IN SAN MARCO DI VENEZIA

Freddo è qual te il mio spirto, o cattedrale,

I tuoi mosaici misti d'ombra e d'oro

Somigliano i fantasmi ch'io lavoro

Del core nel silenzio sepolcrale,

Dove l'amor tace nascoso, quale

Il tuo di gemme inutile tesoro:

All'Ideal che spero, al Dio che adoro

V'arde sola una lampada immortale.

Talora per la tua porta che geme,

Entran lume di cielo, odor di mare,

Qualche figura taciturna e mesta;

Ed anche in me, talora, entrano insieme

Un folle arder vitale che dispare,

Un dolce viso tenero che resta.

Bisogna aver vagato estasiati dentro quel grande gioiello bizantino,

bisogna averne avuto il cuore penetrato e la mente abbagliata sino

all'emozione, per intendere tutta la sapienza gentile, la giustezza

ideale della similitudine. Proprio così: ombra e oro, come una di quelle

favolose tele rabescate, che le fate nascondevano in una nocciuola; ecco

la trama lieve e tutta, direi, interna, delle creazioni di Antonio

Fogazzaro, ordita nel mistero religioso del cuore, che l'arte sua

rispecchia fedelmente. Anche là l'amore resta nascosto nel

sancta-sanctorum dell'arca santa, tanto nascosto e tanto lungamente

invisibile, che qualche volta le pene che soffrono le creature per lui

ci sembrano solo l'incombere di un fato affannoso senza leggi e senza

speranza di liberazione.

Nel piccolo albo trovo anche questa poesia che trascrissi, mi pare, da

_Valsolda_. Qui riconosciamo un poco l'innamorato di Violet e qui la

nota personale del poeta insiste con più evidenza:

. . . . . . . . . .

Mi grandeggia ne l'ombre de la sera

La vôta stanza. Fuor da ogni finestra

Nel chiaror de le nebbie il lago appare

Quale deserto, sconfinato mare.

Uscir vorrei per questo mar deserto,

Navigar solo, navigar lontano,

E, spenta la veduta d'ogni sponda,

Abbandonarmi a' miei pensieri e all'onda.

All'aperto uscirebbero i fantasmi

Che più gelosamente il cor nasconde;

Io sederei a poppa ed essi a prora;

Senza parlar ci guarderemmo allora.

Vi è del refrigerio in questa luce, in questa atmosfera, in questa

solitudine in cui non regna che l'inganno innocente del sogno, d'un

blando sogno. E che gentilezza la ricerca di quell'isolamento assoluto

per immergervi l'anima, che nel suo geloso pudor di ninfea vuol esser

sola coi segreti del suo amore! Quanti fra i nostri poeti contemporanei

ci hanno abituate a queste raffinatezze del sentimento?... Essi che non

esitano a cantarci in un sol libro gli occhi ora azzurri ed ora neri e

le chiome ora bionde e ora brune del loro ideale femminile che non si sa

mai quale sia.... Udite ora, tolto dall'_Agave americana_, questo

frammento purissimo che si ravviva, come un marmo al sole, di una

dolorosa mestizia umana:

Fuggono le stagioni

Senza frutto nè fior per la straniera;

Quando vien primavera,

Ride il bosco felice

Di lei, ridono l'erbe

Tremole per lo scoglio, i fiorellini:

Primavera le dice:

«Perchè non ami? Io passo».

Triste in silenzio,

Ella spiega il pallor de le ricurve

Foglie sull'ermo sasso.

Non sentite voi un blando eco leopardiano?

La _Leggitrice_ par scritta apposta per voi, signorine. Per questo ve la

dico, sebbene non sia fra le mie predilette.

Entro piccol volume ella leggea,

Oro nè avorio il libro non avea;

Aveva i sogni dell'amor gentile,

Pitture del novembre e dell'aprile,

Disegni di gagliarda fantasia,

Alterno il riso e la malinconia.

Illuminavan le pensate carte

Fulgor d'ingegno ed equa luce d'arte,

Ella leggea una pagina dov'era

Molle tepor di nova primavera.

Le nubi addormentate, l'aria cheta,

Gli augei migranti in alto ed il poeta.

In quei sogni perduta, in quel riposo,

Lo sguardo sollevò fisso, pensoso;

Da la man semichiusa e negligente

Uscì supino il libro lentamente.

Non è finita, ma io vorrei che finisse qui....

Ecco il _Brindisi_, poi passiamo oltre. È quello del «Mistero d'un

poeta». Mi piace assai per una vita un po' insolita che vi palpita e che

ci dà il cantore, come ringiovanito. È l'amore ideale fatto reale? È il

vino biondo? Non si sa. Ma la corda vibra più risoluta e il poeta,

finalmente, sorride:

A te, bionda fanciulla, io bevo il vino biondo Il riso del tuo sole, de'

colli tuoi l'odor. Bevo e mi veggo sorgere dentro al pensier profondo Il

Reno sacro, i clivi, torri, vigneti e fior.

Bevo ed il vin divampami nell'estro suo straniero, Mi batte ed arde un

nuovo cor di poeta in sen; Bevo e mi bacia un alito, un'anima, un

mistero Che dal più dolce fiore della foresta vien.

Piccolo intermezzo in prosa.

«Qual cosa mai non appar bella ai poeti, ai musicisti, ai pittori che

sognano e creano? Cadono d'intorno a loro le angoscie, abbattute

dall'arte che somministra le candide pagine pel lavoro; e la mente,

confinate le sue tristezze in remote regioni, s'illumina e s'innalza.

«.... E allora, la persona per cui si sospira e si soffre, resta come

idealizzata, e l'affetto si fa più intenso, ma meno violento e

disuguale, e si ama, si ama profondamente; e l'amore, anzichè turbare lo

spirito, l'aiuta a lavorare, e lo fa qualche volta assurgere a grandi

altezze. Scompaiono allora l'uomo e la donna, e fanno posto all'artista

e alla Musa!»

_Corrado Ricci._

Dal mio verziere : saggi di polemica e di critica · 第 41 / 97 题