I.

Nella elegante portineria olandese, nicchiata nel verde, di fianco al

cancello del giardino, il sopraggiungere di Alberto Mentena non cagionò

meraviglia alcuna. — La linda portinaja si alzò premurosamente per

aprir l'uscio che metteva sul viale e accompagnò il giovane, sinchè

potè vederlo, colla benevolenza del suo vispo sguardo di vecchietta.

Alberto Mentena era simpatico a tutti, giovani e vecchi, ricchi e

poveri.

S'inoltrò con spedito passo pel giardino, veramente bello nella pompa

primaverile del suo verde. In fondo al viale, biancheggiava la villa,

a mezzo rivestita di arrampicanti, un vero nido di pace elegante.

La brezza temperava il calore del meriggio, mettendo delle molli

oscillazioni nei penduli rami della clematide in fiore e un fremito

continuo, sommesso, quasi musicale, nei cortinaggi di tela russa che

adombravano l'atrio. — Un domestico, vestito di nero passava grave

ed ozioso, a capo chino. Ma Alberto non lo chiamò. — Attese anzi per

procedere ch'egli si fosse allontanato. — Allora soltanto penetrò

nell'atrio e prese a destra, mettendosi per un'ampia fuga di sale.

Le attraversò senza fermarsi nè incontrare alcuno, sinchè giunse e si

trattenne in un salotto piccino che apriva su una specie di serra, o

meglio un piccolo giardino d'inverno, colle pareti ad invetriate.

In quella serra stava sola, una signora giovane, non bellissima,

snella, piuttosto piccina, con un volto pallidetto, di persona ammalata

o molto inquieta. Sedeva in una piccola nicchietta di verde, fra due

palme, in una poltroncina di giunco e ricamava, svogliatamente però,

un canovaccio campionato a disegni antichi, con delle tinte pallide e

vecchie.

Alberto non entrò in quel luogo. Si fè presso all'uscio, con

precauzione, perchè ella non lo udisse, non sapesse ch'egli fosse lì.

Si tenne celato dietro una portiera, rimuovendola solo quanto bastava a

concedergli la visione di quanto accadeva nella piccola serra.

La signora si credeva sola. Credeva ch'_egli_ fosse lontano assai.

E perciò viveva liberamente quell'ora di solitudine e di sofferenze

intime.

Tutto in lei contribuiva a tradire l'interna lotta. Il tremore

delle labbra, l'espressione speciale della fisonomia, l'inconscia

irrequietezza dei moti. Il lavoro fu lasciato e ripreso più di una

volta. — Ogni tanto un'idea passava, quasi tangibile, sulla sua

fronte, fissando negli occhi e sulle labbra semi aperte un'estasi vaga,

mettendo nella personcina fremente una súbita pace di riposo, contrasto

strano coll'agitazione sì viva che lo aveva preceduto...

Diana Contessa di Rezzano ebbe, finalmente un amaro sorriso, cui tenne

dietro un lungo e sconsolato sospiro. Afferrò un libro che giaceva

su un prossimo tavolino. Lo aperse, vi attese per dieci minuti, poi

i suoi pensieri tornarono in frotta, più eloquenti delle pagine del

libro. Essa lo depose, senza chiuderlo, su una poltroncina uguale a

quella da lei occupata e che le era vicinissima. La contemplò a lungo,

con una súbita, profonda attenzione la respinse alquanto, tornò ad

accostarsela.... poi, senza allontanarla se la mise di fronte e con una

mossa lenta, bizzarra, come esitante, depose la mano sul bracciale. Si

chinò alquanto come se parlasse a qualcuno che le stasse di fronte, su

quella poltroncina.

Sorrideva, inarcava le ciglia, pareva udire delle frasi, accoglierle...

rispondere ad esse. Un momento trasse a sè la mano, che posava sul

bracciale, rapidamente, come se l'avesse sfiorata il bruciore di una

favilla, poi la depose sull'altra, con una vaga tenerezza di gesto e la

baciò. Si scosse poscia ed ebbe uno scoppio di amare risa. S'alzò con

impeto ed uscì in giardino.

Allora soltanto, Alberto entrò nella serra e sedette al posto

solito, sulla poltroncina che aveva poc'anzi attirata l'attenzione di

Diana. Così attese. Il suo sguardo seguiva la gonna della Contessa,

volteggiante fra le ajuole.

Quand'ebbe colto, un po' a rifascio, un grosso mazzo di fiori, Diana

tornò lentamente indietro, guardandoli. Solo quando fu sulla soglia

dell'invetriata alzò gli occhi e vide Alberto.

S'arrestò; cogli occhi spalancati, col volto di cera! Mandò un piccolo

grido di gioia involontaria, tenerissima ed una súbita, suprema letizia

irradiò da tutto l'esser suo.

Ma ella non corse incontro ad Alberto. Stette ritta, fiera, sulla

soglia, aggrottò le ciglia e disse con aspro accento: Che fate qui?

Alberto sorrise, venne risoluto ad incontrarla e le porse la mano.

— Sono qui, le disse.

Ella tentò di ritrarsi d'un passo. Ma non potè, l'ira fuggiva

irresistibilmente da lei. Attratta, suo malgrado, mosse verso lui,

colle labbra anelanti.

— Alberto! disse a voce spenta, con un fioco accento di rimprovero.

— Sono qui, ripetè il giovane... Diana!... oh Diana! Le prese ambe le

mani e le depose sulle proprie spalle.

Il volto di Diana s'era acceso d'una fiamma rosea; ella guardava

Alberto intensamente, con una passione, un'affetto senza pari!...

— Alberto! disse ancora con voce tremante. Ma l'intenzione del

rimprovero, moriva, soverchiata dalla dolcezza suprema dell'appello

inconscio, innamorato.

Sono tornato, mormorò il giovane. Non mi sgridare, non mi tormentare.

Ho voluto ubbidirti, ho provato a stare lontano da te!... Ma non posso.

Non posso, intendi? E tu pure non puoi... nevvero... Diana?

Le sue parole avevano quell'intonazione rotta, confusa, susurrata, ch'è

la più fatale eloquenza dell'amore. — Pure ella tentò di reagire.

— Io?... lo posso... sì... perchè no?

Ma tutto smentiva la povera menzogna. Alberto sorrise. Le sue dita

stringevano i freddi polsi di lei e il suo sguardo ardente si fondeva

nella luce calda, umida, dell'occhio di Diana.

— Siediti qui, le disse, accennando col mento la poltrona.

— No, diss'ella a denti stretti, con irosa disperazione. — Egli

aggrottò le ciglia. — Allora Diana con una súbita scossa, liberò le sue

mani.

— Va via, gli disse con rauca voce, va via!

— È inutile, lo vedi. Tornerei ancora.

Diana tacque. Sentiva ch'egli aveva ragione. Il pensiero di ciò

ch'ella aveva sofferto, nell'assenza di lui, la colse vivido, pieno di

ribellione. Ed ora egli era tornato... era lì e per un momento la gioia

inconsulta, suprema, del suo ritorno irruppe unica in lei, cancellando

ogni altra impressione.

Egli leggeva, sorridendo, su quel libro aperto. Le si accostò e se la

strinse dolcemente, quasi rispettosamente al cuore. Tremava anch'egli,

vinto da un'emozione che non pensava a celare, nella sincerità

impetuosa del suo amore. Le sue labbra cercarono quelle di lei, che

parevano protendersi, ma che, irrigidite ad un tratto, si sottrassero

all'incontro.

Ed ella rizzandosi gridò superbamente. Non voglio!

Non voleva infatti. — Ma qualcosa in lei, qualcosa di ardente e di

indomabile _voleva_ a dispetto della _sua_ volontà; ed ella si esauriva

nello sforzo di quella ribellione, nella fatica della propria reazione

contro il cuore affascinato ed i sensi destati. Diana e Alberto si

amavano così da più mesi, con una verità ed una forza di passione che

nulla osteggiava in lui.

In lei combattevano, dilaniandole il cuore, l'innata purezza dello

spirito, l'influenza di una austera e religiosa educazione, l'istintivo

orrore della macchia. Ma ella avvertiva dal paro la forza spietata

che la trascinava ormai sulla rapida china dell'amore. E perciò; come

tante altre povere anime così grottescamente e miseramente create, ella

amava, soffriva e lottava tanto!

Per lui tutto ciò era una novità. Sentiva di aver scatenata una

tempesta vera nel cuore di una vera donna e conosceva abbastanza le

donne per apprezzare il valore e la verità del fatto. — Non aveva

deliberatamente tentata la conquista di Diana; s'era abbandonato, ad

occhi aperti però, alla dolcezza nuova di un sentimento, lasciando poi

ch'egli seguisse il corso della sua logica evoluzione. Aveva lasciato

venir l'amore senza sollecitarlo, serbando, anche quando l'aveva

ravvisato in volto, un rispetto gentile per la donna gentile che glielo

aveva ispirato. No, quell'amore non poteva essere per lui un episodio

volgare come i tanti che l'avevan preceduto. — Certo; non doveva

neppure essere un episodio eccezionale, ma tanto nel suo delicato

epicureismo della passione, quanto nella sincerità stessa del suo amore

per Diana, egli aveva trovate delle onorevoli ed eccellenti ragioni per

prolungare uno _stato quo_ del quale molti avrebbero potuto sorridere.

Aveva avuta, aveva tutt'ora una certa pietà di Diana e delle sue intime

lotte. Senonchè, da qualche tempo in qua, cominciava ad aver pure

una certa pietà di sè stesso... Bellissimo, curiosissimo in lei quel

contrasto di docilità all'amore e di ribellione alle sue esigenze,

ma durava da un po' di tempo e... come ammettere che avesse a durar

sempre?

Il marito... solito, che non sa... che non ci pensa, che nulla teme.

Cacciatore emerito, ora in Sicilia, ora in Sardegna, ora in Maremma.

Bello e giovane, d'indole gaia e spensierata senza finezza alcuna,

senz'altre cure che quelle del compiacimento proprio, di un'immoralità

comoda e larga, spesso infedele e bonariamente sorpreso che Diana

avesse a tanto adontarsene, tranquillo nel sereno convincimento

dell'innocuità dei suoi piccoli tradimenti di passaggio. — Ma Diana

l'intendeva altrimenti. S'era messo in capo una stramba idea, che

la fedeltà nel matrimonio dovesse esser obbligatoria per entrambi

i conjugi!.. Aveva ignorato molto, perdonato qualcosa, ma non

ammetteva la recidiva e il suo pseudo amore pel marito s'era smorzato,

bruscamente, nella collera di quelle replicate offese alla santità del

vincolo. — Uno scandaluccio di bassa lega, qualcosa che s'aggirava

tra una cameriera e una ballerina, aveva esasperato il risentimento

di Diana ed ella aveva creduto bene di ritirarsi nella sua tenda; cioè

nella sua villa di Rezzano.

Ed a ciò s'era limitata, solo per deferenza ai caldi consigli di sua

madre, poichè questa, la buona contessa Galli, osteggiava apertamente

la estrema risoluzione alla quale Diana aveva pensato dapprima. Diana,

quella benedetta figliuola, aveva parlato nientemeno che di una buona e

completa divisione. Quella povera creatura aveva un'antipatia istintiva

per le mezze misure e per le posizioni mal definite. Si sentiva

crudelmente offesa e voleva dimostrarsi tale.

Non erano dunque al tutto divisi. Leone, il marito, non desiderava

affatto una divisione. Vivevano assieme, scontenti, nel malessere di

quei mutati rapporti, nelle perenni difficoltà delle loro conseguenze.

Egli si dedicava molto alla caccia, faceva lunghe e frequenti assenze.

Si scrivevano solo quando occorreva, per affari, lettere cordiali,

freddine che cominciavano: Carissimo amico... ovvero: Mia buona Diana,

e non si aggiravano che su cose indifferenti. La buona Diana si era

isolata nel suo cantuccio della tenda comune e aveva iniziato un _modus

vivendi_ abbastanza frigido, che il marito aveva tacitamente accettato,

distratto in quel tempo da altre preoccupazioni e da quelli che a lui

parevano sufficenti compensi.

