NINÌ MONTELMO HELVELLYN.»

Risalii e tracciata su un biglietto di visita una laconica frase

d'assenso, consegnai il biglietto al marinaio. Poi, andai a messa coi

miei bambini. Ogni tanto, quando n'era d'uopo, accennavo loro di non

distrarsi. Ma; Dio mi perdoni; quanto ero, in cuor mio, più distratta

di loro!...

*

* *

Ci vado ripensando ora e mi par tutto un sogno la gita sul _quai_ sino

allo scalo indicato, la elegantissima lancia che mi attendeva cogli

otto marinai in bianco, il breve tragitto per l'azzurro del porto sino

al _yacht_... il battere quieto dei remi e quello tempestoso del mio

cuore, la visione di Ninì, curva sulla balaustrata della tolda. Mi

aspettava, ed io non vidi più che lei. Salii, posi piede sul cassero.

Ella mi porse dapprima una mano, poi ci abbracciammo forte, per impulso

reciproco, con un'emozione stranissima, con un subito febbrile ritorno

a _tutto_ il passato. Ella mi disse rapidamente: vieni, e s'ingolfò per

la prima nella scaletta che calava sotto coperta. Le tenni dietro, come

se mi avesse trascinata per mano.

Eravamo sotto coperta, a prora, nel suo salottino privato, in mezzo a

un mondo di splendidi cose ch'io non guardava. Ricordo solo le ampie

sfuggite di luce e d'azzurro che concedevano allo sguardo i vani

delle tre finestrine aperte dal lato del largo, di fronte all'immenso

orizzonte acqueo. Pareva d'essere in alto mare. Le onde, appena

sommosse da un leggero venticello, danzavano carezzevoli attorno alla

carena, gettando all'interno una tremula sequela di riflessi dorati

e un mormorio festevole d'acqua in pace, cui teneva bordone il gaio e

perpetuo sbattere, quasi musicale, di certi freschi cortinaggi di tela

russa, calate a mezzo sulle finestrine e sempre accartocciati dalla

brezza.

Non rammento altro delle cose esterne. Vedevo solo Ninì e la guardavo

con un senso angoscioso, indefinibile della sua dissomiglianza

colla Ninì di un tempo. Era bionda ora, ed io l'avevo lasciata

castana. Doveva essersi continuamente incipriata, pensai perfino

all'_auro-come_. Era pettinata con una foggia speciale, bizzarra, che

le stava bene, ma non somigliava più alla sobria forma greca della

testina di Ninì fanciulla. Il personale era bellissimo, maestoso,

e il vestire aiutava visibilmente l'effetto, tendente al matronale.

Il continuo uso della lingua inglese aveva dato alle labbra un non

so che di più energico, di più serrato, ma il sorriso tornava ogni

tanto all'antica, indimenticabile espressione. Ninì si teneva in

un'attitudine speciale che nulla aveva di manierato e neppure di

acquisito, eppure, cercando nei miei ricordi, non trovavo quello di

questa attitudine. Essa era nuova per me.

— Siamo sole — mi disse Ninì. — Alcuni amici di mio marito sono venuti

a prenderlo stamane e lo hanno condotto a Cannes. I bambini sono a

terra e torneranno più tardi. Perchè non hai condotto i tuoi? Parlami

di loro, del tuo passato.

Le parlai di tutto ciò a lungo, a cuore aperto. Quando ebbi finito,

ella mi prese le mani, le strinse con dolcissimo affetto e mi disse

sorridendo: — Cara, sei sempre la stessa!

Le resi la sua stretta con effusione, e stavo per dirle qualcosa, ma

m'interruppi a un tratto, sentii quanto ciò che ero per dirle non fosse

vero. Ella comprese, mi sorrise ancora e mi disse: — No, è inutile.

Sono un'altra persona, ora, lo so. — Poi sussurrò: — Ti ricordi di ciò

che ti dissi un giorno della Metempsicosi?

— Se mi ricordo? Ma fu la prima volta che venni da te, Ninì, e...

Ella m'interruppe.

— Non chiamarmi più Ninì. Mi ha fatto tanto male, ieri, l'udire quel

nome, il male che si prova udendo il nome d'una persona morta. Sai come

mi chiamo ora?

Mi fissava, interrogandomi stranamente, con un'angoscia nello sguardo.

Perplessa, sgomentata all'estremo, tacqui.

— Mi chiamo Grace, — disse Ninì tranquillamente. — Sono lady Helvellyn.

Ma prima, un tempo, mi chiamavo Mrs Alloys, Grace Alloys.

Tacque. Le guardai gli occhi; non recavano traccia alcuna di follìa.

Erano pensierosi, profondi; nulla più.

*

* *

— Ho bisogno di dirti tutto, — mi disse tranquillamente. — M'intenderai

o no; ma ad ogni modo mi crederai. Ci sono dei momenti in cui la

percezione delle cose non è esatta in noi stessi e si ha bisogno di

dire a qualcuno: — Ditemi, ve ne prego, dormo o son desta? — Questo

momento venne ieri per me, quando ti vidi e ti udii. Fu come una

voce nel sepolcro. Ed egli non doveva avvedersi di te, nè che alcuno

chiamasse, al suo fianco, Ninì Montelmo.

Poi, prese a narrare.

L'ascoltavo. La sua voce aveva un accento speciale e melodioso.

L'ora era calda, il sole sfolgorava sul mare. Provavo un vago ritorno

all'impressione snervante, semi-assopente dei meriggi orientali.

*

* *

«Quando morì, la mia povera vecchia nonna, compresi una seconda volta

che non bisogna discutere l'amore. Questo imparai, quando mi trovai

sola, senza il _suo_ affetto. Credetti giunto il tempo di provvedere a

me stessa, mercè gli studi fatti. Ma le difficoltà sorgevano inattese,

impensate, ed io tentavo di ritemprarmi nella violenza stessa di quegli

urti, quando divenni erede di un ricco patrimonio. Non fu una gioia per

me, nè, ritengo, un vero beneficio. Le acerbe sensazioni della lotta mi

attiravano, erano favorevoli ai miei segreti orgogli. Sia come vuolsi,

certo è che nell'ozio, nel vuoto, nella _facilità_ della mia nuova

vita, il verme roditore si ridestò.

Ero sola ormai, colla mia libertà, colle ricchezze che tutti

m'invidiavano ed alle quali agognavano parecchi.

La società si ravvedeva, tornava a sorridermi, immemore delle spietate

lezioni che mi aveva inflitte un tempo. Ma io le rammentavo. Senza

rancore, però, con un vago convincimento che non tornava conto di

soffrire anche per ciò. Risolsi di viaggiare, colla speranza che una

vita attiva, svagata, intellettuale, sarebbe forse stata giovevole a

liberarmi dal mio sciagurato amore per Alano Spear.

Perchè quell'amore era un'angoscia, una fiera ed incessante angoscia.

Così, come mi aveva presa, incrudeliva meco. Soffrivo di quell'amore in

cento modi e nei modi più contradditori. Alcune di quelle sofferenze

m'erano ignote nell'indole propria, non ne conoscevo la fonte.... ne

soffrivo ciò nullameno. Tutto mi mancava colla sua mancanza, tutto

era vano ed enigmatico. Invano cercai di ubbriacare il mio spirito

colla contemplazione dei tesori dell'arte. Lo spirito non si poteva

scompagnare dal cuore, già immerso nella grande ebbrezza dell'amore.

Ricordati; non avevo altri al mondo da amare. Egli era per me,

esclusivamente, universalmente: l'amore. E ora, nel grande vuoto,

egli tornava, si riaffermava, tornava ad essere l'unico _perchè_ della

vita!... Allora... mi pentii.»

Tacque un istante e un pallore si stese sulla sua fronte.

Sì, quella donna doveva aver sofferto!... Era stata punita acerbamente

dell'orgoglio suo.

Proseguì.

«Lottavo, sai?... lottavo gagliardamente. Evocavo di continuo, per

darmi ragione, l'immagine di quella donna. Ma essa non mi salvava

più... ora! Aveva scatenata l'effimera tempesta, bastevole per mandare

a picco la mia felicità, ma che non bastava a spegnere l'incendio del

mio amore. Avevo tutto sacrificato. Avevo creduto di esser stata forte,

mi accorsi d'esser stata vile, nulla più, di aver sacrificato un amore

vero ad un fantasma vano. Ma era tardi.

Viaggiavo con una dama di compagnia, vero automa di rispettabile

nullità. Percorrevo sbadatamente le più belle città dell'Europa, senza

accalorarmi per nulla. Ero infelice, stanca di tutto, oppressa da

un'uggia malsana e crudele. E lo amavo sempre, assai più di prima!

M'era balenato un pensiero: chiudermi in un convento e consacrarmi

tutta a qualche grande opera di beneficenza. L'avrei forse fatto, se

non avessi letto in un giornale, per mero caso, che sir Alano Spear

aveva persa la vista, in seguito ad un accidente di caccia. Allora,

presi una risoluzione; mi recai in Inghilterra, andai dalla madre

dell'uomo che amavo, le dissi tutto... le offersi di sposare suo

figlio. Ell'era presso a morire... accettò. Egli pure, forse per farle

cosa grata. Ci sposammo al letto di morte di quella povera donna.»

— E fosti felice? — chiesi con impeto.

— Per qualche tempo, sì. Assolutamente felice. Quell'uomo era mio!...

Quel cieco mi apparteneva. Poi, a un tratto, divenni ancora gelosa di

lei, di quella morta.

Ella mi perseguitava sempre. Il fantasma si vendicava, tornava, si

metteva fra noi due. Io era gelosa di Mrs Alloys.

— Ma come, perchè? Egli dimostrava... accennava forse...?

— No, nulla giustificava apparentemente il mio sospetto. Non era forse

che una suggestione del mio demone famigliare, il sesto senso. Ma

l'antico terrore tornava a dilaniare il mio cuore.... ch'egli potesse

amare soltanto _lei_.

Come combattere nella tenebra? Il mio sguardo non giungeva ad indagarne

il fondo, non era in poter mio afferrare le immagini che passavano

dietro le spente pupille di mio marito. Lo studiavo con un'attenzione

cupida e febbrile. Studiavo le sue immobilità pensose, i suoi silenzi,

i suoi pallori, scrutavo l'animo suo nelle sue parole, nei suoi

gesti, origliavo a volte, durante i suoi sonni, in attesa della parola

inconscia che può tradire il sogno. Nulla mi sfuggiva d'ogni incidente

dell'anormale tenor di vita, dovuto alla sua infermità. Un giorno, la

sua mano si posò lenta, esitante sul mio volto. Lo chiamai per nome,

egli mi accennò con un gesto, quasi involontario, di tacere. Tremai.

La mia parola turbava forse un sogno del suo pensiero, un ricordo,

l'immagine che non era la mia?

È terribile, amare un cieco ed esserne gelosa! È una delle più crudeli

e difficili posizioni della vita. È sì strana, sì cupa la sensazione

che si prova, scrutando il volto privo di luce, di quella luce al

chiaror della quale l'animo si svela e si tradisce. È una notte anche

per noi e invano, brancolando, cerchiamo di orizzontarci. Mi dibattevo

io pure, nell'oscurità di Alano! Unico conforto mio era quello di

giovargli!

Ma se invece fossi per lui un tormento, se nelle lunghe visioni della

sua cecità egli vedesse un'altra... non me? Ed io l'amavo... non avrei

potuto vivere senza di lui...

L'interruppi:

— Ma tu non chiedesti, non cercasti di sapere?...

— No... Fui cento volte sul punto di farlo, cento volte mi trattenne

un'invincibile esitanza. L'ultima rivincita cui non volevo rinunziare

era appunto questa: il dubbio... la possibilità che non fosse!.

Credevo d'aver ucciso il mio orgoglio, ma esso aveva d'uopo, per morire

davvero, di una ferita più profonda. Non tardai a toccarla.

«Un giorno, mi venne tra le mani una romanza per canto che l'autore

aveva dedicato a Mrs Alloys e che recava sul frontispizio il ritratto

della celebre cantante. Era una semplice ballata irlandese ch'ella

eseguiva di frequente nei suoi concerti e che incontrava sempre il

favore del pubblico. Studiai la romanza di nascosto, coll'aiuto d'un

maestro di canto il quale aveva udita più volte Mrs Alloys. Attonito

della somiglianza della voce di lei colla mia, egli m'insegnò a cantare

quel pezzo, come soleva cantarlo la donna che tanto aveva torturato

l'animo mio. Si valse del suo metodo, mi apprese ad imitare i suoi

effetti. Allora tentai la prova... rammentando la strana ammirazione

che Alano aveva avuta, a Firenze, per la mia voce.

Un giorno, mentre eravamo soli, mi posi improvvisamente al piano e

cantai quella romanza, come l'avevo imparata.

Vidi mio marito trasalire dapprima; poi, con un impulso subitaneo di

volontà, frenare il tradimento di quel fremito. Vidi alcune goccie di

sudore imperlare la sua fronte, mentre le palpebre calate si dilatavano

come in un disperato sforzo per spalancarsi.

Continuai a cantare; mentre sentivo il cuore morirmi in seno... Egli

s'era calmato, un vago sorriso d'estasi errava sulle sue labbra.

Quand'ebbi finito mi alzai, mi feci accanto a lui e gli presi la

mano, in silenzio. Egli alzò la mia mano a livellò delle sue labbra e

lentamente, con dolcissima passione.... la baciò.

Io non parlai... per una vaga pietà del suo sogno, poi perchè nulla

irrompesse della confusa bufera d'odio che si scatenava nell'animo

mio!»

Lady Helvellyn tacque, strinse le mani una nell'altra. Forse soffriva

ancora, al solo ricordo della tortura di quel momento.

— Da quel giorno, — continuò dopo un istante — cominciò la mia aperta

lotta col fantasma di Mrs Alloys. Come Giacobbe coll'angelo, lottavamo

in silenzio, nella notte, nella sua notte, contendendocene il possesso.

M'intendi?

Assentii, chinando gravemente il capo. La intendevo allora, in quel

luogo, in quel momento.

Ella proseguì:

— La mia rivale fu più forte di me.... mi vinse. Forse lo credetti

soltanto, forse tutto ciò non era che un sogno febbrile del mio amore.

Sia come vuolsi, io credetti che nella tenebra di Alano ella imperasse,

escludendomi. Per qualche tempo giacqui in un'inerte disperazione.

Poi pensai ad andarmene, a scomparire. Ma egli si era abituato alle

mie cure. Aveva bisogno di me. Io non avevo ancora avuti figliuoli.

Ora nell'amore _vero_ della donna c'è sempre qualcosa della madre...

nevvero?

Assentii di nuovo. Poichè così è veramente, per quanto sembri strano ed

incredibile.

— Egli era cieco, aveva d'uopo di cure amorose, aveva d'uopo di me.

Rimasi al suo fianco, con una pietà infinita di lui. Forse egli pure

lottava, nell'isolamento della sua notte... Ammalò in quel tempo

e temetti di perderlo. E allora fu che per la prima volta balenò

nella mia mente un'idea, l'idea d'incarnarmi nella sua illusione,

di risuscitare per lui in quella morta, alla quale non avevo saputo

sostituire me stessa...

Le afferrai violentemente la mano.

— Tu?... — gridai — tu?

— Io... — rispose sorridendo e con volto dolce, indulgente. — Povera

Ninì Montelmo, nevvero? Dapprima, non voleva morire. Si ribellò a

lungo. La sua agonia fu lunga, stentata. Rammenti quanto era tenace,

vigorosa in lei la vita personale... il sentimento del proprio essere?

Pure, acconsentì...

— Ma come? — interruppi con impeto — come hai potuto...

— Non me lo chiedere.... Lo ignoro. Questo so, che raggiunsi lo

scopo, perchè lo volli, perchè amavo Alano, perchè lo volevo felice, a

qualunque costo.

Successe una pausa. Ella anelava alquanto. Ma subito proseguì:

— Volevo una completa metempsicosi. Volevo diventar lei... quella

morta. Non mi limitai a rappresentare il personaggio, una parte di

commedia non sarebbe bastata. Bisognava che mi tramutassi nell'esser

suo, quale era stato. Recisi della mia vita tutto ciò che non era il

mio intento, non pensai più al paese, al passato, agli affetti di Ninì

Montelmo. Acquistai quanti ritratti potei trovare di quella donna,

la copiai nelle sue acconciature un po' eccentriche, ne' suoi gesti,

nelle attitudini descrittemi da chi l'aveva conosciuta. Lessi, rilessi,

studiai a mente tutte le sue biografie, quanto i giornali avevano

pubblicato sul conto suo. Seppi di una governante, vissuta lunghi anni

con lei, e tanto feci ch'ella venne ai miei servigi. L'aveva molto

amata. Grace Alloys era una di quelle donne che, anche senza volerlo,

si fanno amare universalmente. Dall'affetto che le aveva poetato quella

donna, dai suoi minuti e garruli ricordi, io ebbi tutte le nozioni

giovevoli al mio scopo, essa fu il mio pubblico di prova, quando volli

tentare il primo effetto della mia metempsicosi. E il giorno in cui

ella, guardandomi attonita, commossa, mi disse che le rammentavo tanto

la sua povera signora, quel giorno trionfai e piansi... piansi a lungo.

— E tuo marito — chiesi — non s'avvide?...

— No, non s'avvide. Guarì, e mi parve che a misura ch'io m'addestravo

alla mia nuova parte, egli fosse più sollevato, meno oppresso dalla

sua sventura. Cantavo di frequente ed egli me ne pregava talvolta.

Osservai che a poco a poco egli tralasciò di chiamarmi per nome; diceva

semplicemente: mia cara. Il nome di quella donna non varcò mai le sue

labbra, ma egli non parlava mai dell'Italia, nè delle circostanze del

nostro matrimonio. Gradatamente, tutto ciò che riguardava il passato

venne meno nelle sue parole. Vidi che l'illusione sorgeva tacita,

insinuante, attorno a lui... che lo cullava delle sue segrete dolcezze.

Avevo prese tutte le abitudini della vita inglese, vivevamo con una

grande intimità soli, nel solo presente, nell'orbita dell'illusione che

entrambi alimentavamo, vivendola in silenzio, come in un sogno.»

La voce di lady Helvellyn s'era fatta debole ed inespressiva, pareva

che ella stessa parlasse come in sogno e il suo sguardo aveva la

fissità languida di quello di una persona che sta per addormentarsi.

Si scosse però tosto e un'espressione perplessa, quasi angustiata,

mutò, ad un tratto, la sua fisionomia.

