CAPITOLO XXIV.

La mattina del giorno che successe all'interrogatorio di Nariccia, Padre

Bonaventura, chiamatovi dall'infermiere, accorreva al letto dell'usuraio

moribondo. Questi, che avrebbe desiderato un altro per confessore, esitò

un momento fra la ripugnanza che allora gl'ispirava il suo antico

complice e lo spavento di morire senz'assoluzione, portando seco nella

tomba il fatale segreto del suo orribil peccato. Lo spavento la vinse, e

sentendo in se stesso che non gli rimaneva tempo abbastanza, nè vigoria

d'animo e di volontà da mandar via il gesuita ed aspettare la venuta

d'un altro confessore, si rassegnò a far manifesta la brutta storia del

suo passato in una confessione che fu lunga, penosa, interrotta da

debolezze e da spasimi, fatta con voce soffocata, il più spesso appena

se intelligibile, a coglier la quale il frate doveva star curvo sopra il

letto e tener l'orecchio proprio sulla bocca del giacente.

Trascurando tutto il resto che non ha rapporto colla nostra storia,

diremo ciò che da siffatta confessione il gesuita apprendeva riguardo al

figliuolo di Maurilio Valpetrosa e di Aurora di Baldissero.

Nariccia, incaricatosi, come sappiamo, di fare scomparire quel bambino,

erasi partito solo dalla casa in cui dolorava la povera madre, recando

seco il neonato. Di molte cose, e scellerate tutte, pensava egli, strada

facendo, e ne conchiudeva che a lui avrebbe giovato forse che quel

bambino fosse perduto di guisa che altri non arrivasse a rintracciarlo

mai più, ma egli pur lo potesse tuttavia, quando di ciò glie ne nascesse

convenienza. Per prima cosa, a questo fine, pensò togliergli d'intorno i

contrassegni di riconoscimento che gli aveva posti la Modestina e che da

costei e da Padre Bonaventura erano conosciuti; e quei contrassegni

ritenerli presso di sè. Così nè la donna, nè il frate non avrebbero più

avuto nessun bandolo da servirsene essi stessi o da dare altrui per

venire in chiaro di ciò che fosse diventato il bambino. Egli poi avrebbe

messogli un altro contrassegno particolare, per mezzo del quale potesse

all'uopo ricuperare l'abbandonato fanciullo e sarebbe stato egli solo

padrone del suo segreto.

Con siffatti pensamenti pel capo, e già risolutosi a porre in atto

questo proposito, egli era giunto alla frontiera di Lombardia, cioè al

Ticino, s'era liberato con una mancia dalle seccature degli agenti

austriaci mezzo addormentati, e penetrava sul ponte, a capo il quale i

doganieri e carabinieri piemontesi dovevano fermarlo per dar conto di sè

e delle sue robe. Aveva viaggiato di notte, e rompeva appena l'alba.

Tutto era deserto e silenzioso sulla riva piemontese, e la sola cosa che

ci fosse di vivo era il lumicino della lanterna attaccata al casotto dei

doganieri, che però era presso a spegnersi. Nariccia arrestò il cavallo

a mezzo il ponte, guardò ben bene se anima viva lo potesse vedere e

sentire, e rassicurato compiutamente, scese dal legno, prese il bambino,

e pian piano, in punta di piedi, venne a deporlo per terra a capo del

ponte dalla parte del territorio piemontese. Come contrassegno egli,

trascelta fra le lettere di Valpetrosa che aveva nel suo portafogli

quella che meno contenesse parole onde si potesse avere indizio della

provenienza, l'aveva stracciata per lo lungo e una delle due metà del

foglio insinuato in mezzo alle fasce del bambino.

