Emilio Praga.
Il poeta di cui ci occuperemo oggi è morto da una diecina d'anni e più,
e i suoi versi sono, come quelli del D'Annunzio, quasi tutti
inaccessibili alle signorine. Pure se siete tutte coraggiose, o almeno
ginnastiche discrete, tenteremo di dar la scalata anche a quest'albero
del mio verziere per rubarne qualche frutto tra i più maturi. Quelli non
fanno male. E se alcuno passando osserverà, come nel poetico frammento
di Saffo, che i raccoglitori dimenticarono le dolci mele rosseggianti
sulla cima estrema del ramo noi risponderemo con le parole medesime di
Saffo: «No, non le dimenticarono, ma non le poterono cogliere.»
Il nome del poeta è Emilio Praga. Apparteneva a quel gruppo di artisti
che, dopo Mürger, si credettero obbligati a darsi alla vita più
dissoluta e più bizzarra, per la sola ragione che essendo artisti, era
necessario scostarsi in qualche modo dagli altri uomini. Era come un
privilegio della casta, un'affermazione e una necessità del mestiere: ma
per emergere s'impantanavano. Cominciavano dal vino, passavano all'oppio
e all'_haschich_ e finivano coll'assenzio. Sciatti, disordinati,
incolti, sgarbati per progetto, spesso brutali. Gente poco piacevole,
come vedete. Pure era convenuto che fossero così e si rispettavano,
precisamente come quei famosi _santi_ della Turchia; certuni anzi li
esaltavano.... sempre come in Turchia. Apro la prefazione alle
_Trasparenze_ del Praga e subito c'è un signore che mi avverte con
piglio severo che «Il poeta, l'uomo di genio, non può essere giudicato
alla stregua del volgare galantuomo....» Dunque attente signorine! Il
poeta e l'uomo di genio da una parte e i galantuomini dall'altra. E che
non nascano confusioni per carità....
Per buona ventura delle signore, però, quella razza non ha durato molto.
Ora se restano dei _bohémiens_ sono giudicati codini. I poeti moderni
sono tutte persone serie, studiose, cortesi, ordinate, tranquille:
alcuni giungono perfino a cantare le loro mogli e la loro casa; due cose
che per gli altri non esistevano...
Ma per Emilio Praga sì. Strano amalgama di fango e di raggi! Accanto
alle oscenità egli esalta la cosa più pura e più bella; il bambino, il
suo bambino; la più soave: la casa sua. Una pesante nostalgia l'opprime:
quella del buono, del vero, del sano, del semplice, dell'onesto. Questo
dissoluto ha qualche volta accenti di così dimessa mestizia, di così
ingenuo tripudio, che intenerisce e sorprende. A poco a poco quella
sincerità d'arte, di pensiero, ci attrae, ci penetra, ci vince. Il
ribrezzo svanisce, rimane il desiderio d'inginocchiarci accanto al
ferito, di posargli la mano sulla fronte e di parlargli all'orecchio di
fede e di perdono. E molto gli sarà perdonato poichè molto amò. La sua
vita, i suoi canti sono un incendio, ma non un incendio vivo, libero,
grandioso: la fiamma è nell'interno, soffocata, logoratrice, qualche
volta aduggiata dal fumo, sovente guizzante all'esterno in lingue
cocenti che avvolgono, lambiscono, scompaiono. Dal bruco all'astro,
tutte le cose create cantò con anima di poeta vero. Quanti poeti
inneggiarono alla neve! Eppure nessuno adoperò sfumature così delicate,
nessuno ebbe accenti così spontanei, esultanze così fresche, quasi
infantili:
La bella neve! scendete, scendete,
Leggiadri fiocchi danzanti nei cieli.
Come perluccie coprite, pingete
I tetti, i tronchi, la mota, gli steli.
Dacchè l'ottobre soffiando, spruzzando
Ingiallì tutta la vasta campagna,
Fuor da' miei vetri ove fievole urtando
La farfalluccia dal freddo si lagna,
Mi morir cinque di rosa arboscelli,
E spirò l'anima a Dio la violetta;
Senza l'ammanto di viti, i cancelli
Sembran soldati disposti in vedetta.
Pur questa notte una mano furtiva
L'inaffiatoio rubommi in giardino!
(Se fu per fame che alcun lo rapiva.
Iddio nol vegga l'agreste bottino).
Intirizzisco se schiudono l'uscio,
Ma qui la stufa borbotta tepente:
Oh benedetto il mio piccolo guscio,
Per me, nevata, sei tutta innocente!
