La mattina dopo, tra gli altri portatori di doni pasquali, venne alla
Badiola Calisto, il vecchio Calisto, il guardiano di Villalilla, con
un fascio enorme di fiori di lilla ancora freschissimi, fragranti. E
volle egli stesso, con le sue proprie mani offrirlo a Giuliana,
rammentandole i bei tempi del nostro soggiorno, pregandola di una
visita, di una visita anche breve.--La signora pareva così allegra,
così contenta laggiù! Perché non ci tornava? La casa era rimasta
intatta, non era mutata in nulla. Il giardino era diventato più folto.
Gli alberi di lilla, un bosco!, erano in piena fioritura. Non giungeva
fino alla Badiola il profumo, verso sera? La casa, il giardino,
proprio, aspettavano la visita. Tutti i vecchi nidi sotto le gronde
erano pieni di rondinelle. Secondo il desiderio della signora, quei
nidi erano stati rispettati sempre come cose sante. Ma, proprio, erano
omai troppi. Bisognava ogni settimana adoperare la pala sui balconi,
su i davanzali delle finestre. E che stridìo dall'alba al tramonto!
Quando sarebbe dunque venuta, la signora? Presto?
Io dissi a Giuliana:
--Vuoi che andiamo martedì?
Con un po' di esitazione, mentre reggeva a fatica il fascio smisurato
che quasi le nascondeva il volto, ella rispose:
--Andiamo pure, se vuoi, martedì.
--Verremo martedì, dunque, Calisto--io dissi al vecchio, con un
accento di allegrezza così vivace che io stesso ne fui sorpreso, tanto
era stato spontaneo e subitaneo il moto dell'animo.--Aspettaci per
martedì mattina. Porteremo con noi la colazione. Tu non preparare
nulla; hai capito? Lascia la casa chiusa. Voglio aprire io stesso la
porta; voglio aprire io stesso le finestre a una a una. Intendi?
Una strana allegrezza, tutta irriflessiva, mi agitava, mi suggeriva
atti e parole puerili, quasi folli, che stentavo a rattenere. Avrei
voluto abbracciare Calisto, accarezzargli la bella barba bianca,
prenderlo a braccio e parlare con lui di Villalilla, delle cose
passate, dei "nostri tempi" abbondantemente, sotto quel gran sole di
Pasqua, "Ecco ancora d'avanti a me un uomo semplice, sincero, tutto
d'un pezzo: un cuore fedele!" io pensavo, guardandolo. E ancora una
volta mi sentivo rassicurato, come se l'affetto di quel vecchio fosse
per me un altro buon talismano contro la sorte.
Ancora una volta, dopo la caduta del giorno innanzi, la mia anima si
risollevava incitata dalla grande letizia ch'era nell'aria, che
splendeva in tutti gli occhi, che emanava da tutte le cose. La Badiola
in quella mattina pareva la meta di un pellegrinaggio. Nessuno del
contado aveva mancato di portare il dono e l'augurio. Mia madre
riceveva su le sue mani benedette baci innumerevoli, d'uomini, di
donne, di fanciulli. Alla messa celebrata nella Cappella assisteva una
turba densa che traboccava fuor della soglia dilatandosi per lo
spiazzo, religiosa sotto il dòmo ceruleo. Le campane argentine
squillavano con un accordo felice, quasi musicale, nell'aria senza
mutamento. Su la torre l'inscrizione del quadrante solare diceva:
_Hora est benefaciendi_. E in quella mattina di gloria, in cui pareva
salire verso la dolce casa materna tutta la gratitudine dovuta al
lungo benefizio, le tre parole cantavano.
Come potevo io dunque conservare dentro di me la perfidia dei dubbi,
dei sospetti, delle imagini impure, dei ricordi torbidi? Che potevo io
temere, dopo aver veduto mia madre premere più volte le sue labbra su
la fronte di Giuliana sorridente?, dopo aver veduto mio fratello
stringere nella sua mano fiera e leale la gracile mano pallida di
quella che era per lui come la seconda incarnazione di Costanza?