Quando ebbe deposto per terra il poveretto, Nariccia tornò dello stesso

modo al suo legno e facendo chioccar la frusta se ne venne di trotto

verso la uscita del ponte, dove un agente della dogana ed uno della

pubblica sicurezza, levatisi al rumore e mezzo sonnacchiosi, lo

fermarono al solito per le solite formalità. Mentre Nariccia, senza

scendere neppure dal carrozzino, esibiva il suo passaporto e mostrava

che nella piccola valigia che era suo solo bagaglio, non v'era oggetto

alcuno che dovesse pagar dazio d'entrata, ecco un vagito di bambino

suonare lì presso.

Il viaggiatore si sporse in fuori del suo legno, e il carabiniere e il

doganiere si volsero verso il luogo da cui quel lamento era venuto.

Videro il fagottino per terra: il doganiere lo prese ed esclamò:

— Tò: qualche scellerato che abbandonò qui questa piccola creatura.

Il carabiniere guardò con sospetto il viaggiatore; ma questi aveva

un'aria così innocente e meravigliata; l'avevano veduto giungere pur

allora e non scendere nemmeno: come dubitare di lui?

— E che cosa ne facciamo di questo bel regalo? domandò il doganiere, il

quale per ventura era trovatello anche lui, aveva un cuore eccellente, e

s'intenerì di botto alla vista di quel poveretto.

— Lo prenda Lei, disse il carabiniere a Nariccia, lo reca seco sino a

Novara, e là lo mette all'ospizio.

— Io no certo: rispose Nariccia. Non vo' compromettermi. D'altronde può

essere che alcuno venga ancora qui da voi altri a farne ricerca.

Partì di buon trotto, lasciando il bambino fra le mani di quella gente.

— In un caso, si disse, potrò sempre sapere che cosa costoro ne avranno

fatto.

Naturalmente, dopo ciò, Nariccia non si diede più il menomo pensiero di

quel fanciullo; ma un anno e mezzo dopo cominciò a credere che

l'occasione di rifarlo vivo era presso a presentarsi con grande suo

giovamento. Se vi ricorda, Aurora aveva sempre in fondo al cuore la

speranza che suo figlio non fosse morto, di questa sua speranza aveva

parlato col fratello quando, tornato egli di Spagna, era successo fra

loro la riconciliazione, e il fratello, la cui anima generosa era

lacerata dal rimorso pel tanto male che aveva fatto ad Aurora, aveva

accettato, qual mezzo di compensarnela e di riparare, la missione di

tentare, se fosse possibile, il ricupero del bambino.

Nariccia, al quale, come abbiam visto, il marchese erasi rivolto, aveva

subito capito di quali guadagni potesse essergli sorgente il

rinvenimento del figliuolo di Valpetrosa, quando il marchese padre fosse

per mancare ai vivi, cosa che pareva non dover tardare di molto, tanto

era egli già male avviato di salute. Incominciò egli adunque le sue

ricerche per potere quando che si fosse metter la mano sul bambino; ed

apprese, recandosi egli stesso sui luoghi, che il doganiere il quale

trovavasi di servizio quella tal mattina del tal giorno, ed aveva

raccattato il trovatello, non aveva voluto metterlo all'ospizio di

Novara, ma recatolo con sè, lo stesso giorno in cui gli era stato dato

un congedo, l'aveva allogato presso qualche famiglia di villici, non si

sapeva quale, nè dove. Nariccia volle sapere dove fosse questo doganiere

per andarlo interrogare ed apprendere da lui medesimo la intera verità;

ma gli fu risposto che questo era impossibile, perchè mandato poco dopo

sul Lago Maggiore verso la frontiera svizzera, in uno scontro avutovi

coi contrabbandieri, era stato colto da una palla di schioppo nella

testa e mandato all'altro mondo col suo segreto.

L'antico intendente dei Baldissero non si perse d'animo per tutto

questo. Se il vero bambino era impossibile trovarlo, ben se ne poteva

avere un altro da sostituirgli; e non erano presso di lui quei

contrassegni che dovevano farlo riconoscere come figliuolo d'Aurora? Ad

affrettare in lui la maturazione e l'esecuzione di quest'empio disegno

venne il marchese padre, il quale esigette che in quindici giorni il

bambino della sua figliuola fosse dato in poter suo. Nariccia ebbe a sè

_Graffigna_, che ben conosceva capace di qualunque cosa, e gli commise

lo provvedesse d'un bambino maschio, andandolo a prendere così lontano e

con tali precauzioni che mai più non potesse venire scoperto qual fosse,

donde venisse, come preso. _Graffigna_ comunicò la cosa al suo fido

amico e complice Michele Luponi, fratello di Modestina e marito di

Eugenia, il quale allora già erasi fatto noto nella cronaca criminosa

col soprannome di _Stracciaferro_.

Lo scellerato _Graffigna_, il quale sapeva come la moglie di Michele

fosse madre di un bambino e vivesse a Milano donde non voleva venir via

più per non ricongiungersi col marito, propose a quest'esso senz'altro

di andare ad impadronirsi di suo figlio e presentarnelo all'usuraio.

Michele riluttò assai, ma l'influsso che già aveva preso su di lui

l'omiciattolo più tristo del demonio, qualche ubbriacatura accortamente

saputagli dare dal suo compagno, la seduzione della promessa di una

buona somma, finirono per deciderlo. Quello che avvenisse udimmo narrato

da Maurilio medesimo a Giovanni Selva, quando gli ripeteva i delirii e

le visioni che il rimorso cagionava a _Stracciaferro_, lui presente nel

carcere.

Questo bambino così acquistato, coll'uccisione della povera madre, il

figliuolo di Michele e di Eugenia, veniva consegnato al marchese padre,

il quale lo faceva spietatamente abbandonare in mezzo alla strada.

Terminando la sua confessione Nariccia additava al frate dove fosse

custodita la metà della lettera di Valpetrosa, di cui s'era servito per

dare un segno di riconoscimento al vero figliuolo della marchesina

Aurora e dove fossero tutte le carte che riguardavano le sue attinenze

con Valpetrosa, e il gesuita se ne impadroniva. Data l'assoluzione al

moribondo, Padre Bonaventura l'abbandonava a morir solo senza altri

conforti, e correva in tutta fretta al palazzo di Baldissero.

Dello strano fatto che il moribondo gli rivelava, Padre Bonaventura fu

più lieto ancora che stupito. Il falso Maurilio, ch'egli aveva tentato

trarre nelle sue reti, erasi ad ogni sua seduzione sottratto, e avea

mostrato, nel suo liberalismo, l'animo d'un nemico a quella parte a cui

il gesuita apparteneva, a quei principii in servizio dei quali l'ordine

monastico, e non degli ultimi in esso il Bonaventura, mettevano tutta la

loro accortezza e l'influsso. Se nel giovane cui si trattava di

restituire il grado e il posto nella nobile famiglia, il frate avesse

trovato un possibile affiliato della congrega, un acconcio stromento,

avrebbe anche potuto avvenire che egli tenesse per sè il suo segreto, e

di questo anzi facesse un legame più forte e più stretto per avvincere

all'interesse del partito e far più obbediente e sottomesso quel

giovane: ma Bonaventura, conoscitore degli uomini e sollecito

apprezzatore dei caratteri di coloro in cui s'incontrava, aveva

subitamente riconosciuto che dal nostro Maurilio non avrebbe mai potuto

nulla ottenere a suo pro, e quindi che ogni tentativo eziandio di

tenerlo soggetto colla minaccia di farlo respingere da quel luogo a cui

era appena arrivato, sarebbe stato inefficace. Non c'era nulla di meglio

adunque che svelar tutto al marchese e ricacciare il falsamente creduto

figliuolo d'Aurora in quell'abbiezione e in quell'oscurità da cui si era

andati ora a levarlo.

Il marchese di Baldissero, udita la narrazione del gesuita, rimase il

più attonito, perplesso ed amareggiato uomo del mondo. Che cosa doveva

egli fare? Abbandonare di nuovo alla miseria quel giovane a cui aveva

aperti, come a suo sangue, il cuore e la casa, non voleva di certo; ma

conservarlo in quella condizione di congiunto non doveva, nè gli

piaceva. Decise esporre tutta la verità al giovane medesimo e lasciarlo

giudice lui medesimo della condotta da tenersi reciprocamente: ad ogni

modo egli non avrebbe abbandonato più l'infelice ai rigori della sorte.

Maurilio rientrava al palazzo Baldissero, l'anima sconvolta. In casa

Benda aveva avuto luogo quella scena che abbiamo narrato, in cui

Gian-Luigi lo aveva cotanto avvilito. Quando il domestico gli disse che

il marchese desiderava parlargli, Maurilio fu sul punto di rispondere

che non poteva recarsi da lui, che stava male, che aveva assoluto

bisogno di solitudine e di silenzio. Ma non osò: obbedì sollecito alla

chiamata, e camminando lentamente verso lo studio del marchese,

domandava a se stesso se doveva o no esporre allo zio di Virginia tutti

i suoi dubbi e le ragioni dei medesimi. Non ebbe mestieri di decidersi

in questa tenzone del suo spirito: il caso colla forza dei fatti decise

per lui. Il marchese sapeva più di quanto egli era riuscito a scoprire,

e ripetendogli le confidenze di Padre Bonaventura, gli poneva innanzi la

certezza di quel ch'egli aveva argomentato dovesse essere. Non egli era

il figliuolo smarrito di Aurora, e questi, se fosse da trovarsi mai,

cosa che al marchese pareva impossibile, era da conoscersi per la metà

del foglio stracciato in cui era scritta la lettera di Valpetrosa.

Il nostro giovane protagonista, a questa comunicazione, chinò il capo e

parve non avesse capito, o fosse indifferente, tanto era priva

d'espressione la sua immobilità e tranquillo il suo pallido volto. Ma

dentro di lui c'era un tumulto che nessuna parola potrebbe dipingere.

Stette un momento in silenzio, poi domandò al marchese gli mostrasse

quella metà di lettera che era rimasta presso Nariccia. Il marchese glie

la porse. Appena vi ebbe posti sopra gli occhi, Maurilio la riconobbe

tosto pel carattere, per la carta, per la forma, per la lunghezza, come

il complemento di quella che aveva in suo potere Gian-Luigi. Tuttavia la

esaminò attentamente. Le parole che si leggevano in quel foglio di carta

ingiallita erano le seguenti:

«La carrozza sia pronta-

cata. Prendete ogni precau-

«Da Milano vi farò conoscere-

m'informerete di ciò che avverrà-

Se fossi inseguito mi difenderò.-

te, ripeto quello che vi ho già-

fino a nuova mia ulteriore deci-

Maurilio lesse e rilesse queste linee interrotte. Egli che aveva visto

più volte lo squarcio del foglio posseduto dal suo compagno d'infanzia e

che ultimamente, una settimana innanzi aveva rivedutolo e rilettolo,

l'aveva in quel punto così presente alla memoria che se tuttedue le

parti della lettera gli fossero state poste raccostate dinnanzi non

avrebbe potuto farne più precisa lettura di quello che faceva la sua

mente, completando le presenti colle parole che mancavano.

Era un bigliettino che il seduttore d'Aurora aveva scritto a Nariccia

per dargli le ultime istruzioni e gli ultimi ordini riguardo alla sua

fuga con Aurora, per cui l'intendente della famiglia Baldissero compro a

denari s'era impegnato a procurare i mezzi; ed intero questo corto

biglietto diceva così:

«La carrozza sia pronta all'ora che v'ho già indicata. Prendete

ogni precauzione perchè nulla trapeli.

«Da Milano vi farò conoscere il mio indirizzo, e voi tosto

m'informerete di ciò che avverrà qui dopo la nostra partenza. Se

fossi inseguito mi difenderò. Quanto alle somme depositate,

ripeto quello che vi ho già scritto: rimangano presso di voi

fino a nuova mia ulteriore decisione.»

Il giovane, che seguiteremo a chiamar Maurilio, perchè nessuno fin

allora poteva conoscergli altro nome, restituì al marchese quel pezzo di

carta, e disse con placida amarezza:

— Il mio non sarà stato che un sogno... un sogno che ha durato ben

poco..... ma che sarebbe anche meglio non avesse neppur cominciato.....

Il colpo non mi giunge inatteso... Chi son io dunque? Nessuno e sempre

nessuno: preso nelle tenebre, vivrò nelle tenebre, e non saprò mai

mettere un nome a quella individualità a cui debbo il tristo dono della

vita.

Il marchese, che credette scorgere in queste parole l'accento d'una

profonda desolazione, lo interruppe con amorevolezza.

— Non perdete ogni speranza. Nariccia, a quanto mi ripetè Padre

Bonaventura, incaricò dell'empia commissione due scellerati, di uno dei

quali forse c'è ancora possibile aver notizie da poterlo rintracciare;

egli è appunto il fratello di quella sciagurata che fu cameriera della

mia infelice sorella, e per mezzo di lei se ne potrà probabilmente saper

qualche cosa. Il suo nome è Michele Luponi e venne sopranominato

_Stracciaferro_.

Innanzi agli occhi di Maurilio passò come un lampo di color sanguigno,

il suo cervello sentì come la puntura di un ferro arroventato.

— L'altro di quei scellerati che derubarono il bambino chiamavasi

_Graffigna_? domandò vivamente il giovane.

— Sì.

Egli sapeva oramai l'esser suo. L'azzardo gli aveva squadernata dinanzi

la pagina del suo destino. Si rivide nell'orrido aere fetente della

carcere dove aveva udito l'orribile racconto di _Stracciaferro_; rivide

la faccia bestiale di quell'uomo ubriaco tormentata dai graffi del

rimorso; riudì le orribili parole di _Graffigna_ che tutto lo avean

fatto raccapricciare; riudì sulle labbra di _Stracciaferro_ il grido

ch'egli confessava riudire nelle sue notti, il grido della donna

assassinata che domandava le si rendesse il suo sangue, riudì il grido

supremo di toro ferito con cui l'assassino aveva conchiuso quella

spaventosa narrazione: «quel bambino era mio figlio!» e sentì insieme

assalirgli le intime sedi della vita un gelo di morte ed una vampa di

fuoco. Quella donna assassinata era sua madre; il bambino derubatole era

egli stesso; suo padre era un galeotto, ladro ed omicida!

Il delirio e la follia gli si slanciarono al capo insieme coll'èmpito

del sangue: sentì che a stento poteva tenere il freno della ragione al

suo intelletto scombuiato.

— Orrore ed infamia! esclamò egli coll'aspetto d'un dissensato che è

assalito dal parosismo della follia. Infamia ed orrore!... Ecco la mia

ricchezza; ecco la mia parte di bene sulla terra.

Ruppe in una risata ad udirsi penosissima, e si slanciò fuori dello

studio.

— Maurilio! Maurilio! gridò il marchese con voce in cui si temperavano

il rimprovero, il comando autorevole ed un affettuoso interesse; ma il

giovane non l'udì, e corse via, come Caino dopo l'orrendo suo delitto.

Il marchese fu d'un balzo al cordone del campanello e gli diede una

violenta tirata.

L'infelice figliuolo di _Stracciaferro_, correndo incontrò nella sala

precedente il gabinetto onde fuggiva, la contessina Virginia, che veniva

appunto in cerca di lui, e non tanto per desiderio di rivedere il

rinvenuto fratello, quanto per avere da esso novelle di altra persona a

lei cara.