Ella aveva intensamente gioito, della riacquistata libertà e aveva

fatta una scoperta famosa... quella di poter viver _così_, a quel

modo, per sempre. Non temeva nè di sè, nè dell'avvenire. Si ubbriacava

d'acqua fresca e faceva delle orgie d'aria pura. Aveva degli

alti ideali, una grande fiducia nella fermezza dei suoi principi.

Conduceva a Rezzano una vita solitaria ed austera, occupandosi di

libri, di poveri, di fiori, credendo sinceramente di poterla durare

all'infinito... non felice no... ma tranquilla.

Ma così non la pensava nè poteva pensarla il destino che aveva dato a

quella donna un benedetto cuore, uno di quelli che sono per l'amore ciò

che l'elitropio è pel sole. Il cuore di Diana, ozioso, non tacitato,

illanguidiva come una persona che campa di troppo scarso alimento. Ella

non lo sapeva forse, ma soffriva intensamente.

E allora; al momento dato, era venuto Alberto e aveva posto piede a

poco, senza ch'ella dapprima lo avvertisse, nel vano di quella vita.

Era un antico conoscente di casa, compagno di liceo e di università, a

Leone Rezzano. Dimorava in una città poco lontana e avendo certi beni

nel vicinato, capitava di frequente da quelle parti. Nessuno ci trovava

a ridere e Leone non era affatto geloso.

Nella sua fiducia entravano parecchi elementi; quali buoni e quali

no. Aveva molta stima di sua moglie, sapeva ch'essa aveva passati,

incolumi, i primi anni del loro matrimonio, nutriva il convincimento

ch'ella fosse troppo bene educata, non solo, ma anche troppo freddina

per fare: uno sproposito — Poi... quella tal dose sopranumeraria di

cecità che hanno quasi tutti i mariti!... A dir vero; la sua fiducia

era abbastanza logica, ma la spensieratezza del suo carattere ne

esagerava alquanto le conseguenze.

L'amore s'era dunque presentato a Diana colla veste gentile ed il

sicuro aspetto dell'amicizia.

Passato un certo tempo, la cordialità, si accentuò fra Alberto e Diana,

divenne un intesa delicata e costante. Si meravigliavano, ingenuamente,

di scoprire ogni giorno, nuove comunanze di gusti, di simpatie, una

tenerezza latente metteva nei loro semplici, contegnosi colloqui delle

finezze squisite di segrete emozioni, assaporate con un acuità di

confuso desiderio, nelle assenze; sempre più rade, sempre più brevi.

Egli vide, ben prima di Diana ciò che avveniva nell'indole di quella

cara amicizia ma, accorto, benchè affascinato anch'egli lasciò che in

lei, male accorta, continuasse sinchè poteva, il dolcissimo inganno.

E veramente questo continuò a lungo. Ella ignorava ancora di amarlo e

già, da tempo, lo amava.

Per cento ragioni, tutte naturalissime. Perchè egli era amabile, per

quella crudele pietà ch'egli aveva di lei, perchè ella non aveva figli

ed era tradita, pressochè abbandonata dal marito!

L'amava, perchè il suo cuore ne aveva d'uopo e perchè egli era la sua

ora di amore... Lo amava finalmente, per quella suprema fra le ragioni

dell'amore... perchè di sì!..

Quando non potè più celare a sè stessa di amare Alberto, non seppe

neppur celarlo a lui. Il primo bacio era venuto a tradimento, per una

semplice quanto terribile forza delle circostanze.

Si fermarono lì... a quel punto; per uno di quei miracoli ai quali

il mondo non crede e che irride, beffardamente. Ma ella non si sentì

meno: perduta, perciò. Si sentì colpevole di tutto il male che non

aveva fatto, ma che si era posta in grado di fare. Non accattò scuse

di fronte a sè stessa, non si chiamò vittima, non si pensò giovane,

ardente, trascinata!... Non pensò che al pericolo. Riunì tutte le sue

povere forze, lottò e credette di aver vinto quando egli, obbedendo

alla disperata ingiunzione di lei, si allontanò da Rezzano. Dieci

giorni prima, essa gli aveva detto: va!.. Glielo aveva detto sì

efficacemente ch'egli era andato. Giudicava forse venuto il tempo in

cui la privazione di lui dovesse tornarle intollerabile e determinare

la situazione? Ovvero se n'era andato onestamente anch'egli, con una

cavalleresca ubbia di abnegazione e di salvamento? Chi lo sa! Fatto è

ch'era partito... Ma fatto pure che passati quei dieci intollerabili

giorni, era tornato. Senza idea preconcetta, forse. Ma era tornato e

ora; l'equivoco non era più possibile.

