Quando ebbero finito, e la tavola fu sparecchiata, i nostri due amici,
le gomita appoggiate sul tappeto, l'uno in faccia dell'altro, avviarono
animosamente la discussione che aveano lasciata in sospeso.
Non ripeterò che sommariamente le cose che furono dette dall'una parte e
dall'altra, e risparmierei affatto questa noia al lettore, se non
credessi opportuno far conoscere anche da questo lato lo spirito del mio
protagonista, il quale rappresenta meglio che altri le audacie e le
ispirazioni del pensiero moderno; epperciò con alquanto maggior
estensione, benchè in sunto, riferirò le ragioni da lui addotte nella
disputa.
Don Venanzio si appigliò senza ritardo alla, secondo lui, indiscutibile
autorità della rivelazione e della ininterrotta tradizione. La Chiesa
cattolica ebbe direttamente da Dio la cognizione della verità e la
capacità e la facoltà di diffonderla, spiegarla, affermarla. La mente
umana è troppo debole per affrontare colle sole sue forze la terribilità
del quesito religioso, di cui pure è necessario uno scioglimento al
bisogno intimo che Iddio medesimo ha voluto porre nella natura
dell'uomo. Senza un appoggio solido e potente la nostra ragione si
smarrisce nella ricerca di questo vero che è di tanto superiore alla sua
sfera d'azione, alla sua efficacia. La rivelazione è venuta a porgere
questo punto di appoggio, a dare il caposaldo alle aspirazioni religiose
dell'anima. Della verità della rivelazione poi non è da dubitarsi,
perchè la tradizione medesima, la incontestabile autorità dei testi
sacri la stabiliscono, anche sotto il rispetto storico, in modo
definitivo, ed è empio proposito e più empio attentato il volerla
rivocare in dubbio soltanto. Vi sono in quel complesso di credenze che
costituisce la fede a cui Don Venanzio apparteneva, alcune cose che
l'infausto e diabolico orgoglio della povera ragione umana, aiutata e
spinta dall'arte e dall'influsso dell'eterno nemico, vuol trovare
assurde, impossibili ed anche puerili. Ma vi è pure una quistione
principale e, come si suol dire, pregiudiziale, che tronca affatto e
rimove del tutto ogni simile obiezione. Come volere la ragione nostra
giudice della possibilità di cose che di tanto stanno al di là del
debole arrivo delle sue forze? Anzi tutto quello che può servire di buon
argomento nel campo della sua azione, cessa di aver effetto e si
converte in argomento a contrario per la ragione umana, quando la vuol
recare i suoi metodi logici e le sue deduzioni là dove ella non ci ha
più nulla da vedere, perchè non vi basta la cortezza della sua vista. In
questo senso fu detto il motto sublime: _Credo quia absurdum!_ E ad ogni
modo con che fronte, con che speranza di vittoria può la ragione umana
cimentarsi colla rivelazione? Questa è la parola diretta di Dio: quando
ella ha suonato chi non vede che si ha l'elemento supremo della verità?
E per promessa di Dio medesimo, non è una continua rivelazione la parola
della Chiesa legittimamente costituita, pronunziata da' suoi legittimi
rappresentanti? Una delle prove più perspicue della verità di quella
fede che egli professava, secondo il buon prete, era la dolcezza, la
tranquillità che ne sente chi in essa acquieta l'anima sua; era il gran
conforto che glie ne viene, anche nei maggiori travagli a chi,
appoggiato alla medesima, s'erge al Cielo sull'ali della preghiera:
speciali grazie e ricompense queste che Iddio concede appunto ai veri
credenti.
Maurilio la prese da quest'ultimo argomento, ritorcendolo di questa
guisa:
— Ma allora perchè tanti e tanti, allevati appuntino nella più stretta e
rigorosa ortodossia, sentono ad un tratto levarsi nell'animo loro le più
crude incertezze, i più ansiosi dubbi su quelle credenze, contro alcuna
delle quali protesta la loro ragione venuta a maturanza? E costoro son
quelli d'ordinario cui più volle favorire la Provvidenza di forza
d'intelletto. Perchè i tormenti di questi dubbi che sono quasi il
risvegliarsi della ragione? perchè questo ribellarsi e ripugnare
dell'intelligenza sviluppatasi contro le credenze insinuate fin dalla
prima età nell'animo nostro, così da essersi fatte per tutti come cosa
sacra da non isfiorarsi neppure coll'audacia dello spirito d'esame? Se
quella è la verità assoluta od anche solo quale è acconcia al nostro
intelletto, questo in tutti, e tanto più in quelli che l'hanno maggiore,
dovrebbe aderirvi tenacemente pago e soddisfatto. L'acquiescenza poi dei
credenti alle cose insegnate come verità indiscutibili, e la pace e la
beatitudine che l'anima loro ne risente, non sono un privilegio dei
fedeli della sua Chiesa; lo si ritrovano presso tutti quelli che hanno
una forte e profonda credenza radicata nell'animo, sieno essi
protestanti, giudei, maomettani, anche idolatri. È questo un effetto
mirabile certo, ma non esclusivo d'una sola religione; è effetto della
fede in genere, della sostanza di questo attributo dell'uomo, la facoltà
di credere nel mondo sovrumano, non della forma in cui questo attributo
si esplica e manifesta.
«Sì, caro padre mio, anche in ciò si ha da distinguere la sostanza e la
forma, e da tenerne conto. Quella è immutabile, e consta in realtà di
poche verità generali, cui la forma poi interpreta, spiega, applica od
offusca a seconda. Quella eterna come il vero assoluto, sta al di sopra,
all'infuori d'ogni azione dell'umano intelletto, delle circostanze di
condizioni morali e civili in cui l'umanità si trovi; questa, la forma,
come cosa puramente umana che ella è, partecipa della sorte di tutte le
cose umane, si viene scambiando, migliorando, purificando, elevandosi a
sempre più perfetto grado, a misura appunto che lo spirito umano si
migliora, si perfeziona, vede ingrandirsi innanzi a sè il campo del vero
ed acquista forza e capacità maggiore a contemplarlo. Questa forma è
adunque, più d'ogni altra cosa ancora, l'espressione del grado di
coltura, di sapere, di civiltà a cui gli uomini sono arrivati, e
riflette eziandio i caratteri delle nazioni e delle razze. Gli è per ciò
che il mondo moderno è cristiano, che i selvaggi sono idolatri, che i
latini sono cattolici.
«Quindi si fa che non è solo un errore, ma è cosa empia quella che tutte
le religioni positive commettono, di confondere la forma variabile e la
sostanza eterna, di voler dare alla prima le qualità e l'autorità della
seconda, d'imputar così alla religiosa essenza le colpe e gli errori
degli uomini che di quella si profittano. Da ciò avviene eziandio che in
certi momenti la forma invecchiata non si adatta più convenientemente
allo stato presente degli spiriti; e la sostanza medesima della fede,
per non essere intaccata essa stessa, per non correr rischio di perire
nel naufragio della forma diventata insufficiente e ripugnante alla
ragione progredita, lavora ella medesima a distrurla. Allora si accusano
di empietà e d'incredulità coloro che rifuggono da certi dogmi e da un
culto che non soddisfano più la loro coscienza religiosa divenuta più
delicata e più illuminata, e i quali, fors'anco inconsciamente, lavorano
a preparare la modificazione della forma in una fase novella.
«La sua Chiesa medesima, Don Venanzio, benchè riluttante ad ogni
cambiamento, benchè acremente tenace d'ogni sua parte, non segue ella
questa legge naturale e necessaria dell'umano progresso? Quanto non si è
ella venuta modificando nel corso dei secoli? Quanto non ha ella
cambiato insegnamento, disciplina e i dogmi perfino? Dalla Chiesa
primitiva alla presente, chi le paragonasse, quale immenso divario!
