Non cercai di veder Violet al suo arrivo. Dal momento in cui mi
scrisse «cedo» mai mai cosa alcuna mi fu più dolce che obbedire a un
desiderio dell'amica mia, contrario al mio egoismo, ai desiderii miei.
Io spero avere così amata una tale creatura, avere così usato un tal
dono di Dio il meno indegnamente possibile. Solo mi permisi di andare
verso le sei della mattina, allo sbarco del vaporetto che corre
continuamente fra Bingen e Rüdesheim, essendo sicuro, per la lettera
di Violet, ch'ella non sarebbe arrivata così per tempo. Mi trattenni
colà un'ora a godere profondamente, ma tranquillamente, il momento
futuro in cui sarebbe passata lei e io avrei dovuto starmene lontano.
Ascoltando i mormorii della corrente veloce che spumava e luccicava
sulle catene tese delle barche, non potevo fare a meno di pensare che
forse anche il mio prossimo tempo felice passerebbe velocemente. A
quest'idea non potevo reggere, la cacciavo da me con orrore.
Passai gran parte della giornata nei boschi del Niederwald, parlando
alle piante e alle ombre, cercando e trovando con gran commozione il
bianco Waldmeister del Bahnhofswald d'Eichstätt, declamando come un
ebbro, per le verdi solitudini, i versi di quel giorno:
Bevo e mi veggo sorgere dentro al pensier profondo
Il Reno sacro, i clivi, torri, vigneti e fior.
Alle cinque precise entravo nel villino Steele, Il domestico annunciò
il mio nome in un salotto terreno dalle finestre gotiche, cui le
invetriate a piccoli ottagoni, dipinte, davano ben poca luce. Per un
momento, venendo dal sole, non vidi nulla. La voce di Violet disse
«buona sera» e distinsi lei che mi veniva incontro porgendomi la mano.
Accennò tosto coll'altra mano a una seconda ombra che si avvicinava.
«La signora Steele» diss'ella. Si sentiva vibrar nella sua voce una
repressa gioia, ma ella era tuttavia perfettamente signora di sè,
aveva l'usata grazia disinvolta. La signora Steele mi diede il
benvenuto molto cordialmente, mi strinse forte la mano e mi presentò
ad alcune altre ombre femminine e mascoline, pronunciando il mio nome
con una sicurezza che mi fece piacere come se vi sentissi un poco
dell'amore di Violet che doveva avermi nominato a lei ben di sovente.
Ella condusse, o per meglio dire, lasciò cadere la conversazione in
modo che in breve tempo i suoi visitatori, uno ad uno, se n'andarono.
Quando uscì l'ultimo il cuore mi batteva da spezzarsi.
--Se permette--mi disse la signora--vado ad avvertire mio marito.
Rimasto solo con Violet, me le accostai rapidamente. Ella si alzò in
piedi, mi piegò, abbracciandomi, la testa sul petto. Nè lei, nè io
potemmo proferire parola. Non avevamo più senso del mondo esteriore e
neppur coscienza di esistere divisi.
Fu lei la prima che alzando il viso e gli occhi velati, smarriti in
una felicità intensa, disse sotto voce:
--Mi ami?
Presi il caro viso fra le mani, lo trassi a me senza rispondere, posai
le labbra sulle sue labbra, mi si oscurarono gli occhi, mi parve
aspirar tutta l'aria, tutta la luce, tutta la vita del mondo. Udimmo
in quel momento le voci dei signori Steele, ed avemmo appena il tempo
di separarci. Quanto a me non potevo ancora parlare. Per fortuna gli
amici di Violet intesero e parlarono sempre loro. Sulle prime non
capii affatto ciò che dicevano; palpitavo ancora nella tempestosa
gioia del momento appena trascorso, avevo i sensi troppo pieni di lei.
Poco a poco intesi che mi consideravano una vecchia conoscenza, che
sapevano già tanto di me e della famiglia. Avevano udito per la prima
volta il mio nome non da miss Yves ma da una signora di Kreuznach, che
aveva tenuto con me una corrispondenza letteraria. Mentre la signora
Steele mi raccontava questo, Violet si ritirò.
--Un mese fa--disse allora ridendo il signor Steele, che mostrava non
più di quarant'anni--non mi sarei certo immaginato d'avere così presto
una figlia fidanzata.
Si entrò così nell'argomento. Dopo avermi fatto i maggiori elogi di
Violet e avermi parlato di suo padre, ch'era stato forse il più caro e
intimo amico della famiglia Steele, il signore e la signora mi dissero
che tenevano da miss Yves l'incarico di raccontarmi cosa fosse
accaduto a Norimberga dopo ch'ella vi era ritornata da Eichstätt. Ma
Violet ricomparve prima che il racconto fosse incominciato, e il
signor Steele rise molto della sua fretta.
La signora ci propose di uscire nel giardino, cui lei e suo marito
desideravano, dopo la lunga assenza, dare un'occhiata. Presto mi
trovai solo con Violet ed ella si lasciò cadere sopra un sedile
rustico, pallida, con una espressione cupa negli occhi. Mi spaventai.
--No, no--diss'ella--sono troppo felice.
Sedetti accanto a lei. Ci guardavamo in silenzio, e certo il mio viso
esprimeva una segreta angustia, perchè Violet mi stese la mano e la
sua fisonomia irrigidita mutò improvvisamente, si ricompose in un
sorriso dolcissimo.
--Ho paura di perderti--mormorò, e mi strinse la mano con un vigore di
cui non l'avrei creduta capace; l'espressione cupa di prima le
ricomparve in viso per un istante.
--Violet--susurrai.--Sposa mia.
I suoi occhi si velarono, la sua dolce voce mi disse con timida
passione:
--Per sempre?
--Per sempre, per sempre.--Il mio cuore, mentre scrivo, risponde
ancora così.
Non parlammo più. L'odor fresco del verde, il brillar del puro sereno,
la nostra felicità, eran così dolci a godere in silenzio! Solo quando
vide ritornare gli Steele, Violet mi disse:
--Domattina venga alle undici; mi troverà qui.
--_Venga?_--diss'io--_mi troverà?_
--Vieni--rispose Violet sorridendo--mi troverai. Ma per noi soli,
finora; quando ci saranno altri, dirò ancora _Lei_. Domani--soggiunse
piano e timidamente--spero avere da te...
Non osò compiere la frase e intanto sopraggiunsero gli Steele. Pigliai
presto congedo; il signor Steele mi accompagnò a casa.
Egli potè allora finalmente raccontarmi la crisi di Norimberga. Al suo
ritorno da Eichstätt miss Yves vi era stata accolta dagli zii con la
freddezza la più accigliata. Costoro avevano ricevuto dal professor
Topler un biglietto, in cui egli, riconoscendo di non poter rendere
felice la signorina, si scioglieva da ogni impegno. I compagni di
Violet, Luise von Dobra e suo padre, erano stati immediatamente
sottoposti a un interrogatorio, riuscito alquanto burrascoso perchè
Luise aveva arditamente difesa la amica sua e perorata la mia causa.
Gli Yves non avevano poi parlato alla nipote per sei giorni, durante i
quali non si sapeva se avessero chieste altre informazioni o scritto a
Topler o che diavolo avessero fatto. Finalmente, una mattina, avevano
espressa a Violet, in forma solenne, la loro disapprovazione, ed ella
non era riuscita a persuaderli di non avere colpa alcuna, di essersi
mantenuta sempre fedele, per parte sua, all'impegno preso col
professor Topler, benchè avesse detto ben chiaro fin da principio che
non lo amava. Gli zii le dichiararono che la famiglia Yves aveva già
troppo sofferto per l'infelice, mal consigliato matrimonio di uno de'
suoi membri con una persona straniera e cattolica, perchè essi
potessero consentir mai che il fatto si rinnovasse. Rispondendo lei
che non era affatto risoluta di prender marito, gli zii le imposero di
promettere formalmente che mai non avrebbe sposato l'italiano. Violet
respinse una simile proposta. Coloro insistettero e le accordarono
otto giorni per decidersi, aggiungendo che se non promettesse non
potrebbe continuare a vivere sotto il loro tetto. La Provvidenza aveva
voluto che gli Steele capitassero a Norimberga, di ritorno da un
viaggio in Sassonia, proprio in quei giorni. La loro amica soffriva
crudelmente. Sentiva, da un lato, quanta gratitudine dovesse ai suoi
parenti; dall'altro lato le riusciva impossibile di subire una simile
pressione. Gli Steele s'interposero, ma senza frutto. Allora miss Yves
si decise e accettò l'ospitalità loro per un tempo breve, non
conoscendo ancora le mie idee circa l'epoca del matrimonio e dovendo
forse recarsi prima in Inghilterra presso una vecchia cugina che le
aveva sempre mostrato benevolenza.
Il signor Steele non dubitava che sarebbe rimasta a Rüdesheim fino al
matrimonio. Gli dissi allora che per parte mia intendevo di
affrettarlo il più possibile, e che ne avrei parlato a Violet
l'indomani.