La situazione si era aggravata di tutta l'entità del fallito tentativo.

L'ambiente era più caldo, più pericoloso di prima, il bisogno di un

concreto avvenire s'imponeva al loro amore. Ciò sentivano entrambi,

mentre si guardavano negli occhi, accesi di un vago spavento.

S'interrogavano a vicenda, così, senza parlare, colle mani prese nella

forza di una stretta che pareva accentuare i loro pensieri.

Egli ardeva ed ella era gelata, colla violenta impressione di doverlo

amare ad ogni costo. Anelava forte. Ma si difendeva ancora, nel sublime

controsenso d'un diniego folle, ostinato, mentre egli ribatteva quel

diniego coll'onnipotente ardore di una sola parola.

T'amo.... t'amo.... t'amo!

Un'ubbriachezza la coglieva, e in pari tempo un'inesorabile lucidità

del pensiero. Una brutale risoluzione investì il suo cervello. Con un

subito, folle oblio di tutto ciò che non era Alberto ella chiese ad

Alberto: — Che vuoi?

Ed egli rispose sordamente: — Voglio te.

Tacquero entrambi. Poi Alberto le prese la faccia tra le mani e

l'accostò alle sue labbra.

Gli sguardi si smarrirono nell'infinito del reciproco ardore... le

labbra si protesero e il lungo forte bacio scoccò, col suo sapore

di dolcezze ineffabili. E appena divise, quelle labbra tornarono ad

unirsi, ancora... ancora... due, tre, dieci volte...

Finalmente ella si liberò da quella grandine. Mosse un passo addietro

ed ebbe un grande gesto di rinuncia, il gesto di una regina che abdica.

— Alberto, gli disse recisamente, portami via!

— Via?... chiese Alberto... tentando un altro bacio che essa evitò.

— Portarmi via, ripetè Diana. Dove vuoi... non importa ma via...

subito... intendi?...

Il giovane la guardava sbalordito, cercando dì raccapezzare le proprie

idee di fronte a quella strana domanda. Ella aggrottò le ciglia e

guardandolo con gli occhi pieni di delirio:

— Esiti?... gli chiese.

Era sì fremente, sì disperata, sì bella, ch'egli trovò, in

quell'istante, il coraggio di un'immensa follia.

— No... disse... ti amo!

Allora essa lo avvinghiò colle braccia, lo baciò con furiosa veemenza.

Poi si scostò e gli disse:

— Sta bene. Ora sono tua e per sempre. Domattina... alla stazione alle

otto. Partiremo assieme. Ora va... questa è casa sua.

Scomparve così ratta, dietro una porta vicina, la chiuse sì rapidamente

che Alberto non ebbe il tempo di raggiungere quella donna che fuggiva.

— Ma sapeva, ormai, che sarebbe sua.

Tornando a casa, il giovane era alquanto stordito dall'idea della sua

sconfinata felicità... Non sapeva bene s'egli stesso fosse un eroe

o un imbecille. A dir vero non aveva mai pensato alla possibilità

di _quella_ conclusione del suo romanzo con Diana, a quella fuga

chiassosa, romantica, che avrebbe avuto una sì inattesa importanza pel

suo avvenire. Comprendeva Diana e non l'accusava... ma tant'è... era un

po' forte... tutto ciò! Forse, se avesse saputo...

Ma non aveva saputo e ad ogni modo, ormai era tardi. Egli amava

realmente Diana e in quell'amore cercò un conforto di risoluzione

spensierata. Sarà quel che sarà! Ripeteva: domani... domani...

esaltandosi in quel pensiero, tanto che non pensò più ad altro. Si

chiuse in camera e dispose tutto per la partenza e per la vita nuova.

Vita mondana · 第 3 / 25 题