, della carità,
dell'amore, aveva forse un'anima generosa, un cuore accessibile a verità,
a speranze auguste ed ineffabili; non avrebbe passata la vita nella
maggiore tra le miserie del corpo, l'impossibilità del lavoro; e nella più
amara tra le miserie dell'anima, la necessità dell'odiare. E come è stato
spogliato di que' beni che eran suoi, perchè avuti da Dio? come è stato
sepolto in un abisso di guai, ai quali non l'aveva Iddio condannato? chi
ha spenta per esso l'ardente fiaccola della carità e della fede? chi l'ha
respinto, rigettato dal Cristianesimo; da quella legge che anco i non
credenti rispettano ed ammirano qual simbolo d'unione tra gli uomini, di
concordia, di civiltà universale?
L'ha respinto la cieca intolleranza. V'è chi ardisca negarlo? v'è chi
possa dire che non son vere le mie parole, non reali le cause, e
conseguenti gli effetti che ne ho desunti?
Se la teoria dell'intolleranza è oramai esclusa dall'opinione delle classi
colte, ha però ancora molti seguaci tra il popolo: ed è triste e doloroso
spettacolo veder talora, cagione gli antichi pregiudizj, il popolano
povero e condannato a molti stenti, a molte miserie, e che dovrebbe perciò
aver viscere di compassione per chi gli cammina al fianco in questa
dolorosa via, render invece più duro ed acerbo il viaggio del suo
compagno, perchè non professa la sua medesima legge!
Cerchino le classi colte, nel contatto che hanno colle inferiori e più
rozze, di cancellare questi odj, questi pregiudizi, queste ruggini
antiche, contrarie alla carità evangelica e ad ogni viver civile. La
repulsione che ancora sussiste fra il popolo contro gli Israeliti, nasce
principalmente dall'idea che la loro razza sia maledetta. Ma Gesù Cristo
spirante in sulla Croce, non perdonava forse persino a coloro che ve
l'avevano confitto? non pregava forse per loro? Si dovrà dunque cercare
appello da una sentenza d'assoluzione, d'amore e d'oblio, pronunziata dal
Redentore? Ma vi fosse anco, e fosse aperta ed esplicita una maledizione
su quell'infelice popolo; chi potrà mostrarmi egualmente aperto ed
esplicito il comando a noi d'esserne esecutori? Dove sta scritto che i
Cristiani debbano farsi i carnefici degli Israeliti? Io vedo scolpita in
ogni pagina del Vangelo l'idea d'una carità che non distingue nè
individui, nè nazioni; che stringe nel suo abbraccio fraterno tutti i
popoli della terra, e li chiama fratelli: ma non trovo una sola parola che
ne dia autorità di respingere, d'aver in odio e disprezzare o tormentare
nessuno.