L'indomani alle undici trovai Violet in giardino. Nello stringerle la
mano la sentii di ghiaccio, ma il viso era tanto raggiante! Mi
aspettava da un'ora, pur ricordando di avermi detto alle undici. Le
diedi le due strofe che precedono e un biglietto con cinque versi che
mai altri occhi umani non videro nè vedranno. I suoi lampeggiarono di
gioia quando le parlai di queste poesie, scritte nella notte.
--Ecco--esclamò--la mia speranza di ieri!
Ma quando vide com'erano scritti i cinque versi e quale inesprimibile
amore dicevano, mi guardò fiso con lo stesso scuro fuoco del giorno
innanzi, mi strinse le mani con la stessa energia convulsa, senza
potere articolar parola.
--Ho paura--diss'ella finalmente, sottovoce, tenendo gli occhi bassi e
accarezzandomi la mano--che Dio ci castighi perchè a Belvedere hai
cominciato ad amarmi credendomi maritata, e io te lo lasciai credere.
L'ho tanto pregato che ci perdoni, sai. Pregalo anche tu, caro. Non
voglio mica perderti presto; non mi basta di sapere che sarai mio per
sempre nell'altra vita. Dio, sono tanto attaccata alla terra adesso!
Ti voglio anche qui, anche qui. Tu non puoi intendere, vedi, come ti
amo.
Mi spieghi Lei, amica mia, come si possono confondere nel cuore una
tale angoscia e una tale dolcezza quali ne provai a un punto per le
parole appassionate di Violet. Mi rimproverai tacitamente di averla
troppo commossa, di non aver fatto maggior violenza al mio sentimento,
e la scongiurai di serbarsi tranquilla, perchè le emozioni troppo
forti potevano porre a cimento la sua salute.
--Allora calma, calma, calma!--diss'ella sul serio.--Diventi di gelo
anche Lei.
Questo _Lei_ involontario, eppure così naturale in quel momento, ci
fece ridere di cuore.
Le presi la mano sinistra.
--Questa non può stringere come vorrebbe--disse Violet un po'
tristemente--ma le devi voler bene come all'altra.
Era così elegante quella piccola mano segretamente offesa, così
delicata e diafana!
--È la più bella mano che il mondo abbia--diss'io.
--Non dica questo cose--rispose Violet tornando al _Lei_ e arrossendo.
Sorrisi e replicai:--Non le dirò più.--Ella esclamò allora con
impeto:--Sì, le dica!
Il mio pensiero passò naturalmente dalla sua infermità a un'altra
idea.
--E i tuoi parenti? Cosa dicono? Lo domando perchè mi pare che dovrei
scrivere a tuo fratello.
Qui la mia coscienza mi accusa di una colpa che il mondo, ingannato
dai nobili sentimenti profusi senza fatica nei miei libri, forse non
mi avrebbe attribuita, ma che risponde pur troppo alle intime pravità
e miserie della mia natura. Non avevo perdonato a mio fratello le sue
obiezioni di prima, la sua freddezza di poi, ne serbavo un
risentimento ingeneroso. Inoltre, per la mia orgogliosa ed egoistica
inclinazione a considerarmi vittima dell'ingiustizia umana, a supporre
negli altri antipatie, invidie deliberate, noncuranze verso di me, mi
figuravo che mio fratello e mia cognata fossero molto più avversi al
mio matrimonio, molto più amaramente ingiusti verso Violet e me di
quanto erami lecito credere. E mi compiacevo, quasi, per la mala
abitudine del mio cuore, di una tale ingiustizia che mi rendeva, in
certo modo, più caro a me stesso. Ora l'idea che Violet scrivesse una
lettera affettuosa a mio fratello mi destò una subita ripugnanza. Non
la seppi vincere e nemmeno seppi, purtroppo, esser sincero; risposi
che non avevo ancor detto nulla a' miei parenti, che per ora non era
necessario di scrivere e che ad ogni modo sarebbe toccato a me di
partecipar loro il nostro matrimonio e quindi a mio fratello di
scrivere per il primo alla fidanzata.
Violet parve sorpresa e mortificata dalle mie parole. Allora compresi
che questo silenzio serbato co' miei parenti la poteva offendere, e
ciò mi recò più dolore che il non aver detto la verità.
--Non vorrei dividerti dalla tua famiglia--diss'ella senza guardarmi.
La pregai di non turbarsi con questa idea, le dissi che prendendo
moglie mi sarebbe stato materialmente impossibile di rimanere nella
casa paterna e che pensavo portar la mia dimora in Roma o in Firenze,
insomma in una grande città dove gli studi fossero più facili e il
clima migliore che nel mio paese natio.
Mi parve che Violet non fosse molto persuasa de' miei progetti, che
temesse di esser lei la causa d'una risoluzione simile.
--Ne parleremo--diss'ella col suo sorriso dolcissimo.--Parleremo
seriamente di molte cose serie, non è vero? Poichè dobbiamo avere
tanto giudizio!
Allora si parlò del nostro matrimonio. La prima idea di Violet era
stata che si facesse in Inghilterra, presso una vecchia cugina che le
aveva sempre voluto bene; non essendo ella sufficientemente legata coi
pochi e lontani parenti che teneva in Roma. Ma la cugina, cui Violet
ne aveva scritto un cenno, s'era evidentemente spaventata, per la sua
cattiva salute, di queste nozze in casa, e aveva risposto in modo poco
incoraggiante. Si decise quindi di accettare l'amichevole offerta
degli ottimi signori Steele, affrettando però il giorno della nozze
quanto fosse possibile. Io non conoscevo la legislazione prussiana sul
matrimonio degli stranieri, non sapevo affatto quali pratiche fossero
necessarie, di quali documenti avrei avuto bisogno. Neppure il signor
Steele, cui ne parlammo subito, lo sapeva. Allora mi venne in mente
che si sarebbe potuto fare a Rüdesheim il solo matrimonio religioso,
salvo a fare il matrimonio civile in Italia. Violet vi era
indifferente, ma mi parve che agli Steele la proposta non tornasse
pienamente gradita. Perciò la abbandonammo e si convenne d'informarsi
subito circa le disposizioni della legge prussiana.
Ritornando, quel giorno, all'Hôtel Krass, la mia poca sincerità con
Violet, a proposito de' miei parenti, mi pesava sul cuore. All'albergo
trovai una malaugurata lettera di mio fratello che non ricorderei se
non fosse per chiarire com'egli non abbia mai avuto, sino al mio
ritorno, sicura notizia di ciò che avveniva a Rüdesheim.
Evidentemente, mio fratello aveva scritto e mia cognata aveva pensato.
Non debbo nè voglio serbarne rancore alla memoria di questa povera
donna, ma certo la lettera fu male ispirata, e tradiva ad ogni riga
una certa lotta fra la mano e il pensiero. La sostanza n'era questa.
Mio fratello mi faceva intendere che se io mi accasavo non avremmo
potuto vivere insieme, sotto lo stesso tetto. Soggiungeva, che siccome
la casa paterna era di proprietà comune, desiderava conoscere per
tempo le mie intenzioni; che egli era disposto ad acquistare la mia
quota di proprietà; che se ci accordavamo a questo modo, e se io non
avevo in animo di stabilirmi altrove, egli si sarebbe adoperato per
cercarmi un quartiere e per metterlo in assetto, giusta le istruzioni
che gli darei. Di Violet, nè per Violet, non una sola parola.
Gli risposi immediatamente poche righe gelate. Dicevo che mi sarei
stabilito altrove e che avrei dato incarico a un avvocato di trattare
con lui la cessione di comproprietà che mi proponeva. Mio fratello non
mi scrisse più.
Quando io penso ai venticinque giorni che seguirono questo, mi
smarrisco nella luce, ricordo tanti momenti con una vivezza acuta, ma
non so più come si leghino insieme, non so più quale sia venuto prima,
quale poi, ho perduta l'idea del tempo, tutto succede ancora
contemporaneamente e per sempre nella mia memoria come se questi miei
ricordi, parte della piena felicità ventura, appartenessero già
all'eternità, pigliassero la forma di un perpetuo presente. Non avevo,
dapprima, in animo di parlarne, ma mi tenta la gran dolcezza e cedo,
poichè Lei sola, cara e fedele amica, mi ode. Racconterà dunque il
tempo felice, così senz'ordine come vien su dal cuore.