Senza volerlo, senza confessarlo, ha pur dovuto camminare coi secoli.
«Ma la ragione umana che ha sempre camminato più di lei, l'ha lasciata
indietro di molto, ed ora, mentr'essa non solo vuole immobilitarsi, ma
anzi regredire, la ragione invece ha preso slancio maggiore e più ardita
foga verso il vero. Di qua il quasi necessario divorzio e
l'irrimediabile contrasto fra l'una e l'altra.
«La ragione voi la negate; la volete, se non altro, sottomessa ad
un'autorità indiscutibile di cui non si hanno da esaminare il valore e
le prove. Contro la coscienza della ragione moderna voi urtate pel
metodo, per la dottrina, per la morale e pel culto; non proponete,
imponete, insegnate il sopranaturale e lo sostenete col mistero
appoggiato al miracolo, spiegate l'incomprensibile coll'inammessibile;
ordinate per morale un'obbedienza interessata agli ordini d'una volontà
estrinseca; ponete negli atti esteriori del culto, in certi mezzi
meccanici, in simboli, in operazioni materiali la condizione della vita
religiosa delle anime.
«Il vostro insegnamento dottrinale si fonda in gran parte sopra un
concetto dell'Universo, del principio dell'Universo, di un rapporto fra
questo e quello, cui la scienza ha dimostrato erronei...
— Ma la rivelazione: interruppe Don Venanzio.
— La rivelazione cui voi affermate sempre ma di cui non date prove che
possa la severa critica disaminare, ma cui non volete sottoposta a
questa disamina; la rivelazione da questo lato affermerebbe come vere,
cose che una certezza positiva ha dimostrate assolutamente false. La
scienza ha distrutto i miracoli, e la ragione, più robusta, ripugna ai
misteri. Il mondo è pieno di fatti inesplicati, fors'anco per noi
inesplicabili, ma non di fatti essenzialmente inintelligibili: volendo
fondarvi sull'assurdo e sull'impossibile non potete trovare un punto
d'appoggio saldo e valevole: il vostro edificio traballa al primo urto
del dubbio. Perciò siete costretti a proibire addirittura il pensiero. I
misteri che voi m'imponete, sono soltanto superiori alla ragione senza
contraddirla, oppure la contraddicono? Sono essi assolutamente
inintelligibili? Ma ciò che è inintelligibile non è: ciò che la nostra
intelligenza non può apprendere non è fatto per noi. Quello a cui
contraddice la ragione, dono di Dio, non può essere del pari; a meno che
la ragione ci sia data per vedere il falso. Empietà questa maggiore
d'ogni eresia.
«La vostra morale ci comanda non di fare il bene, ma di obbedire ad una
allegata volontà superiore manifestataci per certi intermediari: voi
mettete fuori di noi il nostro salvamento. La giustizia per voi è quel
che vuole l'Ente supremo quale voi ce lo presentate: ma invece la
giustizia è per se stessa.....
— Disgraziato: interruppe qui il buon vecchio, sgomento, afflitto,
disperato, direi quasi, di udire una tal filza di parole che per lui
erano tutte empietà. Oh come hai tu imparato tante orrende dottrine?
Come hai tu fatto ad aprir l'animo a questi diabolici sofismi? E tu
dicevi di aver pure una fede! Ma no; non è punto vero: tu sei un ateo.
— No: esclamò Maurilio con forza, levando la fronte. Credo e credo
fermamente: veggo nell'opera il creatore, sento Dio nell'universo. Glie
lo dissi e lo ripeto: Ho una fede ancor io.
— Ma quale?
— Mi ascolti.
Si raccolse un momento, e poi riprese il discorso.
— Ho detto che la forma estrinseca del sentimento religioso si scambia a
seconda collo scambiarsi del grado intellettuale a cui è giunto lo
spirito dell'uomo. Ecco le varie e principali fasi per cui ella passa e
deve passare.
«A tutta prima l'uomo, rozzo affatto e selvaggio, adora la natura. Ha
già fatto un passo immenso dallo stato assolutamente primitivo a quello
in cui si crea una religione qualsiasi, per quanto grossolana e puerile
ella sia, e nella storia dell'umanità chi sa quante sequele di secoli
dovettero passare, innanzi a che si giungesse a questo primissimo grado
dello sviluppo religioso dell'anima umana. Ma pure allora l'uomo è
tuttavia incapace di elevarsi al concetto della natura universale: egli
non rimane colpito che dagli oggetti che gli son prossimi e non va al di
là dei limiti del suo ristretto orizzonte. Gli oggetti del suo culto per
ciò si fanno quelli di cui si serve, che gli sono utili, che ama, di cui
ha timore: un albero, un masso, una montagna, un fiume, una belva, un
animale qualunque. La speranza ed il timore ispirano sopratutto il suo
culto grossolano. Siamo in pieno feticismo.
«Nel secondo grado l'uomo levandosi col pensiero al di sopra dei bisogni
e dei ristretti limiti della sua vita giornaliera, onora certi oggetti
maggiori, più belli, più brillanti: la luna, il sole, gli astri, la
vôlta celeste in cui si movono. Questi oggetti gli sembrano contenere un
grado di perfezione superiore a quanto trovasi sulla terra. È il
sabeismo; e l'intelligenza umana in esso possiede già una vaga nozione
dell'universo.
«Più tardi quest'intelligenza, progredita d'alquanto, giunge a concepire
sotto gli oggetti che mostra la natura, le forze che l'animano, che si
agitano nel seno della medesima natura, che danno ad ogni cosa il
movimento e la vita. Dietro gli elementi indovina le leggi alle quali
essi obbediscono e ne fa delle potenze dotate d'una esistenza personale
e indipendente; è costituito il politeismo. Poco a poco arriva in
seguito a comprendere l'ordine morale e lo fa entrare a sua volta nel
concetto delle sue divinità, attribuendo loro tutte le qualità che trova
nell'uomo stesso e tutte le perfezioni di cui può concepire l'idea. Di
questa guisa il politeismo già si trasforma e veste un carattere
filosofico. La religione comincia a passare dal tempio alla scuola; si
fa a studiare i problemi della nostra natura, del nostro fine, del
nostro destino. L'umanità è pronta per una religione metafisica, che è
il quarto grado del suo sviluppo.
«Questa religione metafisica, lascia in disparte la natura, non cura più
il mondo fisico, fissa i suoi sguardi sull'essere divino medesimo,
studia i suoi attributi e li vuole determinare e definire nel dogma. Ma
nel dogma s'incatena la ragione; si cristallizza, per dir così, il
progresso mentale dei tempi precedenti e si vuole immobilitare lo
svolgimento dell'umano pensiero. È la servitù: l'uomo è dichiarato
incompetente a nulla cambiare a simboli comunicati direttamente dal
cielo. A guardia di codesti simboli si pone un sacerdozio gerarchico che
per sua natura ed istituto e necessità logica delle premesse dovrà
sempre più isolarsi dal laicato. Questa casta si perpetuerà man mano con
delle reclute che si formerà ella medesima: costituirà un'associazione
potente con interessi proprii, stranieri e talvolta contrari a quelli
degli altri uomini; lavorerà tenacemente nel proposito di vantaggiar
sempre se medesima, senza tener conto dei voti e dei bisogni della
società cui vorrà anzi tutto dominare, e in conseguenza impedirà ogni
progresso, respingerà ogni innovazione, timorosa sempre la sua potenza
non ne venga a scapitare.