Fa il tuo mestiere: scendete, scendete,
Leggiadri fiocchi danzanti nei cieli;
Come perluccie coprite, pingete
I tetti, i tronchi, la mota e gli steli...
Della mia donna nel fervido core
Aleggia sempre una brezza gentile,
E quando il poeta è ricco d'amore,
Anche il Gennaio somiglia all'Aprile.
I tenui episodi della farfalla smarrita, dei fiori moribondi, del furto
dell'inaffiatoio, colorano questa nevata di delicati riflessi
antelucani; quando l'aria è ancor pura e le passioni ancora dormono.
Potrebbe esser scritta da una di voi, signorine.
Il canzoniere del bimbo è una collana di piccole perle. Credo di poter
accostare qui il nome del Praga a quello di Edmondo De Amicis per dirli
i bardi del popolo minuscolo che ha per sè l'avvenire. I bambini
sbocciano vivi dai loro canti in tutta la lor goffaggine deliziosa, in
tutta la lor paurosa fragilità, in tutta la loro potenza di ispiratori
della più schietta poesia. Vi basti qualche ritaglio per saggio:
Egli aperse quel dì le sue finestre,
Guardò nel cielo e ringraziò l'azzurro;
Sorrise ai fiori e ringraziò i profumi,
E disse all'aura: oh dolce il tuo susurro!
E alle rondini: addio!
E al passeggier: vi benedica Iddio!
. . . . . . . .
E poi disse a sè stesso: -- Anima mia,
Bevi l'ambrosia dai polmoni ansanti;
Centuplica le tue libre d'amore,
Ti stempra anima mia, ti stempra in canti,
È nato il bambinello
Candido, vispo, vigoroso e bello.
È nato il bambinello, il sospirato,
Il messia della placida casetta:
Egli è là, nella culla è già raccolto,
E gli han vestita già la camicetta;
La camicetta bianca,
Con due vaghi ricami a destra e a manca.
Egli è là: sul suo pallido visino
Tutti i sogni del cielo ho già sognati;
Credo agli angeli adesso, agli angioletti
Di vaghe aureole bionde incoronati...
Volumi, io vi saluto,
Imparai l'universo in un minuto.
E più innanzi:
Volin le nuvole
Brilli il sereno!
Dacchè cullandoti
Su questo seno
Vi scende il gaudio
Dal paradiso,
Più non interrogo
Che il tuo bel viso!
Quel viso candido
Dai capei d'oro
. . . . . . . . . . . .
Quel viso candido
Con quel nasino
Che sembra un pètalo
Di gelsomino:
Con quelle piccole
Guancie di rosa,
Parenti prossime
Della mimosa.
Oh, quando in braccio
Della nutrice
Il tuo ti coglie
Sonno felice,
E il capo dondoli
Come un vecchietto
Che sogni il ciondolo
Del suo berretto;
Quando, le deboli
Braccia incrociate
E le finissime
Mani allargate
Al par di un monaco
Fuor dal cappuccio,
Mi osservi attonito
Dal tuo lettuccio
Senti: io risuscito
Le ricordanze,
E per le cèrule
Mie lontananze
Ricerco l'èsule
Che fu me stesso,
Il bimbo, il giovane
Che un padre è adesso
. . . . . . . . . . . .
E adesso anche quel bimbo che sognava il ciondolo del berrettino è un
giovane e sogna la gloria, e s'avvia a diventare uno dei migliori
drammaturghi italiani.
Ascoltate, ascoltate, fanciulle, e vi scenda sul cuore la pace onesta e
blanda e beata a cui attinge il grillo le sue eloquenti canzoni, e
l'uomo l'unica felicità:
Quando il sol cadde e tacquero le squille,
La quïete e l'amor cantano un coro
Alla tribù dell'anime tranquille.
L'uomo è stanco di passi e di lavoro,
La donna ha l'occhio languido e profondo,
Il focolare è una chiesetta d'oro.
Mentre il suo raggio acuto e rubicondo
Cresce o svanisce lottando col cero
E colla luna che accarezza il mondo;
Mentre il musino del gattuccio nero,
Immobile ed intento al limitare
Sogna il suo lungo sogno di mistero;
Come un mesto palombaro nel mare
Io discendo nel cor che Iddio m'ha dato,
E mi guida le perle a rintracciare
Il respiro del bimbo addormentato.
Vagliata così, la poesia di Emilio Praga pare onesta, casalinga, queta,
tutta odorante di basilico e d'olivo. E forse questa è più sincera
dell'altra che come un limo malsano viene a galla nell'effervescenza
delle ore tumultuose. Udite che nomi di gentile tenerezza sa trovare per
la madre sua in questi versi a lei dedicati: