Ecco la lettera di Violet:
«4 luglio.
«Appena sei partito ho data la felice notte ai miei amici ed eccomi
nella mia camera. Voglio tanto bene a questi perfetti amici, ma quando
tu mi lasci soffro di stare con altri, desidero esser sola per
ritrovar te, per stringerti al mio cuore _nel più profondo mistero_,
come dice la cara poesia.
«Non ti scrivo per dirti che ti amo, benchè avrei tanti volumi da
riempire con questo. Ti scrivo per tenere subito la mia promessa di
Geisenheim.
«Caro, io credo di averti amato molto presto, a Belvedere; molto prima
di quanto potresti credere. Allora pensavo, contro la mia volontà, che
sarei felice di vivere presso a te come la più umile persona della tua
casa, assistendo, ignorata da te, alla tua vita intima, udendoti
parlare con altri più degni di me e leggendo... sì, sognavo anche
questo peccato!... leggendo di nascosto le tue carte. Poi, quando
seppi d'essere amata n'ebbi una vertigine, e desiderai nella mia
fantasia che tu avessi a scrivere per me sola. Questo l'ho desiderato
anche più tardi, una volta. Viaggiando in ferrovia da Firenze a Roma
ho udito parlare di te come scrittore idealista, in modo che mi fece
male. Avrei pianto di collera e pensai che diventando mio non daresti
più al mondo un solo verso. Ma era un pensiero che, allora, non poteva
durare. Conoscevo tanto meglio di prima, per le tue lettere, l'anima
tua; sapevo che, per quanto riguarda le idee, sei capace di seguire il
tuo cammino col più risoluto disprezzo degli attacchi che giungono e
di quelli che non giungono a te. Adesso io sono tua ed ecco ciò che ho
nel cuore:
«Noi dobbiamo vivere nel tuo paese, là dove tu hai le memorie più
care, dove le voci delle cose ti hanno parlato la prima volta, un
giorno della tua fanciullezza, con tua grande confusione e stupore, e
ti hanno poi appreso in seguito ch'eri poeta e che bisognava
rispondere ad esse. Ricordi bene, non è vero, di avermi raccontato
questo? Là tu hai conosciuto la vita e i cuori degli uomini che in
parte sono già ne' tuoi libri e in parte nella tua mente; là tu hai
sentito spesso col sentimento di tutto un popolo. Noi dobbiamo vivere
là, non perchè tu goda tutte queste dolcezze della patria, ma perchè
mi pare che sieno quasi l'alimento del poeta, e tu devi esser poeta
sino all'ultimo, con tutta l'anima tua e con tutta la mia.
«Caro, io sono forse in parte troppo scettica e in parte troppo
entusiasta; di quest'ultimo guaio ne hai colpa tu che mi hai ridonato
il mio cuore di diciott'anni. Io penso che tu possa realmente far
bene, come poeta, a pochissime anime, e penso in pari tempo che il
valore di questo ristretto beneficio sia inestimabile e che saresti
colpevole di non recarlo. Non basta; io sono una personcina molto
ignorante e da nulla, ma tuttavia presuntuosa assai; e oso adesso dire
cosa vorrei che tu facessi in avvenire come artista. Il romanzo che
hai incominciato mi piace immensamente e so come vi lavorerai quando
sarai mio. Io mi vedo già seduta vicino a te, con un lavoro fra le
mani molto più umile del tuo, guardandoti e baciandoti col desiderio
mentre scrivi, e tenendo gli occhi bassi quando alzi i tuoi dalla
carta, per non tentarti, per lasciarti tranquillo. Ma vorrei che ne'
tuoi futuri libri non vi fosse solo _die vornehme Welt_, come dicono
qui, una elegante società di signori e signore; e nemmeno che ci
fossero solamente contadini e operai; vorrei che tu prendessi in mano
tante persone di ogni specie, come si mescolano o si toccano o almeno
si vivono accanto nella vita reale. E vorrei un'altra cosa più grande
assai; che tu fossi per questa gente il poeta della verità e della
giustizia.
«Dio mio, come mi batte il cuore pensando che lo sarai! Ti abbraccio,
mi stringo a te nel pensiero, ti amo tanto e sono tanto felice che ne
soffro.»
«5 luglio.
