WANGEL _ed_ ELLIDA.
ELLIDA. Wangel, che ore sono?
WAN. (_guardando l’orologio_) Le undici.
ELLIDA. Questa notte tra le undici e mezzanotte arriverà il battello.
Perchè non è già passato quel momento?
WAN. (_avvicinandosi_) Mia cara Ellida, debbo farti una domanda.
ELLIDA. Quale?
WAN. L’altra sera quando eravamo al Belvedere, mi hai detto che più
d’una volta ti apparve innanzi la figura dello straniero.
ELLIDA. È vero.
WAN. Come lo vedevi?
ELLIDA. Come lo vedevo?
WAN. Voglio dire come ti appariva, sotto quale forma.
ELLIDA. Ma, caro Wangel, ora lo conosci tu pure.
WAN. Nelle tue allucinazioni t’appariva come lo abbiamo veduto ieri?
ELLIDA. Sì, certo.
WAN. Come mai allora, ieri non l’hai riconosciuto subito?
ELLIDA. (_stupita_) Non l’ho riconosciuto subito?
WAN. No. Mi hai tu stessa detto che quando è apparso al di là della
siepe, tu non sapevi chi era.
ELLIDA. (_colpita_) Hai ragione. È singolare che io non l’abbia subito
riconosciuto.
WAN. Mi hai detto pure che a causa dei suoi occhi che....
ELLIDA. Ah! sì, gli occhi! quegli occhi!
WAN. L’altra sera però, sul Belvedere, sostenevi che egli ti compariva
come quando vi lasciaste laggiù dieci anni or sono.
ELLIDA. Io ho detto questo?
WAN. Sì.
ELLIDA. La sua figura era quasi uguale a quella d’oggi.
WAN. No. L’altra sera mentre ritornavamo a casa ne hai fatto un
ritratto ben differente. Dieci anni fa, come ho saputo da te, non aveva
barba; era vestito in un altro modo, portava una spilla con una perla
strana... E l’uomo di ieri non l’aveva....
ELLIDA. È vero! è vero!
WAN. (_fissandola_) Rifletti un poco, cara Ellida. Procura di
ricordarti precisamente quale era la sua fisionomia, quando eri a
Brathammeren.
ELLIDA. (_chiudendo gli occhi_) Non lo vedo distintamente, oggi mi è
impossibile. È strano.
WAN. Non è strano! una nuova visione, quella della realtà ti si porta
innanzi agli occhi e ti nasconde l’ombra in modo che tu non la vedi
più.
ELLIDA. Lo credi, Wangel?
WAN. Sì, questa realtà proietta la sua ombra sulla tua fantasia di
donna malata: ecco perchè è bene che essa si sia mostrata.
ELLIDA. Un bene?... Lo credi un bene?
WAN. Sì, è un bene che quest’uomo sia venuto: lui stesso ti procurerà
la guarigione.
ELLIDA. (_sedendosi sul divano_) Wangel, siedi vicino a me, sento il
bisogno di aprirti tutto il mio cuore.
WAN. (_siede ad una sedia dall’altra parte della tavola_) Ti ascolto.
ELLIDA. Fu per noi una sciagura il nostro matrimonio.
WAN. (_stupito_) Che dici?
ELLIDA. Sì. Una disgrazia e non poteva essere altrimenti: non poteva
essere felice un’unione, come la nostra, avvenuta in quelle condizioni.
WAN. Ellida, di che cosa mi puoi rimproverare?
ELLIDA. Parliamoci francamente; smettiamo di mentire.
WAN. Mentire?
ELLIDA. Sì, noi siamo menzogneri, o almeno, nascondiamo la verità. E la
verità, la pura verità è che tu sei venuto laggiù e mi hai comprata.
WAN. Comprata? E tu puoi dirmi?...
ELLIDA. E come potrei definire in altro modo il nostro matrimonio? Non
potevi più sopportare la solitudine; cercavi un’altra moglie...
WAN. E un’altra madre per le mie figlie.
ELLIDA. Forse. Però questo non era il principale sentimento che ti
animava; tu, del resto, ignoravi completamente che io potessi adempiere
a quel compito. Tu mi avevi appena veduta... non mi avevi indirizzato
che poche parole... insomma, tu mi desideravi...
WAN. Dà pure al mio amore il nome che vuoi.
ELLIDA. Io, dal mio canto, mi trovavo abbandonata, sola. Quando
venisti, accettai senz’altro, di dividere la vita con te.
WAN. Io ti chiesi francamente se eri disposta a dividere con me e le
mie figlie la modesta esistenza.
ELLIDA. È vero: non avrei dovuto accettare: non avrei dovuto vendermi!
Dovevo piuttosto lavorare come una miserabile e conservare la mia
volontà e la mia libertà.
WAN. (_alzandosi_) Dunque, in questi cinque o sei anni durante i quali
abbiamo vissuto insieme, non sei stata molto felice?
ELLIDA. No, Wangel non ci pensare. Io sono stata fatta segno, in casa
tua, a tutte le cure più amorose; ma in questa casa io non ci sono
entrata completamente di mia volontà... ed ecco da dove hanno origine i
miei mali.
WAN. (_guardandola_) Non sei venuta completamente di tua volontà?
ELLIDA. No, non fu volontariamente che ti ho seguito.
WAN. Volontariamente... mi ricordo che questa parola la disse anche
ieri lo straniero.
ELLIDA. Questa parola riassume tutto, spiega tutto. Ora io comprendo
molte cose...
WAN. Che cosa?
ELLIDA. Comprendo che la vita che noi conduciamo non è, in realtà, una
vita coniugale.
WAN. (_con amarezza_) È vero! La nostra vita non è quella di due sposi!
ELLIDA. Non lo è stata mai: neppure nei primi tempi della nostra
unione. Il primo matrimonio sarebbe stato un’unione vera e perfetta!
WAN. Il primo matrimonio? Quale?
ELLIDA. Il mio matrimonio con lui.
WAN. (_stupito_) Non ti comprendo!...
ELLIDA. Non diciamo menzogne, Wangel, è indegno di noi.
WAN. Continua allora.
ELLIDA. Tu pure riconoscerai che una promessa volontaria è un legame
ben più valido di un matrimonio.
WAN. Ma, mio Dio!
ELLIDA. (_alzandosi molto agitata_) Permettimi di lasciarti, Wangel.
WAN. Ellida!
ELLIDA. Bisogna che tu me lo permetta. Credimi, è così che dobbiamo
lasciarci dopo la stranezza del nostro matrimonio.
WAN. (_con profondo ma rassegnato dolore_) Dovevamo dunque arrivare a
questo punto!
ELLIDA. Era inevitabile!
WAN. In questi anni di matrimonio dunque non ho saputo conquistarti,
non ti ho mai interamente posseduta.
ELLIDA. Wangel, se potessi amarti quanto vorrei, quanto lo meriti, ma,
lo sento, questo non sarà mai possibile.
WAN. È il divorzio allora? Un divorzio regolare e legale che tu vuoi?
ELLIDA. Non mi hai compreso: non annetto alcuna importanza alla forma;
voglio solamente che noi ci dividiamo volontariamente.
WAN. (_fa un triste segno di approvazione_) Scindere il contratto.
ELLIDA. Sicuro, scindere il contratto.
WAN. E dopo?
ELLIDA. Accada ciò che deve accadere! Ciò di cui ti prego, di cui ti
supplico è di lasciarmi partire, di rendermi la mia completa libertà.
WAN. È orribile quanto mi chiedi! Lasciami il tempo di riflettere....
ELLIDA. Non ho tempo da perdere: mi occorre oggi stesso, la mia libertà.
WAN. Perchè?
ELLIDA. Perchè egli arriva questa notte.
WAN. (_retrocedendo_) Egli arriva?! Lui! Dunque è per lui che vuoi
questo?
ELLIDA. Voglio che mi trovi libera.
WAN. Ellida, io non posso restituirti oggi la tua libertà. Non ne ho
neppure il diritto, perchè a me corre l’obbligo di proteggerti: questo
è il mio dovere e lo compirò.
ELLIDA. Proteggermi? Proteggermi contro chi? Contro che cosa? Nessuno
vuol farmi violenza, nessuno mi minaccia; questa forza suprema che tu
chiami «orribile» non è nel mondo esterno, ma in me stessa. Come puoi
tu combatterla?
WAN. Posso aiutarti, darti coraggio per lottare.
ELLIDA. Sì, se volessi lottare!
WAN. Allora tu non lo vuoi!
ELLIDA. È appunto questo che ignoro io stessa.
WAN. Ellida, questa notte, tutto sarà deciso.
ELLIDA. (_con slancio_) Sì, finalmente siamo vicini all’ora decisiva.
WAN. E domani?
ELLIDA. Domani forse, il mio avvenire, il mio vero avvenire l’avrò
perduto per sempre.
WAN. Il tuo vero avvenire?
ELLIDA. Sì, tutta una vita di libertà. Perduta.... perduta e forse
anche per lui!
WAN. (_a voce bassa e prendendole una mano_) Ellida, lo ami quello
straniero?
ELLIDA. Se io?... lo so forse? Io so solamente che per me è il
mistero.... l’orribile è che....
WAN. (_interrompendola_) È che...?
ELLIDA. (_svincolandosi dalla stretta_) È che mi pare appartenergli.
WAN. (_abbassando il capo_) Domani egli sarà partito, tu non sarai più
in pericolo. Domani, Ellida, sarò pronto a restituirti la libertà; a
scindere il mercato.
ELLIDA. Wangel! Ma domani sarà troppo tardi!
WAN. (_guarda verso il giardino_) Le ragazze, ecco le ragazze! Facciamo
che fino all’ultimo esse non si accorgano di nulla.