Altezza Lunghezza Larghezza

Duomo 180 — 249-1/2 148-1/8

San Paolo 174 — 236 — 127-1/2

San Pietro 222-1/2 311-1/3 230-3/4

Il Duomo di Milano supera San Paolo di Londra nell'altezza e nella

larghezza; ma è 42 braccia meno alto, 61-5/6 braccia meno lungo, e

82-5/8 braccia meno largo di San Pietro.

[166] Corio, all'anno 1391.

[167] A coloro che veramente saranno penitenti e che fatta avranno la

loro confessione.

[168] Giulini, tom. XI, pag. 651.

[169] Libero e mondo sia tanto dalla colpa, quanto dalla pena.

[170] Mendacemente simulano queste facoltà non vere da essi pretese,

mentre ancora per picciolissima somma di danaro (per servirci delle

loro parole) non già i penitenti, ma coloro che il velo di una mentita

assoluzione studiansi di apporre con trista coscienza alla loro

iniquità, ed egualmente assolvono dagli atroci delitti senza alcuna

vera contrizione, e non precedendo alcuna debita forma, o condonano le

cose mal tolte, certe ed incerte, non esigendo (il che assurdissimo fu

in tutti i secoli) alcuna previa soddisfazione.

[171] _Raynald., ad ann. 1390_, num. I.

[172] _Roberto_ di Baviera, per la grazia di Dio re dei Romani e

conte Palatino del Reno. A te, _Giovanni Galeazzo_, milite milanese,

comandiamo in via di precetto, che tu debba restituire e riconsegnare

a noi, cui spetta il governo dell'Imperio, per elezione canonicamente

fatta nella persona nostra in imperatore dagli elettori dell'Imperio,

tutte le città, i castelli, le terre e i luoghi appartenenti al Romano

imperio ed alla nostra giurisdizione, che indebitamente occupati

ritieni nell'Italia; altrmente ti diffidiamo come invasore delle terre

e della giurisdizione del sacro Imperio, e nostro nemico e ribelle.

[173] A te, _Roberto_ di Baviera, noi _Giovanni Galeazzo Visconte_, per

la grazia di Dio, e del serenissimo signor _Venceslao_ re dei Romani e

di Boemia, duca di Milano, ec., e conto di Pavia e delle Virtù, colle

presenti rispondiamo che qualunque città, castello, terra o luogo

possediamo in Italia, lo riteniamo e lo possediamo per autorità del

prefato serenissimo signor _Venceslao_ re dei Romani, e canonicamente

investito del governo del sacro Imperio, e tutti quei luoghi intendiamo

certamente difendere contra di te, invasore dell'Imperio, e manifesto

nemico del predetto signor _Venceslao_ e di noi, e te, manifesto nemico

dello stesso Imperio e del signor re _Venceslao_ e nostro, diffidiamo,

se mai tu presumesti di invadere il nostro territorio.

[174] Corio, all'anno 1401.

[175] Tom. XII, pag. 54.

[176] Briani, Storia d'Italia, tom. II, pag. 475, ediz. Venet. 1623. —

Morigia, Storia dell'antichità di Milano, pag. 644, ediz. Venet. 1392.

[177] Veggasi il Poema del P. Enrico Barelli, _De Alberico VII_, in

Milano presso Marelli, 1782.

[178] _Rer. Ital._, tom. XVI, _colum. 1021 et sequ._

[179] Il nostro duca impose taglie, convenzioni e prestiti così grandi

e continui ai sudditi suoi entro il suo dominio, che forzati erano essi

ad andare vagando in terre straniere, capaci non essendo a sostenere

quei pesi, e si udirono gli urli delle vedove e degli orfani e degli

altri singoli, e grande strepito degli inferiori, ed immense crudeltà.

E coloro che pagare non potevano, ritenevansi prigioni, e i loro beni

usurpati erano dagli stipendiati.

[180] _Annal. Mediol., ad ann. 1401._

[181] _De Monet. Ital._, tom. III, pag. 59.

[182] Giulini, tom. XI, pag. 521.

[183] All'anno 1387.

[184] Andrea Biglia, lib. 2, col. 29. — Corio, all'anno 1406.

[185] Tom. VII, pag. 612.

[186] Contra di molti adoperò quel genere di nefanda strage che si

eseguiva aizzando ai cani, tanto sitibondo di sangue, che, senza

spargerlo, non lasciava un solo giorno passare.

[187] _R. I._, tom. XIX, col. 32 E.

[188] All'anno 1409.

[189] E non molto dopo _Facino_ viene chiamato a Milano, cosicchè nulla

più ad esso mancava al dominio dell'una e dell'altra città se non che

il solo nome; tutti obbedivano ad un solo, le cose tutte a norma del

di lui comando stabilivano, non lasciandoci nè pure per le spese dei

giovani quanto bastasse al sostentamento della vita.

[190] _Rer. Ital._, tom. XIX, col. 34 E., 33 A.

[191] Giulini, tom. XII, pag. 611.

[192] Corio, all'anno 1397.

[193] Il volgo veramente (dice il Biglia) allettato era dall'abbondanza

delle vettovaglie; ma gli altri tutti che passare potevano per buoni

cittadini, aggravati erano da tributi intollerabili... Molti uccisi

furono per effetto di pubblica e di privata licenza.

[194] Al giovane diedero questi avvertimenti (dice il Biglia), che

la moglie, se non pure repudiata, tenesse certamente come già da esso

separata.

[195] _Rer. Ital._, tom. XIX, col. 44 e sequ.

[196] All'anno 1418.

[197] Decembrio, cap. 68; e Stella.

[198] Quest'Alberico aveva per suo avo l'altro del quale ai fece

menzione alla pag. 127. Si era confederato col duca; e siccome con

ciò egli esponeva le proprie terre della Romagna (come in fatti

vennero poi conquistate dalle armi pontificie), così Filippo Maria gli

diede la signoria e contea di Belgioioso col castello, _pro aliquali

rependio_, come leggesi nel diploma. Per assicurarsi poi che i Barbiani

non ricuperassero i loro Stati, il papa investì della contea di Lugo

la casa d'Este, già dipendente pel marchesato di Ferrara. Chi ha

considerata la concessione di Belgioioso come una beneficenza del duca

Filippo Maria, non ha posto mente a questo fatto. Pur troppo è vero che

il duca non beneficò mai costantemente un uomo di merito.

[199] Donato Bosso, all'anno 1444.

[200] _De studiis Mediol._, cap. VIII, pag. 34.

[201] _Biblioth. Script. Mediol., ubi de Philippo Maria Vicecomite._

[202] Nè sprezzò egli, nè tenne in onore e in pregio gli uomini

addottrinati negli studi delle lettere e delle scienze, e maggiormente

ammirò, di quello che ei coltivasse la loro dottrina.

[203] Decembrio, cap. 42 et seg.

[204] Salve, o viaggiatore, vedi, qui sta l'imagine somigliantissima di

quel papa _Martino_, quinto nelle serie, che, buon pastore per indole,

resse la Chiesa a te Roma, ec... Autore di questo carme è _Giuseppe

Brivio_, ordinario, dottore di gius canonico e maestro di sacra

teologia, ec.

[205] Ma l'autore di questa insigne immagine fu _Giacobino_ di Tradate,

profondo nell'arte che io ardirei dire non minore, ma bensì maggiore di

_Prassitele_.

[206] Tom. XII, pag. 438.

[207] Di mirabile furberia faceva uso nello scegliere i consultori che

nominati sono consiglieri; perciocchè eleggeva uomini probi ed illustri

per sapere; ed a questi dava per colleghi uomini scandalosi, affinchè

nè quelli potessero appoggiarsi alla giustizia, nè questi sviluppare

la loro perfidia, ma egli prevenuto fosse di tutto, per la continua

discordia che tra di essi regnava.

[208] Decembrio, cap. 34.

[209] Tanto arrossì della sua cecità, che fingeva di vedere chiaro,

avvertendolo segretamente i suoi camerieri.

[210] Cap. 36.

[211] _Oratio super populum — Praetende, quaesumus, Domine, famulabus

tuis Blanchae Mariae et Agneti dexteram coelestis auxilii ut te toto

corde perquirant, et quod digni postulant, assequantur. Per etc...

— Super Syndonem — Fac, quaesumus, Domine, famulas tuus Blancham

Mariam et Agnetem toto corde semper ad te accurrere, et tibi subdita

mente servire, tuamque misericordiam suppliciter implorare, et tuis

jugiter beneficiis gratulari. Per etc... — Super Oblata — Propitiare,

Domine, supplicationibus nostris et has oblationes famularumque tuarum

Blanchae Mariae et Agnetis, quas tibi pro incolumitate earum offerimus,

benignus assume, et ut nullum sit irritum votum, nullius vacua

postulatio, praesta, quaesumus ut quod fideliter petimus, efficaciter

consequamur. Per Dominum, etc... — Praefatio — Aeterne Deus, in te

sperantium consolator, et subditorum tibi mentium custos, inclina aures

misericordiae tuae ad praeces humilitatis nostrae, et famulabus tuis

Blanchae Mariae et Agneti propitius adesse dignare. Veniat super eas

spiritualis a te benedictionis ubertas, ut pietatis tuae repletae,

muneribus in tua gratia, et in tuo nomine laete semper exultent. Per

Christum, etc... — Post Comunionem — Da, quaesumus, Domine, famulabus

tuis Blanchae Mariae et Agneti in tua fide, et sinceritate constantiam,

ut in charitate divina firmatae, nullis tentationibus ab earum

integritate evellantur. Per etc..._

(Orazione sopra il popolo. — Stendi, o Signore, te ne preghiamo, la

destra del celeste aiuto alle tue ancelle _Bianca Maria_ ed _Agnese_,

affinchè a te con tutto il loro cuore aderiscano ed ottengano quello

che degnamente ricercano; per, ec. — Sopra la Sindone. — Fa, o Signore,

te ne preghiamo, che le tue ancelle _Bianca Maria_ ed _Agnese_ sempre

con tutto il cuore loro a te ricorrano e a te servano con mente devota,

e la tua misericordia supplichevolmente implorino, e possano un giorno

mostrarsi grate coi cuore ai tuoi benefizi; per, ec. — All'Offertorio.

— Mostrati, o Signore, propizio alle nostre suppliche, e benigno ricevi

queste obblazioni delle tue ancelle _Bianca Maria_ ed _Agnese_, che a

te offeriamo per la loro salvezza; ed affinchè irrito non sia alcun

voto, nè vana la preghiera di alcuno, concedi, te ne preghiamo, che

quello che fedelmente chiediamo, efficacemente possiamo ottenere; per

il Signore, ec. — Prefazio. — Eterno Dio, consolatore di coloro che

in te sperano, e custode delle menti a te devote, piega le orecchie

della tua misericordia alle preghiere della nostra umiltà, e degna di

mostrarti propizio alle tue ancelle _Bianca Maria_ ed _Agnese_. Venga

sopra di esse la dovizia della spirituale tua benedizione, affinchè,

colmate dei doni della tua pietà, liete sempre esultino nella tua

grazia e nel tuo nome; per Cristo, ec. — Dopo la comunione. — Accorda,

o Signore, te ne preghiamo, alle ancelle tue _Bianca Maria_ ed _Agnese_

la costanza nella tua fede e nel sincero tuo servigio, affinchè,

confermate esse nell'amore divino, smosse non sieno giammai per alcuna

tentazione dall'integrità di que' proponimenti, per, ec.)

[212] Che dirò di Milano, potentissima città d'Italia e metropoli della

Gallia Cisalpina, nella quale tanto numerosi sono, e tanto diversi i

generi degli artefici, tanto grande è la frequenza del popolo, che di

là ebbe origine il volgare proverbio: Chi volesse ricomporre l'Italia,

dovrebbe distruggere Milano.

[213] _Kloch, de Ærario_, lib. 2, cap. 36, pag. 598. _Norimbergae_,

1671.

[214] Cosicchè facilmente si reputa che in quella città possano armarsi

più di trentamila uomini.

[215] _R. I._, tom. XIX, pag. 105.

[216] Meraviglioso è a dirsi che quello i soli Milanesi osarono

promettere, che a stento in que' tempi fornito o fatto avrebbono

Firenze e Venezia. Sì grande è in questa età la popolazione di una

città sola, sì grande la consuetudine di trafficare nel paese e nelle

straniere regioni.

[217] _Rer. Ital._, tom. XXII, col. 939.

[218] _Rer. Ital._, tom. XXII, col. 956.

[219] Archivio di città, registro A, foglio 40.

[220] Nell'archivio di città al registro B leggonsi: 17 agosto

1447, ordine dei signori vicario e XII di Provvisione per adunare il

consiglio dei novecento, onde prestino il giuramento i consiglieri che

non aveano giurato. Foglio I, tergo. Altro dei medesimi vicario e XII,

perchè niuno ardisca di rompere le conche sopra i navigli o lo steccato

di Cusago, del 23 agosto 1447. Registro B, foglio 10, e sotto la data

medesima, v'è altro editto de' suddetti sulla macina del grano, che

proibisce a' mugnai la compra: pure il 24 agosto, altro simile editto

del vicario e XII proibisce ai fornai di vendere a staio il pane di

mistura; registro suddetto, foglio 2. Esso registro B è pieno di editti

del tribunale di Provvisione, l'ultimo dei quali è al foglio 408,

contenente una proibizione di ascendere sopra il tetto del Broletto,

in data 10 febbraio 1450, sedici giorni prima che Francesco Sforza si

rendesse padrone di Milano; dal che si conosce che la giurisdizione

ordinaria del tribunale di Provvisione in quel tempo di repubblica, o

anarchia che ella si fosse, rimase intatta e continuata. Lo stesso io

trovo essere accaduto al magistrato Camerale, ossia ai _Maestri delle

entrate_, che conservarono la loro giurisdizione; ed uno dei primi

editti di quell'interregno è del 20 agosto 1447, col quale si comanda

che ciascuno paghi il tributo sulle merci alle porte della città.

Veggasi registro B, foglio 6. Altro del 22 detto per la propalazione

dei beni del defunto duca. Veggasi registro B, foglio 8, tergo. Ne è

pieno quel registro sino al giorno 7 gennaio 1450, in cui il magistrato

Camerale ordinò che si pagasse il tributo della dogana, come dal citato

registro al foglio 402.

[221] Registro civico B, foglio 14, tergo, ove leggesi questa grida del

30 agosto 1447 per la demolizione e vendita del castello e delle gioie

del duca.

[222] Registro civico B, foglio 16, tergo, ove leggesi il proclama

dei capitani e difensori della libertà, acciocchè ogni persona atta a

portare le armi si presenti a servire sotto il comando del signor conte

Francesco, capitano generale, in data 3 settembre 1447.

[223] I capitani e difensori della liberti dell'illustre ed eccelsa

comunità di Milano. — Prudenti concittadini nostri carissimi. Poichè

l'Onnipotente Iddio nostro, per il passaggio da questa ad altra vita

dell'illustrisssimo principe e signor nostro _Filippo Maria_, di buona

memoria, la grazia della libertà a noi liberalmente accordò, che

noi stabilito abbiamo di ritenere e conservare in tutte le maniere

e con fermo intendimento, di comune consenso abbiamo deliberato di

abbruciare i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e le scritture

dell'inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, delle bocche

e dell'aggravio del sale e di qualsivoglia altro aggravio, e di dare

così un segno per cui il popolo e la plebe intendano che quind'innanzi

saranno immuni ed esenti da simili angherie e gravezze. E quindi

concependo buona speranza dello stato della libertà medesima, e

di questa nostra repubblica, si rallegrino e si congratulino, e le

dovute grazie rendano per questo allo stesso Dio Onnipotente Signor

nostro. Nè meno rafforzino l'animo loro, e dispongasi a volere in

oggi spontaneamente e di buona voglia fare quello che altre volte

loro malgrado e forzati facevano, cioè nel dar fuori, secondo le

loro facoltà, il danaro, tanto per formare e compiere il tesoro del

gloriosissimo _sant'Ambrogio_, patrono e protettore nostro, quanto

per le spedizioni delle compagnie di armigeri della comunità predetta,

per mezzo delle quali non solo la libertà nostra ritenere conservare

possiamo, come è incominciata, ma ancora confermare, arricchire ed

aumentare la repubblica, e sempre giornalmente in meglio ingrandirla

e dilatarla, a confusione di tutti coloro i quali si studiano con

ogni loro sforzo e con tutte le loro insidie di rivalizzare con

questa inclita città. Vogliamo adunque che, fatta la elezione, a

due dei vostri subito ordiniate che essi due insieme, dei quali si

inseriranno più abbasso i nomi, ricerchino e si facciano consegnare

tutti i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e tutte le scritture

degli inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, della gravezza

del sale e di tutte le altre gravezze di qualunque genere, specie e

materia esse fossero. E questi documenti, bene rivoltati una e due

volte, e visti e diligentemente esaminati, con ritenere quelli soltanto

nei quali si riconosca qualche utilità della camera della predetta

comunità e del territorio, ed anche di alcune singole persone; tutti

gli altri predetti documenti facciano palesemente e pubblicamente dare

ed abbandonare al fuoco, perchè siano abbruciati, colla quale specie di

spettacolo il popolo stesso parimente e la plebe pigliandone gratissimo

piacere, possano esultare e giubilare e tributare lodi al santo

rammemorato, il quale quest'inclita città in felice e fausto stato

sempre conservi e difenda.

Data a Milano, il giorno XXI settembre MCCCCXLVII. — _Giovanni dei

Mantegazii_ — _Stefano dei Gambaloiti_ — _Cabriolo del Conte_ —

_Federico del Conte_ — _Giovanni di Fossato_ — _Francio di Figino_ —

_Giovanni Giussano_ — _Giacomo di Cambiago Rafaele_. — Su la coperta.

Ai nobili e prudenti cittadini carissimi nostri, i dodici delle

Provvisioni dell'eccelsa comunità di Milano.

[224] Registro civico A, foglio 44, editto del 5 ottobre 1447.

[225] Registro delle gride dal 1447 al 1450, nell'archivio civico,

volume B, foglio 142, 212 e altrove, come dalle gride 30 agosto 1448

e 21 gennaro 1449, nella seconda delle quali si ricorre a ripartire i

carichi per focolare.

[226] I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa

comunità di Milano. Diletto nostro. Affine di consolidare, aumentare,

condecorare questo desiderabile stato della libertà che abbiamo

ricevuta, reputiamo non tanto convenevole, quanto necessario, il

coltivare il decoro delle virtù, l'abbominare le brutture dei vizi;

perciocchè in questo modo e grati ci mostreremo a Dio del ricevuto

donativo, e della di lui onnipotenza sperare potremo più liberale

accumulamento di grazie. Riflettendo noi adunque quanto sporco e

detestabile, quanto orrendo sia il delitto da non nominarsi della

sodomia, e reputando che la impunità genera un incentivo, e i già

infetti di quel vizio suole rendere peggiori, deliberammo e confermammo

di nostro avviso con durevole decreto, di non volere più in alcun modo

tollerare questo esecrabile e rovinoso eccesso. Sebbene adunque sembri

che a ritrarre da questo sceleratissimo delitto coloro che macchiati

ne sono, ed a fare che più in avvenire non cadano in simile delitto,

bastare dovrebbe la pena del fuoco stabilita dalle leggi santissime e

dagli statuti di questa città, che come cosa divulgatissima ignorare

certamente non debbono; tuttavia, affinchè la loro infame turpitudine

si renda totalmente inescusabile, vogliamo, e a te espressamente

comandiamo, che, alla ricevuta delle presenti lettere, patentemente e

pubblicamente colla voce del banditore tu faccia divulgare per i luoghi

consueti di questa città: che quind'innanzi qualunque persona, di

qualunque stato e condizione essa sia, o del territorio, o forestiera,

o stipendiata, o godente alcuna provvigione, ed in generale chiunque

sia, si guardi e si astenga totalmente da quel delitto, nè ardisca

commetterlo in qualunque modo, sapendo e tenendo per certo che se si

scoprirà che in quel delitto sia caduto, irremissibilmente sarà punito

colla pena del fuoco, a tutto rigore di legge. E tu poscia dovrai

adoperare ogni studio e diligenza e cura ad investigare e ricercare

questi scelerati, e dovrai procedere contra qualunque tu scoprissi in

avvenire avere commesso questo delitto: punendolo a tenore di diritto

e col mezzo dello giustizia. Nella qual cosa quanto maggiormente sarai

vigilante ed accurato, tanto più avrai servito al dovere ed all'onore,

e meglio avrai secondato la nostra intenzione. Ed affinchè gl'inclinati

al male da questi delitti si astengano, o vogliamo che agli accusatori

o denunziatori di quegli stessi delitti, però con di buoni indizii,

si accordi un premio per ciascuna volta, e si tengano segreti, il

quale premio sarà di dieci ducati d'oro da levarsi su le facoltà del

delinquente, la quale prestazione vogliamo che debba farsi da te e

da' tuoi successori, rimossa qualunque eccezione e contraddizione.

Scriviamo pure intorno a questo al signor _Bartolommeo Caccia_,

capitano di giustizia di questa città, col quale vogliamo che tu

proceda d'intelligenza nel fare eseguire le predette proclamazioni. —

Milano, il giorno XVIII di ottobre, MCCCCXLVII.

[227] I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa

città di Milano. — Veduta la richiesta dei barbieri di quest'inclita

città, perchè sia confermato certo loro statuto ed ordine; la quale

petizione è del tenore seguente: Magnifici ed eccelsi signori di

quest'inclita città; i barbieri tanto guidati dalla retta coscienza,

quanto ammoniti principalmente dai religiosi confessori e consultori

delle loro animi, deliberarono di celebrare i giorni festivi, e di

astenersi dalle opere nei tempi illeciti, proponendo, con licenza e

consenso della vostra magnificenza, l'ordine stabilito e l'editto,

che è dell'infrascritto tenore. Riverentemente adunque supplicano

che ad esso, siccome salutifero e commendevole, come sembra, vi

degniate d'interporre l'autorità vostra, e di confermare, convalidare

e comandare che osservato sia e messo ad esecuzione, con lettere

patenti questo statuto, e la relativa ordinazione, comandando altresì a

qualunque giusdicente e agli ufficiali di Milano, ai quali in appresso

si ricorresse, che a qualunque richiesta dell'abate del Paratico dei

detti barbieri intorno all'osservanza ed all'esecuzione di quello

statuto, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno. Così

adunque stabilirono ed ordinarono che lecito non sia ad alcun maestro

della detta arte, abitante nella città o nei sobborghi di Milano,

lavorare nè far lavorare di quell'arte, nè nella bottega o nella casa

di sua abitazione, nè al di fuori, in alcun giorno festivo, ordinato

da celebrarsi dalle istituzioni della Santa Madre Chiesa, tanto

Romana, quanto Ambrosiana, e nè pure nelle vigilie di quelle feste,

qualora le vigilie trovinsi stabilite nei giorni di sabbato dopo l'ora

vigesimaquarta di quella vigilia o del sabbato, sotto pena di lire due

delle nuovissime (il testo dice _nuperiorum_, ma forse dee leggersi

_imperialum_), per ciascuna volta in cui si contrafacesse, e nella pena

medesima incorra qualunque domestico o lavoratore della detta arte,

il quale, senza licenza e contra la volontà del suo maestro, lavorasse

in contravvenzione a questo statuto, e che tale domestico o lavoratore

della detta arte non debba nè possa in alcun modo esercitare la detta

arte nella città stessa e nei sobborghi, se prima non avrà pagata

la stessa multa, ed avanti quel pagamento non debba alcun maestro

della stessa arte accordargli alcun aiuto, nè alcun favore sotto la

medesima pena; se però avvenisse che alle ore ventiquattro del detto

sabbato o di una vigilia come sopra, alcun maestro o lavoratore avesse

tra le mani alcuno già ricevuto nella bottega avanti quell'ora, in

quel caso possa proseguire sopra quell'individuo che avesse da prima

ricevuto impunemente l'opera sua e finirla senza incorrere in alcuna

pena; e di tutte quelle pene la metà si applichi alla fabbrica della

chiesa maggiore di Milano, e dell'altra metà due parti se ne dieno al

Paratico degli stessi barbieri, e l'altra terza parte all'accusatore

che denunziata avesse la contravvenzione. Possono altresì l'abate della

detta arte ed i suoi ufficiali che saranno a quel tempo, mancando

nelle premesse cose le opportune prove, affine di far emergere

nelle medesime la verità, forzare qualunque maestro e lavoratore al

giuramento, se e come sembrerà convenevole. E avendo noi considerata

in questo la devota e lodevole disposizione dei detti _barbieri_, ed

avendo considerato lo statuto stesso che ancora facemmo diligentemente

esaminare degli spettabili signori consiglieri di giustizia della

predetta comunità, e vedendo che la richiesta dei petenti sembra

tendere a cosa onesta ed alla osservanza della fede ortodossa nostra

e dei comandamenti della Chiesa, volendo annuire benignamente alla

richiesta dei predetti, col tenore delle presenti, anche per certa

scienza, quello statuto, che comandiamo e vogliamo sia inserito e

scritto anche nel volume degli altri statuti ed ordini del comune

di Milano, come grato a noi riconoscendo, approviamo e confermiamo,

comandando per questo ai vicari e ai XII delle provvisioni, e agli

altri ufficiali della predetta comunità presenti e futuri, ai quali

spetta o potrà spettare che, qualora per l'osservanza del detto statuto

ad essi si ricorresse, facciano inviolabilmente osservare lo statuto

medesimo e le sue disposizioni, e a qualunque richiesta dell'abate del

Paratico degli stessi barbieri, prestino qualunque giovamento, aiuto e

favore opportuno per l'osservanza di questo statuto, e per la dovuta

esecuzione verso i contravventori; e questo purchè nulla si faccia o

avvenga in conseguenza contro la disposizione degli altri statuti ed

ordini della predetta comunità e in detrimento dei medesimi. In fede di

che abbiamo comandato che si facessero e si registrassero le lettere

presenti, e si confermassero col munirle del sigillo della predetta

comunità. Dato in Milano, il giorno decimosesto di aprile MCCCCXLVII.

Sottoscritto — _Ambrogio._

[228] Tomo I, pag. 234.

[229] _1448 die martis nono Januarii._ — Notitia sia a ciascuna persona

como li illustri capitanei et difensori della illustre ed eccelsa

nostra libertà vogliano dare via le borse de la ventura, le quale

borse sono septe, della quale la prima harrà dentro ducati trecento

contanti, la seconda ducati cento, la terza settantacinque, la quarta

cinquanta, la quinta trenta, la sesta venticinque, la settima venti, e

vogliono darle via a la ventura in questa forma, cioè: ciascuna persona

de qual conditione, stato e grado voglia se sia, tanto forestiero

come cittadino o contadino, et tanto clerico come layco, et maschi et

femine, possono portare quelli ducati che loro parirà o uno o due,

come loro vorranno al banco de Xphôro figliuolo di messere Stefano

Taverna banchero, quale è stato lo inventore di questa cossa, el qual

banco è per mezzo li ratti fuori del Broletto, lui ne farà nota nel suo

libro fatto solo per questo, cioè a dì tale, la tal persona ha portati

tanti ducati, uno o duy quelli che saranno, per volere guadagnare per

ciascuno ducato una delle sopra scritte borse, secondo che Dio li darà

buona ventura, e così farà nota de tutti quelli che portaranno infina

alla prima domenica di febraro prossimo, quale è il dì deputato a dare

via le borse, in quello dì serano domandati tutti quelli averanno messi

li denari per guadagnare le borse, et si serà fatto tanti scritti per

ciascuno quanti ducati haranno messo, li quali scritti haranno suso

il nome loro, e questi tal scritti serano messi in una corba suso una

baltresca la quale sara posta su la piazza di Sancto Ambrosio onde è

usato stare el banco di frate Alberto, acciocchè ciascuno persona possa

vedere mettere li scritti tutti in la corba, e vederli voltare tutti

sotto sopra per lo dicto Xphôro thesaurario, deputato a questo, ovvero

per persona fidata electa per li illustri capitanei, poi sarà tolto

una altra corba, nella quale corba saranno messi altrettanti scritti

bianchi senza scrittura alcuna, salvi che in quelli sara sette scritti,

che l'uno harrà scritto suxo la borsa trecento, l'altro la borsa de

li ducati cento, e l'altro de la borsa de' ducati settantacinque,

l'altro la borsa de li ducati cinquanta, l'altro la borsa e li ducati

trenta, l'altro la borsa de li ducati venticinque, e l'altro la borsa

de li ducati venti. Et questi scritti serano voltati molto bene sotto

sopra tutti cum quelli non serano scritti. Poi el dicto Xphôro ovvero

li deputati per l'illustri capitanei stando di sopra la baltresca,

vedando ogni persona, domanderà un qualche bono homo, metterà la

corba ne la quale haverà dentro li scritti de li huomini che harranno

messi li denari de la mane dritta, e l'altra corba ne la quale serano

gli altretanti scritti bianchi, et quelli sette de le borse metterà

da la mane sinistra. E poi quello bono homo torrà suso alla ventura

duy scritti, cioè l'uno fora de una corba con una mane, e uno fora

dell'altra corba cum l'altra mane, tutti duy li scritti ad un tratto,

e drieto a questo bono homo seranno due altre fidate persone electe

da li illustri capitanei e non suspecte a persona alcuna l'uno de la

mane dritta, l'altro da la inane sinistra, li quali torranno quelli

duy scritti quali quello bono homo harà tolto suxo ogniuno da la sua

parte, e il lezeranno, odando ogni persona quelli tali scritti, verbi

grazia l'uno scritto dirà Gioanni da Como, e l'altro nagotta, o vero

bianco, quello tale Gioanni da Como per quello scritto serà fora di

ventura da havere le borse, et serà infilzato, quello scritto che non

avrà suxo nagotta, che sera bianco, sera scarpato; poi quello bono homo

ne torrà suxo duy altri scritti in quella medesima forma, et quelli

duy leveranno verbi gratia l'uno scritto dirà Antonio da Pavia, l'altro

serà bianco, similmente sera facto de questi duy, cioè l'uno infilzato

e l'altro scarpato. Et così andara quello bono homo tollendo suxo duy

scritti per volta, tanto che torrà suso uno de li scritti de le borse;

verbi gratia avrà tolto uno scritto che dirà Petro da Lecco farè,

l'altro dirà lo borsa di trecento ducati, quello Petro da Lecco avrà

guadagnato quella borsa de li ducati trecento, la qual borsa subito in

presentia de tutti sarà data per lo dicto Xphôro Taverna al dicto Petro

da Lecco. Poi quello bono homo anderà tolendo suxo le scritte a duy

a duy in fino che saranno tolti fora tutti quelli sette scritti delle

borse et a chi toccarà la ventura, si sarà date le borse, come è dicto

de la prima.

E pertanto anche pare che a chi sia possibile da mettere uno ducato

fuosse poco savio a non metterlo, peroche una persona ricca a mettere

uno ducato o duy o dece poco li serà sebene no avesse la ventura,

avendola tanto migliora una persona mezzana, el simile a una persona

povera che in estremo non fusse miserabile seria piuttosto da mettere

che li altri, perochè per uno ducato che metta serbandolo in capo

dell'anno non se ne accorgerà, a tanto in za come in la li bisogna

stentare et lavorare, et se per ventura Dio li presentasse la grazia

che avesse una de quelle borse, massime la magiore, non stentereve mai

più, si che chi è savio porterà dinari, avisando tutti che li denari

che avanzeranno et che se haveranno saranno della comunità nostra, si

che quelli che non avranno la ventura delle borse, potranno far rasone

averne donati a la comunitate uno ducato, el quale se po appellare

averlo donato a se medesimo.

Et se fosse alcuna persona che non intenda bene vada al banco del

dicto Xphôro Taverna tesaurario a questo, che in breve gliel darà ad

intendere a bocca. — Innocentius Cotta Prior — fu pubblicato questo

avviso da Antonio di Areno tubatore. — Gride dal 1447 al 1450, volume

B, foglio 65 tergo.

[230] Giornalmente sempre più ammirava tanto la di lui prudenza, la

facondia e gli egregi costumi, quanto la bellezza della persona e la

maestà del volto e del portamento.

[231] Simonetta, lib. 2, colonna 202. R. I. tom. XXI.

[232] Vedi Simonetta, Vita di Francesco Sforza, _Rer. ital._, tom. XXI,

lib. I, col. 183.

[233] Il citato Simonetta, lib. I, col. 187, dice: _Quo nuntio

Franciscus gravissime affectus, dolorem immensum per summam constantiam

supprimit, seque a lachrymis singultibusque continet. Sed quod maxime

expediebat, suos a pugna, rejectis hostibus, revocat._ (Dal quale

avviso gravemente afflitto _Francesco_, con somma costanza l'immenso

dolore comprime, e dalle lagrime e dai singhiozzi si rattiene. Ma i

suoi soldati, il che era la cosa più importante, respinti essendo i

nemici dalla pugna richiama.)

[234] Di quei disordini così parla il Decembrio: — [235]_Interea

Mediolanenses varie inter se fluctuabant. Quidam, victoria elati,

Franciscum ad astra praecipuis laudibus ferebant; alii verbis dumtaxat

libertatem praedicabant, veram impense onus curamque detrectabant.

Erant quibus servitus libertate potior videretur esse... Quibus autem

vivendi cum principe consuetudo inerat, quo in numero vir insignis

Petrus Pusterla et alii fuere, Franciscum, veluti Philippi filium et

afflictis rebus succurrere potentem, magnopere laudabant. E contra,

quibus mercatorum familiaritas et usus aderat, quorum minima pars fuit,

Venetos, ut divinos quosdam homines, praeponendos dictitabant. Nihil in

medium consulebatur; sed, ut vulgo mos est, studia in contraria incerte

scindebantur. Sic, confusis civium voluntatibus, plebs omnium ignorans,

libertatis dumtaxat nomen sibi adsciverat, et nullo salubri consilio

perducta, in optimum quemquam ferebatur, etc. — Rer. Italic. Script._,

tom. XX, _column._ 1040, cap. XXXV. _Decemb. Vita Franc. Sfortiae._

[235] Intanto i Milanesi variamente nei loro avvisi ondeggiavano.

Alcuni, gonfi per la vittoria, con grandissime lodi _Francesco_ agli

astri sollevavano; altri con parole soltanto la libertà proclamavano,

ma qualunque peso e cura avevano sommamente a schifo. Eranvi di quelli

ai quali la servitù migliore sembrava della libertà... Coloro poi

che consueti erano a vivere famigliarmente col principe, nel di cui

numero erano l'insigne uomo _Pietro Pusterla_ ed altri, _Francesco_

grandemente esaltavano, siccome figliuolo di _Filippo_, ii solo che

soccorso prestare potesse in mezzo al disordine delle cose pubbliche.

All'incontro coloro che famigliare consuetudine ed uso avevano coi

mercadanti, i quali formavano la minima parte, andavano dicendo che i

Veneti, come uomini in qualche modo divini, preferire dovevansi. Non

si trattavano gli affari in adunato consiglio, ma come à costume del

volgo, incerti i cittadini dividevansi in partiti gli uni agli altri

contrari. Per tal modo, confuse essendo la volontà dei cittadini, la

plebe, che tutto ignorava, il nome solo della libertà adottato aveva

e non guidata da alcun salutare consiglio, portavasi contro qualunque

ottimo, ec.

[236] _Novariam, Parmam, Dertonam, Alexandriam, aliasque urbes ditioni

suae subdit. — Decembr. Vita Franc. Sfortiae, Rer. Ital._, tom. XX,

_column._ 1041, cap. XXXVI.

(Alla sua giurisdizione assoggettò Novara, Parma, Tortona, Alessandria

ed altre città).

[237] Il proclama è il seguente — _1448 dies XVI novembris._ (1448, il

giorno XVI novembre.) — Li illustri signori capitanei et difensori de

la libertà de la illustre ed excelsa comunità di Milano. Considerate

le summe et excelse virtute, probitate et magnanimitate et firma

constantia d'animo, la experimentata et inconcussa fede et la longa

experentia de le cose bellice et mestiero de arme, et lo braxado amore

et admirabile devotione che porta et ha portato et demonstrato con

admirabile opere et experientia infinite a questa illustre et excelsa

comunità de Milano lo illustre et magnifico messere Carlo da Conzaga

cavallero et marchese etc. degnamente l'anno constituto deputato, et

electo capitano del popolo de questa illustre città, e de la libertate

nostra gloriosa, acciocchè possa provvedere et ordinare tutte quelle

cose che siano a salute, tutela e conservazione del dicto populo et de

la sancta libertà nostra. Il perchè si ha facta publica crida per parte

de li prefacti signori capitani per notitia et mandamento a ciascheduno

de quale grado, stato et conditione voglia se sia in la dicta città

et borghi in li lochi consueti debia obedire a li commandamenti

del prefacto messere Carlo in tutte quelle cose che concernano il

bene, l'honore, conservazione, tutella et augumento de la dicta

comunità de Milano, et libertà, sotto pena pecuniaria et personale

_usque ad ultimum suplitium inclusive_ (fino all'ultimo supplizio

inclusivamente), secondo si contiene ne la lettera del dicto capitaneo

ad esso messere Carlo concessa per li prefati signori, _ed ulterius_

(ed ulteriormente), sotto pena all'arbitrio de li prefacti signori

capitanei a chi contrafarà a questa soa crida et intenzione — _Joannes

de Meltio prior — Raphael — Cridata ad scalus palatii et per loca

solita civitatis per Bertolium de Forlivio trombettam, die Jovis 14

novembris, sono tubarum et pifferorum praemisso._ (_Giovanni di Melzo_

priore — _Raffaele_ — Promulgata alle scale del palazzo, e per i soliti

luoghi della città, da _Bertolio_ da Forlì, trombetta, il giorno di

giovedì 14 di novembre, premesso il suono delle trombe e dei pifferi.)

Gride dal 1447 al 1450, vol. C, foglio 151 nell'archivio della città.

[238] In Milano le cose erano in cattivo stato. Non si può meglio

conoscerle che dalle carte autentiche di quei tempi; e tale è la

lettera di Giovanni Teruffino ai signori Rafaele e Barnaba Adorni,

genovesi, che ritrovasi nell'archivio di città — Codice C, fogl. 69. —

Essa così dice: _Magnifici Majores honorandissimi._ (Magnifici maggiori

onorevolissimi.) — Quamvis altro di nuovo non me occorra, tamen acciò

non vi maravigliate che niente scriva, scriverò poco da poi le altre

lettere a voi scritte. Io non sono andato dalla excellentia del conte,

tum perochè essa se lungo da qui, tum per la novitate de Francesco

Piccinino occorse, ma avuto Maragnano, che spero con la gratia de Dio

sera in fra pochi dì, delibero di andare a la excellentia sua, tam

per lo compromesso de Zenovesi ad Galeotto, quam per altro, e sono

certo che la disposizione sua sia eadem. Io desidero che si manda ad

executione lo facto de Bosco, secundo che altra volta ne dicesti.

Li facti di Milano breviter hanno questa conditione. Frumento ghe

pochissimo et hanno vetato quelli signori che pane di frumento non

se ne venda, perciocchè quello poco frumento lo quale gli è restato

voleno per li soldati, ma non gli può bastare per dexe; di segale

e di miglio hanno per tutto il mese che viene. Dapoi sette di che

Francesco Piccinino e lo fratello andero a Milano non gli hanno dato

dinari, eccetto che due mila ducati de molti promissi. Appropinquandosi

apresso Milano la excellentia del conte come se bene, havuto Marliano,

verosimile è che Milano non se tegnerà quindici dì per mancamento

e de victuaglie, et de dinari, et de strame, e per infinita gente

malcontenta. Dio governa la cosa in modo che questa nostra provincia

habbia quiete. Bene valete — _Dat. Papiae, die XXVIII aprilis 1449. —

Vester famulus Teruffinus — a tergo: Magnificis Majoribus honorandis

Domini Raphaeli et Barnabae Adornis et Petro Spinulae etc._ (Dato in

Pavia, il giorno XXVIII di aprile 1449. — Vostro servo _Teruffino_.

Su la coperta: Ai magnifici maggiori onorevoli i signori _Rafaele e

Barnaba Adorni_ e _Pietro Spinola_, ec.)

[239] Sei giorni prima che Milano accogliesse Francesco Sforza, Gaspare

Vimercato uscissene dalla città con apparenza di volersi abboccare con

Pandolfo Malatesta, comandante delle truppe di Venezia, e probabilmente

concertò in vece la dedizione al conte. Il passaporto che gli consegnò

trovasi nel codice C, foglio 135 tergo, nell'archivio di città, e

dice:[240] _Per illustres dominos Capitaneos et defensores libertatis

Illustris et Excelsae Comunitatis Mediolani concessa est licentia

strenuo Gaspari de Vimercato exeundi hanc Civitatem cum famulis suis

ad numerum usque octo, suisque valixiis, bulgis, rebus et bonis, et

hoc tute, libere et impune, omnique reali et personali impedimento

prorsus amoto, dummodo se non conferat ad partes hostiles, et vadat ad

illustrem dominum Sigismundum Pandulphum de Malatestis Ariminensem ac

illustrissimi dominii Venetorum, etc. Capitaneum Generalem. Ambrosius

Prior — Antonius, MCCCCL, die XX februarii._

[240] Dagli illustri signori capitani e difensori della libertà della

illustre ed eccelsa comunità di Milano viene conceduta licenza al

valoroso _Gasparo di Vimercato_ di uscire da questa città con i suoi

domestici fino al numero di otto, e con sue valigie, bolge, cose

e beni, e questo sicuramente, liberamente ed impunemente, rimosso

qualunque impedimento reale e personale, purchè egli non si rechi alle

parti dei nostri nemici, e vada dell'illustre signore _Pandolfo_ dei

_Malatesta_ riminese, e capitano generale dell'illustrissimo dominio

dei Veneti, ec. _Ambrogio_ Priore. — _Antonio_, MCCCCL, il dì X

febbraio.

[241] _1449, die 27 mensis decembris._ (1449, il dì 27 del mese di

dicembre.) Al nome del Omnipotente et Eterno Dio et del gloriosissimo

nostro patrone sancto Ambrosio deliberando li illustri signori

capitanei et difensori della libertate che ciascuno quale metta la

persona sua a pericolo per farne uno relevato servitio a tutta questa

nostra patria, la quale è indegnamente afflicta da li nostri nemici,

ne abbia merito e premio qual sia certo grande et honorevole, fanno

noto a ciascuna persona di qualunque stato, grado et conditione se

sia, che chi ammazzerà il perfido conte Francesco Sforza, overo ferirà

mortalmente, guadagnerà ducati dece millia d'oro, e dece millia in

possessione, quali instantemente gli serano numerati cotanti, et dati;

et se quella persona sera rebelle o bandezata sarà cavata de ribellione

et de bando, et restituiti il soy beni, et havere li dicti premii,

et se quella persona sera squadrero o conductero de gente d'arme o

di majore conditione, ultra li dicti premii, gli sera duplicata la

conducta. Et sel serà soldato di menore conditione, ultra li dicti

premii, gli sere duplicata la conducta ut supra. Et appresso a questo

se la cadesse alcuno mandare ad executione alcuni de li sopradicti

partiti et per quello venisse ad esser morto, serano dati li dicti

premii a suoi filioli o a suoi heredi indubitatamente, li quali seranno

sempre ben veduti et ben tractati da questa prefata comunitate. Et sel

fosse persona alcuna quale dubitasse de conseguire li dicti premii,

o venga, o manda uno suo fidato secretamente da li prefati signori

capitanei, gli sera facta tal chiarezza et segurezza chel sera ben

certo e securo de conseguire li dicti premii, rimossa ogni minima

dubitazione — _Petrus Prior — Cridata ad scalas palatii et super platea

arenghi per Antonium de Arezio Tubetam, die sabbati 27 suprascripti

mensis decembris, sono tubarum praemisso._ (_Pietro_ Priore. —

Promulgata alle scale del palazzo, e sopra la piazza dell'arringa da

_Antonio_ di Arezzo trombetta, il giorno di sabbato 27 del soprascritto

mese di dicembre, premesso il suono delle trombe.) Gride dal 1447 al

1450, vol. C, foglio 121, archivio civico.

[242] Vol. C, gride dal 1447 al 1450, foglio 107.

[243] Codice C, foglio 113.

[244] _1450, die 23 febbruarii._ (1450, il dì 23 febbraio.) — Se

in ogni tempo debbe cadauno voglia essere chiamato fidele e devoto

cristiano guardarse da fare contro li comandamenti del nostro

Signore Dio, molto più è necessario emendare la vita nel tempo della

tribulazione et afflictione per impetrare gratia et misericordia da

la divina bontà. Intendando aduncha li illustri signori capitanei et

deffensori de la libertà nostra prohibire quanto sia possibile, etiam

mediante le pene et punitione temporale, la disonestà et detestabile

vita de quelli tengano femine a soa posta, et etiandio alcuni quali non

temendo il juditio divino, presumano biastemare Dio e la sua gloriosa

Madre et li suoi sancti et sancte, li quali duy gravissimi peccati

grandemente et pubblicamente si commettono in questa città et in li

borghi soi, non senza evidentissimo pericolo de provocare majore ira

de Dio contra de noi tutti, denno fare crida et bando che niuno de

qualuncha stato, grado, o conditione voglia se sia dal majore al più

minimo ardisca ne presuma in questa città borghi et jurisdictione soa

tenire in casa sua ne fora de casa femine o sia concubina a soa posta

per qualuncha modo se sia, imo cadauno l'havesse o tenesse fra tri

dì proximi li debbia avere cazate da se, et esse femine et concubine

debiano levarsi et aut spazare la città, aut redurse in loco honesto

et tale se intenda che facciano bona, et correcta vita, sotto pena

irremissibile de fiorini venticinque a cadun uomo quale sera trovato

contrafare, tante volte da essere pagati, quante volte contrafarà, et

a cadauna femina contrafaciente, da essere scovata pubblicamente per

tutta la città, e poi reducta al publico loco, o cazata fora de la

città. Et similmente niuno, come è dicto, ardisca o presuma biastemare

Dio, ne la sua gloriosissima Madre, ni etiandio sancto Ambrosio,

nostro protectore et patrone, ni alcuno sancto o sancta sotto pena

irremissibile, ultra le altre imposte altre volte, de fiorini vinti

per cadauna volta a chi contrafarà, et a chi non potrà pagare o non

pagarà la dicta pena infra tre dì sotto pena di sguasi tri di corda,

vollero ancora et chiarisseno li prefati signori capitanei che cadauno

non solo possa, ma etiandio debba accusare qualunque contrafarà li

predicti duy casi; accusando, guadagni il quarto della dicta pena

pecuniaria, l'altro quarto sia delli poveri de Cristo et la mità sia

della comunità, ma chi non accuserà, et sappia chi abbia contrafacto

in tenire et biastemare come è dicto, cada in pena per cadauna volta de

fiorini cinque et cadauno possa questi altri accusare et della pena si

faccia come è dicto, di sopra. Ancora perchè li prefati signori hanno

ordinato et comandato che niuno debba zugare a zugo de dadi, tavole et

cartexelle, ne lassare zugare in casa sua sotto la pena che contengono

le cride fatte sopra di ciò; Adesso chiariscono et volleno che cadauno

non solo possa, ma sia obbligato ad accusare qualunca contrafarà, ed

accusando guadagni il quarto della dicta pena pecuniaria et de li altri

tri quarti se dispona et faccia come è dicto di sopra; ma non accusando

et sappiando chi vi abbia contrafacto, cada in pena caduna volta del

quarto quale devria guadagnare, et cadauno possa questi altri accusare

et della pena se faccia ut supra — _Ambrosius Prior — Marcolinus —

Cridata ad scalas palatii et per loca solita civitatis per Matteum de

Arezio tubetam, die lunae XXIII febbruarii suprascripti_ (_Ambrogio

Priore — Marcolino_ — Promulgata alle scale del palazzo, e per i luoghi

soliti della città da _Matteo_ di Arezzo trombetta, il giorno di lunedì

XXIII di febbraio soprascritto.) — Gride dal 1447 al 1450, vol. C.,

foglio 136, archivio civico.

[245] Le cose dei Milanesi incominciarono ad andare al peggio.

Perciocchè privi di duci, discordi essendo tra di loro i cittadini,

giornalmente ripullulavano consigli peggiori dei primi. Non potevano le

pubbliche gravezze del popolo convenevolmente governarsi; non potevano

i ricchi sostenere i pesi; non poteva alcuno eseguire i comandi: ma

come una flotta dispersa dalla procella, qua e là la plebe era portata

dalle onde accavallate. Se alcun raggio di speranza splendeva tuttora

nei soldati che rimanevano, turbato era dall'ambizione di _Carlo

Gonzaga_, il quale dominio del popolo ingiustamente aspirando, tutte

le cose con lungo sospettare intralciava. Per la qual cosa tutto era

squallido per il timore e per la disperazione. Inoltre le congiure

da alcuni tramate maggiori angustia ai singoli cagionata avevano.

Conciossiachè presi furono ed al supplizio condotti molti nobilissimi

cittadini. Ma nè pure colla morte loro raddolcire potevansi l'atrocità

della sciagura... I buoni inoltre, privati degli uffizi, incapaci a

recare giovamento a sè stessi e agli altri, languivano nel silenzio;

la plebe poi, situata tra la speranza ed il timore, il peso tollerava,

esultando per il nome solo di dominio.

[246] _Vita Franc. Sfortiae_, cap. XXXVII; _Rer. Ital._, tom. XX, col.

1041.

[247] Macchiavelli, sulla prima Deca di Tit. Liv., libr. I, cap. XVII,

pag. 87.

[248] Nel fabbricar la casa de' signori Delfinoni vicino alla colonna

di porta Nuova scavossi nel 1774 un sasso, su cui leggesi: _Franciscus

Sfortia Vicecomes, dux, et animo invictus et corpore, anno MCCCCL

a IIII Calend. Martias hora XX dominio urbis Mediolani potitus._

(Francesco Sforza Visconti, duca, invitto d'animo e di corpo, l'anno

MCCCCL il giorno IV avanti le calende di marzo all'ora vigesima

s'impadronì del dominio di Milano.)

[249] Questo è il giorno che il Signore ci ha dato; esultiamo e

rallegriamoci in esso.

[250] All'archivio pubblico può esaminarsene da chi lo voglia

l'originale.

[251] Osservando come tutti i solenni ingressi e dei duchi e dei

governatori e degli arcivescovi si fecero sempre dalla porta Ticinese,

mi sembra probabile che quest'usanza discenda sino dai tempi de'

Longobardi, quando Pavia fu la capitale e la città regia; e forse

l'arcivescovo, dopo d'essere stato riconosciuto dal sovrano o suo

luogotenente in Pavia, di là spiccavasi per la pubblica cerimonia.

Quando s'assoggettò la chiesa milanese a Roma, e l'elezione e

consacrazione si trasferirono in Roma, tutto cambiossi, fuori che

questa avvertenza non s'ebbe di farlo entrare per la porta Romana.

[252] In quei contorni trovasi una via che oggidì pure conserva il nome

de' Piatti.

[253] I due soli però imminenti alla città furono perfezionati.

[254] _Histoire de François I, roi de France, dit le grand roi et le

père des lettres. Par M. Galliard de l'Accadémie des Inscriptions et

Belles lettres. — A Paris, chez Saillant et Nyon, tome I, page 105._

[255] Alloggiarono nel palano altre volte del conte Carmagnola, ora

detto il Broletto, in cui si radunano i corpi municipali.

[256] Rivolto essendosi quindi all'ornato pubblico della città,

e con arena e mattoni riparate avendo le strade, volle con somma

magnificenza che dai fondamenti si erigesse il castello della porta di

Giove, atterrato da prima per popolare tumulto. La corte altresì dei

primi duchi, già cadente per vecchiezza, non solo ristabilì, ampliò

ed arricchì di ornamenti. Comandò ancora che, scavandosi il terreno,

dall'Adda si derivasse per venti miglia un acquedotto, per mezzo del

quale i campi vicini fossero irrigati, e al popolo non mancassero le

derrate necessarie.

[257] _Decembrius, Vita Franc. Sfortiae_, cap. XL; _Rer. Ital._, tom.

XX, colonn. 1046.

[258] Dalla provincia della Martesana, per cui passa, detta forse anco

dal dio Marte.

[259] Veggasi il Benaglio, Relazione istorica del magistrato,

che riferisce il decreto del duca Francesco, che è il seguente:

— [260]_Franciscus Sfortia Vicecomes, dux Mediolani etc. Papiae

Angleriaeque comes ac Cremonae dominus. Cum pro beneplacitis nostris

et subditorum nostrorum comoditate fieri debere ordinaverimus Navigium

discensarum ex Abdua ad anc inclitam Civitatem nostram Mediolani,

deputaverimusque nobilem virum Ruffinum de Prioris, aulicum nostrum

praeclarissimum Commissarium, qui cum avisamentis ac partecipatione

Bertolae de Novate, dilecti Civis nostri Mediolani, habeat omnia

expedire et expediri facere quod ad dicti Navigii perfectionem

attineat, eligendum duximus._ Indi destina un tesoriere separato per

quest'opera, a cui dalla ducal Camera debbasi sforzare illimitatamente

qualunque somma. _Dat. Mediolani, die primo julii 1457._ (Date in

Milano, il dì primo di luglio 1457.) Veggasi pure il Settala, Relazione

sul navilio della Martesana, ediz. del 1603, pag. 59.

[260] _Francesco Sforza Visconti_, duca di Milano, ec., conte di Pavia

e di Angera, e signore di Cremona. Siccome per il nostro buon piacere

e per il comodo dei nostri sudditi avevamo ordinato che si dovesse

fare un naviglio che discendesse dall'Adda fino a quest'inclita città

nostra di Milano, ed avevamo deputato il nobile _Ruffino dei Priori_,

nostro illustrissimo commissario di corte, che col consiglio e colla

partecipazione di _Bertola_ di Novate, diletto nostro cittadino

milanese, debba spedire e fare tutto quello che appartiene alla

perfezione del detto naviglio, abbiamo giudicato di dover eleggere, ec.

[261] Così Paolo Frisi, nel secondo tomo delle sue opere stampato in

Milano dal Galeazzi 1783, pag. 465. L'immatura perdita che abbiamo

fatto di qust'illustre nostro concittadino, mentre era nel pieno vigore

della sua mente, ha privato noi e i posteri di maggiori ammaestramenti

ch'egli ci avrebbe lasciati. Cessò di vivere il giorno 22 novembre 1784

per una cancrena procuratagli da un taglio, al quale sconsigliatamente

venne sottoposto. Morì colla tranquillità d'un'anima virtuosa, e

presentò all'avversa fortuna, come in vita così in morte, una virile

costanza. L'uomo e l'autore in lui furono allo stesso livello. _Il

chiarissimo autore fece erigere a sue spese all'illustre matematico

e filosofo _Frisi_, suo amico, un elegante monumento in marmo

carrarese con iscrizione latina, nella chiesa di Sant'Alessandro

de' cherici Reg. di San Paolo di questa città; valendosi a questo

effetto dell'opera del celebre scultore _Franchi_._ (_Nota del

Continuatore_).

[262] Tutto ciò più esattamente può leggersi nell'opera del citato

Frisi, libro terzo, capo terzo de' canali navigabili.

[263] Nei registri civici delle lettere ducali del secolo XV, foglio

223, leggesi la concessione fatta dal ducal magistrato il 10 decembre

1471 di una bocca d'acqua del naviglio della Martesana da estraersi

vicino al Redefosso, in benificio dell'Ospedal grande e dei consorti

Ghiringhelli, Bossi e Rebecchi, essendo commissario del naviglio

l'ingegnere Pietro da Faino del Malpaga. Altre concessioni poi si

trovano nei libri dell'ufficio Panigarola, registro E, foglio 265.

Vedesi accordata di più l'acqua al convento de' frati di Santa Maria

degli Angioli, l'anno 1468, per ducal concessione. Il che mostra come

sin d'allora entrasse l'acqua del naviglio in Milano. Nell'ufficio

degli statuti Panigarola trovasi pure il decreto di Bianca Maria,

vedova duchessa e tutrice del duca Gio. Galeazzo, fatto il settembre

1467, che invita ad acquistare dalla ducal camera l'acqua del naviglio

della Martesana.

[264] Simonetta, nella vita di Francesco Sforza, lib. XXXI, _Rer.

Ital._, tom. XXI, col. 778, così dice:[265] _Ea autem utebatur ingenii

acrimonia, ac gravitate, prudentia, atque consilio, ut nihil neque in

urbanis rebus iniret umquam quod minus fuisset diligentissime antea

metitus, omnemque prospexisset eventum, et quod decreverat innata,

quadam animi magnitudine et incredibili celeritate conficiebat. Mirum

dictu est quam abstineret illecebris, humanisque voluptatibus, atque

cupiditatibus: et quod rarissimum in aliis invenies, cum neque in rebus

adversis, si qua iniquitate fortunae acciderunt, deprimebatur animo,

ita ne secundis quidem efferebatur. Quin potius, sicuti in adversis non

frangebatur, ita etiam in prospera fortuna modestissimus semper fuit;

et alios ab omni contumelia injuriaque continebat. Et ne id quidem

mirum, cum omnibus de se praestaret exemplum, qui cum maxime vinceret,

ultione non utebatur._

[265] Era poi dotato di tale penetrazione d'ingegno, di tale gravità,

prudenza e avvedutezza, che nulla intraprendeva giammai nelle cose

tanto militari, quanto civili, che diligentissimamente, benchè fosse

piccola cosa, non avesse da prima considerato, e tutto ne avesse

pronosticato l'evento; quelle cose poi che determinato erasi di fare,

compieva con una certa innata grandezza d'animo e con incredibile

celerità. Mirabile è a dirsi quanto lontano si tenesse dalle seduzioni

e dalle umane voluttà e cupidigie, a quello che rarissimo troverassi

in altri siccome nelle avversità, se mai alcuna per iniquità di sorte

ne incontrava, non perdevasi di spirito, così nè pure nelle prospere

punto non insuperbivasi. Che anzi, siccome nelle cose avverse non si

avviliva, così ancora nella prospera fortuna fu sempre modestissimo, e

gli altri tratteneva da qualunque ingiuria o contumelia. Nè questo in

vero è estrano, mentre a tutti egli stesso porgeva l'esempio, e avendo

questo grandissima forza, d'uopo non era che facesse uso di gastighi.

[266] Ma oserei certamente affermare che, dopo _Giulio Cesare_, nissun

uomo troverassi avere avuto l'Italia, che a buon diritto si potesse col

solo _Francesco Sforza_ paragonare. Il quale per verità, vinto avendo

sempre, nè mai essendo stato vinto, finì i suoi giorni in modo che a

tutti non meno lasciò un vivo desiderio, che un retaggio di lagrime.

[267] _Rer. Italic. Script._, tom. XXI, col. 779.

[268] Corio.

[269] Nella mia raccolta ho alcune monete di Milano che portano il nome

d'entrambi.

[270] _Francisci Cicerei Epistolar._, vol. II, pag. 174, _Mediol._

1782, stampa dell'Imp. Monast. di sant'Ambrogio.

[271] All'anno 1469.

[272] All'anno 1473.

[273] Gli scrittori oltramontani conservano una memoria favorevole

del re Mattia I. È da essi risguardato come un principe generoso,

guerriero, politico, religioso, amico delle belle arti, uomo colto;

ed a lui si attribuisce la biblioteca di Buda, corredata dei migliori

libri greci e latini. Il Corio però narra avvenimenti accaduti ai suoi

tempi e pubblici.

[274] Di questo Cola Montano si trova nell'archivio pubblico un

contratto ch'ei fece l'anno 1473 il 6 d'agosto, rogato dal notaro

Antonio Zunico. Il contratto è con uno stampatore tedesco di Ratisbona

chiamato _Cristoforo_, ed ha per oggetto una società per istampare.

Si vede che Cola Montano era figlio di Giacomo, ed abitava sotto la

parrocchia di San Rafaello; ma non si dice che fosse bolognese.

[275] La duchessa Bianca Maria prudentemente gli richiamò.

[276] Eterna vivrà la fama di sì gloriosa impresa.

[277] L'anno seguente si ribellarono di nuovo; poi un'altra volta nel

1488 si assoggettarono.

[278]

Mentre bramo salvar la patria e il duce,

Da scaltri traditor son tratto a morte.

Ma celebrar lui debbe immensa lode,

Che, per serbar la fe, sprezzò la vita.

[279] Rogato dai notai Francesco Bolla e Candido Porro.

[280] Vedi Apostolo Zeno, _Dissertazioni Vossiane_, vol. II, art.

_Bernardino Corio_. (_Il Continuatore_).

[281] Queste nozze erano già state concertate undici anni prima, cioè

nel 1480, mentre la sposa, figlia d'Ercole d'Este, aveva sei anni.

[282] Risplendenti di toghe purpuree e di scarlatto.

[283] Coi petti ritagliati al disotto delle mammelle, e col pallio alla

maniera gabina, scendendo dall'omero destro al lato sinistro.

[284] Con moderazione e venustà.

[285] Il Corio dice: _Lodovico Sforza, già inducto da Hercule Estense

e da la mugliere, in tutto cominciò aspirare alo intero governo dil

Stato_; all'anno 1489. Rispetto poi alle rivalità dice, all'anno

1491, _Quivi tra Isabella mogliere dil duca e Beatrice, per volere

ciascuna de loro prevalere al altra tanto di loco et ornamento quanto

in altra cosa, una tanta emulazione e sdegno cominciò tra ambe due, che

finalmente, come sarà demostrato nella parte seguente, sono state causa

de la totale eversione dil suo imperio_.

[286] Il Corio lo attesta all'anno 1493; il che conferma quanto

antecedentemente accennai sullo venuta di Galeazzo Maria dalla Francia

a Milano, cioè che vi fossero stazioni regolate pel cambiamento de'

cavalli.

[287] Antonio Grumello, nella cronaca MS. che ritrovasi presso il

signor principe Alberigo di Belgioioso d'Este al foglio II, disse:

_Ritrovandosi il gallico re in la città de Pavia et intexo Jo. Galeaz.

Sforzia, ducha di Milano, esser gravemente inferma di una febbre

tossichata, vuolse sua maestà vederlo: et prelibato ducha umanamente

salutando sua maestà, et re gallico confortandolo a la salute, et

che sua maestà mai hera per mancharli. Vedendo Jo. Gz. Sfortia esser

al fine di sua vita, ricomandato el suo unigenito figliolo Francesco

Sfortia, conte di Pavia, al gallico re, pregando sua maestà lo voglia

aceptare per suo figliolo et con humanissime parole fu acceptato

da esso re gallico, et non dubitasse che mai hera per mancarli et

mantenerlo in stato felicissimo._

[288] Il prefato _Giovanni Galeazzo_ riconobbe dal popolo milanese

il ducato stesso e la contea, il che tornò in grandissimo pregiudizio

dell'Impero, e perchè è di consuetudine del sacro romano Impero di non

mai investire alcuno di qualche Stato da esso dipendente, se questo

egli usurpò col fatto, e da altri lo abbia riconosciuto.

[289] Il Corio gli dà per extensum all'anno 1494.

[290] Cambiata, l'anno 1783, per servire al monte di Santa Teresa,

recentemente collocatovi. _E qui vuolsi notare che gli scudi in bianco

marmo rappresentanti i duchi di Milano, che servivano di ornato alla

facciata di questa casa, furono preservati dal nostro storico, e

collocati in ordine nel primo cortile della sua casa paterna, ivi

dicontro_. (_Il Continuatore_).

[291] La chiesa della Madonna di San Celso è veramente il primo

monumento e il più antico di esatta architettura. La facciata

dell'arcivescovado e il palazzo dell'arcivescovo si formarono

dall'arcivescovo Guido Antonio Arcimboldi. Il claustro di Sant'Ambrogio

si fabbricò dal cardinale Ascanio Sforza. Veggasi il Lattuada,

_Descrizione di Milano_, tom. IV, pag. 308. Due altre chiese si

fabbricarono in que' tempi, cioè la Rosa e la Passione, meritevoli di

essere osservate. Anche la cupola delle Grazie è di quei tempi, e si

assomiglia alla prima maniera della casa Marliani.

[292] Vedi _Raccolta milanese stampata presso Antonio Anelli 1756,

2 vol. in 4.º Nel primo volume, dal foglio 2 fino al 22, trovansi

parecchi sonetti di messer Gaspare Visconti, con alcune notizie intorno

all'autore_. (_Il Continuatore_).

[293] Di questi broccati pesantissimi se ne veggono tuttora in un

vecchio paramento che conservasi presso i Domenicani delle Grazie. La

statua di Beatrice d'Este, che è nella Certosa di Pavia, ci mostra la

ricchezza e il peso di quei vestiti di allora. L'immagine di Beatrice

vedesi pure in un quadro della scuola di Lionardo a Sant'Ambrogio

Ad nemus. Ella vi è in ginocchio coi due suoi figli Massimiliano e

Francesco, e collo sposo Lodovico il Moro.

[294] Queste poesie furono da me copiate da un antico codice

manoscritto originale dell'autore medesimo, il quale si custodisce fra

molti altri manoscritti nella pregievolissima collezione del signor

principe Alberico di Belgioioso d'Este. In esso leggonsi più centinaia

di sonetti ad imitazione del Petrarca. Leggesi pure una commedia in

ottava rima dello stesso Visconti; poesie, a dir vero, di poco valore.

[295] L'autore Gaspare Visconti mori all'età d'anni 38, il giorno 8 di

marzo l'anno 1499. Vedi _Argelati, Biblioth. Scriptor. Mediolan._, tom.

II, parte prima, col. 1604.

[296]

«Sparsi i campi al veder d'armi e d'armati,

Scossa, tremò tua pace, o Lodovico,

Sorgi, a me disse, tutt'intorno suona

Il ferro ostil, e me cacciata in bando:

L'armi dispon chi mi ripose in seggio.

Pei santissimi dritti ora te invoco

Del veneto senato, e me del sommo,

Se il puoi, periglio a liberar t'appresta.

Risposi allor: No, non temere, o Diva,

Lodovico t'adora, e del tuo Nume,

Più ancor di quel di Giove, egli gioisce.

Nè già guerre temer, che ne son queste

Sol le sembianze e i simulati giuochi:

Nè qui armeggiar, se non a pompa, lece.

Or dunque vanne, e abbandonando il cielo,

Orna la terra, o almen, poichè tue veci

Compier questi sol può, se in l'alte sedi

Ami recarti, in terra e in mar difendi

Gli Sforza fidi, in guerra e in pace egregi».

[297] Tomo II, delle Opere. Milano, presso Galeazzi 1783, pag. 468.

[298] Tutte queste notizie sono tratte dal vol. I, num. 17 della

collezione illustre del signor principe Belgioioso d'Este. Quell'antico

MS. contemporaneo dice di quest'ultimo segretario camerale: _se faceva

per esso secretario uno quaterneto de tutti li salariati, quale se

faceva sottoscrivere da l'excelentia del duca, insieme con un rotulo,

che se domandava la lista grande de li salariati, in la quale, per

via de summario, era descripto tutta la spesa del Stato, la quale se

mandava inclusa in una lettera ducale expedita per el dicto secretario

alli magistri de le intrate ordinarie et thesaurero, commettendoli che

facesseno fare la expeditione de li pagamenti secundo era annotato in

esso quaterneto et lista alli tempi debiti et secundo l'ordine de la

corte; e così si faceva._

[299] Il Prato asserisce che le entrate ducali ascendessero, nel

1499, a ducati ossia zecchini settecento ottantamila. Il Corio,

all'anno 1492, dice seicentomila. Da un MS. gentilmente mostratomi dal

chiarissimo signor presidente conte Carli, le ducali entrate allora

erano zecchini 424,472; io mi sono attenuto al Corio, supponendo che

il minor calcolo comprenda le sole entrate ordinarie. Paragonata

poi l'estensione dello Stato d'allora, le opere grandiose che si

intraprendevano, con seicentomila ducati, se ne dedurrà una nuova

conferma di quello che in più luoghi ho indicato, cioè sul valore de'

metalli nobili maggiore assai in que' tempi che non lo è ai giorni

nostri. Un uomo con cent'once d'oro oggidì è meno ricco di quello che

lo fosse allora uno che ne possedesse cinquanta.

[300] Vol. I, Miscellanea, num. 14.

[301] Oltre il Corio, veggasi Gaillard, Histoire de François Premier. —

Edizione seconda di Parigi, presso Saillant et Nyron 1769, tom. I, pag.

137.

[302] Il tesoriere era allora il presidente della camera, e cotesto

Landriano, che adulò il duca, fu il medesimo che nel consiglio ducale

lo fece acclamare, ad esclusione del legittimo successore.

[303] Veggasi la Cronaca di Antonio Grumello pavese. MS. del signor

principe di Belgioioso d'Este, foglio 19, tergo, e foglio 20.

[304] MS. di Antonio Grumello, pavese, presso il signor principe di

Belgioioso, fogli 22 tergo.

[305] Dove oggidì stanno i Teatini.

[306] _Quaranta damiselle milanesi, non già dell'inferiore:_ così il

Prato.

[307] Giovanni Andrea da Prato è l'autore che io scelgo per guida,

or che il Corio cessa di raccontare. Da esso Prato, che conservo

manoscritto, ho tratti i minuti avvenimenti che ho creduto di non

omettere, poichè mostrano il carattere di quel buon principe.

[308] _Perpetuo edicto et inviolabili decreto... statuimus, ordinamus,

et lege perpetuo valitura stabilimus_.

(Con perpetuo editto e decreto inviolabile... stabiliamo, ordiniamo e

vogliamo, con legge che debba valere in perpetuo.)

[309] _Damus et concedimus per praesentes potestatem seu auctoritatem

decreta nostra ducalia confirmandi, et infirmandi, dandi omnes

quascumque dispensationes, Statutorum et ordinatorum confirmationes_,

ec. E rispetto alle concessioni del re medesimo dice: _Nisi prius

fuerint in dicto senatus nostro praesentatae, interitanae, et

verificatae, nullius firmitatis, effectus vel momenti esse poterunt;

easque, tam concessas quam concedendas, decerminus per praesentes

irritas et inanes_.

(Diamo e concediamo, colle presenti, podestà o sia autorità di

confermare e di annullare i nostri decreti ducali, di concedere

ogni qualunque dispensa, di confermare gli statuti e le ordinazioni,

ec...... Se da prima non saranno nel detto senato nostro presentate,

_interinate_ e verificate, non potranno essere di alcuna forza, effetto

e conseguenza; e colle presenti dichiariamo irrite e nulle, tanto le

già concedute, come quelle che potessero concedersi.)

[310] Proruppe in ira così grande, che sembrava avere perduta tutta la

prudenza... E tardi conobbe che, tumultuando il popolo, più vantaggiosa

riesce l'umanità e la mansuetudine, che l'arroganza.

[311] _Tres vultus Trivultio._ — (Tre volti ha il Trivulzio).

[312] Egli era al servigio degli Aragonesi in Napoli, mentre essi

minacciavano Lodovico Sforza: quando poi Carlo VIII conquistò quel

regno, il Trivulzio si pose allo stipendio della Francia, e molta parte

ebbe nell'aprire il varco al re nei passi di Fornuovo alla Val di Taro.

[313] Corio, all'anno 1499.

[314] Del Corte così scrive il Guicciardini al lib. IV, raccontando

il prezzo ch'egli ottenne; _ma con tanta infamia, e con tanto odio,

eziandio appresso ai Francesi, che, rifiutato da ognuno come di fiera

pestifiera, e abominevole il suo commercio, e schernito per tutte dove

arrivava con obbrobriose parole, tormentato dalla vergogna e dalla

coscienza, potentissimo e certissimo flagello di chi fa male, passò non

molto poi per dolore all'altra vita._

[315] Tom. II, pag. 22.

[316] _Quod ad Rempublicam attinet, jam licet omnibus intueri quod

in magno omnia ancipiti, seu potius praecipiti pendent. Sfortianos

constat sexdecim milium peditum delectum ex Elvetiis fecisse, milla

cataphractos ex Germania Burgandiaque contraxisse, tormenta aenea,

machinas, pilas, pulveresque coemisse, atque comunis opinio est quod

medio januario superatis Alpibus Gallos invadent, atque eos pellere

aut profligare conabuntur. E contra comes Lignyaci, cujus in ire

bellica auctoritas suprema est (licet proregie nomen Jo. Jacobo

Trivultio datum sit) omnes cataphractos apud Comum cogit_.... E

continua a spiegare le disposizioni per la difesa che facevasi dai

Francesi; _cuius exitum utinam Mediolanenses (quae foret insolita eorum

prudentia) expectarent! At plurimi sunt, maxime ex Gibellina factione,

qui, more impatientes, jamjam civitatem scindere, amicos, affinesque

unire, armaque capere non dubitant, quod dicant memoratum Trivultium

statuisse capita ipsius Gibellinae factionis perdere, alios obsides

in Galliam mittendo, alios proscribendo, alios in custodiis habendo;

dicentes propterea se, armatos, vim vi repellere velle, hujusmodique

armis non in regis perniciem aut damnum, sed tuitionem et salutem,

si expediat, se usuros jactantes. Huic quasi seditioni fomentum non

exiguum praestant memoratus Lignyaci comes et Lucionensis episcopus,

Senatus Cancellarius et justitiae, ut ajunt, caput; qui ambo, ut sunt

Trivultii aemuli, aegre ferunt quod apud eum remaneat illud nudum

proregis nomen; sperantque hac ratione Regem coactum iri ut Trivultium

deponat, cum intelliget, eo etiam solam sceptri imaginem retinente,

seditionem extingui minime posse: iique ambo, quasi fatentes eam

esse pravam et subdolam Trivultii mentem in Gibellinos, quam ipsi

verentur, nec affirmantes longe alienam esse regis voluntatem, qui

nullo discrimine omnes Gibellinos Guelfosque habet, non reprehendunt,

sed quadam taciturnitate probant, Gibellinosque armari, ac stipari,

seditionem in dies magis et magis augeri; quum et Trivultius et omnes

fere Guelfi partes ejus secuti, non minus quam Gibellini, se muniant

clientibus et armis, et vim nedum repellere, sed etiam inferre parent._

Prosiegue antivedendo i mali, che ne nacquero in fatti, e conclude la

lettera così: _tunc, inquam, cognosceremus quanto subjectir populis

salubrius sit contendendibus de imperio principibus, spectatores, quam

auxiliatores esse._

(Per quello che spetta alla repubblica, si può ora da tutti

riconoscere, che tutte le cose pendono in uno stato dubbioso o

piuttosto precipitoso. Egli è certo che gli sforzeschi hanno arruolato

sedicimila fanti tra gli Svizzeri raccolti, mille cavalli, grave

armatura dalla Germania e dalla Borgogna, comperati cannoni di

bronzo, macchine, palle polvere, e la comune opinione è che alla

metà di gennaio, superate avendo le Alpi, assaliranno i Francesi, e

si studieranno di cacciarli o di sconfiggerli. All'opposto il conte

di _Ligny_, che ha il supremo comando nelle cose militari (benchè il

nome di vice-re sia dato a _Giovan Giacomo Trivulzio_), tutti i suoi

cavalli di pesante armatura riunisce presso Como...... Il di cui esito

volesse il cielo che i Milanesi (il che sarebbe una prudenza in essi

insolita), aspettassero! Ma moltissimi sono, massime della fazione

ghibellina, che, impazienti di ritardo, non dubitano già a quest'ora di

dividere la città, di riunire i loro amici e congiunti, e di pigliare

le armi, perchè dicono che il memorato _Trivulzio_ abbia stabilito

di rovinare i capi della stessa fazione ghibellina, mandandone altri

ostaggi in Francia, altri proscrivendo, altri ritenendo nelle prigioni;

soggiungendo per questo che essi, armati, respingere vogliono la

forza colla forza, e vantandosi che di queste armi si serviranno non

già a discapito o danno del re, ma qualora occorra alla loro difesa e

salvezza. A questa specie di sedizione prestano non piccolo fomento il

già nominato conte di _Ligny_ ed il vescovo di _Luçon_, cancelliere

del senato, e capo, come dicono, della giustizia, i quali, essendo

l'uno e l'altro emuli del _Trivulzio_, mal soffrono che presso di esso

rimanga quel nome nudo di vicerè, e sperono che per questa ragione

il re sarebbe forzato a deporre il _Trivulzio_, qualora venisse a

sapere che, ritenendo la sola immagine dello scettro, la sedizione non

potrebbe estinguersi, ad essi, quasi confessando ambidue essere quella

intenzione trista e subdola del _Trivulzio_ contra i Ghibellini, la

cosa che essi temono, nè asserendo molto lontana da quello la volontà

del re, che tutti i Ghibellini e i Guelfi riguarda senza alcuna

differenza; non riprendono, ma anzi con un certo silenzio quelle mosse

approvano, e che i Ghibellini si armino e si rafforzino, e che la

sedizione giornalmente a maggior grado si accresca; mentre anche il

_Trivulzio_ e tutti quasi i Guelfi seguaci del di lui partito, non meno

che i Ghibellini, si muniscono di partigiani e di armi, e non solo si

preparano a respignere la forza, ma anche ad adoperarla....... Allora

dissi, conosceremmo quanto più salutare sia ai popoli suggetti l'essere

spettatori che non ausiliari dei principi che dell'imperio contendono).

[317] Vinto certamente dall'efficacia dell'argomento, prestò la mano;

tuttavia, mentre mi congedò, conobbi che egli era quasi sdegnato;

giacchè come tu sai, i principi quello che essi vogliono, sogliono

volerlo di troppo, e ben sovente pongono mente piuttosto a quello che

giova, che non a quello che conviene.

[318] Così nella lettera 28 febbraio 1500, a Giovannangelo Selvatico.

[319] Fra questi deve esser pure compreso l'illustre Guicciardini, lib.

IV.

[320] Veggasi lettera 30 aprile 1500 a Girolamo Varadeo.

[321] Sè stesso non cessava di rimproverare, e di accusare la propria

pusillanimità, nè ben sapeva a quale consiglio si appigliasse.

[322] L'infelice _Lodovico_, che non aveva potuto cangiare i lineamenti

del viso, nè l'aspetto della maestà che sempre ebbe nel volto, nè la

sua figura principesca, benchè le vesti mutate avesse, conosciuto fu e

preso.

[323] Fatta all'istante un'irruzione.

[324] Gli presentò sei vestiti, due di stoffa d'oro, due d'argento,

due di seta con altrettanti giubboni, e paia sei calze di scarlatto,

e dodici camisce di renso, con scarpe e berrette similmente d'oro.

Queste minuzie, riferite dal _Prato_, danno idea del vestire di quei

tempi, e fors'anco della cura maggiore che si aveva per l'apparenza,

che per la mondezza, non frequentemente allora cambiandosi le vesti che

immediatamente ci toccano.

[325] Espugnata avendo Alessandria, distrutto l'esercito, caccia il

duca _Lodovico Sforza_, e tornato presso Novara, lo sconfigge e lo fa

prigioniero.

[326] Avendo io fatte molte ricerche, anni sono, sulle regalie alienate

dai sovrani di questo Stato, o donate ai sudditi, ho osservato che al

tempo del duca Filippo Maria si cominciò a staccarle, ed ho trovate

cinque vendite e quattordici donazioni. Quel principe, non avendo

eredi, cominciò a largheggiare. Poi, sotto Francesco I, fu il più gran

colpo di distacco, contandosi sedici vendite, e ben quarantaquattro

donazioni di regalie. Anche sotto Francesco s'introdusse il patto

di abdicare in alcune vendite di regalie, la ragione fiscale di

ricuperarle al prezzo medesimo. Le donazioni non furono mai tante poi,

quanto sotto Francesco, che doveva rendere accetta la signoria, che

mancava in lui di legittima ragione; ma sotto Lodovico il Moro in vece

grandiose furono le vendite, delle quali ne ho contate settantaquattro.

Tutto il secolo XVI fu più moderato. Non è da maravigliarsi che il

duca Filippo Maria, ultimo di sua casa, donasse largamente regalie

annesse alla sovranità o destinate a sostenerla. Oltre quelle che, pel

terminare delle famiglie, nel corso di tre secoli saranno rientrate

nel ducale patrimonio, ne rimanevano tuttora in mano di privati

quattordici, dieci anni sono. Nè vi è pure da maravigliarsi se dieci

anni fa rimanessero ben quarantaquattro donazioni di regalie fatte

da Francesco Sforza, che voleva appoggiare la sua donazione alla

benevolenza ed al consenso de' popoli.

[327] In porta Romana nella contrada della Ruga Bella.

[328] Questo palazzo era dove ora trovasi la casa del marchese Litta in

porta Vercellina.

[329] Nella cinta del muro intorno alla chiesa di San Dionigi vi

si pose una lapida con queste parole: _Lodovicus, Galliarum rex

et Mediolani dux, parta de Venetis victoria, hic equum ascendit, ut

in urbe triumpharet._ (_Lodovico_, re di Francia e duca di Milano,

ottenuta avendo la vittoria su i Veneti, qui montò a cavallo onde nella

città trionfasse.)

[330] Murat. Annali d'Italia, A. 1509. — Du-Mont, Corp. Diplomatique.

[331] Lib. IX.

[332] Guicciard., lib. X.

[333] Lib. X.

[334] Lib. X.

[335] Leggasi l'Apologia che ne ha fatta l'abate Francesco Murocchi

nella tragedia intitolata: L'_Avogadro_.

[336] Lettera del Cavalier Bayard a Lorenzo Aleman, suo zio, stampata

in fine della tragedia del signor Belloy citata.

[337]

SIMULACRO DI GASTONE DI FOIX

CONDOTTIERO DEGLI ESERCITI FRANCESI

CADUTO NELLA BATTAGLIA DI RAVENNA NELL'ANNO

MDXII

ESSENDO NELLA RESTAURAZIONE DELLA CHIESA DI S. MARTA

DISTRUTTA LA DI LUI TOMBA

LE VERGINI DI QUESTO MONASTERO

ALLA IMMORTALITÀ DI SÌ GRANDE CAPITANO,

IN QUESTO LUOGO LO FECERO COLLOCARE

NELL'ANNO MDLXXIV.

[338] Mathieu Skeiner, cardinal de Sion, _le boute-feu de la Sainte

Ligue_, lui qui joua dans toutes ces guerres le véritable rôle

de l'Alecto de Virgile; ce Prêtre sanguinaire eut la lâcheté de

faire exhumer le Héros de la France, sous pretexte de l'absurde

excommunication lancée contre les ennemis du pape. Les François et

beaucoup d'Italiens, souhaitoient alors à Jules II et au cardinal

Skeiner autant de droitur, de justice, d'honneur et de bonté, qu'en

avoit eu le Prince, dont ils osoient ainsi damner l'ame et outrages les

cendres. _Belloy_.

[339] Et vous assure que de cent ans le royaum de France ne recouvrera

la perte qu'il a faite.

[340] Veggasi Guicciardini, lib. 4. — Muratori, Annali, all'anno 1512.

— Istoria del dominio temporale della Chiesa sopra Parma e Piacenza,

ediz. rom. pag. 122. — Du Mont, Code Diplomat., T. IV, P. I, pag. 137 e

173. — Angeli, Ist. di Parma, lib. V. — Alberti, Descriz. d'Ital., pag.

369.

[341] Siccome può vedersi nel tomo II, Cap. XIII.

[342] Lib. XI.

[343] Gaillard, Vie de François Premier, roi de France, tomo I, pag.

140.

[344] Guicciard., lib. XI.

[345] Guicciard., lib. XI.

[346] Prato.

[347] Misero il paese il cui re è un fanciullo!

[348] Beatissimo Padre. — Manifesta ed abbastanza nota è presso la

Santità Vostra la smoderata ed eccessiva ambizione di dominare in

lungo e in largo, e la cupidigia di usurpare indebitamente l'altrui

del re de' Francesi, cosicchè non solo sembra aspirare con tutti i

suoi desiderii al principato milanese, ma anche al soggiogamento di

tutta l'Italia; (e conclude alfine) per la qual cosa io sono forzato

di ricorrere alla Beatitudine Vostra, per cosa che caderà ad evidente

vantaggio di tutta l'Italia, e a me provvederà in una così grande

pubblica calamità; supplicando altresì affinchè, provvedendo alle

premesse cose, la Beatitudine Vostra, coll'autorità apostolica della

quale è investita, di moto proprio, per certa scienza e per pienezza

della podestà anche assoluta, si degni di accordare licenza, podestà ed

autorità di imporre in tutta la giurisdizione del ducato di Milano le

predette aggiunte di trenta soldi per ogni staio di sale, ec.

[349] Miscellanea MS., vol. I, num. 9.

[350] Miscellan. vol. I, num. 3.

[351] Il contratto di questa vendita, fatto il giorno 11 luglio 1515,

trovasi nell'Archivio Civico, e si scorge che il reddito del Naviglio

grande si considerò di non più che annue lire 1200.

[352] Vedi Prato.

[353] _Ibid_.

[354] Miscellan., vol. I, num. 12.

[355] MS. Miscellanea, tom. I, num. 12.

[356] Lib. XI.

[357] Prato.

[358] Lo stesso Prato.

[359] _Havuto nova Maximiliano Sforza ducha di Milano, ed il cardinale

elveticho del preparato exercito gallico et del preparato esercito

veneto_ (dopo morto Lodovico XII) _per la impresa de lo imperio

Mediolanense; facto suo consulto de resistere a tanto impeto unito

contra esso imperio, il cardinale, per levar ogni suspecto qual

haveva a lo epischopo laudense Sforzescho, qual gubernava lo imperio

Mediolanense, fece prendere esso epischopo et condurlo prigione nel

castello di porta Giobia, dove subito posto alla tortura li fu dato

squassi quattordici di corda et altro non poteno havere da esso

epischopo._ M. S. Belgioioso, fol. 79, tergo, e 80.

[360] Gaillard, Vie de François Premier, tom. I, pag. 214.

[361] _Idem, ibidem_, pag. 224.

[362] Prato.

[363] Prato.

[364] Guicciard., lib. XII.

[365] Guicciard., lib. XII.

[366] Lib. XII.

[367] Veggasi Gaillard, tom. I, alle pag. 270, 274.

[368] Lib. I, f. 6. L'ingenuità di questa Cronaca appare dalla

semplicità e barbarie medesima colla quale è scritta. L'autore era un

merciaio, che, avendo bottega in Milano, si compiaceva di registrare

gli avvenimenti del suo tempo. Corre manoscritta questa Cronaca di

Gian Marco Burigozzo, e comprende gli avvenimenti nel 1500 al 1544. E

curiosa la maniera colla quale termina: _come vedrete nella Cronica

de mio filiolo, imperciocchè per la morte che mi è sopragiunta non

posso più scrivere._ Queste parole verosimilmente vennero aggiunte dal

figlio, il quale o non compose poscia la continuazione della Cronaca,

ovvero se la compose ella non è giunta a mia notizia; di questa Cronaca

mi accadrà più volle in séguito di servirmene.

[369] _Hyeronimo Morono dette zanze al gallico re d'andar in la citate

de Brixio senatore, secondo la mente dil re, et stato alquanti giorni

in la città Mediolanense, fa significato ad esso Morono dovesse pigliar

il cammino de la Gallia transalpina ed andar al suo offitio, dove esso

Morono, charichato sei cariaggi de le sue tutte bone robe, pigliò il

cammino di lo Apenino. Gionto appresso allo Apenino pigliò il cammino

de le montagne de Genovese et poi di Modena, et in quella fece dimora

per alquanti anni, et il gallico re fu piantato dal Morono._ Cronaca di

Antonio Crumello, pavese. MS. Belgioioso, fogl. 83, tergo.

[370] Veggasi Giovio, lib. VI, Storia. — Gaillard, Storia di Francesco

I re di Francia, tom. I, cap. III. — Veggasi Prato.

[371] Il re cristianissimo, volgendo nell'animo la fedeltà e la

integrità che i cittadini milanesi mostrarono verso sua maestà, e i

danni intollerabili che essi sopportarono, liberamente dona e concede

alla predetta città la somma di diecimila ducati di rendita annua e

perpetua, esigibili per mano del ricevitore della città dai gabellieri

delle mercatanzie, la quale somma sia convertita soltanto ad utilità

della città predetta, e non altrimenti.

[372] Così nel libro di Carlo Pagano, stampato in Milano da Agostino

Vimercato l'anno 1520, pag. 6.

[373] Vedi Pagano suddetto.

[374] Osservando e non osservando il diritto comune.

[375] Essendo quell'uffizio cagione a tutti di terrore.

[376] Arte del buono e del retto, e scienza del giusto e dell'ingiusto.

[377] Questo accadde per disposizione data il giorno primo di luglio

del 1518, come scorgesi alla pag. 30 della relazione MS. che l'erudito

ed esatto abate Lualdi, prefetto dell'Archivio della città, ha

presentata l'anno 1784 al Consiglio Generale.

[378] Prato. — Burigozzo, lib. I, foglio 9 e 10.

[379] _Une très-belle et honeste dame que le roy aimoit, et faisoit son

mary cocu_, di lei dice Brantome nel discorso sopra il maresciallo di

Lautrec.

[380] Vedi Gaillard, tom. I, pag. 352.

[381] Così Gaillard, tom. I, pag. 360.

[382] Gaillard, tom. I, pag. 361.

[383] CHI MAI NON RIPOSÒ, QUI RIPOSA. TACI.

[384] Tom. II, pag. 202.

[385] È da vedersi _Apostolo Zeno_, nelle sue dissertazioni

Vossiane, tomo II, sul merito della storia del Corio, da molti a

torto disprezzata. Così pure _Justi Vicecomitis pro Bernardino Corio

Dissertatio_. Giusto Visconte è il finto nome del P. _Mazzucchelli_ C.

R. Somasco, il cui elogio trovasi nel Giornale de' Letterati di Italia.

Storia di Milano, vol. 2 · 第 20 / 21 题