Un mese intiero alla Morletta, con sua madre e col marito ammalato.
Venti giorni e venti notti di quegli accessi saltuari che lo facevano
gridare come un ossesso e bestemmiare come un turco. Venti giorni
di atmosfera soffocante in una camera chiusa, di silenzi cauti nelle
fugaci ore del sonno di lui di attento studio dell'orologio, per non
lasciar passare l'ora del salicilato o della veratrina, venti giorni
di stretta vigilanza sui misteri della cucina e dispensa. Ma tutto ciò
tornava facile a Diana.
Ell'era mirabilmente atta al disimpegno di quanto havvi di preciso, di
determinato in un dovere od in una situazione. Quel tanto di suora di
carità che la donna o quasi ogni donna, alberga in un cantuccio anche
celato del cuore, s'era subito destato in Diana e per un momento,
giganteggiando nell'anormalità stessa delle circostanze, aveva tutto
assorbito nell'animo suo. — E fu quasi una tregua nelle mortali ambasce
che la agitavano — Quel povero essere immobile, dimagrato, stecchito
nel suo letto, che soffriva come un cane, non poteva muovere un dito
e aveva d'uopo per nutrirsi che lo imboccassero, assumeva per Diana
un aspetto inatteso e degno di pietà. Le pareva quasi un suo bambino,
piccolo ed ammalato. E nel segreto dell'animo suo, con quel misterioso
bisogno di espiazione che tortura e solleva a un tempo il cuore della
donna, quando essa ha l'intuizione del bene che non può fare e del
male che non dovrebbe fare, ella era istancabile nelle sue cure di
infermiera, vi si dedicava con un ardore, una intensità di abnegazione
senza pari, era veramente atta alla pratica del dovere verso una
persona che soffre. — Povera donna!... soffriva tanto anch'ella, senza
urlare!... Sua madre la secondava benissimo nella pia bisogna, cercando
a volte di moderare quell'ardore di sacrifizio, meravigliandone a
volta, traendone però buon augurio per l'esaudimento del suo più vivo
desiderio, quello cioè di una completa riconciliazione fra sua figlia e
suo genero.
Senonchè, all'acuta se non completa esperienza della contessa Galli
non erano sfuggiti certi indizî che tradivano talvolta, in sua figlia,
una preoccupazione propria e segreta, che colla malattia del marito
non aveva nulla di comune. Certi scatti involontarî, certi sussulti
nervosi, certi rossori subitanei e senza causa apparente, certi
accasciamenti molli della persona, certi sguardi erranti dapprima e che
si smarrivano poscia, arcanamente, verso un orizzonte lontano... Oh!...
cos'era tutto ciò. Tentò di scrutare lontanamente l'animo della figlia,
ma s'imbattè in una specie d'impenetrabilità, nuova affatto in Diana
e che alla contessa Galli non piacque punto... Pensò a un'infinità
di cose, poi le dispiacque di averci pensato. E se non fosse nulla?
Se fossero ubbie le sue? Madre e figlia occupavano la stessa stanza,
non si lasciavano mai, passavano intera la giornata nella camera di
Leone. Nulla, assolutamente nulla, pareva giustificare nella mente
della contessa Galli il vago sospetto concepito, un presentimento tutto
materno di sventure intime che minacciavano sua figlia, di pericoli
indefiniti, latenti che non era prudente accennare, per non suscitare
una diffidenza che avrebbe potuto deludere la vigilanza. La madre
pensava alla pace della propria gioventù, pace minacciata pure ai suoi
tempi, ma vagamente, da lungi, salvata da una maternità faticosa ed
assorbente. Ah!... se Diana avesse figli!...
Qui la buona Signora sospirava forte. Era la sua idea fissa, quella di
diventar nonna.
A volte, invece, rimproverava a sè stessa quella sorda inquietudine sul
conto di Diana. Ma che!... Diana era sua figlia... aveva dei principî
così solidi, aveva ricevuta una educazione sì solida, sì austera!
Ubbie! Diana sarebbe sempre la sua Diana!
Ora, tutto sarebbe andato forse a seconda dei voti della buona
Contessa, se le cose si fossero prolungate all'infinito, nell'attuale
loro andamento, colla madre e la figlia costrette al capezzale di
Leone, e questi costretto come una mummia nella sua fasciatura, coi
suoi versacci da condannato ad ogni crisi, colle sue sofferenze e colla
sua spossatezza di malato. Ma le cose, invece, mutavano celeramente;
l'artrite era vinta, gli accessi si facevano più rari e meno intensi,
il dottore e il salicilato avevan fatto miracoli. Leone si sgranchiva,
ricuperava ogni giorno un po' della sua forza.
Sentiva, con gioia inesprimibile di guarire, e di tornar lui... Il
bimbo docile ed inerte veniva meno gradatamente, e invece sua si
destava l'uomo, tornava, indocile, intollerante, padrone di se stesso
e padrone di casa... Leone parlava ora molto, chiassosamente e nelle
sue parole sopratutto finiva di morire il povero piccino infermo che
Diana aveva cullato nelle braccia della sua fantastica maternità. Pure
c'era un mutamento, ma un mutamento inatteso, terribile per lei. Leone
si ridestava alla vita e con lui si ridestava un essere ch'ella aveva
quasi scordato e creduto di poter scordare, si ridestava il marito.
Leone guariva ed era più gentile, più premuroso per lei di quanto nol
fosse mai stato. Dimostrava alla moglie una chiassosa gratitudine,
conciliante, piena di buon umore. I suoi pensieri erano evidentemente
modificati dalla circostanza, si foggiavano ad una specie di nuovo
apprezzamento della famiglia, della vita coniugale, si volgevano
verso un avvenire più normale del tempo trascorso. La malattia e le
sofferenze avevano avuto un eccellente risultato pel morale di Leone,
le sue idee s'erano alquanto modificate, egli non era cattivo in
fondo e le cure di Diana non lo avevano lasciato indifferente. Ciò
non sarebbe forse bastato per un mutamento quale avveniva nell'animo
o meglio nella fantasia di quell'uomo, se la gratitudine non si fosse
avvalorata in lui da uno di quei bizzarri capricci che si destano
talvolta, a un tratto per una persona alla quale non s'era attribuito
dapprima il potere di destarli. Sua moglie gli appariva sotto un
aspetto nuovo, ed attraente. Sorprendeva in sè stesso una specie di
ammirazione per lei, la facoltà di subire un fascino che non aveva
sino ad allora avvertito. Le pareva mutata, con un'espressione più
profonda, più calda, più appassionata. Quella specie di seconda vita
che le tempeste intime del cuore impartiscono alla donna, avevano dato
anche all'aspetto di Diana una specie di rilievo qualcosa irradiava,
qualcosa misteriosamente da lei. Leone era tutto lieto della sua
grande scoperta, si trovava in un certo modo il Cristoforo Colombo di
sua moglie. Quando ella era sola in camera, egli fingeva talvolta di
dormire, per poi tener gli occhi socchiusi e guardarla da lungi, come
studiandola, nella sua stuzzicante novità di attrattativa.
Ella sentiva confusamente tutto ciò, l'osservazione dal quale
era oggetto le arrecava un senso disgustosissimo di turbamento,
un'irritazione disperata e ribelle. S'avvide ch'egli preferiva di gran
lunga le sue alle cure della contessa Galli; piegandosi a prendere una
medicina disgustosa, Leone attribuiva unicamente a sua moglie il merito
della propria docilità! lo faceva soltanto per far piacere a Diana. —
Una volta, mentre essa gli porgeva una tazza di stillato, le loro dita
s'erano intrecciate attorno alla porcellana ed egli, con una leggera
pressione, aveva per così dire, sottolineato quel contatto di un
secondo. Ma quel secondo era bastato a rammentarle un caso consimile,
a proposito di Alberto e di una tazza di the. Una trasfigurazione era
passata sul suo volto, accompagnata da un violento rossore, nè tutto
ciò era rimasto inosservato da Leone.
Ma non se ne inquietò, se ne compiacque anzi, in cuor suo e parve non
avvertire la reazione di più sostenuta freddezza che Diana fe' tener
dietro a quel muto incidente. — Leone conosceva molto le donne; non
forse altrettanto la donna.
La convalescenza progrediva benone. Il conte di Rezzano s'alzava,
moveva qualche passo e non si opponeva per nulla all'annunciata
partenza di sua suocera.
Diana invece la combatteva con tutte le forze.
Supplicava, scongiurava... coprendo di baci quel caro vecchio volto...
No, mamma, non andar via... rimani.
La contessa Galli si difendeva, commossa da quell'insistenza, non
senza una vaga inquietudine di quel visibile terrore della solitudine,
che si tradiva in Diana. Invano cercava dimostrarle la necessità di
quella partenza, già più volte posposta, accampava la necessità di
attendere alla propria casa, le due sorelle erano sole da un mese colla
governante... gli affari... insomma, era impossibile!
Una volta Diana, nell'ardore delle sue istanze si lasciò sfuggire un:
non lasciarmi, sì spaventato, sì angoscioso che la contessa Galli ne
rimase davvero impensierita. Pensò che se non si batteva il ferro,
subito, ora che era caldo, chissà quando sarebbe tornata l'occasione.
— Non ti lascio sola, cara Diana, le disse teneramente, ti lascio con
tuo marito.
Diana si strinse le mani, con un gesto nervoso.
— Ma sai... sclamò... sai pure...
— Lo so... pur troppo... Ma non è possibile che abbia sempre a durare
così.
Diana ebbe un brivido.
— Mamma, disse. Ma tu vorresti?...
Si arrestò, mordendosi a sangue le labbra.
— Vorrei solo questo, continuò la madre con grande dolcezza, che tu ti
convincessi del quanto sia deplorevole, contraria alla normalità delle
cose l'attuale vostra posizione.
— Non son io che l'ho voluta, ribattè Diana seccamente.
— Infatti. Ma sei la prima a subirne _tutti_ gli inconvenienti.
Appoggiò alquanto sulla parola tutti, senza però cercarne gli effetti
sul volto di Diana.
Procedeva lentamente, con grande cautela, sentendosi al buio e pur
paventando la luce.
Diana tacque; come se non avesse più nulla a dire. Mandò un lungo
sospiro, del quale la madre si allietò sinceramente. Un principio di
rinunzia, forse, al tenace risentimento.
Ma Diana aveva sospirato, senza saperlo e solo per lo sconforto di
non poter fare intendere la vera causa dei suoi terrori. Più volte
avrebbe voluto confessarsi alla Contessa. Ma non osava, atterrita
dalla severità dei loro comuni principî, dall'austerità della vita
ch'ella aveva sempre condotto, dall'orgoglio di pura esistenza ch'ella
sapeva riposto in lei da sua madre. Temeva di arrecarle un colpo troppo
crudele, lasciandole vedere quanto ella fosse già calata nell'abisso.
Temeva di udirsi a condannare, di vedersi aborrita e respinta.
Errore! Dio solo sa quanto può intendere e perdonare chi, pur lottando,
non soggiacque! Ma Diana era giovane ed ignorava questo anche perchè
aveva, in tutto, delle idee troppo logiche e per conseguenza, estreme.
Un giorno, sola in giardino, aveva veduto alzarsi dietro una siepe
la pallida e tormentata faccia di Alberto. Non s'erano parlati, ma in
quella rapida apparizione essa aveva trovata la conferma dell'immutato
ed esigente amore di lui. No!... egli era sempre determinato, era quale
le era apparso a Rezzano, nell'ultimo istante. — Aspettava.
E così; ella si sentiva presa tra due fuochi.