— Ci fu un tempo terribile, — proseguì — un tempo di mortale angoscia,

dei giorni in cui, non ancora ben divelta dal mio primo ente, non

riuscivo a penetrare che in parte nello spirito del secondo. Lo spirito

mio oscillava spaventato fra quelle due frazioni, avverse, ostili una

all'altra, di scissa personalità. Mi accadde talvolta, tant'ero presa

all'amo della mia menzogna, di non sapere più precisamente chi io

fossi... Ma non posso spiegarti tutto ciò... non posso...

Si torceva le mani, compresa del suono assurdo, incredibile delle

sue parole. Pure io la credevo, allora, come noi donne crediamo a

ciò che non possiamo intendere, per una misteriosa simpatia del solo

sentimento.

Si calmò e mi sorrise.

— Ma quel tempo passò, e venne la quiete, il senso della mia entità

di un tempo si assopì gradatamente in me e la ribellione si acquetò.

Divenni madre e scordai il tempo in cui non lo ero stata. Le

circostanze, l'ambiente, l'isolamento, tutto contribuiva a favorire la

fantastica esistenza che ci eravamo fatta. La seconda delle mie bambine

era alquanto delicata, i medici consigliavano l'aria di mare. Alano

acquistò il _yacht_ e volle chiamarlo _Lux_, dicendo che veramente in

esso si conterrebbe la sua luce... Cominciammo a viaggiare, contenti di

questa esistenza che perpetua ovunque il nostro isolamento e che giova

alla salute di tutti noi. Da sei anni erriamo così... veri zingari dal

mare. Egli non mi propose mai di navigare verso l'Italia. Nè io glielo

chiesi. Ora andremo a visitare i porti della Scandinavia. Ed egli è

felice... credo.

— E tu? — chiesi per un impulso irresistibile, pentendomi subito

dell'indiscreta domanda.

Ma ella non parve trovarla tale.

— Io pure, — disse con fermo accento. — Mi sono fatta al mio destino,

l'ho accettato in tutta la sua incredibile anormalità. Non ho

rimorsi... Nè Dio, nè gli uomini potrebbero chieder più da una donna.

Ho amato, e non a modo mio. Ti ricordi dei consigli che mi desti

un tempo, d'esser docile, di amare come si può, non come si vuole?

Ebbene, così ho fatto. Ho rinunziato alla mia ed ho assunta l'entità

di un'altra persona, perchè il ricordo di questa persona era più caro

di me stessa all'uomo che io amavo. Ti pare ora ch'io sia abbastanza

semplice... elementare?

La guardai, ma non la vedevo bene; avevo gli occhi velati di lagrime.

— Perchè piangi? — mi disse con grande semplicità. — Sono felice

adesso: l'amarezza della morte è passata. E, chiunque io sia.... egli

_mi_ ama!

Ora aveva finito e si riposava. Mi alzai e mi feci presso ad uno dei

finestrini. I piccoli spettri solari danzavano sempre sulla parete e

le cortine si torcevano, folli e musicali, nella stretta del vento. Il

Mediterraneo palpitava sfolgorante di sole, movendo verso la infinita

luminosità dell'orizzonte celeste. Ed io pensai che più profondo, più

luminoso, più infinito del cielo e del mare riuniti è talvolta l'amore.

Una voce risuonò sul ponte.

— _Boat... ooh!_

Lady Helvellyn si alzò e venne a raggiungermi. Le accennai una lancia

che pareva dirigersi alla volta del yacht.

— I bambini — disse — ora li vedrai.

Suonò un campanello ed impartì alcuni ordini. Poco stante, si udì

sul ponte un gaio brusìo di vocette infantili e un momento dopo

la brigatella irruppe nel salotto, seguita da un piccolo stuolo di

governanti. Tre amori di creaturine! Si aggrupparono attorno alla madre

con visibile adorazione, ed ella me li presentò tutti e tre, con mal

celato orgoglio. Poi chiese alle governanti dei loro diporti.

Parlava inglese, ora, un inglese stretto, genuino, che mi parve mutasse

ad un tratto il suono stesso della sua voce. Sul suo volto non rimaneva

traccia alcuna della recente emozione; era un'espressione al tutto

calma, impassibile, quella che il giorno prima, al Cercle, mi aveva

resa sì crucciosamente incerta. La persona aveva nuovamente assunta

l'attitudine che non le conoscevo. Compresi che Lady Helvellyn era

tornata, volontariamente o no, ad immedesimarsi della sua seconda

esistenza. E, stranissima cosa, la mia stessa emozione si era calmata

in quel frattempo, mi pareva di essere accanto ad una persona che

avessi da poco conosciuta, quasi un'estranea. Pure, dopo un istante,

ripensando intensamente a Ninì... la ritrovai in quella estranea.

Mi sentivo turbata, affaticata. Tutto ciò mi faceva male. Quella

vicenda sì rapida, sì balenante d'impressioni urtate, stancava

nervosamente il mio spirito, come la perpetua danza dei riflessi acquei

stancava il mio sguardo. Dissi che bramavo far ritorno a casa.

Ella non si oppose, ordinò che fosse approntato il canotto. All'ultimo

momento, mentre eravamo sul cassero, presso la scala d'approdo, ella si

chinò al mio orecchio, e mi susurrò una strana parola:

— Scordami.

Ma poi, con subito impeto appassionato, mi strinse al seno, in un

veemente abbraccio. La sua mano afferrò un lembo della mia giacchetta,

come se volesse trattenermi, il suo sguardo acceso, bramoso, mi avvolse

tutta, mi afferrò, mi ricercò, m'impregnò di un'onda magnetica di

rammarico, di scongiuro, d'incertezze folli... Fu un lampo. Lasciò

andare la mia giacchettina, ci sorridemmo scambievolmente con un

sorriso vago... come stanchissimo.

Scesi, e subito rivolsi il capo all'insù, per guardarla, per vederla

ancora una volta. Ma ella aveva già lasciato il cassero.

Vecchia celia.

Il treno ripartì.

Sulla piattaforma della piccola stazione, la viaggiatrice, testè

discesa da una carrozza di prima classe, rimase immobile, come incerta.

Nessuno degli impiegati la conosceva. Era sola e non aveva bagaglio.

Una borsa da viaggio ricchissima. Inglese, attillata la foggia della

spolverina. Un ampio velo marrone le era calato sul volto non più

freschissimo, ma fino ed affascinante. E, nel complesso della persona,

come nel più minuto dei particolari, era in lei il marchio inimitabile

della vera signora, la rivelazione di tutte le raffinatezze di

un'esistenza finamente mondana.

Qualcosa pure, però, d'una stanchezza languida ed uggita.

S'avviò con lento passo verso l'uscita. Nel varcarla, chiese al

bigliettario:

— Ci sarebbe una carrozza per recarsi in paese?

— Sì, signora. È venuto il vetturino. Guardi.

Davanti all'entrata esterna della stazione, stava infatti uno

sgangherato calessino e un giovanotto sventolava, con un fazzoletto

di cotone azzurro, i fianchi d'una vecchia cavalla, corsi da continui

scotimenti nervosi, sotto le rabbiose punture delle mosche cavalline.

— Comanda, signora? — chiese alacremente il giovane, agitando lo

scudiscio davanti a lei, che, nuovamente immobile, guardava la campagna

circostante, come per orientarsi.

— Comanda, signora?

A quel secondo appello, ella si scosse e fece un cenno di adesione,

senz'altro.

Il vetturino era già in serpa. Si voltò:

— Dove comanda?

— Monteforte, alla villa.

Un _ahoo_ imperioso, una chioccata di frusta, e via.

La strada era bella, tutta vaghezza di colli e pompa autunnale di

campagna. Ma pareva triste in quel giorno senza sole, nella bianchezza

afosa del tempo rannuvolato.

La signora interpellò ad un tratto il cocchiere:

— Siete il solo vetturino di Monteforte?

L'uomo, un buon diavolaccio, che amava le chiacchiere coi suoi clienti,

rispose prontamente:

— Sì, signora! E ce n'è anche di troppo, coi bei tempi che corrono,

e queste ferrovie e tram che si cacciano dappertutto. Son cinque anni

che abbiamo la stazione. Per quel che fa, potevan lasciar di farla e di

rovinar noi altri poveretti. Non c'è commercio da queste parti. Miseria

grande, e altro.

— Non ci sono signori, dunque?

— Oh di quelli ce ne sono... Ma son tutti signori di denari, soltanto,

son venuti su dal niente e taglierebbero un quattrino in croce. C'era

bensì, una volta, una casata di signori veri, i conti di Monteforte,

che venivano l'autunno; allora si stava allegri e andava bene per

tutti, ma adesso...

— Adesso? — continuò la signora, che pareva prendere un certo

interessamento al colloquio.

— Adesso la cuccagna è finita. Da quindici anni, non ci vengono più, e

chi la fa grassa sono gli agenti e i fittabili.

— Lo so — disse la signora. E davvero lo sapeva.

— Mah! — proseguì il vetturino. — Succede sempre così, a non guardarci.

I padroni non capitavano mai... mangia tu che mangio anch'io; fatto sta

che ora la casa e i terreni, è tutta in vendita.

— Lo so — disse ancora la signora. Tacque, rannuvolata in viso.

Il vetturino ebbe un lampo d'ispirazione. Quella era venuta per visitar

la villa, per comperarla, s'era di suo genio.

Contento della sua trovata, prese a lodare con astuzia diplomatica il

paese, l'aria, i terreni, la campagna.

— Brava gente, sa... rispettosi, lavoratori. Tante persone pulite, fior

di gente! Il prevosto, il coadiutore, il curato... C'era un certo Don

Giulio, un po' vecchio ormai, ma ch'era sempre il maneggione di tutto.

