Diana era sola, nella sua vasta e bella camera da letto. — Sedeva al
tavolino; su una seggiola poco discosta stava la sua valigia già fatta
e già chiusa. La Contessa non recava seco che lo stretto necessario, il
suo scrigno di fanciulla e pochi oggetti, esclusivamente suoi. S'era
tolte dalle dita i ricchi anelli, dalle orecchie i grossi solitari
donateli per le nozze. Non voleva nulla di lui. Di fronte a lei stava
uno specchio ed ella guardava ogni tanto, come attratta da un fascino,
la pallida faccia di quella sciagurata che, in un collo splendore dei
celebri giojelli, stava per lasciarsi dietro, nella casa abbandonata,
la intatta luce del suo passato, lo splendore della sua reputazione
di donna onesta. Il suo volto pareva quello di una condannata, visto
così nello specchio, nell'incerto chiarore del giorno che finiva
anticipatamente, abbujato da una minaccia di temporale.
Pensò un istante se dovesse scrivere a suo marito. — Ma che dirgli?
Accattare un pretesto? Muovergli dei rimproveri? No, tutto era
inutile... tutto era un'aggravante dell'oltraggio! — Meglio, di gran
lunga scomparire così, in silenzio. — E non solo per lui, ma per tutti.
Allora, ella pensò a sua madre.
Urtandosi a quell'immagine, il pensiero di Diana si smarrì, in
un'agonia di spasimo. Ella ebbe il ricordo, rapido, vivo come una luce
di lampo, dei giorni passati con sua madre, del suo amore, dei suoi
precetti, del suo esempio. Vide quella bella testa bianca, immacolata,
di vecchia e di signora, sentì l'intollerabile peso dello sguardo
materno, sì amoroso e sì austero. Grosse goccie di sudore le irrigarono
le tempie, ed ella strinse le mani tremanti, con una mossa forsennata.
Pensò alle sorelline... pensò a ciò che direbbero, quando fosse noto
anche ad esse...
Si contorse, nell'eccesso dell'ambascia che invadeva e disse ad alta
voce, come un'insensata: È impossibile.
Ma subito, le corse al pensiero che impossibile pure era il vivere
senza Alberto, impossibile il ritrarsi dall'estremo partito cui l'era
stato giuocoforza l'appigliarsi. Che fare, ora che lo amava, ora che
aveva risolto di esser sua?
La vita sua non doveva forse appartenergli?
Doveva ella abbracciare l'altro partito, quello della colpa, quale ha
corso nella società... la colpa plateale, sicura, ignobile, protetta
dall'ignoranza del marito? Due tradimenti anzichè uno solo, il buon
nome scroccato, l'impunità del giornaliero adulterio, quello che nulla
toglie, nulla altera nell'esistenza di una donna?...
No... oh... non scender sì basso, non questo estremo fra i gradini
dell'avvilimento, non questo vigliacco sistema d'impunità degradante!
Ell'era già troppo caduta col cuore e col pensiero, per poter fermarsi
sulla china, per poter tornare indietro, bisognava ora andare avanti
così, ciecamente, tragicamente sino alla fine!
Pure... gran Dio! sua madre! Ebbe un nuovo sussulto spasmodico. — Ma
disse stolidamente: Che farci? Si sentì impietrire e non pensò più ad
alcuno, nemmeno ad Alberto, per non odiarlo!
Le fu recata la lucerna accesa, ma non appena fu sola, Diana abbassò
il lucignolo, sì fattamente che non le tornò più possibile il
distinguer bene gli oggetti famigliari, le fotografie incorniciate
che si agglomeravano dovunque. Pure, le sentì ancora troppo vicine,
si allontanò. Si recò sul balcone e stette inerte, senza pensiero, di
fronte alla sera che calava, tormentata dal temporale in preparazione.
Un venticello caldo, afoso, errava all'impazzata pel giardino e
investendo il porticato, sollevava come uno spione i cortinaggi
delle tende, rincorrendo sulla lucentezza marmorea del pavimento le
foglie che vi aveva già spinte a suo diporto. L'immobilità delle cose
circostanti era rotta ogni tanto da una specie di galvanismo fugace,
inquieto, ingrato come un mal essere. Pure, nel boschetto lontano, una
capinera trillava qualcosa di amoroso e di gajo. Tacque; quando venne
la notte.
Verso le otto un facchino della prossima stazione venne alla villa.
Recava un telegramma per la Contessa.
Essa lo aprì e lesse: