CAPITOLO XX.

Gian-Luigi aveva, si può dire, ammaliato tutta la famiglia Benda; mercè

i falsi documenti aveva provato al padre di Maria tutto quello che aveva

voluto, mercè l'appassionato amore che aveva desto nell'animo della

fanciulla era riuscito ad aver questa efficace aiutrice al suo disegno:

sposarla e partire, aveva i congiunti indotti a consentirvi. Quella

mattina in cui Maurilio s'era risoluto a quel dilicato e difficil passo,

Quercia recavasi ad ora più presta del solito dalla sua sposa, quando

nel passare innanzi alla loggia del portiere venne da questo avvertito

che un cotale con sembianza di questo e quel modo, chiesto prima di lui,

aveva poscia ottenuto d'essere accolto dall'avvocatino, a cui affermava

aver cose importantissime da dire, mercè un biglietto scrittogli nello

stesso camerino del portinaio.

Quercia, che sospettoso era e sempre in sulle guardie già per natura, e

che tanto più era divenuto cauteloso e diffidente in quegli ultimi

giorni in cui stava giocando col suo destino l'ultima posta, temette di

subito in quel visitatore un nemico, un accusatore, un rivelatore di

verità che troppo a lui interessava rimanessero ignote. Dalle risposte

che Bastiano diede alle sue numerose, pressanti, rapide interrogazioni,

venne egli a concepire il sospetto che quello fosse Maurilio, e

l'intromettersi di costui egli non dubitava il meno del mondo non

volesse essere in suo favore. Salì affrettatamente, entrò improvviso

nella camera di Francesco dove aveva inteso essere quel cotale. Veduto

Maurilio e l'espressione della faccia di lui, veduto con un sol colpo

d'occhio il contegno dei Benda, badato al silenzio pieno d'impaccio che

successe alla sua venuta, Quercia capì che tutti i suoi sospetti avevano

ragione, che in Maurilio eragli ora sortogli innanzi un ostacolo cui

bisognava levare e tosto, a prezzo anche di schiacciarlo. Il furore che

aveva cominciato a sobbollire nella sua fiera anima impetuosa al primo

dubbio di quel pericolo, si levò potente ed efferato, ma la sua volontà

più forte d'ogni cosa riesciva a dominarlo tuttavia e, per dir così,

regolarlo. Incrociò le braccia al petto e camminò lentamente verso

Maurilio guardandolo fiso con occhio feroce, di cui la significazione

ben era chiara al giovane commosso.

— Sconsigliato, diceva, osi tu venirti a porre inciampo sul mio cammino?

Sai pure che vo' giungere alla meta che mi assegno, e chi mi si oppone

infrango.

Maurilio chinò innanzi a quelli di Gian-Luigi i suoi occhi, e dal

rispettivo contegno di que' due parve nel primo fosse il colpevole, nel

secondo l'autorevole accusatore.

— Che cosa è che succede qui? domandò poscia Gian-Luigi levando lo

sguardo dal suo compagno d'infanzia e facendolo scorrere sicuro,

investigatore, un po' stupito e quasi offeso sopra i Benda padre e

figlio. Se bado al vostro contegno, o signori, se argomento dalla

presenza e dall'imbarazzo di costui devo credere che son giunto a tempo

per udir cose che mi riguardano.

Il tono con cui egli pronunziò la parola costui accennando con un moto

disdegnoso del capo a Maurilio era così pieno di superbo disprezzo, che

Maurilio si sentì come una sferzata traverso la faccia; arrossì egli,

impallidì, levò lo sguardo col proposito di cimentarlo contro lo sguardo

di Gian-Luigi, ma non potè reggere allo scontro e riabbassò le pupille

sentendosi nell'anima un'angoscia, nel petto un affanno che era pena,

che era sgomento e che gli faceva temere fosse per assalirlo uno

svenimento.

Quercia continuava con più fierezza:

— E poichè gli è questo cotale che vien qui a parlare di me, ben posso

già indovinare fin da prima di che fatta discorsi egli ha osato tenere

ed a che scopo egli mira. Or bene, parla in mia presenza, miserabile, se

l'ardisci, e ripeti, continua e compi le calunnie che ti sei determinato

a vomitare a mio carico.

Maurilio sussultò sotto il fiero oltraggio. La soverchia offesa per

effetto di reazione gli diede un po' di coraggio: levò risoluto la

testa, un lieve rossore salì alle sue guancie macilente che s'erano

fatte color della cenere, ardì volgere e tener fisso lo sguardo sul

volto leggiadro ed ora spaventosamente feroce di Gian-Luigi, sulla cui

fronte era incavata quella ruga caratteristica, fatale contrassegno del

suo furore. Il _medichino_, egli, guardava il suo avversario con quel

modo con cui il domatore di belve guarda la tigre che accenna

rivoltarglisi, con quel modo con cui aveva fissato _Stracciaferro_,

prima di domarlo colla forza delle membra, quando l'assassino aveva

voluto resistergli. E forse Maurilio ora dallo sdegno del vivo affronto

ricevuto avrebbe attinto abbastanza coraggio per reggere a quell'urto,

se in quel momento, per sua sventura, una nuova impressione non gli

fosse stata prodotta dalla vista delle sembianze di Gian-Luigi. Benchè

animata allora da quel profondo sentimento d'odio e di furore, la beltà

scultoria delle fattezze di lui non ne veniva punto alterata, e quella

beltà nella memoria di Maurilio trovava riscontro in altri stupendi

lineamenti di viso umano visti, contemplati, vagheggiati con attenzione,

con espansività d'affetto da poco tempo, la sera precedente soltanto: i

lineamenti dipinti nel ritratto della contessa Aurora di Castelletto,

ch'egli aveva ammirato, innanzi a cui era rimasto con profonda emozione

stampandosene i tratti nell'anima perchè credeva stamparvisi i tratti

del volto della propria madre. Era innegabile, evidente a chiunque vi

ponesse attenzione, la rassomiglianza fra le sembianze di Gian-Luigi e

quelle del ritratto. Egli rassomigliava assai più alla defunta contessa

di quello che le rassomigliasse Virginia; e nella rassomiglianza alla

madre era un punto di contatto fra le sembianze della contessina e

quelle del sedicente dottore, punto di contatto che sfuggiva a chi non

paragonasse i loro volti a quel terzo termine di confronto. Maurilio non

dubitò menomamente più che gli stesse dinanzi il vero figliuolo della

sorella del marchese di Baldissero e di Maurilio Valpetrosa, e ciò lo

rese turbatissimo, più che non fosse ancora stato fino allora in quella

scena difficile e penosa.

Con qual fronte resistere egli a colui, venirsi a fare accusatore e

procurare l'infamia e il danno di colui al quale egli, innocentemente è

vero, era venuto a togliere il grado, il nome, la fortuna? In presenza

di questo strano avvenimento qual era ancora il suo dovere? Le idee gli

si abbuiavano a questo riguardo, e la commozione, la meraviglia, il

dispiacere non gli consentivano prontezza nessuna d'avviso. E lo turbava

quel rapporto di lontana somiglianza che gli appariva fra i tratti di

Gian-Luigi e quelli di Virginia; in mezzo a quei tanti sentimenti che

gli tumultuavano nell'anima, egli si sorprendeva a raccogliere tutta la

sua attenzione nell'investigare in che consistesse la parità e la

differenza fra quei due volti a così diverso titolo cotanto impressi

nella sua mente, a cercare sotto i tratti di lui quelli adorati della

fanciulla.

Ogni parola venne meno alle labbra tremanti di Maurilio, ogni voce mancò

alla sua gola serrata.

Giacomo Benda credette allora ufficio suo ricapitolare in breve quanto

il giovane era venuto sino allora esponendo. Quercia, che dominava

sempre più il suo furore, benchè questo punto non scemasse, ascoltava

con un sogghigno di fiero disprezzo, qual può avere innanzi alla più

vile calunnia l'innocenza superba e superiore ad ogni arrivo

d'oltraggio.

— Mirabile ed accorto tessuto d'infamie! esclamò egli poi con vece

fremente, che, quantunque contenuta, vibrava come il suono chiaro e

squillante d'una tromba. La calunnia vi è tanto meglio architettata che

si prende a base una parte della verità. Che io sia stato allevato al

villaggio e con costui, ve lo dissi io stesso; che la donna la quale mi

fu nutrice viva colà modestamente della vita che sempre fece e le

piacque fare, è pur vero, perchè le sorti in cui ella è nata e in cui

visse pur sempre non le piacque mutar mai per quante istanze glie ne

facessi; ma costui medesimo, che ora mi accusa, videmi, non son passati

che pochi giorni, recarmi io stesso colà a riabbracciar quella donna, a

recarle un migliaio di lire, a fare per lei tutti quegli atti che verso

una madre ad un figlio amoroso s'addicono: e sfido l'impudenza di questo

sciagurato a darmi una smentita.

Fece una pausa; Maurilio avrebbe voluto parlare, ma la lingua gli

aderiva al palato, le labbra gli parevano irrigidite, non un soffio di

voce glie ne venne alla gola.

Gian-Luigi riprendeva:

— Sì, io ho partecipato ai folli sogni della redenzione della patria di

quell'animo intemerato che è Mario Tiburzio; come voi pure, Francesco,

vi avete partecipato; sì, io offrii a quella santa causa il concorso

della plebe, perchè mi feci l'illusione che per mezzo di parecchi fra

essa che mi sono devoti per affetto di gratitudine, avrei potuto

guidarla a mio talento, ma coll'empie passioni demagogiche del

proletario io non ebbi nulla mai che fare; fui visto, è vero, da

codestui in una miserabile stamberga di bettola, vestito da popolano, e

fu ventura che arrivassi a tempo a salvare chi ora si fa mio

calunniatore, dall'ira di operai ch'egli aveva, non so come, provocata;

ma s'io m'immischio colla povera gente e talvolta vestito de' loro abiti

per non dar loro nè soggezione, nè antipatia, nè sospetto, penetro nei

luoghi dei loro ritrovi, come nelle miserabili loro abitazioni, si è

perchè ricco e disoccupato com'io sono, volli a me stesso imporre un

còmpito: quello di soccorrere i miei fratelli nella miseria, in quella

miseria che sarebbe pure stata mio destino se l'intravvento di quel mio

protettore, se il rimorso de' miei nemici non avesse poscia in parte

riparato al male che fu fatto al povero fanciullo. Io vado recando agli

infelici che soffrono di fame, di malattia, di disperazione, non poco

dell'oro della mia borsa, il contributo della mia scienza, il conforto

d'un'amica parola. Ecco il modo onde acquistai attinenza e sperai aver

acquistato influsso in quel mondo tenebroso ed agitato che sobbolle come

una minaccia sotto i piedi delle classi agiate — di noi. Quando a costui

favellai de' miei intendimenti a tal proposito, non dissi altro che

questo. Ancora una parola e finisco, sdegnoso e vergognato d'avermi

avuto a difendere da tali accuse e da tale accusatore. Questi fu sempre

mio nemico, perchè l'invidia lo rose pur sempre dei successi dovuti in

parte ad una fortuna — lo confesso — che forse è compenso datomi dalla

Provvidenza, ma in parte eziandio alla mia attività ed intelligenza.

Quelle passioni di cui egli accagiona me, fremono nel suo animo

inasprito, feroce insieme e codardo. Ora mi ha visto presso a metter la

mano sulla più cara felicità che uom possa desiderare. Ha voluto venir

cacciare frammezzo l'arte sua di malevolo. Ma di quanto io dissi sul

conto mio, di quanto vi affermai di essere, io diedi prove di documenti;

or dica egli se pur di una delle sue accuse può dare una sembianza di

prova.

Tacque come aspettando risposta: Maurilio, diventato sempre più pallido,

non parlò.

— Credereste voi dunque più che alla mia parola, più che alle mie prove,

alle semplici ciancie d'un tale individuo?

In quella l'uscio si aprì, ed entrò sollecita Maria che aveva notata la

venuta dello sposo ed accostandosi alla camera di suo fratello aveva

udito il suono alto e l'accento accalorato della voce di lui.

— Luigi, esclamò ella, che c'è?

Quercia le andò incontro e la prese per mano.

— Maria, disse con quella famigliarità cui già legittimava l'intimità

dei rapporti in cui erano: ecco un uomo che viene ad accusarmi di

sleale, di mentitore, di baro, e di nemico della vostra famiglia;

guardateci ambedue, e dite chi si ha da credere fra lui e me che mi

affermo innocente.

Nissuno sarebbe stato perplesso nella risposta, così era sicuro,

animato, trionfante l'aspetto di Gian-Luigi, tanto era smarrito,

confuso, disfatto quello di Maurilio; ed una donna può ella mai esitare

nel riconoscere l'innocenza dell'uomo che ama?

Maria si gettò al collo di Quercia.

— O mio Luigi, esclamò con passione, tu sei l'angelo mio.

Maurilio, nella dolorosa confusione in cui era la sua mente, capì pure

che tutto era detto, che la sua causa era perduta, che gli rimaneva

solamente di partirsene scornato, colla vergognosa nota d'un

calunniatore impotente. Come fece egli per torsi di là? Non avrebbe

saputo dirlo. Il vero è che si trovò fuor della casa, sul viale,

intronato, quasi barcollante, sentendosi ancora alle orecchie come suono

di sferzate, il suono delle parole di Gian-Luigi.

Quella sera medesima avevano luogo, come se nulla fosse intravvenuto,

gli sponsali di Luigi Quercia e di Maria Benda.

Era stato desiderio espresso di Quercia che nessuna festosa solennità,

nessun fasto accompagnasse la firma del contratto degli sponsali:

desiderio a cui s'affrettarono di aderire i parenti della sposa e la

sposa medesima, siccome quello che stava pure nell'animo loro, e veniva

consigliato dalle circostanze medesime in cui si trovavano, le

conseguenze cioè del tumulto degli operai e l'infermità di Francesco.

Nella camera di quest'ultimo la sera avevano luogo gli sponsali e, fuori

de' più prossimi congiunti di cui non poteva evitarsi la presenza, una

mezza dozzina di persone, non vi assisteva alcun invitato.

Lo sposo, Luigi Quercia, qualificatosi per dottore in medicina e in

chirurgia, aveva recato seco e presentato all'atto delle promesse la

somma di cento mila lire in biglietti di banco francesi che dichiarava

voler costituire in aumento dotale alla sua dilettissima sposa e

lasciava al suo futuro suocero perchè, celebrato il matrimonio,

investisse in altrettante cedole del debito pubblico piemontese (allora

in grandissimo pregio) nominativamente intestate alla sposa medesima:

questa, Maria Benda, portava in dote al marito ottanta mila lire in oro

ch'egli ritirava all'atto medesimo. Le due somme, i biglietti di banco a

fasci di dieci da lire 50 ciascuno, e i napoleoni d'oro a torricelle di

venticinque ognuna, stavano sopra la tavola a cui sedeva il notaio che

rogava il contratto, fra due massicci candelabri d'argento.

Vario era il contegno dei diversi personaggi che partecipavano a quella

scena; Maria, essa, posseduta da un'intima letizia che non si

scompagnava dall'agitazione, passava da un caro pallor delle guancie ad

un rossore più caro ancora, i suoi occhi si tenevano più volentieri

chinati a terra, ma talvolta però si levavano verso il suo sposo e

lampeggiavano d'una viva luce soave; egli, lo sposo, aveva l'orgoglio

temperato e l'allegria di buon gusto d'un trionfatore modesto; in ogni

sua mossa, come in ogni parola appariva l'uomo di squisito sentire, di

carattere delicato e di perfetta educazione; solamente chi avesse

conosciuto a fondo la variabilità d'espressioni di quella fisionomia

così soggetta alla volontà, avrebbe potuto notare una lieve mostra come

d'inquietudine, nella vivacità di certi sguardi, quasi un'impazienza che

quelle formalità durassero cotanto, un desiderio che tutto fosse finito

al più presto. La madre di Maria, come tutte le madri in simili

circostanze, era dominata da una commozione cui mal poteva frenare, e

spesso le si riempivano di lagrime gli occhi che teneva rivolti con

immenso affetto sulla figliuola. Il sor Giacomo aveva nell'animo qualche

cosa ancor egli che non lo lasciava del tutto contento. Aveva

liberamente e lietamente acconsentito a quel maritaggio con tanta

ardenza desiderato dalla figliuola, che doveva procurarne la felicità, e

cui credeva sotto ogni rispetto convenevole; sedotto ancor egli dalle

brillanti qualità dello sposo, persuaso per prova di fatto della

generosità dell'animo di lui, gratissimo verso di esso per quanto aveva

fatto in pro della famiglia, aveva pur sentito nascergli in cuore per

quel giovane una simpatia che già era quasi un affetto, e tuttavia a

questo momento, fosse inesplicabile istinto, fosse inavvertito effetto

delle accuse udite da Maurilio, non credute ma che, ciò nulla meno, come

quasi sempre d'ogni accusa suole accadere, avessero lasciata traccia, il

vero era che egli sentiva una specie d'agitazione, una mala voglia che

non si sapeva spiegare. Francesco, debole ancora, propenso per indole e

per la propria condizione a desiderare ed allietarsi nel veder

soddisfatto un reciproco amore, non provava che una affettuosa tenerezza

per la gioia della sorella.

Il notaio leggeva lentamente, con quel tono di voce e quell'accento

speciale di questi pubblici ufficiali che tutti conoscono, le clausole

del contratto. Gli sposi il domattina dovevano celebrare il matrimonio

alla parrocchia e partire immediatamente alla volta della Francia.

La lettura era finita: si procedette alle firme. Vi appose prima la sua,

non senza un legger tremito, Maria; poscia lo sposo. Nel passare la

penna alla suocera, Quercia drizzò l'orecchio e, senza che alcun altro

nulla udisse ed a questo suo atto badasse, stette intentissimo ad

ascoltare. Il finissimo suo senso dell'udito era stato percosso da un

lontano susurrio, da un penetrar di gente sotto il portone, da uno

scambio di parole. Egli, a buona ragione sospettoso di tutto, si

ritrasse indietro con moto naturalissimo e s'accostò lentamente alla

finestra. Maria, che non aveva occhi, che non aveva anima, che non aveva

vita che per lui, gli venne presso; egli, vivamente preoccupato com'era,

tutte le sue facoltà concentrate, per dir così, nell'intentività

dell'udito, ebbe pure l'arte e la forza di sorriderle e di prenderla per

mano.

— Cara, le disse traendola verso la finestra come volendo isolarsi con

lei dal resto delle persone presenti: cara, tu sei mia finalmente, e il

primo sacro vincolo ci ha avvinti di quella dolce catena che deve

tenerci uniti per tutta la vita.

Ella non sapeva che dire, non poteva parlare, tremava in tutte le fibre

d'un tremito soave; lo guardava e sorrideva.

Gian-Luigi aprì le imposte di legno della finestra e guardò fuori

traverso le invetrate. Quella finestra s'apriva dalla parte del cortile

in una delle due ale che si stendevano verso la fabbrica incendiata. Il

tempo s'era rimesso al bello e batteva la luna. Sulla neve del cortile

Quercia vide stendersi l'ombra di parecchi uomini.

— Che siano dessi? pensò; mi sembrano in pochi, tre o quattro tutt'al

più: ne avrei facilmente ragione.

Misurò l'altezza del ripiano a cui si trovava.

— In caso di bisogno, soggiunse, sono capace di far salti anche maggiori

di questo.

Tastò nelle saccoccie dove teneva due pistole corte e ne accarezzò il

calcio colla destra che si era sguantata per firmare, e frattanto

sorrideva sempre alla fanciulla innamorata.

Ma le sue orecchie non l'avevano ingannato; un rumore di passi e di voci

venne diffatti accostandosi vieppiù fino a che giunse nella camera che

precedeva, dove parve risolversi in un contrasto. L'ultima delle persone

presenti aveva appunto allora finito di sottoscrivere; chè tutti,

secondo l'uso, avevano voluto apporre a quell'atto la loro firma;

Giacomo Benda, stupito come gli altri di questo incidente, si tolse di

mezzo alle congratulazioni ed ai complimenti dei congiunti, ed andò

verso la porta dicendo:

— Vo a vedere che cos'è questo rumore.

Gian-Luigi parlava sempre con Maria nella strombatura della finestra, e

frattanto aveva pian piano alzato il palettino di sotto e fatto girare

il gancio di sopra che tenevano chiuse le invetrate; Maria non

s'accorgeva di nulla di quanto avveniva intorno a lei, non vedeva nulla

fuori delle pupille nere del suo sposo che seguitavano ad affisarla con

una fiamma che le sembrava di vivo amore.

Mentre il sor Giacomo stava per metter mano alla gruccia della serratura

dell'uscio, questo si aprì spinto dal di fuori, ed apparve Bastiano

tutto conturbato.

— Che cos'è? gli chiese quasi severamente il padrone.

Il gigantesco portinaio chinò la sua alta persona verso l'orecchio di

sor Giacomo e gli disse con un certo piglio d'ansietà, di disgusto e di

timore:

— V'è un cotale che vuole ad ogni costo entrare.....

— Gli è matto: interruppe parlando forte il signor Benda. Entrare! Qui,

a quest'ora? Perchè? E che pretende?

Tutti gl'invitati, la cui curiosità era solleticata ed in cui era nata

un'inesplicabile aspettazione, si avvicinarono al padron di casa e

fecero gruppo dietro di lui.

Bastiano, parlando sempre più sommesso rispose:

— Non è un matto; gli è un agente di polizia, con una mano d'arcieri.

Queste parole furono pronunciate pianissimo, ma pure, tanto era il

silenzio che s'era fatto, che furono udite da un capo all'altro della

stanza; da tutti, fuorchè da Maria. Il sor Giacomo aggrottò le

sopracciglia; Francesco sul suo letto si tirò su a vedere con moto più

vivace che non avrebbe ancora dovuto; la signora Teresa levò le mani

verso il cielo spaventata: gl'invitati allibirono, e più d'uno, temendo

d'essere compromesso, si pentì d'esser venuto.

— Ancora la Polizia! esclamò indignato il padron di casa. Che cosa mi si

vuole, per Dio?

— Falli entrare, padre mio, gridò Francesco dal suo letto, falli entrare

e vedremo tosto con che pretesto si viene a turbare nei momenti più

solenni la pace d'una famiglia, a violarne il domicilio.

Queste parole parvero molto audaci alla maggioranza dei presenti che

furono sempre più pentiti di trovarsi in quel luogo.

— Ebbene, vengano: disse bruscamente il signor Benda.

Bastiano non ebbe che ad aprire un battente. Sulla soglia si presentò la

faccia scialba d'un uomo, cui Gian-Luigi, dalla finestra ove si trovava,

riconobbe subito con dispetto per quella di Barnaba.

— Sciagurato d'un _Graffigna_: diss'egli fra sè: gli è proprio diventato

buono da nulla. Ora sì che son perduto. Chi sa?...

Aprì pian piano l'invetrata e il suo occhio corse rapidamente su due

punti: all'uscio per cui entravano gli uomini della Polizia ed al

tavolino sul quale erano le torricelle lucenti dei napoleoni d'oro.

Barnaba s'avanzò nella stanza, e dietro di lui si schierarono in fila

quattro brutti ceffi che non mentivano colle sembianze il loro essere di

arcieri travestiti.

— Non si sgomentino, disse il poliziotto che camminava ancora a stento,

appoggiandosi ad un bastone: non siamo venuti che per arrestare il

sedicente dottore Luigi Quercia.

La vecchia similitudine dell'effetto che produce un fulmine precipitato

a ciel sereno, non può menomamente esprimere lo stupore di

quell'adunanza alle parole dell'agente di Polizia.

Stettero lì, intenti tutti quanti, guardandosi, mentre Barnaba con una

rapida occhiata mandata in giro si rendeva conto della situazione

materiale delle cose per decidere del modo più opportuno di agire. Vide

Quercia nel vano della finestra e fra sè e lui frammezzare il gruppo

degl'invitati, il tavolino su cui era stato rogato il contratto e il

notaio che si levava allora esterrefatto, e per ultimo Maria che

all'udire le parole del poliziotto s'era gettata al petto dello sposo,

come per fargli scudo della sua persona.

Il _medichino_ ancor egli guardava codesto e pesava le circostanze di

tal disposizione di persone e di luoghi per servire al suo scampo. Non

aveva menomamente perduto del suo sangue freddo, nè aveva smesso il suo

superbo sorriso. E pensava:

— Fortuna traditrice! Nel migliore la mi manca. Due giorni avesse

tardato i suoi colpi!... Qualcheduno mi ha tradito.... chi?... Lo saprò,

e allora!... Intanto sfuggiamo alle loro unghie... Potessi almeno

arraffare eziandio parte di quel denaro!...

Barnaba aveva visto le invetrate aprirsi cautamente sotto la mano di

Quercia. Se le forze glie lo avessero concesso, si sarebbe slanciato

egli medesimo addosso all'uomo da arrestarsi: ma egli appena si reggeva

in piedi.

— Eccolo, gridò additandolo ai quattro seguaci, eccolo là alla finestra:

presto, afferratelo, ch'ei non ci sfugga.

Ma gli uomini avevano da passare in mezzo al gruppo degl'invitati che

avevano assistito al contratto, i quali senza punto volerlo, ma per

l'attonitaggine in cui erano, stavano piantati a fare ostacolo; e quindi

avevano da schivare il tavolino che si trovava nella linea retta da loro

al _medichino_.

— Sì, sono qua, gridò questi con una temeraria ironia; ma non mi ci

avete ancora preso, signori miei.

Erasi accorto che doveva rinunziare a far bottino di quei bei napoleoni

d'oro che splendevano sulla tavola, e n'aveva un dispetto da non dirsi;

appena appena se gli era possibile la fuga per la finestra. Si sciolse

dall'amplesso di Maria che stava palpitante sul suo seno; la rigettò

bruscamente contro i quattro uomini che si slanciavano su di lui; colla

rapidità del lampo fu sul parapetto della finestra e di là nel cortile.

Maria strammazzò nelle gambe degli _arcieri_, mandando un grido, e colla

sua caduta li arrestò un istante.

Barnaba, fatto più pallido, le labbra contratte dall'ira, gridava:

— Su, su, animali, buoni da nulla: fategli fuoco addosso; ch'e' non ci

sfugga, alla croce di Dio!

Quando gli _arcieri_ giunsero ad affacciarsi alla finestra, videro un

uomo che si dibatteva in mezzo a quattro altri ond'era circondato; si

udirono due colpi di fuoco, due dei quattro caddero e quello che era

stato aggredito fu visto fuggire con una rapidità straordinaria verso le

macerie della fabbrica incendiata.

— E' ci scappa, e' ci scappa: gridava furibondo Barnaba, giunto ancor

egli alla finestra. Fuoco, fuoco, su di lui.

Fu salutato dallo sparo di parecchie pistole, ma inutilmente: egli era

sparito.

Giacomo e Teresa erano accorsi a sollevare la figliuola; indicibile era

l'emozione in tutti.

— Signore, disse poscia il signor Benda con voce tremante dal turbamento

e dallo sdegno; si può almeno sapere a che titolo si voglia procedere

all'arresto del dottor Quercia?

Barnaba rispose con feroce crudità:

— Perchè gli è un ladro, un falsario ed un assassino. È il capo di

quella tremenda banda che chiamasi la _cocca_, ed è il soprannominato

_medichino_.

Maria non ebbe pur la forza più di mandare un grido; appoggiata com'era

alla spalla del padre si lasciò andare smarrita nelle braccia di lui, ed

egli l'adagiò sopra il sofà, priva affatto di sensi.

L'occhio del poliziotto era caduto sulle polizze di banca francese che

stavano sopra il tavolino.

— Ed ecco appunto, diss'egli, dei falsi biglietti di cui

quell'associazione di malfattori aveva la fabbrica.

E li sequestrò. Diede ordine tosto s'inseguisse da ogni parte il

fuggitivo.

— Oh! lo piglierò, diss'egli fra i denti, lo piglierò ad ogni modo.

Il padre e la madre di Maria erano intorno a lei desolati; i testimoni

di quella scena non rinvenivano dall'attonitaggine in cui erano caduti,

non sapevano che farsi nè che dirsi; alcuni, quelli che avevano meno

perduto il cervello, eransi partiti di cheto.

Barnaba si affrettò ad andarsene. Scendendo trovò i poliziotti che aveva

lasciati a guardia nel cortile, scornati, timorosi, mortificati; avevano

levati di terra e posti sotto l'atrio i cadaveri dei loro due compagni

stati uccisi dal _medichino_. L'agente della Polizia non fece loro il

menomo rimprovero; solamente li guardò con un occhio che parve loro più

severo d'ogni parola. Fu ad un giovinastro tarchiato e tozzo, dall'aria

scema, che Barnaba diresse una rampogna.

— E tu, imbecille, non sei stato da tanto di aggrapparti a lui e non

lasciarlo muover più? Ora egli ci scapperà per sempre, conducendo seco

la tua Maddalena.

Gli era Meo, che Barnaba aveva voluto condur seco, nella speranza che

gli sarebbe stato utile.

Lo stupido rispose con voce quasi piagnolosa:

— E' fu così lesto ch'io appena ebbi tempo a vederlo; quando accorsi

egli era già via; ma se mai lo trovo ancora a tiro della mia mano, le

giuro per la Madonna della Consolata, che non mi scappa più.

— Ah sì: mormorò Barnaba: ma il difficile ora sta appunto nel

ritrovarlo. Andiamo.

Camminando verso la città, il poliziotto pensava:

— Dove può egli ricoverarsi pel momento? Nella sua dimora abituale, mai

più. Nella palazzina del viale, difficilmente. Però or ora le passeremo

dinanzi ed osserveremo... Più probabilmente dalla Zoe.

In breve giunsero alla casina dei segreti ritrovi; Barnaba s'arrestò,

fece arrestare in perfetto silenzio la sua scorta e si pose ad osservare

attentamente. L'abitazione era muta e scura per l'affatto, nè si aveva

un menomo indizio che vi fosse anima viva. La neve caduta i giorni

addietro era stata spazzata via per una stretta striscia, dal cancello

all'uscio d'ingresso, quindi non vi poteva esser traccia di pedate; però

l'occhio acuto del poliziotto, in uno degli orli della neve in mezzo a

cui erasi aperto il sentiero, vide una lieve impronta; aprì il cancello

con un grimaldello e s'avanzò a contemplar davvicino quel segno. Era

l'impronta recente d'un piede ben fatto ed elegantemente calzato d'uomo.

Certo nel turbamento con cui camminava, il fuggente non aveva dovuto

badare che il suo passo, andato un po' di traverso, aveva lasciato una

piccola orma.

— Gli è qui: esclamò a bassa voce Barnaba, drizzando la sua faccia

illuminata da una fiera gioia. Il sorcio è in trappola, e questa volta

non ci può scappar più a niun modo.

Aveva seco sei guardie e Meo, che faceva sette. Non volendo tralasciare

cosa alcuna cui la previdenza consigliasse, egli trascelse due dei più

intelligenti fra i suoi uomini e diede loro l'ordine di recarsi sotto le

finestre dell'abitazione della Zoe a invigilare. Se mai per caso non

fosse Quercia quegli che era entrato nella palazzina, o già ne fosse

uscito, si tenesse d'occhio la dimora della cortigiana dov'egli poteva

riparare: tutti gli altri luoghi in cui era presumibile si recasse già

erano custoditi.

Partiti i due uomini, Barnaba fu all'uscio della casina, e senza molti

sforzi coi suoi grimaldelli lo aperse. Tutto era scuro là dentro: uno

degli _arcieri_ accese una lanterna, e cautamente, le pistole in mano,

s'introdussero tutti.

— Meo, disse Barnaba mettendo una mano sulla spalla del garzonaccio: gli

è ora che conto su di te.

La plebe, parte IV · 第 28 / 44 题