«È l'alba e io scrivo presso la finestra aperta, per aver luce. Non ho
potuto dormire, ma ho riposato e l'aria così pura e fresca mi ristora,
mi dà una gioia tranquilla.
«Il caso e le condizioni della mia esistenza, alquanto vagabonda, mi
hanno fatto conoscere molte persone e molti atti di queste persone che
sono ignoti alla maggior parte della gente fra la quale vivono. Ho
udito il mondo esaltarle o deprimerle con giudizi di errore e poche
cose che mi hanno fatto altrettanto sdegno, altrettanta amarezza.
Avevo forse appena tredici anni quando questi stupidi giudizi umani
incominciarono a farmi soffrire. La mia adolescenza fu assai
fantastica e ambiziosa. A sedici anni sognavo la gloria come un
ragazzo, credevo poter diventare un grande scrittore e m'inebbriava
l'idea di far giustizia colla penna senza rispetti umani. Forse, col
carattere focoso e altiero che avevo allora, pensavo più a castigar
degl'ipocriti che a premiare la virtù sconosciuta. Le mie illusioni,
la mia folle ambizione caddero presto e di quell'ideale non è rimasta
in me che un'alta, inaccessibile immagine; ma ho sempre pensato che
invece di porre in scena caratteri non mai esistiti o fatti di
rappezzi, il poeta dovrebbe portare intere ne' suoi libri le persone
che ha conosciute nel mondo, rappresentandole secondo verità e
giustizia, in modo che possa servire di premio o di pena. Io so che
non dobbiamo giudicare i nostri fratelli e che nè la perfetta scienza,
nè i definitivi premi e le pene del cuore umano sono in nostro potere;
ma sento con tutta l'anima che il poeta è chiamato a prendere sulla
terra, per ombra e figura, questa parte divina, a esercitarla, non per
uno sfogo di passione come avrei fatto io qualche volta, ma col solo
intendimento del bene, per correzione ed esempio, e con le prudenti
cautele che ha o dovrebbe avere chi pronuncia in chiesa la parola di
Dio, quando apre le anime e vi mostra il peccato.
«Caro, ti faccio io sorridere? Credo veramente che sorridi, mi
accarezzi e mi baci, molto come il tuo amore che sono e un poco pure
come una bambina che ti sembro in questo momento. Perchè io La credo
capace, sarcastico signore, di questa cosa mostruosa: ridersi di me.
Ciò ch'ella del resto non potrà, un giorno, fare impunemente, perchè
se io Le ho già morso un dito, piano piano, per amore, saprò mordere
anche per vendetta, e forte! Ma no, è vero, non tocca a me dirti qual
è la tua via; a me tocca solo seguirti, seguirti sempre, al tuo fianco
quando la via è piana, nelle tue braccia quando è difficile. Spero che
sarà molto difficile, sai?
«Ecco una lunga lettera e non vi è ancora ciò che mi fu cagione di
scriverla. È una cosa contro il mio cuore, ma secondo la mia mente e
la mia coscienza. Non ho mica presa sul serio la tua proposta di
Geisenheim; ma sai perchè non vorrei vivere a Geisenheim nè in
qualsiasi altra solitudine? Perchè occuperei troppo tutta la tua vita!
Per me sarebbe il paradiso, ma non dev'essere, non lo voglio. Voglio
essere una nuova fiamma in te per le opere del bene e dell'arte, e
ritroverò me in tutto che penserai, in tutto che farai, quantunque in
apparenza estraneo e in fatto superiore a me. Voglio però anche essere
la tua vanità; io sola, che sono parte di te, una parte inferiore, io
sola voglio essere la tua vanità. Se tu ti sforzi di non curar le lodi
dei giornali e della folla, ti abbandonerai, invece, senti come sono
orgogliosa!, alla dolcezza di esser lodato da me, che non so ancora
lodare, che invidio, per questo, le donne italiane, ma che cercherò
d'apprendere, e se non saprò scioglier la mia lingua legata, ti
parlerò colle mie carezze!
«Solamente, se ci saranno ne' tuoi scritti eleganze classiche,
bellezze puramente italiane, temo che non le saprò intendere. Me le
insegnerai tu, caro. Quante cose mi devi insegnare! Quando penso come
sono ignorante di tante cose che ogni scolaretta sa, mi copro il viso.
Ti piace ch'io mi copra il viso?»