Famoso pei malati e per scongiurar le talpe. Corpo!... non c'era il

compagno. Poi un curatino...

S'interruppe ad un tratto ed arrestò la cavalla.

— Guardi, signora. Di qui si vede bene. Quella è la villa.

Accennava, collo scudiscio, un'amenissima altura, e, a mezzo del

pendio di questa, un vasto caseggiato signorile, attorniato da un

ampio giardino. Un lungo viale di ippocastani finiva dinanzi al portone

della casa, e davanti alla facciata meridionale di questa si stendeva

un'ampia terrazza, cinta d'una balaustra di ferro leggiadramente

intagliata e coperta di arrampicanti. I portoni serrati, le finestre

chiuse tutte quante.

La signora si rizzò a sedere sui cuscini e fissò a lungo gli sguardi su

quella villa.

— Bel luogo... eh!... — suggerì il vetturino. — Vedrà all'interno poi,

che bellezza, che specchi, che mobili! Io veramente non ci sono mai

stato; ma mio padre, che ci andava sempre per portar le lettere ai

signori...

— Che! — interruppe vivamente la viaggiatrice — sareste mai il

figliuolo del Gaspare?

Il vetturino si voltò, meravigliato.

— Per l'appunto. Ma allora, scusi..., lei ci è stata da queste parti?

La signora chinò il capo, con un fare svogliato e s'allungò sui cuscini.

Per un buon tratto di strada, fu silenzio. La cavalla trotterellava,

scotendosi dietro la carrozza sul terreno disuguale e sassoso. La

signora non reagiva punto contro i villani sobbalzi, dovuti alle

pessime molle del legno, la sua persona abbandonata pareva anzi

assecondare quelle brusche scosse.

Un giovane, di civile aspetto, passò sulla via, gettando nell'interno

della carrozza uno sguardo attonito e curioso che corse poscia ad

interrogare il cocchiere.

Questi scosse il manico della sferza, per salutare il giovane, e lo

interpellò ad alta voce:

— E così?

L'altro alzò le spalle, con un gesto espressivo.

— È andato? — insistè il vetturino.

— No... ma poco ci manca.

Non ebbe tempo di dir altro; rimase addietro sulla strada..

— È un mio cugino che sta male — disse bonariamente il vetturino. — E

quello lì è il nostro dottorino, vede! Gli ho chiesto... perchè quel

poveretto, quello che sta male, sarebbe proprio ora che se ne andasse!

Ella sorrise alquanto.

— È molto vecchio? — chiese.

— Oh no! sulla quarantina, se pure. Ma è mezzo... — Si voltò, e recò

la mano alla fronte, sventolandola energicamente. — Sono due anni ch'è

ammalato, e tre mesi che sta a letto. È ridotto che fa paura. Ma era

un bravo giovane, sa?... di talento, di studio; meno che non aveva la

testa a casa. Dicono che fosse diventato così per uno scherzo che gli

fecero dei buontemponi del paese, anni addietro, d'intesa coi signori

qui della villa... dei signori giovani, che ridevano volentieri!

La signora si rizzò bruscamente a sedere.

— Come si chiama? — scattò a chiedere.

— Si chiama Lattanzio. Il _maes_ Lattanzio, che insegnava alle

Comunali. Bravissimo del suo mestiere, faceva anche delle poesie!

Ma!... era sempre stato una testa un po' matta. Dico io!... andar a

immaginarsi che la signora Contessa....

Una brusca interrogazione gli troncò a mezzo la frase:

— Siamo ancor lontani dalla villa?

— No, signora — rispose attonito il vetturino — un mezzo chilometro, a

dir molto.

— Spicciati; ho fretta.

L'accento era sì duro, sì imperioso che il loquace vetturino ammutolì e

la punta dello scudiscio accarezzò le orecchie della cavalla.

— Che tipo curioso! — pensò il giovane — ora sa, ora chiede, ora vuole,

ora non vuole. Chi diamine può essere?

Lo seppe poco dopo, quando furono all'entrata del viale e quando il

vecchio custode, capitato finalmente, dopo lunghe chiamate, col mazzo

delle chiavi, per aprire il cancello, se le lasciò cader di mano, in

atto d'altissima meraviglia, udendo una nota frase sulle labbra della

signora che scendeva dal legnetto. Non certo ancora, aguzzò lo sguardo

ansiosamente. Ella, ridendo, rimosse il velo... Allora il vecchio

giunse le mani e sclamò, gridò quasi:

— Ah Madonna! è proprio lei... la padrona!

— Corpo! — pensò il vetturino, inebetito dalla meraviglia. — E io che

la piglio per un'acquirente, e a momenti le conto la storia di maes

Lattanzio!...

*

* *

Proprio lei... in persona... la contessa Fulvia di Monteforte. La

fattora l'accompagnava in casa, sbarrava gli usci, spalancava le

imposte nelle sale a terreno, suscitando galoppi udibili di sorci e

fughe disperate di grossi ragni. Il tanfo del rinchiuso si esalava

caldo e nauseante, la rabescatura bianchiccia del salnitro si accusava

sui pavimenti e sugli zoccoli delle pareti e da esse pareva emanare una

piccola frescura, acuta e malsana. Informi cataste di mobili avvolti in

vecchie tele, rompevano qua e là il nudo e il vuoto degli ambienti.

L'assenza dei padroni era stata pretesto a qualche usurpazione dei

custodi. In un piccolo _boudoir_ chinese, un odore acre, intollerabile,

rivelava la presenza del raccolto dell'aglio. Il fattore aveva

impiantato nello stanzino del bagno una specie di rustico studiolo.

In una vasta antisala, dipinta a fresco, eran rizzate delle tavole di

graticci a più piani, sui quali era distesa l'uva, fresca ancora della

recente vendemmia; ma l'ingrato odore dei bozzoli, che avevan primi

occupato il luogo, perdurava.

Le fine nari della Contessa ebbero delle non dubbie vibrazioni, ma

essa nulla espresse del suo scontento, se pure ne risentì. Solo un

istante, come se sentisse bisogno dell'aria pura, venne fuori, e diede

un'occhiata al terrazzo.

Peggio che mai! L'incuria dei fattori, il vandalismo dei villani

avevan presto avuta ragione della regolarità leggiadra dei comparti; la

gramigna aveva invase e divorate le macchie, e i fagiuoli coprivano,

colla tenacità dei loro tenui steli attorcigliati, le cime degli

arbusti di lusso; le bordature eran diventate di prezzemolo e di

insalata, e dai grandi vasi di limoni si riversava un'arruffata

vegetazione di pomidoro. Solo il gelsomino e i due rosai, piantati

appiè delle colonne del porticato, avevan vissuto per conto proprio, a

dispetto dell'incuria. I rosai erano in piena fioritura, e il gelsomino

era tutto in vaga costellazione bianca, e un cespo d'amorino, alla base

d'uno dei rosai, metteva la sua nota pura ed intensa in quel terzetto

di profumi. Un vecchio montone, sporco, colla lana arruffata, pascolava

e dava capate in un piccolo recinto di vecchie canne di granoturco,

addossato al piedestallo d'una muschiosa statua di Bacco. Su una

cordicella tesa fra due colonne del porticato, asciugava, all'afa delle

ore meridiane, tutto un bucatino di robicciuole infantili.

L'agente, che un ragazzo era andato a chiamare, capitò in fretta e

furia, accatastando scuse e complimenti. Era ai prati, pel terzaruolo.

La Contessa congedò la fattora. E così, sui due piedi, l'agente

seppe che la villa e la tenuta erano state definitivamente vendute a

certi fratelli Robins, industriali. Nella vendita era pur compreso il

mobilio, ma, per una convenzione speciale col marito, la Contessa aveva

diritto a rilevare quanto le piacesse del detto mobilio, a prezzo di

stima.

Era venuta per dare le sue disposizioni in proposito. Si tratterrebbe

un giorno soltanto. Lascerebbe a lui la lista dei capi prescelti, e

sarebbe sua cura lo spedirli...

— A Milano? — suggerì premurosamente l'agente.

No.... nè a Milano, nè alla villa sul lago. A un indirizzo nuovo che

avrebbe mandato poi.

Il ricordo d'una bizzarra diceria, penetrata sino a Monteforte,

sul crescente disaccordo fra la contessa Fulvia ed il marito, tornò

repentino alla mente del signor Perelli, l'agente. Ma non ne fè cenno

alcuno, naturalmente.... aveva ben altro pel capo, poveraccio.

Tentò invece di esprimere un decente rammarico per l'avvenimento, che

lo separava dai suoi riveriti padroni. Ma il freddo contegno della

signora non lo incoraggiava a grandi espansioni di rammarico. Due cure

martellavano il buon uomo: la inevitabile resa dei conti e la curiosità

di sapere che sorta di roba sarebbero i nuovi padroni. Stava lì, non

sapendo come congedarsi dopo quel po' po' di notizia. La osservava

perplesso, girando i pollici delle mani incrociate, trovandola magra,

invecchiata, con una ciera brutta.... O che aveva da guardarlo così?

Poichè ella, distratta, lo fissava con aspra attenzione, pensando alle

dilapidazioni che rimarrebbero senza castigo.

Si congedò finalmente con grandi inchini e con grande senso di

sollievo. Era già in giardino, quando s'avvide d'essersi scordato

di offrire la sua governante pei servigi della signora Contessa. Fu

lì lì per tornare indietro. Ma diè una buona crollata di spalle.

Oh s'ingegnasse un po' anche lei. Tanto, non era più la padrona.

Scuserebbe la fattora!

Scusava infatti, la fattora; ma che croce era mai, la buona donna,

con quel suo mulinello di parole! Una ossessione, quelle sue continue

domande.

— La illustrissima signora Contessa comanda di pranzare? A che ora?...

— Alle quattro. Facessero venire qualcosa dalla Trattoria del Leon

d'Oro...

— E dormire? La illustrissima signora comandava?

La illustrissima ebbe un brusco moto d'impazienza.

— Dovunque, non importa. Per una notte sola.

— Oh Signore! Solo per una notte, proprio? Dopo tanto che non venivano,

e ch'eran tanto desiderati?...

Di questo, a dir vero, la Contessa non s'era accorta. Le pareva che

Monteforte avesse fatto benissimo i fatti suoi senza di loro. Ed ella

era scontenta d'esser venuta.

La negletta casa le era parsa una tomba; tutto in essa era triste,

mal destato, dopo quindici anni di vuoto e di sonno. Desinò sola, nel

tinello grande, ove la fattora aveva voluto apparecchiare. Mangiò poco,

serbando un silenzio quasi accigliato, che contrastava coll'incessante

cicaleccio della buona donna. Lo ruppe solo, quasi involontariamente,

quando udì annunziare, fra gli altri avvenimenti, la disgrazia del maes

Lattanzio.

— Ma non è ancor morto! — disse vivacemente.

— No, ma quasi. In agonia, si può dire, da quindici giorni. Quanti

soldi era costata la sua malattia! E che vite gli avevan fatte quelle

due donne, la sorella e la cugina Cesira!

Quel nome non giunse nuovo alla Contessa.

— Una bella giovine, nevvero? la fidanzata di maes Lattanzio? Ma non

s'erano sposati?...

— Mai più. Lui non aveva voluto più saperne quando s'era cominciato

a scaldar la testa. Lei, per la gran passione, fece una malattia e

non volle sposar più nessuno. Quando furono morti tutti i suoi e il

Lattanzio cominciò a star male, ella venne in casa, come serva della

sorella di lui. Tanti la criticarono e le tolsero il saluto. Ma ormai

era vecchia e brutta, poteva anche farlo. E adesso vedesse cos'è

diventata... a furia di nottate e di strapazzi.

La Contessa chiese il caffè, che le fu recato trionfalmente dalla

fattora. L'aveva fatto lei ed era un'abbominevole cosa. Ma Fulvia non

s'inquietò e non disse nulla. Tanto, era l'ultima volta.

— Per fortuna! — pensò con un piccolo brivido.

*

* *

Curiosità, o senso di dovere. I notabili del paese vennero, in corpo,

a riverire la signora Contessa. Essa li vide farsi avanti sul viale.

Solo a misura che s'accostavano, avvertì i mutamenti ed i vuoti. Don

Giulio, il prete che non aveva rivali per scongiurar le talpe, s'era

fatto tutto bianco, ma la robustezza portentosa della tempra serbava

alle forti membra, alle marcate fattezze l'antico marchio, quasi

brutale, di forza e di energia. Piero Massini, il ricco fittabile,

già così grosso, s'era fatto enorme ora, e camminava a stento, come

un vecchio bue. Il tempo pareva invece aver sempre più assottigliati

i contorni della scarsa persona del signor Tapretti, l'ex-sindaco,

e la mobilità nervosa, fuggente, dello sguardo palesava sempre la

nota fondamentale del carattere, una conigliesca insana paura di

tutto. Il famoso Giovannino Prè, il bell'umore, il brillante della

compagnia, proprietario-dell'albergo del Leon d'Oro, c'era non solo,

ma non pareva punto invecchiato; portava ancor bene la snella persona

di ex-militare e la sua faccia accesa, sensuale, aveva serbata la

ilarità maligna di canzonatore spietato, sempre a caccia di grosse

mistificazioni. Fra i mancanti, il farmacista pettegolo, famoso per le

sue distrazioni, il vecchio dottore, facile al bicchiere e celebre per

le sue imprese amorose. Mancavano pure l'astuto, malefico segretario, e

il maestro di scuola, maes Lattanzio. Fulvia pensò a lui, e lo rivide

col pensiero. Rivide l'esile persona, il pallore malsano, le acute

fattezze del magrissimo volto, adombrato da una zazzera divisa in due

portentosi ciuffi, ondulati e lucenti. Vide il suo sguardo ardente

e spiritato, quell'indefinibile assieme di pretesa, di sussiego, di

timidità; rammentò le sue frasi ampollose, arzigogolate, il suo fare

tra impacciato e impudente, quei suoi scatti nervosi che avean del

convulso. Sorrise per un secondo, evocando quella grottesca figura

di pedagogo sentimentale, poi aggrottò le ciglia, pensando che

egli, che il Giovannino Prè, che tutti gli altri di quella volgare

combriccola di buontemponi erano stati per un anno intero ospiti

quotidiani della villa. Rammentò l'acre avversione che aveva dapprima

provata per la loro compagnia. Ma Roberto non tollerava la solitudine.

Rideva di sua moglie e delle sue riluttanze, trovava ridicole le sue

arie scandalezzate, fuor di luogo affatto: Naturalmente, eran gente

impossibile, villani rifatti. Ma giacche non c'era altro, bisognava

prenderli com'erano, e giovarsene, per non morir di noia. Sinchè si

stava in campagna, bisognava adattarsi.

Fulvia aveva capita la lezione e coll'andar del tempo aveva finito

coll'adattarsi anch'essa. Non si ribellava più contro la noia di quelle

insulse conversazioni, contro il ridicolo del grossolano incenso

delle adulazioni, le bizze, i pettegolezzi, le acri piccinerie, le

volgarità serene, inconscie, dei suoi ospiti. Roberto, lietissimo,

rideva di loro e se li aveva sempre d'attorno. Una gaia brigata;

questo sì, sollazzevoli, a modo loro. Si facevano l'un coll'altro degli

scherzi gustosissimi, che Roberto incitava e che lo facevan sbellicar

dalle risa. Il Giovannino Prè era famoso per le trovate... certe

finte citazioni al farmacista, all'ex-sindaco, tanto pauroso, degli

spauracchi da fargli venir la terzana. E così, a furia di pensarne e di

farne, era andato ad inventare la più bella fra tutte le celie, quella

di persuadere maes Lattanzio che la contessa Fulvia fosse segretamente

innamorata di lui!...

A dir vero, maes Lattanzio era un soggetto: unico per ogni specie

di mistificazione. Malsano di mente e di corpo, estroso, un misto di

strane audacie e di codardie, coll'immaginazione male in arnese, con

un vacuo disordine di sogni e di aspirazioni. Era grottesco in tutto,

nell'aspetto e nei modi; solenne nel parlare, pedantesco, con una

spruzzatura di sentimentalismo, che dava l'ultima mano di ridicolo a

quella infelice macchietta di pedagogo.

Sulle prime la Contessa aveva preso a proteggerlo, vedendolo fatto

segno ai dileggi dei buoni amici. Lo aveva fatto per buon cuore e

per spirito di contraddizione, sbadatamente; si divertiva della sua

gonfia gratitudine, dell'ammirazione svenevole ch'egli le tributava.

Non s'era nemmeno accorta dell'esaltamento vago, indeterminato, che la

stessa bontà di lei aveva messo in quel povero cervello. Non avvertiva

ch'egli diventava ogni giorno più brutto, che i suoi ciuffi prendevano

delle dimensioni sempre più torreggianti, e che gli sguardi, già un

po' loschi, del povero maestro avevano delle contorsioni sentimentali

del più bell'effetto.... Ma, in vece sua, se ne accorsero gli amici e

Roberto, il quale apprese pel primo, a Fulvia, ridendo come un matto,

la bella conquista da lei fatta. E Giovannino Prè, cogli altri amici,

ordirono tutto il piano della congiura. Si circuì l'infelice, si

soffiò a piene gote nel suo focherello, a piene mani vi si gettò esca

e paglia; tanto si disse e si fece, ch'egli finì col cader nella rete.

Confidò a Giovannino il suo amore per la Contessa, e il Giovannino finì

col confidargli ch'egli aveva forti motivi di credere che la Contessa

nutrisse pure una segreta, ma violenta passione per l'erudito maes

Lattanzio.

Figurarsi l'infelice maestrucolo!... Quel po' di buon senso, ch'egli

poteva aver serbato, naufragò completamente nella piena dello smisurato

suo trionfo. Egli credette. Tutto abboccò ciecamente di quell'esca

grossolana e crudele. Una spina soltanto in quella grandinata di

rose... la troppo giusta gelosia del marito.

Roberto figurava d'esser solo insospettito. Ogni tanto, saettava

occhiatacce truci al maestro, che allibiva. E dopo queste scene

mute, quando maes Lattanzio, sgomentato, se la batteva discretamente,

perchè non succedessero disgrazie, quale immenso scoppio d'ilarità

fra i congiurati! Come rifacevano le mosse, gli attucci, il contrasto

di mimica amorosa e cauta di quell'imbecille. Tanto che la Contessa

doveva finire col ridere anche lei del successo della celia.... Ella

pure vi recitava la sua particina. La recitava maluccio, esagerandola,

come tutte le esordienti; ma il maes Lattanzio, nella serenità del

suo convincimento, non badava pel sottile: credeva e tirava via! E

così il divertimento si prolungò all'infinito. Solo quando ne furon

sazi, quando si vide il Maestro pressochè esasperato dalle speranze

sempre deluse dal caso, si combinò con vera abilità una specie di

catastrofe. Una lettera intercettata, le smanie gelose di Roberto,

che giurava di sterminar l'audace..., la disperazione, le lagrime

dell'innamorata Contessa..., la possibilità, anzi l'inevitabilità

di un duello. Il Giovannino aveva quasi rapito il Lattanzio, l'aveva

costretto ad allontanarsi, sinchè si fosse potuto placare l'adirato

consorte. Il Maestro s'era generosamente adattato ad allontanarsi per

salvare la Contessa, e intanto gli amici avrebbero placato il Conte.

Intanto, invece, era venuta la fine della dimora in villa, il Conte e

la Contessa erano partiti; e chi si rammentava più di maes Lattanzio e

di Monteforte, nella gaia ed elegante baraonda d'un carnevale passato

a Napoli? Solo per qualche tempo i due sposi rammentarono, ogni tanto,

ridendo, quell'episodio. Poi venne un tempo in cui Fulvia e Roberto non

risero più assieme. Ognuno rideva ormai per conto suo, e non certo a

proposito di una vecchia celia, scordata da entrambi!

Ma lì, in paese, la ricordavano sempre, e, durante la visita dei

notabili, tornò in campo anch'essa, frammezzo ai ricordi dei lieti

giorni e ai rammarichi per la lunga assenza dei signori. Quanto si

erano divertiti, quanto avevan riso alle spalle di quel povero maestro

Lattanzio, eh! eh!

Ridevano ancora, in coro, con dei grossi scoppi d'ilarità chiassona,

triviale, ai quali la Contessa non era più abituata, e che

determinavano nell'intimo suo delle lievi crispazioni nervose. Pure,

per un acre senso di curiosità, ascoltava non solo, ma interrogava.

— Ah! E poi, cos'era accaduto?

Il Giovannino Prè la informò minutamente di tutto, con grande

compiacenza. Era accaduto che quel poveretto, tornando dall'esiglio e

non trovando più la signora contessa, era rimasto «di carta», e s'era

disperato. Poi, un po' per la paura avuta, un po' per lo strapazzo del

correr dietro a quell'eterno appuntamento sempre mandato a male da un

caso impreveduto, s'era buscata una fiera malattia, e poco mancò non

andasse al mondo di là sin d'allora. Poi, quando fu ben guarito, gli

amici dissero ch'era stata tutta una buffonata, una cosa per ridere.

Credevano di fargli un bene... eh! una carità perchè si desse pace.

— Già!... E lui?

— Lui invece... la prese tutta a rovescio. Avesse visto che occhi,

che furie! Diventò come disperato; cominciò a far il diavolo in casa,

in scuola. Già, era sempre stato un po' strambo; ma d'allora in poi

divenne così inquieto che alcuni parlavano di farlo ritirare, ma i

suoi non vollero. Sua sorella e sua cugina, una giovane ch'egli doveva

sposare... la Cesira... si ricorda?...

Ella assentì con un cenno. — E poi?

— E poi, rimase sempre così, come scombussolato nel cervello; ma

a poco a poco diventò più quieto. Tutti lo canzonavano, si sa, ma

egli canzonava noi, dicendo che s'era benissimo accorto della nostra

malignità, che parlavamo per invidia, mentre tutto ciò ch'era accaduto

era vero verissimo. E per quanto gli dicessimo, non si volle mai

ricredere. Sicchè, può immaginare quanto abbiam riso ancora!

— Però — disse timidamente il fittabile Massini — dopo si persuase.

— Si persuase un corno — ribattè vivacemente Giovannino. — Non

parlò più, perchè noi gli eravamo subito addosso a minchionarlo; ma

faceva certe faccie... che si capiva che nel suo cuore, era certo...

certissimo, benchè...

Ammiccò maliziosamente, ma qualcosa, nello sguardo della Contessa, gli

suggerì di soggiungere in fretta:

— Matto da legare, s'intende... Mah! poveretto!

La visita fu lunga; per quel benedetto vezzo che hanno certe persone di

non saper mai trovare il momento buono per andarsene. Pure non era per

alcuno una visita piacevole. Ognuno pensava, guardando la Contessa: non

è più lei. Non tanto per gli anni trascorsi, nè pel mutamento fisico,

era ancora bellissima; ma qualcosa d'indefinibile aveva fatto della

gaia sposina d'un tempo una donna inquieta e inquietante nella stessa

sua calma. Era gentile, e s'informava dei fatti d'ognuno con mirabile

sforzo di memoria; pure, sentivano d'esserle diventati al tutto

estranei. Poi non sapevano come interpretare la sua venuta a Monteforte

e come chiederle di Roberto; ella stessa avea parlato sì fuggevolmente

di suo marito!

I visitatori erano molti, ma parevano sfumare nella nuda vastità della

sala, a mala pena rischiarata da una lucernetta, la sola che la fattora

avesse saputo approntare. Si parlava a mezza voce. Seduto accanto

alla contessa, il brillante Giovannino Prè tentava invano di animare

la riunione. Parecchi rammentarono che a quel posto soleva stare bene

spesso maes Lattanzio. A proposito; peggiorava sempre e si dubitava che

potesse passar la notte.

Finalmente se ne andarono, in corpo come erano venuti, incerti,

disorientati. Ella disse che sarebbe partita la domane, senza

aggiungere schiarimenti di sorta. Non s'incomodasse pure nessuno, non

aveva fissata l'ora della partenza. Sperava di rivederli, era grata del

buon ricordo... Ma essi avvertivano in quelle parole qualcosa che le

rendeva vane, e pareva dare una smentita indefinibile al loro stesso

significato.

Ella rimase sola nel grande salotto, fatto tepido dalla dimora di

tante persone. Avevan fumato, e l'odore dei sigari rimaneva, acre,

disgustoso... La Contessa si ritirò subito. Era stanchissima.

*

* *

Aveva detto che non gliene importava nulla, che dormirebbe dovunque.

Pure, quando vide che la fattora le aveva preparata l'antica camera

coll'alcova, quella ch'ella aveva occupata un tempo con Roberto, ebbe

una impressione sgradita. Il letto era fatto, la fattora aveva messi i

lenzuoli grandi, d'un sol telo, coi quattro cuscini ricamati, recanti

sulla fodera le cifre intrecciate _R. M._ (Roberto Monteforte). Fu

quasi per dirle: — Mettimi altrove. — Ma poi disse a sè stessa: — Che

importa? sono stanca, dormirò subito.

Ma non dormì subito. Il sonno se n'era andato ad un tratto, ed ella

guardava attorno a sè. La camera era vasta, gaia, semplicemente

arredata. Le pareti eran dipinte a paesaggio, una campagna aperta,

con molto cielo. L'alcova figurava una grotta di tufi chiari, e dagli

interstizi di questi pendevano dei ciuffi d'un verde tenerissimo,

imitazione molto libera di felci e di capelvenere. Qua e là, per

figurare forse le segrete linfe, lumeggiavano dei pezzi di specchio

incastrati nella parete. Sopra il letto un baldacchino bianco,

sostenuto da freccie di legno dorato. Ai lati due acquasantini

d'argento con due angioletti di stucco, oranti, coll'ali tese.

Uno sgomento colpì improvvisamente Fulvia, quando l'alto silenzio

della notte l'ebbe al tutto isolata in quel calmo ambiente. Le

parve di trovarvi una grave eloquenza di paragoni e di accuse. Si

sentì giudicata da quella quiete, le parve che tutte quelle cose,

rivedendola, non la riconoscessero più; si rammentò di quanto essa

aveva troppo, irremediabilmente scordato e sentì la nota dissonante

ch'ella recava in quella pace, piena ancora della purezza e dei sogni

del passato. Un rammarico acuto la colse, un inesplicabile senso di

tenerezza amara per quel luogo, per quelle pareti. Poichè ella quivi...

quivi soltanto era stata veramente felice! Illusioni, forse. Anzi,

certo... Ma lì aveva vissuta quella vita d'illusioni, e forse non le

avrebbe perse tutte, se fosse rimasta nel loro nido. — Ora tutto se

n'era andato. Illusioni e il resto. Venduto anche il nido..., l'altare

dell'ultima fede. Per qualche giorno soltanto aveva il diritto, la

possibilità di restarvi. Non era già più suo.

Se ne doleva ora e volle poscia deridere in sè stessa quello strano

senso di cruccio. Ma non le venne fatto... Tenne a lungo lo sguardo

fisso sul lucignolo vacillante della pessima candela che le aveva

data la fattora. Si scosse, le parve di sentire un gran caldo nella

persona. Aprì la finestra di centro e vi si affacciò. Una cupa notte,

ingombra di nubi tenebrose. L'atmosfera era umida per la pioggia già

caduta e per quella imminente. Sulla fuliginosa bassura dell'orizzonte

spiccava il vasto tracciato della campagna, cogli accavallati profili

dei colli. Tutto il rimanente: un nereggiamento cupo e caotico. Ogni

particolare naufragava nell'oscurità; le grandi linee emergevano sole

da quell'oceano silenzioso delle tenebre.

Ella vide quel nero, e si ricordò. Nella tenebra della sua mente, del

suo cuore, vide alzarsi nude, gigantesche, isolate nell'ombra le grandi

linee della sua vita.

Pure rammentava anche un grande e caldo sfolgorio di luce.... Oh le

estasi, le gaiezze dei primi tempi del suo matrimonio, quando era

passata, senza transazione, dal chiostro a Monteforte, dalla solitudine

alle braccia di Roberto! Oh le rivelazioni del dio ignoto... di se

stessa, del mondo intero! Il suo pazzo amore per Roberto! Che paradiso

le era parso Monteforte!... come aveva sognato di vivere colà in

perfetta solitudine con lui, bastandogli in tutto come in tutto egli

era bastevole a lei! Una consacrazione reciproca, tale era stato il

sogno di quel folle cuore. Ma Roberto era più saggio di lei. Sapeva

che siffatti metodi non sono possibili, e glielo disse non solo, ma

glielo provò. Per previdenza, per farlo durar più a lungo, egli anacquò

il vino della sua felicità. Escluse l'idea dell'isolamento; ricercò

invece la compagnia degli amici. Volle compagni, commensali, corteo di

clienti, grati e festevoli.

Li aveva sempre d'attorno, sempre; ed ella finì coll'abituarsi. Fece,

giorno per giorno, delle concessioni, piccole, ma continue, tolleranze

bonarie di motti e di frasi equivoche, ovvero della grossa libertà

di espressioni che gli ospiti usavano talvolta, incoraggiati dal suo

silenzio, dalla sua indulgenza sconfortata. E così, di concessione in

concessione, s'era giunti sino all'episodio di maes Lattanzio.

Ella era quasi insorta, allora; un innato senso morale, una ripugnanza

istintiva le aveva suggerito di non prestar mano a quell'ignobile

tranello. Ma poi Roberto, gli amici, una malsana curiosità di provar sè

stessa...

Alla lunga, finì col divertirsi ella pure delle assurde smanie del

maestrucolo. Cominciò a metterci un certo impegno, come una bimba

che si prova a far la signora. Fece _in corpore vili_ l'esperienza

dell'esercizio d'un potere che a lei stessa si rivelava solo a misura

ch'ella andava esercitandolo, s'impossessò dell'arte di sedurre senza

amare, di quanto, cioè, havvi nella donna di più basso e sleale. E, in

quel gioco crudele, ella e gli altri perseverarono ridendo. Poi, quando

ebbero riso a sufficienza dell'imbecille che aveva osato credere,

quando ebbero irritate, esasperate sino alla follia le assurde passioni

di colui, la celia non ebbe tempo di farsi stucchevole. Finì ad un

tratto, senza inconvenienti, per la partenza dei signori.

Erano stati assenti per 15 anni. Che le era accaduto in quel frattempo?

Nulla di speciale, nè di strano. Era entrata in società, il mondo

l'aveva presa e presto foggiata a modo suo. Roberto l'attorniava

ancora dei suoi amici. Senonchè ora, questi erano giovanotti garbati,

educatissimi, bei nomi, belle fortune, modi attraenti; talvolta avevano

dello spirito, o l'arte di simularne il possesso. Tutti avevano delle

avventure. Le signore che la attorniavano, ch'ella prendeva subito

ad amare, erano giovani, elegantissime, non tutte incolumi dal soffio

della maldicenza, alcune avevano anzi un passato alquanto discusso e

un presente discutibile. Essa le imitava per piacere a Roberto. Roberto

s'era presto emancipato, a dir vero, dal legame dell'amor conjugale, e

la voragine mondana ebbe facile ragione degli ultimi suoi scrupoli. A

un tratto, bruscamente, Fulvia si seppe tradita.

Credeva di morire, tanto ne sofferse... Ma non morì. Voleva separarsi

da suo marito; non si separò. La prima volta perdonò, perchè l'amava

ancora; la seconda, perchè non lo amava più. La terza, ahimè, la

terza!...

Tutto ciò era venuto lentamente, a furia di piccole rinunzie, di

concessioni successive. Un po' colpa sua, un po' di Roberto, degli

amici, delle amiche..., dell'aria che respirava. Anche in quel nuovo

ambiente, ella aveva avute dapprima delle ribellioni intime, qualche

velleità di lotta, che abbandonò poscia, come aveva abbandonato quelle

di Monteforte. E in fondo, in fondo, guardando bene, mutate le forme,

le parvenze, il vestito, il linguaggio, era pur sempre la stessa cosa!

Il feroce egoismo, la bramosia dei facili piaceri, il vuoto delle

menti, l'orrore alla semplicità ed alla serietà, il segreto cinismo

degli animi. A conti fatti, era tutt'uno... Ella non lottò e non vinse,

nè a Monteforte, nè altrove.

Fulvia fu indolente e sfortunata; non seppe trovare nè amici sinceri,

nè consiglieri leali; non fu atta a suscitare, in chi l'attorniava,

affetti duraturi e giovevoli. Soffrì talvolta.... Fu offesa,

sinistramente giudicata da alcuni, e incrudelì, alla sua volta, con chi

non lo meritava. Si perdette in dettaglio, a spizzico: senza unità, nè

grandiosità d'immolazione.

Credette d'amare e s'accorse, troppo tardi, che, ciò che aveva creduto

una passione, non era stato nulla più che un capriccio; provò delle

ebbrezze manchevoli, incomplete, ravvisò bene spesso bruscamente dietro

le parvenze d'una cavalleresca poesia d'adorazione, un feroce vero di

brutalità. S'abituò a disistimare tutti, ed a vivere placidamente in

mezzo alle persone distimate, si fece un'amara e beffarda idea della

vita e del cuore. Mentì per vezzo, per spirito di difesa e di vendetta.

Tra essa ed il marito, dopo le prime scene violente, una bella pace di

tomba, una tacita e bassa convenzione di libertà reciproca.... purchè

fosse evitato lo scandalo.

Ma nello scandalo appunto ell'era di recente incappata. Uno scandalo

volgare, del quale le amiche ridevano dietro il ventaglio, dicendo che

quella povera Fulvia si era proprio resa impossibile, ormai!

In quel lento naufragio era andato travolto, oltre il patrimonio

morale, anche il ricco censo dei Monteforte. Scialaquo, noncuranza,

rovinoso bisogno di continui svaghi. Roberto s'era accorto, un bel

giorno, che sua moglie tornava ormai troppo cara alla sua dignità

e alla sua borsa. Allora si pensò al rimedio, e questo fu pronto ed

efficace. Così l'amore, il dovere, il legame eterno, tutto finiva in

una grande liquidazione generale.

E dopo quella: ognuno per sè e Dio per tutti!

Fulvia non si ribellò... Alzò le sue belle, bianchissime spalle. Un

sollievo, quasi, quella completa rottura col passato e con Roberto.

Non si fermò a pensare. Andrebbe avanti ancora, come prima, ciecamente.

Parte della sua dote era rimasta incolume. Vivrebbe a Parigi, a Nizza,

a Roma. Ebbene, meglio così!

Ma ora, lì a Monteforte, affacciata alla finestra dell'antica sua

camera, ella non diceva: meglio così! Misurava tutta l'estensione

della sua sventura. Si sentiva sola e indifesa, sentiva tutto ciò che

aveva perduto. La vecchia dimora aveva risuscitato il vecchio tempo,

ridestate le antiche voci. E una sincerità nuova, crudele pareva

levarsi dal fondo di quel baratro nero, ch'ella involontariamente

interrogava e che le rispondeva la verità. Tutto ciò ch'ella aveva

scordato, negletto nel suo pensiero, si ridestò colla tortura d'un

nuovo aspetto. Ella rammentò i primordi puri e beati, l'intorbidarsi

primo della serenità del cuore e della coscienza, la prima menzogna,

la prima bassa condiscendenza. E la vecchia celia, commessa così alla

leggera, per ridere, scordata da tanto tempo, campeggiò nettamente in

quella vertigine di ricordi angosciosi, parve capitanare tutte le altre

avventure della sciupata esistenza di quegli anni, le vere cadute, le

debolezze vergognose e codarde, i capricci insensati e dannosi, tutto

ciò che a gradi a gradi aveva mutato e pervertito quel fiacco animo

di donna, e resolo ciò ch'ella era oggidì, ciò che si sentiva ora

chiaramente nella pace immutata e nella solitudine dell'antica dimora!

Curvò la testa sul davanzale e colle aride mani si costrinse la fronte.

Per un minuto s'inabissò nel vuoto della sua disperazione. La sua

perfetta immobilità parve una morte di più, nella quiete sepolcrale

della notte.

S'alzò poscia, chiuse la finestra e si coricò.

Aveva seco un libro, e si provò a leggere, per conciliare il sonno o

per distrarsi, ma non raggiunse nè l'uno scopo, nè l'altro. Le venne

invece una strana ossessione. Le parve d'esser la Fulvia di allora, la

sposa innamorata e felice.

A un tratto, di fuori prese a piovere. Ma, sulle prime, ella non

riconobbe lo strepito della piova; balzò a sedere sul letto origliando,

con un violento battito del cuore. Le goccie cadevano rade ancora,

picchiavano regolari e frettolose sulla ghiaia del vialetto che correva

sotto le finestre, imitando quasi lo strepito di un passo baldo,

spigliato.

A Fulvia parve per un secondo il passo di Roberto. Tornava così, la

sera tardi, dopo una seduta cogli amici al Leon d'Oro. Tornava, e

lei, che lo aveva sì a lungo atteso, riconosceva il suo passo con

un delizioso tremore. Diceva a sè stessa, esultando: è qui! Dava una

rapida occhiata agli specchietti più vicini, le stava bene la cuffia,

così? Si accomodava in fretta, poi giù, cogli occhi serrati, a finger

di dormire per fargli dispetto, per esser destata, come al solito, con

un gaio bacio. E mentre egli saliva le scale, il cuore di lei, quel

folle, sciocco cuore batteva, batteva.