«La sua divinità, qual essa la presenterà all'uomo, sarà inaccessibile
all'intelligenza terrena; sarà tale da doversi ignorare dalla ragione
quali disegni abbia essa sugli uomini e ciò che da essi esiga. Quindi
per servirla a dovere, questa divinità, converrà affidarsi del tutto
alla casta che si propone e s'impone intermediaria fra essa e l'uomo,
che si spaccia sola interprete della volontà divina, ed accettare senza
esame i suoi decreti. La casta sacerdotale diventerà così l'arbitra
assoluta del pensiero umano. Mercè quella oscurità impenetrabile in cui
avvolgeranno il loro Dio invisibile, essa comanderà sacrifici ed
offerte, spaventerà gli animi e le immaginazioni, fulminerà coll'anatema
i suoi avversari, punirà i nemici colla maledizione tradotta anche nei
supplizi materiali.
«Ma questa è schiavitù, e l'anima umana e l'intelligenza umana non
possono durare a lungo in questo stato di violenza il quale le
condurrebbe addirittura alla distruzione. Per quanto si faccia, la
ragione comincia a protestare. Invano si moltiplicano le persecuzioni,
il grido della libertà del pensiero scoppia qua e là. L'umanità, stanca,
che si sente sminuita nella sua parte più essenziale, vuole rigettare la
cappa di piombo che l'opprime. Anche presso coloro che non avventurano
di cimentare le credenze autoritativamente loro imposte alla corte della
ragione, la materialità degli atti esteriori perde il suo significato;
il pensiero che si adombrava nei simboli se n'è staccato perchè questi
non valevano più ad esprimerlo e rimangono come vuote spoglie prive di
corpo e d'anima. La coscienza si risveglia: opinioni indipendenti,
pensieri di libertà s'infiltrano da ogni parte e corrodono le basi
dell'edificio da cui il vero spirito divino si viene man mano ritirando:
un giorno sopraggiunge, in cui le pareti crollano da ogni parte e rimane
su quelle rovine la coscienza dell'uomo levata e potente nella sua
libertà. Si è arrivati allora al grado più perfetto dell'evoluzione
religiosa che mente d'uomo possa ora concepire: il regno della libera
coscienza.
«Allora la fede non è più l'accettazione dell'assurdo, che è
un'abdicazione ingenerosa della propria ragione, ma diventa il
_rationabile obsequium_ di San Paolo; allora si verifica la parola del
Cristo, che si deve adorare Iddio in ispirito e verità; allora sarà
compiuto il ciclo della contrastata missione del Nazzareno, e l'uomo
sarà posto senza intermediario in relazione coll'Eterno, e sarà, secondo
la promessa di Cristo, in comunicazione col Padre di tutti.
«L'umanità trovasi sparsa su per la via del progresso, in tutti questi
gradi della manifestazione religiosa, dai selvaggi che sono ancora nelle
tenebre del feticismo (e forse ve ne ha tuttavia di quelli in cui il
sentimento religioso non è neppure nato) ai più avanzati delle classi
colte presso le nazioni incivilite, i quali già hanno posto il piede su
quell'ultimo gradino della libera coscienza.
«Io mi vanto d'essere fra costoro.
«Credo all'infinito, credo all'assoluto, credo all'eterno, credo alla
intelligenza regolatrice delle forze del creato, credo ad una evoluzione
del destino umano che non si compie nella breve vita su questo
miserabile globo, credo alla giustizia ed alla responsabilità d'ogni
libero volere; ma credo a ciò, perchè la mia ragione me ne persuade, non
perchè altri voglia impormene la fede con un'autorità che non vuole dar
le prove di sè stessa, o con una violenza morale o materiale. E non
penso che sieno empii, maledetti, da condannarsi, da disprezzarsi, da
infamarsi coloro a cui la ragione persuase altre credenze....»
Maurilio avrebbe continuato chi sa per quanto tempo ancora; Don Venanzio
avrebbe ribattuto, chè già mulinava nella testa una filza d'argomenti ed
una dozzina di citazioni da confondere il miscredente, e la disputa si
sarebbe protratta chi sa fin quando, se la fantesca, per quell'interesse
che aveva al padrone, con quella un po' brusca ma affettuosa
domestichezza che le davano i tanti anni passati in quella casa ed in
compagnia del vecchio parroco, non fosse venuta ad interrompere.
— Scusino, ella disse, ma per questa sera m'è avviso che s'è abbastanza
taroccato. Oh non sanno che ora è? Presto la mezzanotte. E dunque gli è
gran tempo di andare a dormire, Lei, sor Prevosto, sopratutto che la
mattina vuol sempre alzarsi al canto del gallo ed aver detta la sua
brava messa prima che sia giorno chiaro.
I due disputatori si guardarono sorridendo. Don Venanzio s'alzò primo e
tese la mano al suo giovane avversario che ne aveva imitato l'esempio.
— Neppur io, disse, non odio, non disprezzo quelli che la pensano
diverso da quel che vuole la Santa Madre Chiesa.... ma li compiango. Un
giorno o l'altro — io seguito sempre a sperarlo e prego tanto per ciò! —
un giorno verrà che anche tu ti accosterai e riparerai al più sicuro
porto della nostra fede e rimpiangerai allora le eresie e peggio che ora
ti stanno in mente.
Maurilio non rispose che col sorriso: e tutti due andarono a dormire.
Il nostro protagonista non dormì molto, ma passò quiete più che non si
pensasse le poche ore della notte nella modesta cameretta della
canonica. Le memorie del suo passato, evocate più vive dal trovarsi in
quel luogo, s'intrecciavano colle condizioni del suo presente ad
occupare in un lavoro di meditazione e di fantasticheria la sua mente:
ma ora quell'amarezza, quel tormento che i suoi pensieri avevano prima,
erano sminuiti. Perfino la immagine di Virginia, persino il ricordo che
la era sua sorella, affacciandoglisi alla fantasia, gli parevano in quel
punto meno dolorosi, gli eccitavano men crudo turbamento: ma egli però
si affrettava a scacciarli, e riparava sollecito l'animo nelle memorie
della età della fanciullezza.
Secondo quanto aveva detto la fante, il gallo aveva appena fatto
risuonare per la prima volta il suo canto mattiniero, che Maurilio udì,
da un lieve e riguardoso muoversi per la casa, che il parroco era già
alzato. Si levò sollecito ancor egli, e sceso a tentoni nel tinello, chè
l'oscurità era compiuta ancora, trovò Don Venanzio che, un candelotto in
mano, stava per passare nella chiesa a dire la sua messa. Dopo i
reciproci saluti uscirono ambidue, ma il parroco per l'andito che
metteva nella sacristia, Maurilio per la porta che aprivasi sulla
piazzetta.
Era notte chiusa a dispetto del canto del gallo; non una riga d'albore
nel cielo nuvoloso; la campanella della chiesa dava i rintocchi della
messa che stava per essere detta, in mezzo ad un alto silenzio degli
uomini e della natura. Solamente qualche raro lumicino vedevasi spuntare
dietro alcune invetrate di finestre: alcuni passi s'udivano venir per la
piazzetta, ammortiti dalla neve che copriva il suolo, alcune voci che
bisbigliavano sommesse, come paurose di rompere quel silenzio; e la
brezza fredda del mattino, di quando in quando metteva un leggier sibilo
alle cantonate delle case ed un fruscìo secco nei rami nudi dell'olmo
che stava in metà della piazza.
I passi e le voci che s'udivano erano di donnicciuole che accorrevano
alla messa del parroco; avvolte il capo, il collo e le spalle di fazzòli
e vestimenta messe a bardosso, per difendersi dall'aria ghiaccia di
quell'ora, le mani nascoste sotto a' panni, alcune col veggio in mano
dove avevan messe le poche ceneri calde rimaste dal fuoco della sera,
trottinavano a piccoli passi affrettati, ad una ad una, a due, a piccoli
gruppi, poi scorgendosi nell'ombra, s'aspettavano l'una l'altra alla
porta della chiesa ed entravano insieme bisbigliando. La schiera fu
presto compiuta; e non era che di dieci o dodici. Una delle prime era
passata, e Maurilio l'aveva tosto riconosciuta, la povera Margherita. Di
certo la buona donna non aveva dormito neppur essa quella notte, e
veniva a quell'ora mattutina a ringraziare il Signore di quella gioia
che le aveva mandata, di quella maggiore che le aveva promessa.