— Mio fratello! disse la fanciulla colla melodia soave della sua voce

argentina.

Il fuggente si fermò sui due piedi e spaventò la donzella per

l'alterazione profonda delle sembianze con cui le si accostò.

— Fratello! Fratello! esclamò egli con un sogghigno indescrivibile sulle

labbra agitate da un tremore convulso. Io non sono vostro fratello, no,

non lo sono.

Incontrò collo sguardo de' suoi occhi turbati quello limpido e

dolcissimo delle serene papille di lei.

— Ah! quegli occhi! soggiunse. Sono gli occhi di vostra madre.... La

mia, servendo la vostra, glie li ha rubati per darli a me, che portava

nel suo seno.

S'interruppe mandando un grido rauco da selvaggio.

— Nella nostra famiglia si ruba! gridò quindi con disperata energia,

percotendosi coi due pugni chiusi la fronte.

Virginia impietosita, commossa, gli si appressò vieppiù e gli pose sopra

un braccio la sua destra dilicata e gentile.

— Calmatevi, Maurilio; gli disse mitemente.

Il giovane non lasciò che altrimenti continuasse. Vide innanzi a sè

quella tanta bellezza illuminata da un divino raggio di pietà; sentì sul

suo braccio il tocco di quella mano come una ineffabil carezza. Il suo

delirio dimenticò tutto il resto per non esser più che un delirio

d'amore.

— Non sono tuo fratello: diss'egli: dunque posso amarti, angelo del mio

cuore... Ho sangue di plebe. Che importa? Mi sento tanta grandezza de

esser primo fra gli uomini. Son figlio d'assassino. Che monta? L'energia

delittuosa dell'eredità paterna sarà in me l'energia delle grandi

cose... T'amo da tanto tempo con amor furibondo.

L'afferrò colle sue grosse mani: ella si dibattè spaventata mandando un

grido. In quel punto dall'una delle porte di quella sala entrava il

domestico chiamato dalla scampanellata del marchese, e questi si

presentava sulla soglia del suo studio, chiamato dal grido di Virginia.

Maurilio, alla vista dei sopraggiunti, abbandonò la ragazza, gettò un

urlo e riprese la sua fuga disperata.

— Tenete dietro al signor Maurilio; comandò il marchese, presso cui

Virginia era venuta a rifugiarsi tutto sgomenta: vegliate su di lui e

frattanto qualcuno corra subito per un medico.

Maurilio era corso nella sua camera e ne aveva chiuso a chiave l'uscio,

entrandovi, prima che il domestico giungesse a quella soglia. Al battere

nella porta, alle parole del servitore egli non rispose nemmeno; tanto

che il domestico, stancatosi dopo replicati tentativi, venne dal padrone

a dirgli quel ch'era avvenuto e riceverne nuovi ordini.

— Andate pel medico, frattanto; e quando e' sia giunto, penseremo al da

farsi.

Il giovane, disperato, s'era buttato traverso il letto colla faccia

affondata nelle coltri ed aveva prorotto in penosissimi singhiozzi.

— Figlio d'un assassino, ripeteva, figlio d'un assassino. E mia madre

una serva!.. E l'amo tanto Virginia!... E nel mio capo c'è

l'intelligenza d'un uomo superiore!... Sono nato dal fango sociale:

nelle mie vene corre il germe fatale del delitto: lo sento alla ferocia

d'un istinto che mi si fa gigante nel petto.... È un retaggio fatale....

Si trasmette come la tisi, il rachitismo e la pazzia.... La pazzia, la

sento che viene.... Oh sia la benvenuta!... Mia madre fu assassinata da

mio padre.... Mio padre assassino.... Ed io che cosa sarò?...

Una vertiginosa fantasmagoria di strane immagini orribili, spaventose,

in mezzo ad una nebbia color di sangue, gl'invase il cervello. Vide in

un tramestio orrendo assassini e vittime, suppliziati e carnefici, antri

di prigione e ferri di catene, e dominante su tutto la schifosa ombra

dello stromento del supremo supplizio. Si levò irte le chiome, smarriti

gli occhi, sconvolte le sembianze, contratti i muscoli, tutti in un

tremito i nervi. Gli spettri della pazzia e dell'infamia gli danzavano

innanzi. Tutti gli oggetti vedeva di color rosso affuocato; sentiva con

dolore inesprimibile battergli forte i polsi nella testa. Si recò

barcollando come un ebbro, le mani tese innanzi al par d'un cieco, al

lavamano, e immerse a più riprese la faccia e la testa nel catino pieno

d'acqua fredda; ciò non gli bastava: prese una tovaglia, la inzuppò

nell'acqua e se ne cinse la fronte che gli ardeva. Tutto ciò fece con

atti macchinali, senza aver coscienza di sè. Ne provò alcun giovamento.

L'orribile ridda che gli movevano nel cervello le immagini provocate dal

delirio si calmò; le visioni spaventose si dileguarono in quella nebbia

dello spirito che da rossa color sangue si sfumava in un color rosato

con dei guizzi più vivi che parevano baleni. Guardò intorno a sè, come

attonito, smemorato, e si riconobbe. Trovò nella sua mente, dritto, per

così dire, in mezzo al rovinio di quelle visioni della febbre, un

pensiero:

— Non ho detto al marchese chi e dov'era il suo vero nipote; e convien

bene ch'e' lo sappia.

Si strappò dalla fronte la servietta fumante onde s'era cinto le tempia

e si slanciò verso la porta. Ma ecco tosto la mano adunca della pazzia

acciuffarlo di nuovo. La febbre cerebrale, che sempre incombeva,

minaccia immanente sugli organi sovreccitati della sua intelligenza, gli

piombò addosso come falco sulla preda. Stralunò gli occhi, rise

orribilmente, battè l'aria colle braccia come fa delle ali uccello

ferito che non può più levarsi a volo, mandò un grido soffocato, un

gemito, un rantolo; e cadde lungo e disteso sul pavimento.

Al sopraggiungere del medico fu aperta di forza la porta, il giovane fu

raccolto di terra e posto a letto, e il male fu sollecitamente ed

energicamente combattuto coi salassi, colle mignatte, colle ventose.

— Temo che nulla non possa più salvarlo: disse al terzo giorno il medico

al marchese che mostrava molto interesse per quell'infelice.

Egli non era ancora tornato neppure un momento in cognizione di sè, e ad

ogni parosismo di quella febbre cui nulla ancora aveva potuto vincere,

tornava più fiero, più penoso, più dissensato il delirio.

Giovanni Selva, Romualdo, Vanardi, saputo dello stato del loro amico,

chiesero ed ottennero di venirgli prestar le loro cure, come avevano già

fatto nella precedente identica malattia, quando essi l'avevano

primamente ospitato.

Più tardi ci furono eziandio Don Venanzio e la vecchia Margherita, la

nutrice di Gian-Luigi. Il parroco era corso a Torino, tutto stravolto e

sconsolato dalle due bruttissime novelle: l'arresto di Gian-Luigi e la

malattia mortale di Maurilio; la Margherita, udito con indicibile

angoscia quello che era avvenuto a colui ch'essa aveva nutrito col suo

latte, cui amava più d'un figliuolo, aveva voluto accorrere alla

capitale, come se la sua presenza lo potesse difendere, lo potesse

aiutare; e seco aveva recate ancora intatte le mille lire statele date

poco tempo prima dal _medichino_. Tanto a lei, quanto al parroco,

l'autorità giudiziaria aveva intimato comparir come testimoni nel

processo che con sollecitudine straordinaria si veniva istruendo contro

di Quercia.

La plebe, parte IV · 第 33 / 44 题