CAPITOLO XV.

Quando ebbero finito, e la tavola fu sparecchiata, i nostri due amici,

le gomita appoggiate sul tappeto, l'uno in faccia dell'altro, avviarono

animosamente la discussione che aveano lasciata in sospeso.

Non ripeterò che sommariamente le cose che furono dette dall'una parte e

dall'altra, e risparmierei affatto questa noia al lettore, se non

credessi opportuno far conoscere anche da questo lato lo spirito del mio

protagonista, il quale rappresenta meglio che altri le audacie e le

ispirazioni del pensiero moderno; epperciò con alquanto maggior

estensione, benchè in sunto, riferirò le ragioni da lui addotte nella

disputa.

Don Venanzio si appigliò senza ritardo alla, secondo lui, indiscutibile

autorità della rivelazione e della ininterrotta tradizione. La Chiesa

cattolica ebbe direttamente da Dio la cognizione della verità e la

capacità e la facoltà di diffonderla, spiegarla, affermarla. La mente

umana è troppo debole per affrontare colle sole sue forze la terribilità

del quesito religioso, di cui pure è necessario uno scioglimento al

bisogno intimo che Iddio medesimo ha voluto porre nella natura

dell'uomo. Senza un appoggio solido e potente la nostra ragione si

smarrisce nella ricerca di questo vero che è di tanto superiore alla sua

sfera d'azione, alla sua efficacia. La rivelazione è venuta a porgere

questo punto di appoggio, a dare il caposaldo alle aspirazioni religiose

dell'anima. Della verità della rivelazione poi non è da dubitarsi,

perchè la tradizione medesima, la incontestabile autorità dei testi

sacri la stabiliscono, anche sotto il rispetto storico, in modo

definitivo, ed è empio proposito e più empio attentato il volerla

rivocare in dubbio soltanto. Vi sono in quel complesso di credenze che

costituisce la fede a cui Don Venanzio apparteneva, alcune cose che

l'infausto e diabolico orgoglio della povera ragione umana, aiutata e

spinta dall'arte e dall'influsso dell'eterno nemico, vuol trovare

assurde, impossibili ed anche puerili. Ma vi è pure una quistione

principale e, come si suol dire, pregiudiziale, che tronca affatto e

rimove del tutto ogni simile obiezione. Come volere la ragione nostra

giudice della possibilità di cose che di tanto stanno al di là del

debole arrivo delle sue forze? Anzi tutto quello che può servire di buon

argomento nel campo della sua azione, cessa di aver effetto e si

converte in argomento a contrario per la ragione umana, quando la vuol

recare i suoi metodi logici e le sue deduzioni là dove ella non ci ha

più nulla da vedere, perchè non vi basta la cortezza della sua vista. In

questo senso fu detto il motto sublime: _Credo quia absurdum!_ E ad ogni

modo con che fronte, con che speranza di vittoria può la ragione umana

cimentarsi colla rivelazione? Questa è la parola diretta di Dio: quando

ella ha suonato chi non vede che si ha l'elemento supremo della verità?

E per promessa di Dio medesimo, non è una continua rivelazione la parola

della Chiesa legittimamente costituita, pronunziata da' suoi legittimi

rappresentanti? Una delle prove più perspicue della verità di quella

fede che egli professava, secondo il buon prete, era la dolcezza, la

tranquillità che ne sente chi in essa acquieta l'anima sua; era il gran

conforto che glie ne viene, anche nei maggiori travagli a chi,

appoggiato alla medesima, s'erge al Cielo sull'ali della preghiera:

speciali grazie e ricompense queste che Iddio concede appunto ai veri

credenti.

Maurilio la prese da quest'ultimo argomento, ritorcendolo di questa

guisa:

— Ma allora perchè tanti e tanti, allevati appuntino nella più stretta e

rigorosa ortodossia, sentono ad un tratto levarsi nell'animo loro le più

crude incertezze, i più ansiosi dubbi su quelle credenze, contro alcuna

delle quali protesta la loro ragione venuta a maturanza? E costoro son

quelli d'ordinario cui più volle favorire la Provvidenza di forza

d'intelletto. Perchè i tormenti di questi dubbi che sono quasi il

risvegliarsi della ragione? perchè questo ribellarsi e ripugnare

dell'intelligenza sviluppatasi contro le credenze insinuate fin dalla

prima età nell'animo nostro, così da essersi fatte per tutti come cosa

sacra da non isfiorarsi neppure coll'audacia dello spirito d'esame? Se

quella è la verità assoluta od anche solo quale è acconcia al nostro

intelletto, questo in tutti, e tanto più in quelli che l'hanno maggiore,

dovrebbe aderirvi tenacemente pago e soddisfatto. L'acquiescenza poi dei

credenti alle cose insegnate come verità indiscutibili, e la pace e la

beatitudine che l'anima loro ne risente, non sono un privilegio dei

fedeli della sua Chiesa; lo si ritrovano presso tutti quelli che hanno

una forte e profonda credenza radicata nell'animo, sieno essi

protestanti, giudei, maomettani, anche idolatri. È questo un effetto

mirabile certo, ma non esclusivo d'una sola religione; è effetto della

fede in genere, della sostanza di questo attributo dell'uomo, la facoltà

di credere nel mondo sovrumano, non della forma in cui questo attributo

si esplica e manifesta.

«Sì, caro padre mio, anche in ciò si ha da distinguere la sostanza e la

forma, e da tenerne conto. Quella è immutabile, e consta in realtà di

poche verità generali, cui la forma poi interpreta, spiega, applica od

offusca a seconda. Quella eterna come il vero assoluto, sta al di sopra,

all'infuori d'ogni azione dell'umano intelletto, delle circostanze di

condizioni morali e civili in cui l'umanità si trovi; questa, la forma,

come cosa puramente umana che ella è, partecipa della sorte di tutte le

cose umane, si viene scambiando, migliorando, purificando, elevandosi a

sempre più perfetto grado, a misura appunto che lo spirito umano si

migliora, si perfeziona, vede ingrandirsi innanzi a sè il campo del vero

ed acquista forza e capacità maggiore a contemplarlo. Questa forma è

adunque, più d'ogni altra cosa ancora, l'espressione del grado di

coltura, di sapere, di civiltà a cui gli uomini sono arrivati, e

riflette eziandio i caratteri delle nazioni e delle razze. Gli è per ciò

che il mondo moderno è cristiano, che i selvaggi sono idolatri, che i

latini sono cattolici.

«Quindi si fa che non è solo un errore, ma è cosa empia quella che tutte

le religioni positive commettono, di confondere la forma variabile e la

sostanza eterna, di voler dare alla prima le qualità e l'autorità della

seconda, d'imputar così alla religiosa essenza le colpe e gli errori

degli uomini che di quella si profittano. Da ciò avviene eziandio che in

certi momenti la forma invecchiata non si adatta più convenientemente

allo stato presente degli spiriti; e la sostanza medesima della fede,

per non essere intaccata essa stessa, per non correr rischio di perire

nel naufragio della forma diventata insufficiente e ripugnante alla

ragione progredita, lavora ella medesima a distrurla. Allora si accusano

di empietà e d'incredulità coloro che rifuggono da certi dogmi e da un

culto che non soddisfano più la loro coscienza religiosa divenuta più

delicata e più illuminata, e i quali, fors'anco inconsciamente, lavorano

a preparare la modificazione della forma in una fase novella.

«La sua Chiesa medesima, Don Venanzio, benchè riluttante ad ogni

cambiamento, benchè acremente tenace d'ogni sua parte, non segue ella

questa legge naturale e necessaria dell'umano progresso? Quanto non si è

ella venuta modificando nel corso dei secoli? Quanto non ha ella

cambiato insegnamento, disciplina e i dogmi perfino? Dalla Chiesa

primitiva alla presente, chi le paragonasse, quale immenso divario!