Ricadde a giacere, con un beffardo sorriso. La piova cadeva

regolarmente ora, e non somigliava più ad un baldo passo.

Nella turbata mente di Fulvia era passata soltanto, come un razzo nella

notte, l'immagine di Roberto, colla sua bellezza d'Apollo e col suo

sorriso di amante. L'ombra era nuovamente infestata da un disordine di

vacue larve. Ma torreggiante, distinta, perdurava la precisione d'un

ricordo simile ad un incubo: la pallida faccia, la smorfia sentimentale

e grottesca, gli occhi spiritati ed i lucidi ciuffi di maes Lattanzio.

*

* *

La notte era trascorsa e l'ospite attesa, la grande ospite nera, non

aveva puranco picchiato alla porta di maes Lattanzio. Un alto silenzio

regnava nella casetta del docente, e nella sua camera pareva quasi

avverarsi una sosta dell'angosciosa aspettazione. L'inquieta veglia

finiva in una calma quasi serena.

Tutto in ordine, pulito e ravviato. Due seggiole accostate ai letto,

un lavoro di donna tuttora giacente sul copripiedi, facevano fede

d'una sorveglianza femminile e recente. La sera prima avevan recato

il viatico, e la camera serbava ancora un leggero profumo d'incenso.

Una coperta a fiorami era sciorinata sullo scrittoio, e i libri

del maestro, ammonticchiati uno sull'altro, formavano una specie

d'altarino, tuttora sormontato da un piccolo crocifisso.

L'ammalato era quieto, immobile nel letto pulitissimo e cogli occhi

languidamente socchiusi, collo sguardo nitido ancora, ma già attonito,

già stanco forse di trovarsi a contatto delle cose umane. La luce del

giorno fatto entrava, grigia e malinconica, dalle finestre, solo a

mezzo schermita dalle imposte accostate, e nel suo semi-chiarore moriva

quello d'una lucernetta d'ottone a petrolio, tuttora accesa e posata

a terra in un canto. Una donna, seduta davanti a un tavolino, dormiva.

Il sonno doveva averla colta a tradimento. La mano distesa sul tavolino

serrava un rosario intralciato fra le dita, e il capo posava con grave

abbandono sull'avambraccio. Il respiro della dormiente suonava lieve e

regolare; quello dell'ammalato aveva delle lunghe intermittenze; pareva

per qualche secondo, cessare affatto, poi ricominciava, lievissimo

dapprima, più forte poscia e quasi roco, alzandosi finalmente sino al

diapason d'un piccolo rantolo. Poi, daccapo con quella strana, brusca

interruzione.

Egli non dormiva. Viveva e sentiva. E tese l'orecchio, udendo, ben

prima d'ogni altro, un passo leggerissimo, esitante, che veniva

accostandosi alle scale poi un — Si può? — sommesso, che aspettava, e

si ripeteva poscia, senza alzarsi oltre la misura di un bisbiglio.

Qualcosa come una leggera contrazione passò sul volto di maes

Lattanzio; il suo sguardo ebbe un'attenzione intensa, quasi

soprannaturale.

— Cesira! — egli chiamò — Cesira!

Quel filo di voce fu bastevole a destare la giovane. La persona ebbe

una scossa brusca, il capo s'alzò con impeto, lo sguardo corse al letto

con un'interrogazione angosciosa.

Rassicurata, la Cesira balzò in piedi, venne accanto al letto, chinando

sull'ammalato la sua faccia stravolta.

— Sono qui, eccomi, ti occorre qualcosa?... Vuoi la Margina?

Ma egli scosse il capo. Accennò l'uscio, presso il quale il timido — Si

può? — si iterava, dolce e musicale.

— Va ad aprire.

La Cesira obbedì. — Un momento dopo, campeggiò sulla soglia l'alta

figura della contessa Fulvia di Monteforte.

Le due donne si ravvisarono subito, si guardarono incerte, quasi

ostili, per un secondo. Ogni traccia di gioventù e di bellezza era

scomparsa nella Cesira. Nei suoi poveri panni, la persona s'allungava,

magrissima, ascetica quasi, nell'estremo affinamento delle forme.

Ell'era pallida e vecchia. Stanca delle lunghe veglie, stanca di avere

sì a lungo lottato per allontanare la morte. Stanca come Giacobbe, dopo

la vana lotta coll'Angiolo.

La Contessa pure era pallida e sbattuta. Non aveva chiuso occhio, e

solo un capriccio morboso e prepotente l'aveva chiamata colà. Ma la

vita è così fatta che la Cesira, obbedendo al fascino d'un istinto,

s'inchinò, mormorando una frase di saluto ossequiente, davanti a quella

donna che per niente, per ridere, le aveva tutto tolto nella vita. Così

il vicino povero salutò forse il vicino, padrone d'innumeri armenti,

che gli aveva rapito l'unico agnello, per imbandirlo all'ospite suo.

— Come va? — chiese Fulvia a voce bassa.

Quella di Cesira non tremò, nè fu incerta nel rispondere. Essa alzò il

capo, con una mossa altera e ribelle.

— Muore — disse laconicamente, raccogliendo le mani sul grembo.

*

* *

Fulvia non poteva spiccarsi di là.

Margina, la sorella del maestro, scesa poc'anzi, le aveva accostato un

seggiolone appiè del letto. Ella vi sedeva, immersa in una specie di

fredda contemplazione, collo sguardo fisso sul morente. Egli giaceva

disteso e composto. Sul candore del guanciale la zazzera incolta,

cresciuta a dismisura, metteva un'ampia macchia d'un nero lucido

d'inchiostro. Il volto era mutato, ma riconoscibile; serbava tuttora

l'impronta della crucciosa caricatura dell'espressione. Lo sguardo

errava attorno alla Contessa, con visibile sforzo, assumendo una strana

indole di dubbiosità. Una mano, del colore della cera, posava quieta,

lunghissima, sulla rimboccatura del lenzuolo.

La Cesira s'era messa a fianco del guanciale, la sua posa era dura,

rigida; ella pareva davvero una sentinella della morte. La Margina

s'era allontanata alquanto; piangeva, col volto rivolto verso la

finestra. Ma le sue lacrime scorrevano senza strepito. Il solo che

s'udisse era quello rotto, incalzante del respiro di maes Lattanzio,

quella vicenda alternata di crescendo e diminuendo, la solfa, quasi

musicale, dell'ultimo appello.

*

* *

Non andò guari che la piccola camera fu quasi piena di gente.

Gli amici, venuti per udire l'annunzio della sua morte, salirono,

udendo con sorpresa come egli fosse ancor vivo. Ma l'aspetto di lui non

valse a rasserenarli, ed essi rimasero senza parola dinanzi a lui, e

dinanzi alla strana visitatrice che sedeva immobile, taciturna, appiè

del letto. Come mai... la Contessa?...

E quel silenzio sì grave, sì assoluto impressionava i sopraggiunti. La

grossa persona di Pietro si dissimulava dietro il tavolo, e Giovannino

Prè chiedeva notizie alla Cesira, abbassando la voce sino ad un

susurro. La faccia dell'ex sindaco era tutta un tremito di piccoli

contorcimenti nervosi. Don Giulio conferiva in segreto colla Margina.

Le pareva... sarebbe ora per gli olii santi?..

A un tratto, con una mossa che non diè strepito di sorta, la Contessa

si alzò e si fece presso al malato, per salutarlo. Depose la destra

inguantata sulla nuda e livida destra di lui.

Allora accadde una strana cosa... La mano di Lattanzio, con una

lentezza stecchita di movimento, si ritrasse..., si alzò, si

sovrappose, _essa_, sulla mano di Fulvia.

La Contessa taceva e non si moveva, come se quel contatto l'avesse

tutta impietrita. Un ipnotismo generale inchiodava su quelle due mani,

così unite, tutti gli sguardi degli astanti.

Maes Lattanzio sollevò alquanto il capo, e il suo sguardo, lottante

colla prossima tenebra, si confisse in quello della Contessa. Dalle sue

labbra violacee, che parevano ogni secondo più ritrarsi di fianco alle

gengive, escì netta, precisa, una domanda: — Era vero?

Una vampa di fuoco passò sul volto di Fulvia, lasciandolo poscia d'un

pallore appena secondo a quello del morente. La sua persona ebbe un

piccolo spasimo visibile. Esitò un secondo...., e ciò ch'ella visse in

quel secondo le sarà forse contato nel gran giorno.

Ma l'errore, l'esitanza, tutto fu vinto.

— Sì, — disse chiaro, lentamente — Era vero.

Allora egli, con un inesprimibile sforzo, rimosse lo sguardo da lei e

guardò Giovannino Prè. E nella contrazione convulsa delle fattezze che

si alteravano rapidamente, nei prodromi faticosi della fine, un sorriso

funebre e grottesco, un sorriso di trionfo e di scherno, si disegnò

sulla bocca di lui.

Si disegnò e rimase.

*

* *

Poche ore dopo, la Contessa partiva. Temeva di perdere il treno, e il

vetturino, lo stesso che l'aveva condotta, costringeva alacremente al

corso la magra cavalla. Il legnetto fuggiva, sobbalzando forte sulla

strada maestra. E come se tuttora lo inseguisse, giungeva sempre più

fievole dal paese, discosto ormai e celato dalle alture, il rintocco

lento di un'agonia!...

Gita Estiva.

Vita mondana · 第 16 / 25 题