— Oh sublime cosa è la preghiera: disse Maurilio, quando ebbe visto
entrate in chiesa quelle donne. Ancor io ho bisogno di pregare. Andrò a
pregare in faccia alla natura, nel vero tempio del Dio vivente.
E s'avviò verso quel luogo solitario, dove fanciullo soleva condurre al
pascolo le vaccherelle di Menico.
Tutta la campagna era coperta di neve, e questo strato bianco, uniforme,
che faceva scomparire allo sguardo le lievi protuberanze e depressioni
del terreno, aiutato dalle ombre ancora fitte della notte, toglieva ai
varii luoghi che si succedevano il loro particolare carattere ordinario,
tutti confondendoli in una monotona rassomiglianza. Appena se facevano
varietà alcuna fra questa e quella parte, fra questo e quel campo, fra
l'una e l'altra landa i gruppi o le file degli alberi che piegavano
sotto il peso della neve i loro rami assecchiti e parevano contorcere
sotto quella gravezza i loro tronchi bassi e bernoccoluti.
Ma il nostro giovane pur tuttavia riconosceva ad uno ad uno que' luoghi,
quelle variazioni di terreno, tanto gli era impressa ogni cosa nella
memoria, e più ancora, direi, nel cuore. Avrebbe potuto riconoscere un
per uno ogni albero se tanta luce vi fosse stata, da discernere
pienamente gli oggetti; avrebbe potuto dire: qui ne manca uno che vi
sorgeva negli antichi tempi, questo crebbe dacchè io non son più venuto
qua. Salì lentamente il lene declivio della collina, su cui si
stendevano le aride brughiere che erano i pascoli comunali. Sedici e più
anni prima egli faceva due volte al giorno quel cammino i piedi scalzi,
una verga tra mano, cacciandosi innanzi le magre vaccherelle di Menico,
macilento egli più ancora delle bestie che aveva in custodia, obbligato
a star colà in ozio delle ore, sicuro di trovare, al suo ritorno
all'abituro, poco e povero cibo, molti rimbrotti e spietate percosse.
Colà, ancora affatto fanciullo, la sua mente era stata assalita dal
misterioso quesito degli umani destini, colà aveva sentito parlargli
all'anima la gran voce della natura, aveva sentito parlargli allo
spirito la voce dei morti. Aveva provato una specie di maravigliosa
iniziazione, per cui la sua vita aveva scorto il nesso che la
congiungeva alla vita dell'Universo, s'era cacciato, e non s'era
smarrito, nel vortice dell'esistenza universale, aveva avvertiti i
vincoli divini che uniscono le manifestazioni della vita su per tutta la
scala degli esseri in tutto il creato, e formatosene entro la mente un
primo concetto: aveva meditato, imparato, cominciato ad aver coscienza
del dolore, dell'intelletto e insieme della volontà. Quella brulla
costiera gli era cara oltre modo. La rivide alla poca, incerta luce del
crepuscolo che cominciava appena, con una commozione di tenerezza da non
dirsi; ebbe nel cuore i palpiti che desta il prossimo, aspettato
rivedere, dopo lungo tempo, d'una persona che si ama.
Giunse a quel punto preciso in cui soleva sostare da fanciullo, quando
l'alba appena disegnava al lembo estremo dell'orizzonte, fra la cresta
delle montagne e le nubi del cielo, una riga bianchiccia. Le sue gambe
affondavano nella neve fin sopra il nodello; un vento freddo gli faceva
svolazzare le falde degli abiti; non un grido d'augello, non una voce
umana, non un rumore d'esser vivo; regnava un silenzio di morte. Gli
ontani, spogli di frondi, inchinavano i loro rami carichi di neve sopra
il rigagnolo muto ancor esso, perchè rapprese dal ghiaccio erano le sue
onde. La brezzolina gelata che soffiava ad intervalli, ora era un
sibilo, ora era un gemito. Quel cantuccio della terra, pur così vicino
ad abitazioni umane, pareva in quel momento ignorare la esistenza
dell'uomo.
Maurilio si fermò là dove soleva sdraiarsi, là dove ragazzo settenne
aveva sentito la prima volta passar ne' suoi capelli l'alito del
fantasma, scorrer nelle vene il fremito solenne che desta l'apparizione
de' morti. Aveva in petto un gran desiderio, una viva aspirazione e
insieme una potente e quasi direi commossa fiducia. Era venuto per
pregare; ma l'intimo anelito gli diceva che la preghiera poteva essere
mezzo valevole di evocazione a quello spirito che da tanto tempo non era
più venuto ad aleggiargli innanzi apprensibile da' suoi sensi umani. Il
dramma della sua vita era giunto ad una fase suprema; e quest'essere
oltreterreno che lo aveva scorto nell'aspro cammino fin'allora percorso,
confortandolo, ispirandolo, ammonendolo, poteva esso mancare di venirgli
a dire la sua parola? Non aveva egli anche ora e forse più di prima,
bisogno d'aiuto, di conforto, di consolazione? Là dove primamente eragli
apparito ed avevagli favellato, doveva la sovrumana creatura apparirgli
ora e favellargli. La voce vaga e inafferrabile dell'immensa natura
doveva condensarsi e farsi concreta nello spiro, che gli parlava
all'anima, di quel benigno fantasima. Egli lo credeva, egli lo voleva:
egli venne colà a bella posta e stette aspettando.
Volse la faccia verso quel punto del cielo in cui la riga sottile della
luce crepuscolare fra la terra e la vôlta nubilosa dell'orizzonte
cominciava da bianca a farsi rancia, e pregò.
— Ente supremo ed infinito, Intelligenza assoluta ed eterna, Causa
ultima e prima, Anima dell'Universo, a te s'innalza questa creatura
finita, a te si volge questa misera intelligenza in sì angusti limiti
ristretta, verso te aspira quest'essere contingente, ma che ha pure nel
suo intimo una particella dell'eterno, te anela comprendere quest'anima
schiava d'una bassa materia, ma che pure è membro di quella grande
schiera fraterna d'intelligenze che dal primo manifestarsi della vita
sale per tutti i mondi sino all'inconcepibile altezza dell'assoluto, ove
tu siedi.
«O natura! Nudrice comune; culla e tomba indefinita della vita terrena;
fieramente avversa all'uomo, e colle tue crudeltà fatalmente benigna al
suo sviluppo; problema immenso alla mente umana che sempre sei sciolto e
sempre rimani; mistero cui la scienza persegue e svela, e sempre ti
sottraggi dietro nuovi veli, ritraendoti man mano nel campo
dell'infinito; natura che mi afferri e mi tieni, ma non mi possiedi; tu,
benchè immensa, non sei l'ambito in cui deve rimaner rinserrato il
pensiero, lo spirito, il destino dell'uomo. Tu non sei la madre, tu non
sei che l'alimentatrice temporanea di questo spirito che passa traverso
a te. Tu non sei causa, nè un complesso di cause; tu sei effetto e
complesso di effetti; tu sei un intermediario; per chi ti sa cogliere e
dominare tu sei uno sgabello per salire a Dio.
«Iside splendida e superba, le tue braccia potenti m'accolgano, ma non
mi soffochino; è la tua vita che si agita in me, circoscritta in questo
corpo morituro; ma questo non è tutto l'io che in me pensa e vuole;
quando tu decreterai la distruzione di questo corpo che tu mi hai dato,
non assorbirai eziandio nel serbatoio eterno della materia questa parte
immortale che può sola concepire l'eternità a cui appartiene. Non
velarmi tu coll'ebbrezza della tua beltà lo spirito che oltre te siede e
te stessa governa, non offuscarmi collo spettacolo della fatalità delle
tue leggi il concetto della libertà del volere, della giustizia, della
verità della potenza creativa. Io non posso tutta abbracciarti e
comprenderti, o natura, colla forza del mio pensiero; ma pur sento che
questo mio pensiero si spinge oltre te, che oltrepassa i limiti del tuo
regno, tuttochè immenso; sento che il mio pensiero è chiamato
ineffabilmente da altezze ineffabili, sento che si sprofonda negli
abissi dell'infinito.
«Dio! Dio! Dio! Noi aneliamo ardentemente verso Te, perchè l'uomo ha
bisogno della verità, e Tu sei la verità! A Te per una innumera sequela
di secoli, per tratto di tempo incalcolabile, là dove cessa il tempo,
traverso innumere esistenze, noi verremo accostandosi, senza
raggiungerti mai, ma conquistando a volta a volta, mano a mano una parte
maggiore di vero. Oh! l'anima mia ha fretta di gettarmi in questo pelago
dove splende la tua luce. È un ardore di desiderio che non ha riscontro
in nulla di terreno. Dio, chiamami sollecito al mio destino ulteriore:
Natura, affrettati a riprender possesso di questi elementi che mi
costituiscono un corpo. Ho io ancora una ragione di vivere qui entro
questa creta sciagurata? Non ho pagato a sufficienza il mio tributo di
prove e di dolori? Fammi passare, Eterno Iddio, per le ombre del
sepolcro, onde gli occhi dello spirito si possano riaprire alla maggior
luce della vita avvenire.»
Si scoperse la fronte e la espose al soffio del vento gelato che gemeva
sommessamente fra i rami degli alberi. Sentiva il sangue salito al capo
tintinnargli nelle orecchie e produrgli suoni inapprensibili, che
parevano parole d'un misterioso linguaggio.
— Morire, morire, mormorava egli, voglio morire per vivere!
Ad un tratto si riscosse; aveva sentito sulla fronte un soffio diverso
da quello del vento: provò per tutte le fibre un fremito soave, come
quello che vi desta il giungere improvviso della più diletta persona.
L'alito che era passato sulle sue chiome pareva lo sfiorar leggiero d'un
bacio. Il cuore gli si mise a palpitare, come in attesa d'un grave
avvenimento. Tutte queste cose aveva egli già provate altre volte, e da
lungo tempo ora non aveva sentite più: le gli annunziavano il
presentarsi dell'apparizione; era come il tocco dello spirito
oltreterreno che gli significava: «Son qua.» Quest'apparizione era egli
venuto colà con immenso desiderio e con viva speranza avvenisse. Ora ne
fu certo. Levò la testa e gli occhi, e guardò.
La cappa nuvolosa del cielo s'era abbassata ancor più sulle montagne e
toglieva ogni adito al libero passaggio del chiarore crepuscolare:
traverso a quelle nubi di un grigio plumbeo si stacciava, per così dire,
un po' di luce che riusciva livida e sfumava i contorni degli oggetti in
una strana incertezza di disegno: a pochi passi lontano tutto si
confondeva in un buio che pareva quello del vuoto.
Maurilio vide, palpitando, una nebbia, un vapore comparire, coagularsi,
direi, in mezzo ai tronchi degli ontani, prender forma e sembianza di
donna avvolta in bianco paludamento, ma una forma aerea e diafana, e da
questa forma, da quest'ombra, raggiare il benigno sguardo, il mesto
sorriso che già conosceva. Il diletto fantasima evocato gli stava pur
finalmente dinanzi. Il giovane fece un passo verso lo spirito, come per
afferrarlo, per giungerlo colle sue mani tremanti, ma si fermò tosto,
non osando più, mancandogliene le forze; cadde in ginocchio sulla neve e
tese verso quell'essere non umano le braccia.
— Sei tu, sei pur tu ancora una volta, alla fine! mormorò egli. Che tu
sii benedetta! Io ho tanto, tanto bisogno di te.
Tacque ansioso, aspettando. La benignità di quel sembiante lampeggiò più
viva; e Maurilio udì nella sua anima, nel suo cervello, nell'intimo
dell'esser suo la voce melodiosa, d'una melodia inesprimibile, di cui
nulla in terra può dar paragone, che gli parlava soave.
— Tu vuoi morire! Credi tu che l'anima tua sia già di tanto matura nella
crisalide terrena, da potere spiegar l'ali, farfalla, nel regno degli
spiriti? Non sai che ogni giorno di terreno dolore che passa, la prepara
a più eletta sorte, la fa degna di maggior grado nell'avvenire? No,
infelice, no, le tue prove non sono finite. Apparecchiati a sostenere le
nuove che ti aspettano, con quella forza che ti servì per le passate.
Macerato dalla sventura, tu giungerai alla soglia della vita umana, più
disposto alla vita superiore che t'attende.
«Non maledire il dolor che ti percuote! Nulla è senza ragione nel
creato; e la volontà divina non è il capriccio dell'arbitrio. «Il vaso —
ricordalo — non ha diritto di dire al vasellaio: perchè mi hai tu fatto
e perchè in questa piuttosto che in quella forma, a questo meglio che a
quell'uso[2]?» Ma la ragione il vasellaio ce l'ebbe. Un giorno verrà
forse — per gli spiriti che hanno vissuto quaggiù dove tu vivi — in cui
potranno alcun poco penetrare dei misteri di Dio. Ciò potrà avvenire
anche di te, e capirai la tua sorte e benedirai il flagello onde fosti
colpito. Abbi intanto fin d'ora l'istintiva coscienza che non inutili
sono le tue pene, e soffri longanime.
[2] Parole di San Paolo.
«Soffri ed ama: soffri e perdona: soffri e confida nel dì futuro!»
La voce che pareva parlare non all'orecchio, ma direttamente nell'animo,
si tacque, e tutto l'essere di Maurilio vibrò ancora per un poco di quel
suono, come le corde dell'arpa vibrano tuttavia quando la mano ha
cessato appena di scuoterle. E il concetto e le parole che lo vestivano
erano appunto nel cervello di lui come l'armonia suscitata sulle corde
da una mano estranea: il suono è dello stromento, ma la melode è ad esso
estrinseca. A Maurilio quelle cose non erano state dette con voce di
suono: parevagli, per così esprimermi, che un altro le avesse pensate
nel suo pensiero.
— Soffrire! soffrire! gemette il giovane, inginocchiato sempre nella
neve. Ma non ho io sofferto abbastanza? Non ho io il diritto di
esclamare che s'allontani da me pur finalmente il calice delle amarezze?
Oh! mi si strappi almeno dal petto questo amore fatale che ancora mi
strugge e che la crudeltà del destino vuole empiamente mostruoso. Ah! tu
non sai, spirito benedetto, quanto questo amore mi tormenti e mi
affatichi col suo tormento! Quella immagine io non posso scacciare dal
mio pensiero, e col mite affetto d'un fratello non posso pensarla! Mi
squarcerei a brani a brani il cuore per tormi questa indomita passione.
Debbo io fuggire la mia famiglia ora che la Provvidenza mi ha ad essa
ricondotto? Mi fu ella mostrata la tenerezza dei domestici affetti e
concessami la possibilità di goderne, solo perchè una maledizione
venisse a piantarsi fra loro e me e rigettarmene lontano? Dovrò io
esecrare il momento in cui ripresi il possesso del nome e delle
condizioni che mi spettano?
Maurilio guardava il fantasima, e gli occhi non umani del fantasima
guardavano lui. Da questi occhi partì una fiamma, un raggio, una
scintilla, un qualche cosa d'inesprimibile che penetrò e si confisse nel
cervello del giovane, e gli suscitò di colpo un'idea che mai non gli si
era nemmeno adombrata. Era un dubbio strano che prese forma in una
domanda.
— Poichè, continuò egli, quello è bene il mio nome, quella è ben la mia
famiglia? Non è egli vero?
Stette aspettando ansiosamente la risposta. Il fantasima non la diede:
ma una indicibile espressione di mestizia insieme e di pietà apparve
sulle sue sembianze. Maurilio con infinita supplicazione protese le mani
verso lo spirito.
— Qual è questo mistero che mi si annunzia? che il mio pensiero intuisce
nel lampo de' sguardi tuoi?... tu sai la verità di certo... Oh dimmi
tutto il vero, qualunque sia...
Si tacque di nuovo in attesa d'una parola, di un cenno. L'aerea forma di
donna lo guardava sempre più mesta e più pietosa; ma non parlò, non
mosse. Il cuore a Maurilio batteva, batteva.
— Sono io figliuolo di Maurilio Valpetrosa? domandò egli con un'ansia
piena d'angoscia. Sono io figliuolo della contessa Aurora?
La neve in quella si mise a cadere; il vento si ridestò più vivo e
faceva turbinare le bianche falde intorno ai rami degli alberi. Il
bianco fantasima si confuse col bianco della neve fioccante. Parve che
quel turbinio avvolgesse, assorbisse, sciogliesse quel vapore condensato
in forma di persona; il sorriso del labbro e dello sguardo si fece più
lieve, si dileguò, sparì in mezzo alla danza dei fiocchi nevosi per
l'aria; ma a Maurilio che guardava intento con pupille fise, parve che
nel punto di dileguarsi quella apparizione scuotesse in segno negativo
il capo, e quella voce non umana che gli aveva parlato nell'anima, gli
susurrasse, ma fievolmente come un'eco lontana, lontana:
— No! no! no!
Il giovane sorse con impeto.
— No?... gridò egli. Io non sono dunque il fratello di Virginia?
Il primo pensiero che gli si presentava era quello dell'amor suo e gli
faceva accogliere quasi con gioia l'ispiratogli sospetto.
— Ma dunque io posso amarla? continuava con trasporto inesprimibile. Oh
parlami! Dimmelo ancora e più chiaramente... Rispondi, rispondi in nome
di Dio! È mia sorella Virginia?
Si avanzò d'un passo verso quel luogo dove gli era apparsa l'ombra.
Tutto era svanito e non si trovò in faccia che il cader lento e
turbinante della neve aggirata dalla brezza.
Sentì una gran confusione nel suo spirito. Aveva egli visto bene in quel
dileguarsi del fantasima? Era davvero un segno negativo quello che gli
era stato fatto ed una parola negativa quella che aveva creduto udir
pronunziata. E se anche ciò fosse, doveva egli credere fosse quella la
verità? E se tutto questo non fosse che illusione? Che fare? Come
sincerarsi della realtà delle cose? Se lo spirito aveva dettogli
veramente così, e certo non aveva mentito, vorrebb'egli usurpare un
posto che non gli toccava, mentre colui che ci aveva diritto viveva chi
sa dove, e chi sa come?
Discese lentamente al villaggio. Camminava assorto, il capo chino, le
braccia incrociate al petto, non vedendo nessuno, non sentendo nulla,
fuori affatto del mondo circostante. Ad un punto sentì una voce che lo
chiamava per nome. Gli pareva di conoscer quella voce, ma il suo spirito
era così lontano ancora dal mondo presente, che non seppe dirsi di chi
fosse; non le badò e continuò il suo cammino; un passo affrettato gli
corse dietro e lo raggiunse; una mano si posò sulla sua spalla e la voce
che già lo aveva chiamato gli disse:
— Eh Maurilio! sei tu sordo?
Egli si riscosse in sussulto; si volse e si vide dinanzi Gian-Luigi.
La vista del suo compagno d'infanzia fu a Maurilio in quel momento poco
piacevole, quasi molesta. Forse perchè veniva a sturbarlo da' suoi
pensieri; forse perchè l'irrequietezza dell'anima e l'irritazione dello
spirito confuso inasprivano ogni ricevuta impressione.
— Tu qui! esclamò egli con voce ed accento di burbera impazienza. Che
vieni tu a farci?
Quercia lo guardò stupito e parve nel suo occhio nero fosse per
lampeggiare il risentimento: ma di colpo si atteggiò alla più serena
ilarità la mobile espressione della sua bella faccia; ed egli ruppe in
una franca risata.
— Affè mia che non lo so io stesso. Avevo detto di venirci come prima
avrei potuto, e _promissio boni viri_.... con quel che segue. Mi sono
detto: poichè ho da mantenerla questa promessa, il meglio è che me ne
sbrighi il più presto. Siccome son io che meno gli avvenimenti della mia
vita, e non gli avvenimenti che menano me, mi sono procurato un giorno
di libertà e son volato... coi cavalli dell'_omnibus_. Sissignore son
venuto prosaicamente in quell'orribile baracca rompitrice di ossa umane,
per non sciupare il mio bravo cavallo; ed eccomi qua pronto a cogliere
sulla mia faccia i baci e le lagrime di tenerezza della povera
Margherita... E sei tu che mi facevi rimprovero del non venirci, il
quale ora hai da domandarmi con quell'aria di superiore corrucciato che
cosa son qui per fare?
Maurilio evidentemente non prestava attenzione alle parole del compagno
e non aveva capito nulla. Gian-Luigi con atto di amichevole
domestichezza volle passare il braccio in quello di lui, ma egli si
riscosse a quel tocco e ritrasse in là la persona guardando l'amico con
sì torbida cera che Quercia si fermò su due piedi.
— Orsù, diss'egli con accento e con isguardo superbamente risentiti; che
novelle son queste? che ti frulla pel capo, e con chi pensi tu ora di
aver da trattare? I fumi del tuo nuovo stato ti sono eglino già saliti
così stupidamente alla testa da metterti — e verso di me! — in una
stolida superbia?... Senti tu già il gorgoglio del sangue patrizio
ignorato pur ieri?
Maurilio parve allora destarsi da un sogno penoso.
— Io superbia? esclamò. Sangue patrizio, io?
Gli sembrò vedere ancora, in mezzo al bianchiccio della neve cadente, la
leggera forma del fantasma scuotere il capo in segno di negazione.
— No, no..... Non ho superbia, non ho sangue patrizio.... Sono plebeo,
tutto plebeo, non altro che plebeo.
Gian-Luigi lo guardò attentamente con occhio acuto, penetrativo,
profondo; subodorò un segreto.
— Perchè parli tu così? diss'egli lentamente. È il tuo animo che senti
fallire alla nuova condizione, o questa che ti fallisce?
Maurilio fu sul punto di narrar tutto; ma guardando il suo compagno gli
vide nel volto e nella pupilla soprattutto una intentività quasi maligna
che respinse in lui la fiduciosa espansione; crollò il capo, fece un
atto colla mano per significare: gli è nulla; e si tacque.
Camminarono alquanto in silenzio l'uno accosto all'altro per la via
deserta del villaggio; quando apparve loro dinanzi la modesta facciata
della chiesa in fondo alla piazza, il _medichino_ domandò bruscamente:
— Dove sei tu avviato?
— Rientro in casa di Don Venanzio.
— Ed io vo dalla Margherita. Annunzia la mia visita al parroco; fra
dieci minuti sarò a salutarlo e domandargli un boccon d'asciolvere.
Maurilio, colla mente ancora preoccupata, disse sbadatamente:
— Se ti accompagnassi dalla Margherita....
— No: interruppe con vivacità Gian-Luigi: queste scene di
riabbracciamenti non vogliono testimonii.
— Hai ragione. A rivederci dunque fra poco nella _canonica_.
— A rivederci.
Si separarono. In breve Gian-Luigi fu alla porta del tugurio, dove, ad
un'estremità del villaggio, abitava la povera donna che gli aveva fatto
da madre. Picchiò a quel povero uscio di assi tarlati e poco ben
connessi, senza che la menoma emozione gli turbasse il regolare battito
de' polsi. Un passo lento e trascinantesi si udì accostarsi nell'interno
della capanna; l'imposta fu aperta e si presentò sulla soglia la persona
ricurva della vecchia Margherita, il capo avvolto nel suo grossolano
fazzoletto, la sua conocchia piantata al fianco nel legaccio del
grembiule e il fuso tra mano. La si aspettava così poco di trovarsi
innanzi il suo figliuolo adottivo in quel momento che guardò
meravigliata quel signore elegantemente vestito che era venuto a
picchiare il suo uscio e non riconobbe in esso colui che da tanti anni
non aveva più riveduto ed aveva desiderato rivedere pur sempre.
Però, senza sapersene dire essa stessa una ragione, la sua voce fiacca e
velata tremava più dell'ordinario quando gli chiese con parole confuse
che parevano un balbettìo che cosa volesse, di chi cercasse.
— Ah! voi non mi riconoscete più, mamma Margherita? Disse il giovane con
un piacevole e schietto sorriso.
La vecchia lasciò cadersi il fuso e strapparsi il filo, alzò le scarne
mani abbronzate, all'altezza della testa, e battè palma a palma,
gettando un grido cui la soverchia intensità dell'emozione soffocò a
mezzo.
— Sei tu! Sei il mio Giannino! esclamò: oh Santa Vergine dei dolori!...
E quelle mani secche, inaridite, color di rame, tremanti per gli anni e
pel tanto turbamento di quell'istante, allungò verso il giovane per
istringerlo al collo, per afferrare quel capo diletto e tirarselo a sè a
baciarlo ed abbracciarlo e stringerlo ai miserabili panni che le
coprivano quel seno che lo aveva alimentato. Ma Gian-Luigi — fu egli un
istintivo impulso di vergogna che lo spingesse a sottrarre la vista di
quell'amplesso della pezzente agli sguardi di chi poteva passare per la
strada, fu il pensiero amorevole di levar via più presto dall'aria
ghiaccia che soffiava sul villaggio il debil corpo della vecchia? —
Gian-Luigi afferrò quelle braccia che si stendevano con tanto amore
verso di lui e per esse trasse indietro la donna finchè ambedue furono
entrati nel tugurio e la porta potè richiudersi dietro di loro.
— Ed ora, diss'egli poi ripigliando quel suo leggiadro sorriso, mamma
Margherita, abbracciatemi pure.
La donna lo guardava con occhi che per miracolo avevano ritrovata una
parte dell'antica vivacità della loro giovinezza. Quel sorriso del suo
Giannino, com'ella, per antica abitudine, lo chiamava pur sempre, le
illuminava lo squallido suo abituro come un raggio di sole primaverile
entratovi ad un tratto a dispetto della stagione e della neve. La voce
di lui suonavale come la più gradita melodia del mondo.
— Sei tu! sei tu! sei il mio Giannino! Oh Santa Vergine dei dolori!
ripetè essa come se la non sapesse trovare altre parole; e gettategli le
braccia al collo lo baciò e lo ribaciò sopra una guancia e poi
sull'altra, e poi sulla fronte, e poi sulle labbra, e finì per rompere
in un pianto dirotto con forti singhiozzi.
L'impressione del tristo giovane non fu di tenerezza. Le malvagie
passioni troppo avevangli guasto il cuore e smussata la sensibilità,
perchè egli comprendesse la profonda e santa emozione di quella povera
vecchia, la partecipasse e vi si compiacesse. In quell'amplesso, a
contatto di quelle vesti fruste e rappezzate, di quelle membra magre e
sfiacchite, sentì come un odore disgustoso di miseria e d'angustie; gli
parve quasi che il bisogno e l'abbiezione e la vergognosa umiltà di quel
miserabile ceto plebeo da cui egli aveva tanto fatto per uscire,
incarnati nella persona di quella squallida vecchia, gli gettassero le
braccia al collo per riprenderlo in loro possesso, per trarlo a
precipitar di nuovo nell'oscuro abisso. Si sciolse dall'abbraccio e
disse non senza qualche impazienza:
— Via, via; non piangete così. Affè che non ci vedo nulla da piangere!
Margherita si asciugò in fretta le lagrime.
— Hai ragione..... Non so nemmeno io perchè piango..... dovrei essere
così allegra..... Lo sono, sai..... Vorrei farti tanta festa e non
so.....
Non vi starò a ripetere tutte le parole di quella povera donna, che
avrebbe voluto poter cambiare in un tratto la sua capanna in una reggia
con ogni abbondanza di ben di Dio per accogliere degnamente il suo
diletto figliuolo. Non vi dirò i suoi ringraziamenti per l'invio delle
mille lire, le proteste ch'ella fece quando udì che Gian-Luigi di quella
stessa giornata sarebbe ripartito, e le preghiere per farnelo fermare
almeno un giorno ancora. Il giovane che tutti questi discorsi tollerava
con appena velata impazienza, li troncò per farsi egli a dire quello che
più gl'importava e che era stato la vera cagione della sua venuta.
— Date retta, Margherita, cominciò egli mettendole una mano sulla spalla
e guardandola ben fiso affine di richiamare alle sue parole tutta
l'attenzione di lei: se un gran pericolo mi pendesse sul capo e voi
poteste stornarlo, non è vero che lo fareste?
La vecchia strinse le mani in atto di quasi offesa meraviglia.
— Dio buono! Santa Vergine dei dolori! E me lo puoi domandare?... Farei
ogni possibil cosa... darei questa grama di vita... e più ancora... per
venirti in aiuto... Ma pur troppo, che potrò io mai fare per te, io,
povera vecchia?...
— Voi potrete assai. Un pericolo può minacciarmi da un momento
all'altro; e voi, non con fatti, ma con sole parole, potete concorrere a
salvarmene.
— Parla, parla. Che debbo fare? che debbo dire?
— Voi potreste essere chiamata da qualche autorità a dare informazioni
del mio passato, a narrare la storia della mia infanzia: così disse
Gian-Luigi con voce bassa e pronunzia spiccata, parlando lentamente e
tenendo sempre una mano sulla spalla a Margherita e gli occhi entro gli
occhi perchè le cose ch'ei diceva le si imprimessero ben bene.
La vecchia non moveva un dito, non batteva palpebra: aveva concentrata
tutta la sua vitalità negli occhi che fissavano il giovane e nelle
orecchie che assorbivano avidamente le parole di lui; ad ogni motto
quasi ch'egli pronunziava la faceva un leggier cenno del capo, come per
dire: «ho capito, questo non mi scappa più.»
— In tal caso, continuava il _medichino_, voi ripeterete parola per
parola ciò che ora verrò dicendovi.
Espose in quel modo lento e con quel tono spiccato la favola della sua
sorte che aveva narrata al signor Giacomo Benda ed al commissario Tofi;
appena la ebbe finita, la ricominciò da capo e tornò a dirla tutta
perchè di subito la si fermasse con tutti i suoi particolari nella
memoria di Margherita; e poi come ricapitolando soggiunse:
— Voi dunque affermerete che fu il dottore il quale vi mandò all'ospizio
a prendere non un trovatello qualunque, ma uno particolarmente
designato, quello cioè a cui per contrassegno, nell'esporlo era stata
messa tra le fascie la metà d'una lettera lacerata per lo lungo, nella
quale si leggevano le tali e tali parole, voi direte che fino dai
primissimi tempi, il dottore medesimo, benchè di nascosto così che
nessuno potesse accorgersene, pigliava interesse di me e veniva di
quando in quando segretissimamente a visitarmi; aggiungerete ch'egli vi
pagava eziandio in segreto, e che dalle sue parole avevate potuto capire
che agiva dietro mandato di qualche lontana persona; e infine — e qui
non avrete più che da dire la verità — che più tardi egli mi prese seco
e fu lui a farmi studiare, e quando morì mi lasciò una parte della sua
eredità.