Senza volerlo, senza confessarlo, ha pur dovuto camminare coi secoli.

«Ma la ragione umana che ha sempre camminato più di lei, l'ha lasciata

indietro di molto, ed ora, mentr'essa non solo vuole immobilitarsi, ma

anzi regredire, la ragione invece ha preso slancio maggiore e più ardita

foga verso il vero. Di qua il quasi necessario divorzio e

l'irrimediabile contrasto fra l'una e l'altra.

«La ragione voi la negate; la volete, se non altro, sottomessa ad

un'autorità indiscutibile di cui non si hanno da esaminare il valore e

le prove. Contro la coscienza della ragione moderna voi urtate pel

metodo, per la dottrina, per la morale e pel culto; non proponete,

imponete, insegnate il sopranaturale e lo sostenete col mistero

appoggiato al miracolo, spiegate l'incomprensibile coll'inammessibile;

ordinate per morale un'obbedienza interessata agli ordini d'una volontà

estrinseca; ponete negli atti esteriori del culto, in certi mezzi

meccanici, in simboli, in operazioni materiali la condizione della vita

religiosa delle anime.

«Il vostro insegnamento dottrinale si fonda in gran parte sopra un

concetto dell'Universo, del principio dell'Universo, di un rapporto fra

questo e quello, cui la scienza ha dimostrato erronei...

— Ma la rivelazione: interruppe Don Venanzio.

— La rivelazione cui voi affermate sempre ma di cui non date prove che

possa la severa critica disaminare, ma cui non volete sottoposta a

questa disamina; la rivelazione da questo lato affermerebbe come vere,

cose che una certezza positiva ha dimostrate assolutamente false. La

scienza ha distrutto i miracoli, e la ragione, più robusta, ripugna ai

misteri. Il mondo è pieno di fatti inesplicati, fors'anco per noi

inesplicabili, ma non di fatti essenzialmente inintelligibili: volendo

fondarvi sull'assurdo e sull'impossibile non potete trovare un punto

d'appoggio saldo e valevole: il vostro edificio traballa al primo urto

del dubbio. Perciò siete costretti a proibire addirittura il pensiero. I

misteri che voi m'imponete, sono soltanto superiori alla ragione senza

contraddirla, oppure la contraddicono? Sono essi assolutamente

inintelligibili? Ma ciò che è inintelligibile non è: ciò che la nostra

intelligenza non può apprendere non è fatto per noi. Quello a cui

contraddice la ragione, dono di Dio, non può essere del pari; a meno che

la ragione ci sia data per vedere il falso. Empietà questa maggiore

d'ogni eresia.

«La vostra morale ci comanda non di fare il bene, ma di obbedire ad una

allegata volontà superiore manifestataci per certi intermediari: voi

mettete fuori di noi il nostro salvamento. La giustizia per voi è quel

che vuole l'Ente supremo quale voi ce lo presentate: ma invece la

giustizia è per se stessa.....

— Disgraziato: interruppe qui il buon vecchio, sgomento, afflitto,

disperato, direi quasi, di udire una tal filza di parole che per lui

erano tutte empietà. Oh come hai tu imparato tante orrende dottrine?

Come hai tu fatto ad aprir l'animo a questi diabolici sofismi? E tu

dicevi di aver pure una fede! Ma no; non è punto vero: tu sei un ateo.

— No: esclamò Maurilio con forza, levando la fronte. Credo e credo

fermamente: veggo nell'opera il creatore, sento Dio nell'universo. Glie

lo dissi e lo ripeto: Ho una fede ancor io.

— Ma quale?

— Mi ascolti.

Si raccolse un momento, e poi riprese il discorso.

— Ho detto che la forma estrinseca del sentimento religioso si scambia a

seconda collo scambiarsi del grado intellettuale a cui è giunto lo

spirito dell'uomo. Ecco le varie e principali fasi per cui ella passa e

deve passare.

«A tutta prima l'uomo, rozzo affatto e selvaggio, adora la natura. Ha

già fatto un passo immenso dallo stato assolutamente primitivo a quello

in cui si crea una religione qualsiasi, per quanto grossolana e puerile

ella sia, e nella storia dell'umanità chi sa quante sequele di secoli

dovettero passare, innanzi a che si giungesse a questo primissimo grado

dello sviluppo religioso dell'anima umana. Ma pure allora l'uomo è

tuttavia incapace di elevarsi al concetto della natura universale: egli

non rimane colpito che dagli oggetti che gli son prossimi e non va al di

là dei limiti del suo ristretto orizzonte. Gli oggetti del suo culto per

ciò si fanno quelli di cui si serve, che gli sono utili, che ama, di cui

ha timore: un albero, un masso, una montagna, un fiume, una belva, un

animale qualunque. La speranza ed il timore ispirano sopratutto il suo

culto grossolano. Siamo in pieno feticismo.

«Nel secondo grado l'uomo levandosi col pensiero al di sopra dei bisogni

e dei ristretti limiti della sua vita giornaliera, onora certi oggetti

maggiori, più belli, più brillanti: la luna, il sole, gli astri, la

vôlta celeste in cui si movono. Questi oggetti gli sembrano contenere un

grado di perfezione superiore a quanto trovasi sulla terra. È il

sabeismo; e l'intelligenza umana in esso possiede già una vaga nozione

dell'universo.

«Più tardi quest'intelligenza, progredita d'alquanto, giunge a concepire

sotto gli oggetti che mostra la natura, le forze che l'animano, che si

agitano nel seno della medesima natura, che danno ad ogni cosa il

movimento e la vita. Dietro gli elementi indovina le leggi alle quali

essi obbediscono e ne fa delle potenze dotate d'una esistenza personale

e indipendente; è costituito il politeismo. Poco a poco arriva in

seguito a comprendere l'ordine morale e lo fa entrare a sua volta nel

concetto delle sue divinità, attribuendo loro tutte le qualità che trova

nell'uomo stesso e tutte le perfezioni di cui può concepire l'idea. Di

questa guisa il politeismo già si trasforma e veste un carattere

filosofico. La religione comincia a passare dal tempio alla scuola; si

fa a studiare i problemi della nostra natura, del nostro fine, del

nostro destino. L'umanità è pronta per una religione metafisica, che è

il quarto grado del suo sviluppo.

«Questa religione metafisica, lascia in disparte la natura, non cura più

il mondo fisico, fissa i suoi sguardi sull'essere divino medesimo,

studia i suoi attributi e li vuole determinare e definire nel dogma. Ma

nel dogma s'incatena la ragione; si cristallizza, per dir così, il

progresso mentale dei tempi precedenti e si vuole immobilitare lo

svolgimento dell'umano pensiero. È la servitù: l'uomo è dichiarato

incompetente a nulla cambiare a simboli comunicati direttamente dal

cielo. A guardia di codesti simboli si pone un sacerdozio gerarchico che

per sua natura ed istituto e necessità logica delle premesse dovrà

sempre più isolarsi dal laicato. Questa casta si perpetuerà man mano con

delle reclute che si formerà ella medesima: costituirà un'associazione

potente con interessi proprii, stranieri e talvolta contrari a quelli

degli altri uomini; lavorerà tenacemente nel proposito di vantaggiar

sempre se medesima, senza tener conto dei voti e dei bisogni della

società cui vorrà anzi tutto dominare, e in conseguenza impedirà ogni

progresso, respingerà ogni innovazione, timorosa sempre la sua potenza

non ne venga a scapitare.

«La sua divinità, qual essa la presenterà all'uomo, sarà inaccessibile

all'intelligenza terrena; sarà tale da doversi ignorare dalla ragione

quali disegni abbia essa sugli uomini e ciò che da essi esiga. Quindi

per servirla a dovere, questa divinità, converrà affidarsi del tutto

alla casta che si propone e s'impone intermediaria fra essa e l'uomo,

che si spaccia sola interprete della volontà divina, ed accettare senza

esame i suoi decreti. La casta sacerdotale diventerà così l'arbitra

assoluta del pensiero umano. Mercè quella oscurità impenetrabile in cui

avvolgeranno il loro Dio invisibile, essa comanderà sacrifici ed

offerte, spaventerà gli animi e le immaginazioni, fulminerà coll'anatema

i suoi avversari, punirà i nemici colla maledizione tradotta anche nei

supplizi materiali.

«Ma questa è schiavitù, e l'anima umana e l'intelligenza umana non

possono durare a lungo in questo stato di violenza il quale le

condurrebbe addirittura alla distruzione. Per quanto si faccia, la

ragione comincia a protestare. Invano si moltiplicano le persecuzioni,

il grido della libertà del pensiero scoppia qua e là. L'umanità, stanca,

che si sente sminuita nella sua parte più essenziale, vuole rigettare la

cappa di piombo che l'opprime. Anche presso coloro che non avventurano

di cimentare le credenze autoritativamente loro imposte alla corte della

ragione, la materialità degli atti esteriori perde il suo significato;

il pensiero che si adombrava nei simboli se n'è staccato perchè questi

non valevano più ad esprimerlo e rimangono come vuote spoglie prive di

corpo e d'anima. La coscienza si risveglia: opinioni indipendenti,

pensieri di libertà s'infiltrano da ogni parte e corrodono le basi

dell'edificio da cui il vero spirito divino si viene man mano ritirando:

un giorno sopraggiunge, in cui le pareti crollano da ogni parte e rimane

su quelle rovine la coscienza dell'uomo levata e potente nella sua

libertà. Si è arrivati allora al grado più perfetto dell'evoluzione

religiosa che mente d'uomo possa ora concepire: il regno della libera

coscienza.

«Allora la fede non è più l'accettazione dell'assurdo, che è

un'abdicazione ingenerosa della propria ragione, ma diventa il

_rationabile obsequium_ di San Paolo; allora si verifica la parola del

Cristo, che si deve adorare Iddio in ispirito e verità; allora sarà

compiuto il ciclo della contrastata missione del Nazzareno, e l'uomo

sarà posto senza intermediario in relazione coll'Eterno, e sarà, secondo

la promessa di Cristo, in comunicazione col Padre di tutti.

«L'umanità trovasi sparsa su per la via del progresso, in tutti questi

gradi della manifestazione religiosa, dai selvaggi che sono ancora nelle

tenebre del feticismo (e forse ve ne ha tuttavia di quelli in cui il

sentimento religioso non è neppure nato) ai più avanzati delle classi

colte presso le nazioni incivilite, i quali già hanno posto il piede su

quell'ultimo gradino della libera coscienza.

«Io mi vanto d'essere fra costoro.

«Credo all'infinito, credo all'assoluto, credo all'eterno, credo alla

intelligenza regolatrice delle forze del creato, credo ad una evoluzione

del destino umano che non si compie nella breve vita su questo

miserabile globo, credo alla giustizia ed alla responsabilità d'ogni

libero volere; ma credo a ciò, perchè la mia ragione me ne persuade, non

perchè altri voglia impormene la fede con un'autorità che non vuole dar

le prove di sè stessa, o con una violenza morale o materiale. E non

penso che sieno empii, maledetti, da condannarsi, da disprezzarsi, da

infamarsi coloro a cui la ragione persuase altre credenze....»

Maurilio avrebbe continuato chi sa per quanto tempo ancora; Don Venanzio

avrebbe ribattuto, chè già mulinava nella testa una filza d'argomenti ed

una dozzina di citazioni da confondere il miscredente, e la disputa si

sarebbe protratta chi sa fin quando, se la fantesca, per quell'interesse

che aveva al padrone, con quella un po' brusca ma affettuosa

domestichezza che le davano i tanti anni passati in quella casa ed in

compagnia del vecchio parroco, non fosse venuta ad interrompere.

— Scusino, ella disse, ma per questa sera m'è avviso che s'è abbastanza

taroccato. Oh non sanno che ora è? Presto la mezzanotte. E dunque gli è

gran tempo di andare a dormire, Lei, sor Prevosto, sopratutto che la

mattina vuol sempre alzarsi al canto del gallo ed aver detta la sua

brava messa prima che sia giorno chiaro.

I due disputatori si guardarono sorridendo. Don Venanzio s'alzò primo e

tese la mano al suo giovane avversario che ne aveva imitato l'esempio.

— Neppur io, disse, non odio, non disprezzo quelli che la pensano

diverso da quel che vuole la Santa Madre Chiesa.... ma li compiango. Un

giorno o l'altro — io seguito sempre a sperarlo e prego tanto per ciò! —

un giorno verrà che anche tu ti accosterai e riparerai al più sicuro

porto della nostra fede e rimpiangerai allora le eresie e peggio che ora

ti stanno in mente.

Maurilio non rispose che col sorriso: e tutti due andarono a dormire.

Il nostro protagonista non dormì molto, ma passò quiete più che non si

pensasse le poche ore della notte nella modesta cameretta della

canonica. Le memorie del suo passato, evocate più vive dal trovarsi in

quel luogo, s'intrecciavano colle condizioni del suo presente ad

occupare in un lavoro di meditazione e di fantasticheria la sua mente:

ma ora quell'amarezza, quel tormento che i suoi pensieri avevano prima,

erano sminuiti. Perfino la immagine di Virginia, persino il ricordo che

la era sua sorella, affacciandoglisi alla fantasia, gli parevano in quel

punto meno dolorosi, gli eccitavano men crudo turbamento: ma egli però

si affrettava a scacciarli, e riparava sollecito l'animo nelle memorie

della età della fanciullezza.

Secondo quanto aveva detto la fante, il gallo aveva appena fatto

risuonare per la prima volta il suo canto mattiniero, che Maurilio udì,

da un lieve e riguardoso muoversi per la casa, che il parroco era già

alzato. Si levò sollecito ancor egli, e sceso a tentoni nel tinello, chè

l'oscurità era compiuta ancora, trovò Don Venanzio che, un candelotto in

mano, stava per passare nella chiesa a dire la sua messa. Dopo i

reciproci saluti uscirono ambidue, ma il parroco per l'andito che

metteva nella sacristia, Maurilio per la porta che aprivasi sulla

piazzetta.

Era notte chiusa a dispetto del canto del gallo; non una riga d'albore

nel cielo nuvoloso; la campanella della chiesa dava i rintocchi della

messa che stava per essere detta, in mezzo ad un alto silenzio degli

uomini e della natura. Solamente qualche raro lumicino vedevasi spuntare

dietro alcune invetrate di finestre: alcuni passi s'udivano venir per la

piazzetta, ammortiti dalla neve che copriva il suolo, alcune voci che

bisbigliavano sommesse, come paurose di rompere quel silenzio; e la

brezza fredda del mattino, di quando in quando metteva un leggier sibilo

alle cantonate delle case ed un fruscìo secco nei rami nudi dell'olmo

che stava in metà della piazza.

I passi e le voci che s'udivano erano di donnicciuole che accorrevano

alla messa del parroco; avvolte il capo, il collo e le spalle di fazzòli

e vestimenta messe a bardosso, per difendersi dall'aria ghiaccia di

quell'ora, le mani nascoste sotto a' panni, alcune col veggio in mano

dove avevan messe le poche ceneri calde rimaste dal fuoco della sera,

trottinavano a piccoli passi affrettati, ad una ad una, a due, a piccoli

gruppi, poi scorgendosi nell'ombra, s'aspettavano l'una l'altra alla

porta della chiesa ed entravano insieme bisbigliando. La schiera fu

presto compiuta; e non era che di dieci o dodici. Una delle prime era

passata, e Maurilio l'aveva tosto riconosciuta, la povera Margherita. Di

certo la buona donna non aveva dormito neppur essa quella notte, e

veniva a quell'ora mattutina a ringraziare il Signore di quella gioia

che le aveva mandata, di quella maggiore che le aveva promessa.

— Oh sublime cosa è la preghiera: disse Maurilio, quando ebbe visto

entrate in chiesa quelle donne. Ancor io ho bisogno di pregare. Andrò a

pregare in faccia alla natura, nel vero tempio del Dio vivente.

E s'avviò verso quel luogo solitario, dove fanciullo soleva condurre al

pascolo le vaccherelle di Menico.

Tutta la campagna era coperta di neve, e questo strato bianco, uniforme,

che faceva scomparire allo sguardo le lievi protuberanze e depressioni

del terreno, aiutato dalle ombre ancora fitte della notte, toglieva ai

varii luoghi che si succedevano il loro particolare carattere ordinario,

tutti confondendoli in una monotona rassomiglianza. Appena se facevano

varietà alcuna fra questa e quella parte, fra questo e quel campo, fra

l'una e l'altra landa i gruppi o le file degli alberi che piegavano

sotto il peso della neve i loro rami assecchiti e parevano contorcere

sotto quella gravezza i loro tronchi bassi e bernoccoluti.

Ma il nostro giovane pur tuttavia riconosceva ad uno ad uno que' luoghi,

quelle variazioni di terreno, tanto gli era impressa ogni cosa nella

memoria, e più ancora, direi, nel cuore. Avrebbe potuto riconoscere un

per uno ogni albero se tanta luce vi fosse stata, da discernere

pienamente gli oggetti; avrebbe potuto dire: qui ne manca uno che vi

sorgeva negli antichi tempi, questo crebbe dacchè io non son più venuto

qua. Salì lentamente il lene declivio della collina, su cui si

stendevano le aride brughiere che erano i pascoli comunali. Sedici e più

anni prima egli faceva due volte al giorno quel cammino i piedi scalzi,

una verga tra mano, cacciandosi innanzi le magre vaccherelle di Menico,

macilento egli più ancora delle bestie che aveva in custodia, obbligato

a star colà in ozio delle ore, sicuro di trovare, al suo ritorno

all'abituro, poco e povero cibo, molti rimbrotti e spietate percosse.

Colà, ancora affatto fanciullo, la sua mente era stata assalita dal

misterioso quesito degli umani destini, colà aveva sentito parlargli

all'anima la gran voce della natura, aveva sentito parlargli allo

spirito la voce dei morti. Aveva provato una specie di maravigliosa

iniziazione, per cui la sua vita aveva scorto il nesso che la

congiungeva alla vita dell'Universo, s'era cacciato, e non s'era

smarrito, nel vortice dell'esistenza universale, aveva avvertiti i

vincoli divini che uniscono le manifestazioni della vita su per tutta la

scala degli esseri in tutto il creato, e formatosene entro la mente un

primo concetto: aveva meditato, imparato, cominciato ad aver coscienza

del dolore, dell'intelletto e insieme della volontà. Quella brulla

costiera gli era cara oltre modo. La rivide alla poca, incerta luce del

crepuscolo che cominciava appena, con una commozione di tenerezza da non

dirsi; ebbe nel cuore i palpiti che desta il prossimo, aspettato

rivedere, dopo lungo tempo, d'una persona che si ama.

Giunse a quel punto preciso in cui soleva sostare da fanciullo, quando

l'alba appena disegnava al lembo estremo dell'orizzonte, fra la cresta

delle montagne e le nubi del cielo, una riga bianchiccia. Le sue gambe

affondavano nella neve fin sopra il nodello; un vento freddo gli faceva

svolazzare le falde degli abiti; non un grido d'augello, non una voce

umana, non un rumore d'esser vivo; regnava un silenzio di morte. Gli

ontani, spogli di frondi, inchinavano i loro rami carichi di neve sopra

il rigagnolo muto ancor esso, perchè rapprese dal ghiaccio erano le sue

onde. La brezzolina gelata che soffiava ad intervalli, ora era un

sibilo, ora era un gemito. Quel cantuccio della terra, pur così vicino

ad abitazioni umane, pareva in quel momento ignorare la esistenza

dell'uomo.

Maurilio si fermò là dove soleva sdraiarsi, là dove ragazzo settenne

aveva sentito la prima volta passar ne' suoi capelli l'alito del

fantasma, scorrer nelle vene il fremito solenne che desta l'apparizione

de' morti. Aveva in petto un gran desiderio, una viva aspirazione e

insieme una potente e quasi direi commossa fiducia. Era venuto per

pregare; ma l'intimo anelito gli diceva che la preghiera poteva essere

mezzo valevole di evocazione a quello spirito che da tanto tempo non era

più venuto ad aleggiargli innanzi apprensibile da' suoi sensi umani. Il

dramma della sua vita era giunto ad una fase suprema; e quest'essere

oltreterreno che lo aveva scorto nell'aspro cammino fin'allora percorso,

confortandolo, ispirandolo, ammonendolo, poteva esso mancare di venirgli

a dire la sua parola? Non aveva egli anche ora e forse più di prima,

bisogno d'aiuto, di conforto, di consolazione? Là dove primamente eragli

apparito ed avevagli favellato, doveva la sovrumana creatura apparirgli

ora e favellargli. La voce vaga e inafferrabile dell'immensa natura

doveva condensarsi e farsi concreta nello spiro, che gli parlava

all'anima, di quel benigno fantasima. Egli lo credeva, egli lo voleva:

egli venne colà a bella posta e stette aspettando.

Volse la faccia verso quel punto del cielo in cui la riga sottile della

luce crepuscolare fra la terra e la vôlta nubilosa dell'orizzonte

cominciava da bianca a farsi rancia, e pregò.

— Ente supremo ed infinito, Intelligenza assoluta ed eterna, Causa

ultima e prima, Anima dell'Universo, a te s'innalza questa creatura

finita, a te si volge questa misera intelligenza in sì angusti limiti

ristretta, verso te aspira quest'essere contingente, ma che ha pure nel

suo intimo una particella dell'eterno, te anela comprendere quest'anima

schiava d'una bassa materia, ma che pure è membro di quella grande

schiera fraterna d'intelligenze che dal primo manifestarsi della vita

sale per tutti i mondi sino all'inconcepibile altezza dell'assoluto, ove

tu siedi.

«O natura! Nudrice comune; culla e tomba indefinita della vita terrena;

fieramente avversa all'uomo, e colle tue crudeltà fatalmente benigna al

suo sviluppo; problema immenso alla mente umana che sempre sei sciolto e

sempre rimani; mistero cui la scienza persegue e svela, e sempre ti

sottraggi dietro nuovi veli, ritraendoti man mano nel campo

dell'infinito; natura che mi afferri e mi tieni, ma non mi possiedi; tu,

benchè immensa, non sei l'ambito in cui deve rimaner rinserrato il

pensiero, lo spirito, il destino dell'uomo. Tu non sei la madre, tu non

sei che l'alimentatrice temporanea di questo spirito che passa traverso

a te. Tu non sei causa, nè un complesso di cause; tu sei effetto e

complesso di effetti; tu sei un intermediario; per chi ti sa cogliere e

dominare tu sei uno sgabello per salire a Dio.

«Iside splendida e superba, le tue braccia potenti m'accolgano, ma non

mi soffochino; è la tua vita che si agita in me, circoscritta in questo

corpo morituro; ma questo non è tutto l'io che in me pensa e vuole;

quando tu decreterai la distruzione di questo corpo che tu mi hai dato,

non assorbirai eziandio nel serbatoio eterno della materia questa parte

immortale che può sola concepire l'eternità a cui appartiene. Non

velarmi tu coll'ebbrezza della tua beltà lo spirito che oltre te siede e

te stessa governa, non offuscarmi collo spettacolo della fatalità delle

tue leggi il concetto della libertà del volere, della giustizia, della

verità della potenza creativa. Io non posso tutta abbracciarti e

comprenderti, o natura, colla forza del mio pensiero; ma pur sento che

questo mio pensiero si spinge oltre te, che oltrepassa i limiti del tuo

regno, tuttochè immenso; sento che il mio pensiero è chiamato

ineffabilmente da altezze ineffabili, sento che si sprofonda negli

abissi dell'infinito.

«Dio! Dio! Dio! Noi aneliamo ardentemente verso Te, perchè l'uomo ha

bisogno della verità, e Tu sei la verità! A Te per una innumera sequela

di secoli, per tratto di tempo incalcolabile, là dove cessa il tempo,

traverso innumere esistenze, noi verremo accostandosi, senza

raggiungerti mai, ma conquistando a volta a volta, mano a mano una parte

maggiore di vero. Oh! l'anima mia ha fretta di gettarmi in questo pelago

dove splende la tua luce. È un ardore di desiderio che non ha riscontro

in nulla di terreno. Dio, chiamami sollecito al mio destino ulteriore:

Natura, affrettati a riprender possesso di questi elementi che mi

costituiscono un corpo. Ho io ancora una ragione di vivere qui entro

questa creta sciagurata? Non ho pagato a sufficienza il mio tributo di

prove e di dolori? Fammi passare, Eterno Iddio, per le ombre del

sepolcro, onde gli occhi dello spirito si possano riaprire alla maggior

luce della vita avvenire.»

Si scoperse la fronte e la espose al soffio del vento gelato che gemeva

sommessamente fra i rami degli alberi. Sentiva il sangue salito al capo

tintinnargli nelle orecchie e produrgli suoni inapprensibili, che

parevano parole d'un misterioso linguaggio.

— Morire, morire, mormorava egli, voglio morire per vivere!

Ad un tratto si riscosse; aveva sentito sulla fronte un soffio diverso

da quello del vento: provò per tutte le fibre un fremito soave, come

quello che vi desta il giungere improvviso della più diletta persona.

L'alito che era passato sulle sue chiome pareva lo sfiorar leggiero d'un

bacio. Il cuore gli si mise a palpitare, come in attesa d'un grave

avvenimento. Tutte queste cose aveva egli già provate altre volte, e da

lungo tempo ora non aveva sentite più: le gli annunziavano il

presentarsi dell'apparizione; era come il tocco dello spirito

oltreterreno che gli significava: «Son qua.» Quest'apparizione era egli

venuto colà con immenso desiderio e con viva speranza avvenisse. Ora ne

fu certo. Levò la testa e gli occhi, e guardò.

La cappa nuvolosa del cielo s'era abbassata ancor più sulle montagne e

toglieva ogni adito al libero passaggio del chiarore crepuscolare:

traverso a quelle nubi di un grigio plumbeo si stacciava, per così dire,

un po' di luce che riusciva livida e sfumava i contorni degli oggetti in

una strana incertezza di disegno: a pochi passi lontano tutto si

confondeva in un buio che pareva quello del vuoto.

Maurilio vide, palpitando, una nebbia, un vapore comparire, coagularsi,

direi, in mezzo ai tronchi degli ontani, prender forma e sembianza di

donna avvolta in bianco paludamento, ma una forma aerea e diafana, e da

questa forma, da quest'ombra, raggiare il benigno sguardo, il mesto

sorriso che già conosceva. Il diletto fantasima evocato gli stava pur

finalmente dinanzi. Il giovane fece un passo verso lo spirito, come per

afferrarlo, per giungerlo colle sue mani tremanti, ma si fermò tosto,

non osando più, mancandogliene le forze; cadde in ginocchio sulla neve e

tese verso quell'essere non umano le braccia.

— Sei tu, sei pur tu ancora una volta, alla fine! mormorò egli. Che tu

sii benedetta! Io ho tanto, tanto bisogno di te.

Tacque ansioso, aspettando. La benignità di quel sembiante lampeggiò più

viva; e Maurilio udì nella sua anima, nel suo cervello, nell'intimo

dell'esser suo la voce melodiosa, d'una melodia inesprimibile, di cui

nulla in terra può dar paragone, che gli parlava soave.

— Tu vuoi morire! Credi tu che l'anima tua sia già di tanto matura nella

crisalide terrena, da potere spiegar l'ali, farfalla, nel regno degli

spiriti? Non sai che ogni giorno di terreno dolore che passa, la prepara

a più eletta sorte, la fa degna di maggior grado nell'avvenire? No,

infelice, no, le tue prove non sono finite. Apparecchiati a sostenere le

nuove che ti aspettano, con quella forza che ti servì per le passate.

Macerato dalla sventura, tu giungerai alla soglia della vita umana, più

disposto alla vita superiore che t'attende.

«Non maledire il dolor che ti percuote! Nulla è senza ragione nel

creato; e la volontà divina non è il capriccio dell'arbitrio. «Il vaso —

ricordalo — non ha diritto di dire al vasellaio: perchè mi hai tu fatto

e perchè in questa piuttosto che in quella forma, a questo meglio che a

quell'uso[2]?» Ma la ragione il vasellaio ce l'ebbe. Un giorno verrà

forse — per gli spiriti che hanno vissuto quaggiù dove tu vivi — in cui

potranno alcun poco penetrare dei misteri di Dio. Ciò potrà avvenire

anche di te, e capirai la tua sorte e benedirai il flagello onde fosti

colpito. Abbi intanto fin d'ora l'istintiva coscienza che non inutili

sono le tue pene, e soffri longanime.

[2] Parole di San Paolo.

«Soffri ed ama: soffri e perdona: soffri e confida nel dì futuro!»

La voce che pareva parlare non all'orecchio, ma direttamente nell'animo,

si tacque, e tutto l'essere di Maurilio vibrò ancora per un poco di quel

suono, come le corde dell'arpa vibrano tuttavia quando la mano ha

cessato appena di scuoterle. E il concetto e le parole che lo vestivano

erano appunto nel cervello di lui come l'armonia suscitata sulle corde

da una mano estranea: il suono è dello stromento, ma la melode è ad esso

estrinseca. A Maurilio quelle cose non erano state dette con voce di

suono: parevagli, per così esprimermi, che un altro le avesse pensate

nel suo pensiero.

— Soffrire! soffrire! gemette il giovane, inginocchiato sempre nella

neve. Ma non ho io sofferto abbastanza? Non ho io il diritto di

esclamare che s'allontani da me pur finalmente il calice delle amarezze?

Oh! mi si strappi almeno dal petto questo amore fatale che ancora mi

strugge e che la crudeltà del destino vuole empiamente mostruoso. Ah! tu

non sai, spirito benedetto, quanto questo amore mi tormenti e mi

affatichi col suo tormento! Quella immagine io non posso scacciare dal

mio pensiero, e col mite affetto d'un fratello non posso pensarla! Mi

squarcerei a brani a brani il cuore per tormi questa indomita passione.

Debbo io fuggire la mia famiglia ora che la Provvidenza mi ha ad essa

ricondotto? Mi fu ella mostrata la tenerezza dei domestici affetti e

concessami la possibilità di goderne, solo perchè una maledizione

venisse a piantarsi fra loro e me e rigettarmene lontano? Dovrò io

esecrare il momento in cui ripresi il possesso del nome e delle

condizioni che mi spettano?

Maurilio guardava il fantasima, e gli occhi non umani del fantasima

guardavano lui. Da questi occhi partì una fiamma, un raggio, una

scintilla, un qualche cosa d'inesprimibile che penetrò e si confisse nel

cervello del giovane, e gli suscitò di colpo un'idea che mai non gli si

era nemmeno adombrata. Era un dubbio strano che prese forma in una

domanda.

— Poichè, continuò egli, quello è bene il mio nome, quella è ben la mia

famiglia? Non è egli vero?

Stette aspettando ansiosamente la risposta. Il fantasima non la diede:

ma una indicibile espressione di mestizia insieme e di pietà apparve

sulle sue sembianze. Maurilio con infinita supplicazione protese le mani

verso lo spirito.

— Qual è questo mistero che mi si annunzia? che il mio pensiero intuisce

nel lampo de' sguardi tuoi?... tu sai la verità di certo... Oh dimmi

tutto il vero, qualunque sia...

Si tacque di nuovo in attesa d'una parola, di un cenno. L'aerea forma di

donna lo guardava sempre più mesta e più pietosa; ma non parlò, non

mosse. Il cuore a Maurilio batteva, batteva.

— Sono io figliuolo di Maurilio Valpetrosa? domandò egli con un'ansia

piena d'angoscia. Sono io figliuolo della contessa Aurora?

La neve in quella si mise a cadere; il vento si ridestò più vivo e

faceva turbinare le bianche falde intorno ai rami degli alberi. Il

bianco fantasima si confuse col bianco della neve fioccante. Parve che

quel turbinio avvolgesse, assorbisse, sciogliesse quel vapore condensato

in forma di persona; il sorriso del labbro e dello sguardo si fece più

lieve, si dileguò, sparì in mezzo alla danza dei fiocchi nevosi per

l'aria; ma a Maurilio che guardava intento con pupille fise, parve che

nel punto di dileguarsi quella apparizione scuotesse in segno negativo

il capo, e quella voce non umana che gli aveva parlato nell'anima, gli

susurrasse, ma fievolmente come un'eco lontana, lontana:

— No! no! no!

Il giovane sorse con impeto.

— No?... gridò egli. Io non sono dunque il fratello di Virginia?

Il primo pensiero che gli si presentava era quello dell'amor suo e gli

faceva accogliere quasi con gioia l'ispiratogli sospetto.

— Ma dunque io posso amarla? continuava con trasporto inesprimibile. Oh

parlami! Dimmelo ancora e più chiaramente... Rispondi, rispondi in nome

di Dio! È mia sorella Virginia?

Si avanzò d'un passo verso quel luogo dove gli era apparsa l'ombra.

Tutto era svanito e non si trovò in faccia che il cader lento e

turbinante della neve aggirata dalla brezza.

Sentì una gran confusione nel suo spirito. Aveva egli visto bene in quel

dileguarsi del fantasima? Era davvero un segno negativo quello che gli

era stato fatto ed una parola negativa quella che aveva creduto udir

pronunziata. E se anche ciò fosse, doveva egli credere fosse quella la

verità? E se tutto questo non fosse che illusione? Che fare? Come

sincerarsi della realtà delle cose? Se lo spirito aveva dettogli

veramente così, e certo non aveva mentito, vorrebb'egli usurpare un

posto che non gli toccava, mentre colui che ci aveva diritto viveva chi

sa dove, e chi sa come?

Discese lentamente al villaggio. Camminava assorto, il capo chino, le

braccia incrociate al petto, non vedendo nessuno, non sentendo nulla,

fuori affatto del mondo circostante. Ad un punto sentì una voce che lo

chiamava per nome. Gli pareva di conoscer quella voce, ma il suo spirito

era così lontano ancora dal mondo presente, che non seppe dirsi di chi

fosse; non le badò e continuò il suo cammino; un passo affrettato gli

corse dietro e lo raggiunse; una mano si posò sulla sua spalla e la voce

che già lo aveva chiamato gli disse:

— Eh Maurilio! sei tu sordo?

Egli si riscosse in sussulto; si volse e si vide dinanzi Gian-Luigi.

La vista del suo compagno d'infanzia fu a Maurilio in quel momento poco

piacevole, quasi molesta. Forse perchè veniva a sturbarlo da' suoi

pensieri; forse perchè l'irrequietezza dell'anima e l'irritazione dello

spirito confuso inasprivano ogni ricevuta impressione.

— Tu qui! esclamò egli con voce ed accento di burbera impazienza. Che

vieni tu a farci?

Quercia lo guardò stupito e parve nel suo occhio nero fosse per

lampeggiare il risentimento: ma di colpo si atteggiò alla più serena

ilarità la mobile espressione della sua bella faccia; ed egli ruppe in

una franca risata.

— Affè mia che non lo so io stesso. Avevo detto di venirci come prima

avrei potuto, e _promissio boni viri_.... con quel che segue. Mi sono

detto: poichè ho da mantenerla questa promessa, il meglio è che me ne

sbrighi il più presto. Siccome son io che meno gli avvenimenti della mia

vita, e non gli avvenimenti che menano me, mi sono procurato un giorno

di libertà e son volato... coi cavalli dell'_omnibus_. Sissignore son

venuto prosaicamente in quell'orribile baracca rompitrice di ossa umane,

per non sciupare il mio bravo cavallo; ed eccomi qua pronto a cogliere

sulla mia faccia i baci e le lagrime di tenerezza della povera

Margherita... E sei tu che mi facevi rimprovero del non venirci, il

quale ora hai da domandarmi con quell'aria di superiore corrucciato che

cosa son qui per fare?

Maurilio evidentemente non prestava attenzione alle parole del compagno

e non aveva capito nulla. Gian-Luigi con atto di amichevole

domestichezza volle passare il braccio in quello di lui, ma egli si

riscosse a quel tocco e ritrasse in là la persona guardando l'amico con

sì torbida cera che Quercia si fermò su due piedi.

— Orsù, diss'egli con accento e con isguardo superbamente risentiti; che

novelle son queste? che ti frulla pel capo, e con chi pensi tu ora di

aver da trattare? I fumi del tuo nuovo stato ti sono eglino già saliti

così stupidamente alla testa da metterti — e verso di me! — in una

stolida superbia?... Senti tu già il gorgoglio del sangue patrizio

ignorato pur ieri?

Maurilio parve allora destarsi da un sogno penoso.

— Io superbia? esclamò. Sangue patrizio, io?

Gli sembrò vedere ancora, in mezzo al bianchiccio della neve cadente, la

leggera forma del fantasma scuotere il capo in segno di negazione.

— No, no..... Non ho superbia, non ho sangue patrizio.... Sono plebeo,

tutto plebeo, non altro che plebeo.

Gian-Luigi lo guardò attentamente con occhio acuto, penetrativo,

profondo; subodorò un segreto.

— Perchè parli tu così? diss'egli lentamente. È il tuo animo che senti

fallire alla nuova condizione, o questa che ti fallisce?

Maurilio fu sul punto di narrar tutto; ma guardando il suo compagno gli

vide nel volto e nella pupilla soprattutto una intentività quasi maligna

che respinse in lui la fiduciosa espansione; crollò il capo, fece un

atto colla mano per significare: gli è nulla; e si tacque.

Camminarono alquanto in silenzio l'uno accosto all'altro per la via

deserta del villaggio; quando apparve loro dinanzi la modesta facciata

della chiesa in fondo alla piazza, il _medichino_ domandò bruscamente:

— Dove sei tu avviato?

— Rientro in casa di Don Venanzio.

— Ed io vo dalla Margherita. Annunzia la mia visita al parroco; fra

dieci minuti sarò a salutarlo e domandargli un boccon d'asciolvere.

Maurilio, colla mente ancora preoccupata, disse sbadatamente:

— Se ti accompagnassi dalla Margherita....

— No: interruppe con vivacità Gian-Luigi: queste scene di

riabbracciamenti non vogliono testimonii.

— Hai ragione. A rivederci dunque fra poco nella _canonica_.

— A rivederci.

Si separarono. In breve Gian-Luigi fu alla porta del tugurio, dove, ad

un'estremità del villaggio, abitava la povera donna che gli aveva fatto

da madre. Picchiò a quel povero uscio di assi tarlati e poco ben

connessi, senza che la menoma emozione gli turbasse il regolare battito

de' polsi. Un passo lento e trascinantesi si udì accostarsi nell'interno

della capanna; l'imposta fu aperta e si presentò sulla soglia la persona

ricurva della vecchia Margherita, il capo avvolto nel suo grossolano

fazzoletto, la sua conocchia piantata al fianco nel legaccio del

grembiule e il fuso tra mano. La si aspettava così poco di trovarsi

innanzi il suo figliuolo adottivo in quel momento che guardò

meravigliata quel signore elegantemente vestito che era venuto a

picchiare il suo uscio e non riconobbe in esso colui che da tanti anni

non aveva più riveduto ed aveva desiderato rivedere pur sempre.

Però, senza sapersene dire essa stessa una ragione, la sua voce fiacca e

velata tremava più dell'ordinario quando gli chiese con parole confuse

che parevano un balbettìo che cosa volesse, di chi cercasse.

— Ah! voi non mi riconoscete più, mamma Margherita? Disse il giovane con

un piacevole e schietto sorriso.

La vecchia lasciò cadersi il fuso e strapparsi il filo, alzò le scarne

mani abbronzate, all'altezza della testa, e battè palma a palma,

gettando un grido cui la soverchia intensità dell'emozione soffocò a

mezzo.

— Sei tu! Sei il mio Giannino! esclamò: oh Santa Vergine dei dolori!...

E quelle mani secche, inaridite, color di rame, tremanti per gli anni e

pel tanto turbamento di quell'istante, allungò verso il giovane per

istringerlo al collo, per afferrare quel capo diletto e tirarselo a sè a

baciarlo ed abbracciarlo e stringerlo ai miserabili panni che le

coprivano quel seno che lo aveva alimentato. Ma Gian-Luigi — fu egli un

istintivo impulso di vergogna che lo spingesse a sottrarre la vista di

quell'amplesso della pezzente agli sguardi di chi poteva passare per la

strada, fu il pensiero amorevole di levar via più presto dall'aria

ghiaccia che soffiava sul villaggio il debil corpo della vecchia? —

Gian-Luigi afferrò quelle braccia che si stendevano con tanto amore

verso di lui e per esse trasse indietro la donna finchè ambedue furono

entrati nel tugurio e la porta potè richiudersi dietro di loro.

— Ed ora, diss'egli poi ripigliando quel suo leggiadro sorriso, mamma

Margherita, abbracciatemi pure.

La donna lo guardava con occhi che per miracolo avevano ritrovata una

parte dell'antica vivacità della loro giovinezza. Quel sorriso del suo

Giannino, com'ella, per antica abitudine, lo chiamava pur sempre, le

illuminava lo squallido suo abituro come un raggio di sole primaverile

entratovi ad un tratto a dispetto della stagione e della neve. La voce

di lui suonavale come la più gradita melodia del mondo.

— Sei tu! sei tu! sei il mio Giannino! Oh Santa Vergine dei dolori!

ripetè essa come se la non sapesse trovare altre parole; e gettategli le

braccia al collo lo baciò e lo ribaciò sopra una guancia e poi

sull'altra, e poi sulla fronte, e poi sulle labbra, e finì per rompere

in un pianto dirotto con forti singhiozzi.

L'impressione del tristo giovane non fu di tenerezza. Le malvagie

passioni troppo avevangli guasto il cuore e smussata la sensibilità,

perchè egli comprendesse la profonda e santa emozione di quella povera

vecchia, la partecipasse e vi si compiacesse. In quell'amplesso, a

contatto di quelle vesti fruste e rappezzate, di quelle membra magre e

sfiacchite, sentì come un odore disgustoso di miseria e d'angustie; gli

parve quasi che il bisogno e l'abbiezione e la vergognosa umiltà di quel

miserabile ceto plebeo da cui egli aveva tanto fatto per uscire,

incarnati nella persona di quella squallida vecchia, gli gettassero le

braccia al collo per riprenderlo in loro possesso, per trarlo a

precipitar di nuovo nell'oscuro abisso. Si sciolse dall'abbraccio e

disse non senza qualche impazienza:

— Via, via; non piangete così. Affè che non ci vedo nulla da piangere!

Margherita si asciugò in fretta le lagrime.

— Hai ragione..... Non so nemmeno io perchè piango..... dovrei essere

così allegra..... Lo sono, sai..... Vorrei farti tanta festa e non

so.....

Non vi starò a ripetere tutte le parole di quella povera donna, che

avrebbe voluto poter cambiare in un tratto la sua capanna in una reggia

con ogni abbondanza di ben di Dio per accogliere degnamente il suo

diletto figliuolo. Non vi dirò i suoi ringraziamenti per l'invio delle

mille lire, le proteste ch'ella fece quando udì che Gian-Luigi di quella

stessa giornata sarebbe ripartito, e le preghiere per farnelo fermare

almeno un giorno ancora. Il giovane che tutti questi discorsi tollerava

con appena velata impazienza, li troncò per farsi egli a dire quello che

più gl'importava e che era stato la vera cagione della sua venuta.

— Date retta, Margherita, cominciò egli mettendole una mano sulla spalla

e guardandola ben fiso affine di richiamare alle sue parole tutta

l'attenzione di lei: se un gran pericolo mi pendesse sul capo e voi

poteste stornarlo, non è vero che lo fareste?

La vecchia strinse le mani in atto di quasi offesa meraviglia.

— Dio buono! Santa Vergine dei dolori! E me lo puoi domandare?... Farei

ogni possibil cosa... darei questa grama di vita... e più ancora... per

venirti in aiuto... Ma pur troppo, che potrò io mai fare per te, io,

povera vecchia?...

— Voi potrete assai. Un pericolo può minacciarmi da un momento

all'altro; e voi, non con fatti, ma con sole parole, potete concorrere a

salvarmene.

— Parla, parla. Che debbo fare? che debbo dire?

— Voi potreste essere chiamata da qualche autorità a dare informazioni

del mio passato, a narrare la storia della mia infanzia: così disse

Gian-Luigi con voce bassa e pronunzia spiccata, parlando lentamente e

tenendo sempre una mano sulla spalla a Margherita e gli occhi entro gli

occhi perchè le cose ch'ei diceva le si imprimessero ben bene.

La vecchia non moveva un dito, non batteva palpebra: aveva concentrata

tutta la sua vitalità negli occhi che fissavano il giovane e nelle

orecchie che assorbivano avidamente le parole di lui; ad ogni motto

quasi ch'egli pronunziava la faceva un leggier cenno del capo, come per

dire: «ho capito, questo non mi scappa più.»

— In tal caso, continuava il _medichino_, voi ripeterete parola per

parola ciò che ora verrò dicendovi.

Espose in quel modo lento e con quel tono spiccato la favola della sua

sorte che aveva narrata al signor Giacomo Benda ed al commissario Tofi;

appena la ebbe finita, la ricominciò da capo e tornò a dirla tutta

perchè di subito la si fermasse con tutti i suoi particolari nella

memoria di Margherita; e poi come ricapitolando soggiunse:

— Voi dunque affermerete che fu il dottore il quale vi mandò all'ospizio

a prendere non un trovatello qualunque, ma uno particolarmente

designato, quello cioè a cui per contrassegno, nell'esporlo era stata

messa tra le fascie la metà d'una lettera lacerata per lo lungo, nella

quale si leggevano le tali e tali parole, voi direte che fino dai

primissimi tempi, il dottore medesimo, benchè di nascosto così che

nessuno potesse accorgersene, pigliava interesse di me e veniva di

quando in quando segretissimamente a visitarmi; aggiungerete ch'egli vi

pagava eziandio in segreto, e che dalle sue parole avevate potuto capire

che agiva dietro mandato di qualche lontana persona; e infine — e qui

non avrete più che da dire la verità — che più tardi egli mi prese seco

e fu lui a farmi studiare, e quando morì mi lasciò una parte della sua

eredità.

Margherita aveva sempre ascoltato a bocca ed occhi larghi, immobile come

una statua.

— Avete capito? le domandò il giovane.

Ella accennò di sì.

— Sareste capace di ripetermi questa storiella? Su via, provatevici.

La vecchia ripetè dal principio alla fine, senza sbagliare d'un punto.

— Benissimo! Ma converrà che la riteniate ben bene a memoria, e che ogni

qualvolta possa occorrere, voi siate in grado di dirla come adesso,

senza imbrogliarvi e confondervi.

— Me la ripeterò fra me stessa, mattina e sera, tutti i giorni.

— Brava! E se vi domanderanno come avvenne che il medico pagandovi

secondo quello che dite, voi siate pur sempre rimasta nella miseria,

risponderete che spendevate ogni vostro danaro a giuocare in segreto al

lotto.

Margherita espresse per la prima volta un po' di scontentezza.

— Ah! questa è una ben grossa bugia.

— Non più grossa delle altre: rispose asciuttamente Gian-Luigi

guardandola con quel piglio che ne imponeva a qualunque: e conviene

dirla se il bisogno lo vuole.

La vecchia curvò il capo.

— E se, continuava il giovane, vi domandano eziandio perchè non avete

detto nulla mai a nessuno di codesto, risponderete che avevate giurato

di conservare su ciò il più assoluto silenzio, ma che ora, avendo

prestato un altro giuramento: quello di dire la verità a chi

v'interroga, siete costretta a svelare quello che non avete mai detto.

Margherita sollevò di nuovo in volto al figliuolo gli occhi che aveva

chinati a terra.

— Come! diss'ella: un altro giuramento? Non capisco.

— Sì: rispose Gian-Luigi con qualche impazienza. Molto facilmente se ciò

avviene — e potrebbe anche darsi che nulla di ciò avvenisse — prima di

interrogarvi vi faranno giurare di dire la verità...

— Ed io, interruppe la donna spaventata: dopo aver giurato di dire il

vero, non direi che bugie?... Un giuramento falso... Oh mai!

Un lampo passò negli occhi di Gian-Luigi.

— È questo dunque l'amore che diceste avere per me? diss'egli frenando

il subito moto della sua ira: è questo quello zelo che vantavate di

voler fare qualunque cosa per util mio?

— Qualunque cosa, sì... son pronta... Ma perdere l'anima poi!...

Quercia stette un momento a riflettere se gli convenisse meglio

ricorrere ai mezzi violenti per rompere quell'inaspettata opposizione

della vecchia, oppure agli amorevoli. Si decise per questi ultimi. Prese

ambedue le mani di Margherita, le strinse nelle sue, e disse con quello

sguardo ammaliatore e con quella sua voce soave che erano tutta una

seduzione:

— Sentite, mia buona e cara madre. Si tratta per me di tutto il mio

destino, di onore o disonore, di vita o morte. Ho confidato in voi:

vorreste ora mancarmi? Quando mi vedeste assolutamente perduto, che

rimorso non sarebbe il vostro, dicendovi: «io poteva con una mia parola

salvarlo, e nol feci!» L'anima si salva facendo opere buone: e qual

opera migliore, quale più doverosa per una madre — e voi siete una vera

madre per me — che quella di togliere alla rovina, all'onta, alla

disperazione suo figlio?

La donna vacillava; non era la forza degli argomenti usati da Gian-Luigi

che la sommovesse: ella era in quel momento così turbata, che appena se

capiva le parole di lui; era la voce, era lo sguardo del giovane che le

penetravano così dolcemente e potentemente nell'anima: era il suo

sterminato affetto che la dominava e stava per superare ogni contraria

ragione.

— Mi consulterò con Don Venanzio: diss'ella timidamente.

— No; proruppe con vivacità il giovane. Con nessuno conviene che vi

consultiate, e meno con lui che con altri. Ah! non avrei aspettato in

voi tanta esitazione, sì poco amore!....

La misera a questo rimprovero crudelmente ingiusto non rispose che con

un gemito e con uno sguardo; ma e lo sguardo e il gemito dicevano di

molte cose, per cui Gian-Luigi avrebbe avuto da arrossire e gettarsele

in ginocchio dinanzi a domandarle perdono. Egli mostrò non aver pure

avvertito quella muta, eloquente protesta, e continuò nel suo dire, e

tanto seppe colle melate parole e colle preghiere circonvenire l'animo

di quella povera donna che ne ebbe ottenuta solenne promessa, ella

farebbe tutto a senno di lui, non si ritrarrebbe innanzi al falso

giuramento, non farebbe parola di nulla al parroco.

Gian-Luigi uscì per recarsi da Don Venanzio: Margherita disse che

sarebbe andata a ritrovarlo colà fra poco tempo per vederlo ancora, per

rimanere ancora un po' di tempo prima ch'egli ripartisse; ora la

infelice aveva bisogno di esser sola. Il giovane nell'abbandonar la

capanna le fece la grazia di abbracciarla; e poi si allontanò col suo

passo franco, l'aspetto allegro e sicuro, lo sguardo vivace e

dominatore; e nessuno avrebbe detto che gravi cure lo travagliavano e

più grave pericolo incombeva sul suo capo.

Margherita, appena fu uscito il figliuolo, cadde in ginocchio sul freddo

pavimento della sua miserabile capanna, e serrando le mani in atto di

fervente preghiera, esclamò:

— Dio mio! Dio mio! Ho fatto tanti sacrifizi per quel ragazzo; ed avessi

anche da far questo? Risparmiatemi voi, Santa Vergine dei dolori;

risparmiatemi questo peccataccio mortale..... Che se sarà necessario,

dopo avergli sacrificato la mia vita terrena..... ebbene, gli

sacrificherò anche l'anima.

Gian-Luigi con Don Venanzio e Maurilio fu del più libero e lieto umore

del mondo, tanto che riuscì perfino a dissipare alquanto le nubi che

erano raccolte sulla fronte del suo compagno d'infanzia: disse che per

quella volta non aveva potuto procurarsi il piacere d'una più lunga

dimora al villaggio, ma che sarebbe tornato prossimamente e per

rimanervi alcuni giorni. Fu ameno, amorevole, piacevolissimo come sapeva

essere quando volesse. Margherita sopraggiunse: ma una mestizia di cui

Don Venanzio non sapeva darsi ragione offuscava in lei la gioia di

rivedere il figliuolo: essa lo guardava fiso, fiso, in silenzio, alcuna

volta le lagrime venivanle agli occhi. Quando però il giovane partì,

ella seppe rattenere il pianto.

— Ricordatevi: le susurrò Gian-Luigi all'orecchio, dandole l'ultimo

abbraccio.

Ella rispose con un cenno affermativo del capo.

— Che cosa avete? domandò il parroco alla vecchia, quando il giovane fu

partito. Mi par di scorgere in voi la mostra d'un nuovo dolore.

— Nulla, nulla: rispose sollecitamente la poveretta, e s'affrettò ad

allontanarsi.

Gian-Luigi, tornato a Torino, trovò a casa sua un altro bigliettino di

quel suo anonimo avvisatore; non v'erano scritte che queste parole:

«Affrettatevi. I sospetti crescono. Si tende una rete intorno a voi. Il

conte L. fu pregato di un abboccamento dal Direttore generale della

Polizia.»

Quercia stette un istante con questo biglietto in mano, le sopracciglia

aggrottate, la sua ruga caratteristica incavata sulla fronte; poi si

riscosse, e stracciando a minuti pezzi la carta che poi gettò ancora sul

fuoco, disse fra sè:

— Mi affretterò... Il conte poi, ne sono sicuro, non dirà nulla che mi

possa pregiudicare.

La plebe, parte IV · 第 23 / 44 题