Per un istante Diana rimase come intontita.
Luigi Lozza, il fattore della villa della Morletta... E Leone era
alla Morletta... Stava male! Moriva forse. Lui? Ma come... perchè? Era
ammalato... ferito?... Le aveva scritto da Cecina venti giorni prima...
stava benissimo, allora!
Per un momento, tutto, nel cervello di Diana fu confusione e disordine,
un cozzo vertiginoso d'incertezze. Leone stava male... Bisognava
dunque andar subito, telegrafare a Luigi Lozza, alla mamma — partire,
scrivere. E Alberto... la promessa... l'amore?...
Sì compresse forte le tempia, frenò l'irruenza dei suoi pensieri, si
sforzò a calmarsi ed a farsi un'idea precisa del dovere immediato. Vi
pervenne, dopo un certo tempo. Rilesse, più calma, il dispaccio. — Poi,
sedette allo scrittojo, mise il telegramma in una busta che sigillò e
sulla quale scrisse distintamente: Marchese Alberto Mentana. — Suonò
poscia e al domestico sopraggiunto impartì due ordini.
Di far recapitare quella lettera al suo destino nelle prime ore della
domane.
Di far attaccare il coupè pel momento voluto onde condurla alla
stazione per il prossimo treno serale, quello delle dieci. — Erano
ormai vicine le nove e la trottata richiedeva mezz'ora di tempo.
La notte si fè buja, tempestosa e la piova cominciava a cadere quando
l'oscurità della via, si vide corsa dalla luce fuggente di due fanali
accesi. I cavalli avevano presa una rapida andatura. La signora aveva
specialmente raccomandato al cocchiere di farla giungere in tempo per
la corsa. E nell'interno della carrozza, Diana abbandonata sui cuscini,
cogli occhi spalancati nel bujo, tentava di non pensare a nulla, di non
ricordarsi di nulla, di non chiedere a se stessa che significasse tutto
ciò, da _che_ la salvasse quel telegramma.
Giunse in tempo e partì colla corsa delle dieci.
*
* *
Nel lasciare la villa, il giorno prima e dopo quella brusca spiegazione
con Diana, Alberto era, come abbiamo detto, fortemente in dubbio
sull'epiteto che meglio lo avrebbe definito in quel momento. — Ma
non lo fu certo la mattina susseguente, quando lesse il telegramma
inviatogli da Diana. — Si morse forte le labbra e con mirabile candore
di apprezzamenti si diè dell'imbecille; sonoramente!
Una collera brutale si fe strada in cuor suo, assieme al convincimento
di aver giocata male, sbadatamente, la sua partita. Pensò
all'occasione, ch'era venuta tante volte a cercar di lui e ch'egli non
aveva mai afferrata. Non comprendeva più sè stesso, ora, nè la sua
pietà cavalleresca, davanti a quel bizzarro intervento del destino
che gliene strappava di mano, bruscamente, il compenso. Strano ma
vero; egli era ora adiratissimo con Diana, la rendeva quasi responsale
dell'accaduto, avrebbe voluto poterle fare scontare ad un tempo
il disappunto acerbissimo dell'oggi ed il folle sacrifizio che la
imperiosa determinazione di lei aveva imposto all'affascinata volontà
di lui. — Ah! se gli capitava ancora fra le mani... colei!...
Non si arrestò col pensiero al vantaggio della folle impresa evitata,
egli che aveva pure esitato ad acconsentirvi, sotto il fuoco stesso
dagli occhi di Diana. — Ora non sentiva che la stizza rabbiosa del
colpo fallito, l'aggiornamento della conclusione, fors'anche mal
sicura, ormai. Battè il piede sul suolo.
Ah no... questo no... Ora ella gli sfuggiva e ben gli stava. Ma lo
amava, questo era certo, egli aveva l'amore dalla sua. E la seconda
volta; quella poi.
Gli occhi gli scintillarono in fronte, per l'intima energia
dell'ingenerosa risoluzione.
Fece sfare il suo baule e rimase tranquillamente in casa, pensando al
modo di aver notizie dirette ed immediate del suo carissimo amico, il
conte Leone Rezzano.
*
* *
La Morletta, una vecchia e trascurata villa di pianura, dove i Rezzano
non solevano passare che una ventina di giorni d'autunno, profilava
nella scialba luce del mattino, le linee della sua tozza architettura,
quando una carrozzella, proveniente dalla prossima stazione si fermò
davanti al portone socchiuso. — La casa pareva disabitata, le imposte
erano chiuse. Il vetturino scese ed ajutò a scendere dall'interno, la
signora che aveva condotta. Poi risalì in serpa e partì. La contessa
Diana si guardò attorno, stanca del viaggio, sbigottita da quel
silenzio, nell'attesa vaga d'esser presso a subire una grande scossa.
Si spinse sotto l'atrio deserto, sotto il porticato, non trovò nessuno.
Salì lo scalone lentamente, con un tremore crescente, che le rendeva
difficile il passo. Sul pianerottolo s'incontrò con una contadina
ch'ella non conosceva e che vedendola rimase a bocca aperta. La
Contessa le si rivolse, trattenendola con un gesto imperioso.
— Ebbene?... chiese con angoscia profonda.
La donna spalancò i suoi stupidi occhi grigi.
— Io non so niente, rispose, sono forestiera, sono la sposa del fattore
nuovo. Mi hanno chiamata per dare una mano in cucina. Andrò a domandare
alla signora che è arrivata stanotte.
Diana ebbe un amaro sorriso.
— Ah!... una signora! No... chiama piuttosto il Luigi Lozza. Lo conosci?
L'altra accennò di sì.
— Bene, digli che...
Diana non prosegui. Un urlo formidabile giunto dall'appartamento
interno echeggiò nella sonora vastità dello scalone.
— Oh Signore! sciamò la donna, lo sente?..-È lui, il signor Conte!
E scappò via, lasciando la Contessa sola, atterrita.
A quel primo tenne dietro una serie di urli potenti rabbiosi,
l'espressione estrema di uno strazio fisico, manifestato da un uomo
vigoroso ed intollerante. Ella ascoltava, inchiodata al suo posto
dallo spavento e dal dubbio. Forse subiva un'operazione... forse era
impazzito!...
L'uscio di fianco s'aperse a un tratto con impeto e la signora giunta
nella notte corse verso Diana. — La signora era: sua madre.
Diana la guardò, colla pupilla dilatata, con un'interrogazione
suprema dello sguardo. — No... no, disse la contessa Galli. Artrite —
Dolorosissima, ma nessun pericolo.
Diana si accasciò alquanto su sè stessa. I suoi nervi, dopo la tensione
di tante ore ebbero un subito rilassamento.
— Come sei pallida! disse amorosamente sua madre. — Poverina, hai
viaggiato tutta la notte e con quello spavento! Figurati! Lozza ha
mandato un telegramma anche a casa mia, dubitando che tu potessi
esser meco. Son venuta subito col dottore. Qui avevano perso la testa,
sentendolo fare quei strilli... Ma ti ripeto, sta di buon animo, non è
che un attacco di artrite. Gli prese ieri, a un tratto. Sai... quelle
benedette caccie in palude. Hai mangiato qualcosa, tu? Vieni, scaldati,
riposati...
Diana si lasciò andare un istante, con un completo abbandono, sul petto
materno. Le grida tacevano.
— Vieni, insistè dolcemente la contessa Galli.
Diana sollevò il capo, emise un profondo sospiro, poi disse
quietamente: andiamo.
Leone tornava a strillare come un dannato.
Ma ella sapeva, ora, che suo marito non morrebbe.