Margherita aveva sempre ascoltato a bocca ed occhi larghi, immobile come
una statua.
— Avete capito? le domandò il giovane.
Ella accennò di sì.
— Sareste capace di ripetermi questa storiella? Su via, provatevici.
La vecchia ripetè dal principio alla fine, senza sbagliare d'un punto.
— Benissimo! Ma converrà che la riteniate ben bene a memoria, e che ogni
qualvolta possa occorrere, voi siate in grado di dirla come adesso,
senza imbrogliarvi e confondervi.
— Me la ripeterò fra me stessa, mattina e sera, tutti i giorni.
— Brava! E se vi domanderanno come avvenne che il medico pagandovi
secondo quello che dite, voi siate pur sempre rimasta nella miseria,
risponderete che spendevate ogni vostro danaro a giuocare in segreto al
lotto.
Margherita espresse per la prima volta un po' di scontentezza.
— Ah! questa è una ben grossa bugia.
— Non più grossa delle altre: rispose asciuttamente Gian-Luigi
guardandola con quel piglio che ne imponeva a qualunque: e conviene
dirla se il bisogno lo vuole.
La vecchia curvò il capo.
— E se, continuava il giovane, vi domandano eziandio perchè non avete
detto nulla mai a nessuno di codesto, risponderete che avevate giurato
di conservare su ciò il più assoluto silenzio, ma che ora, avendo
prestato un altro giuramento: quello di dire la verità a chi
v'interroga, siete costretta a svelare quello che non avete mai detto.
Margherita sollevò di nuovo in volto al figliuolo gli occhi che aveva
chinati a terra.
— Come! diss'ella: un altro giuramento? Non capisco.
— Sì: rispose Gian-Luigi con qualche impazienza. Molto facilmente se ciò
avviene — e potrebbe anche darsi che nulla di ciò avvenisse — prima di
interrogarvi vi faranno giurare di dire la verità...
— Ed io, interruppe la donna spaventata: dopo aver giurato di dire il
vero, non direi che bugie?... Un giuramento falso... Oh mai!
Un lampo passò negli occhi di Gian-Luigi.
— È questo dunque l'amore che diceste avere per me? diss'egli frenando
il subito moto della sua ira: è questo quello zelo che vantavate di
voler fare qualunque cosa per util mio?
— Qualunque cosa, sì... son pronta... Ma perdere l'anima poi!...
Quercia stette un momento a riflettere se gli convenisse meglio
ricorrere ai mezzi violenti per rompere quell'inaspettata opposizione
della vecchia, oppure agli amorevoli. Si decise per questi ultimi. Prese
ambedue le mani di Margherita, le strinse nelle sue, e disse con quello
sguardo ammaliatore e con quella sua voce soave che erano tutta una
seduzione:
— Sentite, mia buona e cara madre. Si tratta per me di tutto il mio
destino, di onore o disonore, di vita o morte. Ho confidato in voi:
vorreste ora mancarmi? Quando mi vedeste assolutamente perduto, che
rimorso non sarebbe il vostro, dicendovi: «io poteva con una mia parola
salvarlo, e nol feci!» L'anima si salva facendo opere buone: e qual
opera migliore, quale più doverosa per una madre — e voi siete una vera
madre per me — che quella di togliere alla rovina, all'onta, alla
disperazione suo figlio?
La donna vacillava; non era la forza degli argomenti usati da Gian-Luigi
che la sommovesse: ella era in quel momento così turbata, che appena se
capiva le parole di lui; era la voce, era lo sguardo del giovane che le
penetravano così dolcemente e potentemente nell'anima: era il suo
sterminato affetto che la dominava e stava per superare ogni contraria
ragione.
— Mi consulterò con Don Venanzio: diss'ella timidamente.
— No; proruppe con vivacità il giovane. Con nessuno conviene che vi
consultiate, e meno con lui che con altri. Ah! non avrei aspettato in
voi tanta esitazione, sì poco amore!....
La misera a questo rimprovero crudelmente ingiusto non rispose che con
un gemito e con uno sguardo; ma e lo sguardo e il gemito dicevano di
molte cose, per cui Gian-Luigi avrebbe avuto da arrossire e gettarsele
in ginocchio dinanzi a domandarle perdono. Egli mostrò non aver pure
avvertito quella muta, eloquente protesta, e continuò nel suo dire, e
tanto seppe colle melate parole e colle preghiere circonvenire l'animo
di quella povera donna che ne ebbe ottenuta solenne promessa, ella
farebbe tutto a senno di lui, non si ritrarrebbe innanzi al falso
giuramento, non farebbe parola di nulla al parroco.
Gian-Luigi uscì per recarsi da Don Venanzio: Margherita disse che
sarebbe andata a ritrovarlo colà fra poco tempo per vederlo ancora, per
rimanere ancora un po' di tempo prima ch'egli ripartisse; ora la
infelice aveva bisogno di esser sola. Il giovane nell'abbandonar la
capanna le fece la grazia di abbracciarla; e poi si allontanò col suo
passo franco, l'aspetto allegro e sicuro, lo sguardo vivace e
dominatore; e nessuno avrebbe detto che gravi cure lo travagliavano e
più grave pericolo incombeva sul suo capo.
Margherita, appena fu uscito il figliuolo, cadde in ginocchio sul freddo
pavimento della sua miserabile capanna, e serrando le mani in atto di
fervente preghiera, esclamò:
— Dio mio! Dio mio! Ho fatto tanti sacrifizi per quel ragazzo; ed avessi
anche da far questo? Risparmiatemi voi, Santa Vergine dei dolori;
risparmiatemi questo peccataccio mortale..... Che se sarà necessario,
dopo avergli sacrificato la mia vita terrena..... ebbene, gli
sacrificherò anche l'anima.
Gian-Luigi con Don Venanzio e Maurilio fu del più libero e lieto umore
del mondo, tanto che riuscì perfino a dissipare alquanto le nubi che
erano raccolte sulla fronte del suo compagno d'infanzia: disse che per
quella volta non aveva potuto procurarsi il piacere d'una più lunga
dimora al villaggio, ma che sarebbe tornato prossimamente e per
rimanervi alcuni giorni. Fu ameno, amorevole, piacevolissimo come sapeva
essere quando volesse. Margherita sopraggiunse: ma una mestizia di cui
Don Venanzio non sapeva darsi ragione offuscava in lei la gioia di
rivedere il figliuolo: essa lo guardava fiso, fiso, in silenzio, alcuna
volta le lagrime venivanle agli occhi. Quando però il giovane partì,
ella seppe rattenere il pianto.
— Ricordatevi: le susurrò Gian-Luigi all'orecchio, dandole l'ultimo
abbraccio.
Ella rispose con un cenno affermativo del capo.
— Che cosa avete? domandò il parroco alla vecchia, quando il giovane fu
partito. Mi par di scorgere in voi la mostra d'un nuovo dolore.
— Nulla, nulla: rispose sollecitamente la poveretta, e s'affrettò ad
allontanarsi.
Gian-Luigi, tornato a Torino, trovò a casa sua un altro bigliettino di
quel suo anonimo avvisatore; non v'erano scritte che queste parole:
«Affrettatevi. I sospetti crescono. Si tende una rete intorno a voi. Il
conte L. fu pregato di un abboccamento dal Direttore generale della
Polizia.»
Quercia stette un istante con questo biglietto in mano, le sopracciglia
aggrottate, la sua ruga caratteristica incavata sulla fronte; poi si
riscosse, e stracciando a minuti pezzi la carta che poi gettò ancora sul
fuoco, disse fra sè:
— Mi affretterò... Il conte poi, ne sono sicuro, non dirà nulla che mi
possa pregiudicare.