Passato il quarto mese, passato il quinto, la gravidanza si svolgeva
rapidamente. La figura di Giuliana, alta, snella e flessibile,
s'ingrossava, si difformava come quella d'una idropica. Ella n'era
umiliata, innanzi a me, come d'una infermità vergognosa. Un'acuta
sofferenza appariva nel suo volto, quando ella sorprendeva i miei
occhi fissi sul suo ventre gonfio.
Io mi sentivo sfinito, incapace di trascinare più oltre il peso di
quell'esistenza miserabile. Ogni mattina, veramente, quando aprivo gli
occhi dopo un sonno agitato, era come se qualcuno mi presentasse una
coppa profonda, dicendomi: "Se tu vuoi bere, oggi, se tu vuoi vivere,
bisogna che tu sprema qui dentro, fino all'ultima goccia, il sangue
del tuo cuore." Una ripugnanza, un disgusto, un ribrezzo indefinibili
mi salivano dall'intimo dell'essere, a ogni risveglio. E, intanto,
bisognava vivere!
I giorni erano d'una lentezza crudele. Il tempo non fluiva ma
stillava, pigro e pesante.
E avevo ancora d'innanzi a me l'estate, una parte dell'autunno, una
eternità. Mi sforzavo di seguire mio fratello, d'aiutarlo nella grande
opera agraria ch'egli aveva intrapreso, d'infiammarmi alla sua fede.
Rimanevo a cavallo intere giornate come un buttero; mi stancavo in un
lavoro manuale, in qualche bisogna facile e monotona; cercavo di
ottundere l'acuità della mia conscienza stando a contatto con la gente
della gleba, con gli uomini semplici e diritti, con quelli in cui
poche norme morali ereditate compivano le loro funzioni naturalmente
come gli organi del corpo. Più d'una volta visitai Giovanni di
Scòrdio, il santo solitario; e volli udire la sua voce, volli
interrogarlo su le sue sciagure, volli rivedere i suoi occhi tanto
tristi e il suo sorriso tanto dolce. Ma egli era taciturno, un poco
timido verso di me; rispondeva a pena qualche parola vaga, non amava
parlare di sé, non amava lamentarsi, non interrompeva il lavoro a cui
era intento. Le sue mani ossute, asciutte, brune, che parevano fuse in
un bronzo animato, non si fermavano mai, non conoscevano forse la
stanchezza. Un giorno esclamai:
--Ma quando si riposeranno le tue mani?
L'uomo probo se le guardò, sorridendo; ne considerò il dorso e il
cavo, rivolgendole prone e poi supine al sole. Quello sguardo, quel
sorriso, quel sole, quel gesto conferivano a quelle grosse mani
incallite una nobiltà sovrana. Incallite su gli strumenti
dell'agricoltura, santificate dal bene che avevano sparso, dalla vasta
opera che avevano fornita, ora quelle mani erano degne di portare la
palma.
Il vecchio le incrociò sul suo petto, secondo l'uso mortuario
cristiano; e rispose, pur sempre sorridendo:
--Fra poco, signore, se Dio vorrà. Quando me le metteranno così, nella
cassa. Così sia.