La lettera di miss Yves mi aspettava all'albergo. È la sola che non ho
conservata. La bruciai dopo averla letta o riletta infinite volte, in
un impeto d'orgoglio, di gelosia, non potendo sopportare presso a me
certe parole che mi dovevano guarire col ferro e col fuoco e solo mi
mettevano una febbre amara, che conoscevo, che avevo prevista, che
tanto più m'irritava quanto più ero sicuro di vincerla. Non ricordo
l'esordio troppo bene. Miss Yves cominciava, mi pare, con attribuire
in gran parte alla sorpresa il suo turbamento della sera precedente, e
parlava poscia con gratitudine delle lettere in cui le avevo aperto
l'animo mio: prometteva serbarne affettuosa memoria. Non dimenticai
una sola delle parole che seguivano
«Vi hanno per me invincibili ragioni di non andare più oltre. Se lo
facessi, mi risospingerebbero indietro i rimproveri del mio passato,
l'impero del presente, le minaccie dell'avvenire.
«Mi sono convinta, dopo una notte di riflessioni non piacevoli, che
devo essere ancora più dura di così. Fin da quando c'incontrammo la
prima volta con simpatia ebbi lo stesso concetto della mia situazione
che ne ho in questo momento. Io fui debole quando Le inviai quel fiore
da Napoli e fui debole anche iersera. Devo impedirmi simili debolezze
per l'avvenire, devo pregarla di considerare cessata ogni relazione
fra noi, meno che nella memoria. Se Ella non accetta e cerca vedermi
ancora dovrò mostrare d'aver perduta anche la memoria di Lei.
«Non è vero ch'Ella non m'infliggerà un simile dolore? Ciò che Le ho
scritto è la mia inflessibile volontà. Se questo può temperare la sua
passione, sappia che io ho amato anni sono come non potrò amare mai
più e mi sarebbe vergogna se lo potessi. Ella non saprebbe rendermi nè
felice, nè infelice quanto un altro mi ha resa.»
La mia mano vibrava di commozione tenendo questa lettera in fiamme.
Erano parole false che s'incenerivano, era un'artificiosa freddezza
che ardeva; tutte queste inutili menzogne sparivano fra lei e me. E se
hai amato, le dicevo abbracciandola in mente con passione e con ira,
se hai amato altri prima di me, cosa m'importa? Puoi tu sapere, tu che
mi ami, quanto ti renderò felice? E qual è, in nome di Dio, il
passato, qual è il presente, qual è l'avvenire che può toglierti a me?
Risposi sull'atto, così:
«Ho bruciata la Sua lettera. Un giorno, quando Iddio ne avrà uniti, Le
potrebbe dolere ch'io la avessi serbata.»
Recato questo biglietto, di mia mano, alla posta, mi sentii
sufficientemente tranquillo e andai a vedere la città.
Per verità pensavo molto più al momento in cui miss Yves mi avrebbe
veduto alla stazione, al momento in cui mi avrebbe udito nominare
Eichstätt, che ad ammirare la vecchia _Streusandbüchse des deutschen
Reiches_, come i tedeschi chiamano Norimberga. Perchè mi proponevo far
sapere a Violet il più presto possibile che andavo a Eichstätt, che
conoscevo la meta del suo viaggio. Non cercai vederla; appena nel
salire da S. Sebaldo alla Burg guardai un momento, dalla bocca della
Theresienstrasse i balconi eleganti di casa Yves. Più tardi, andando
al vecchio cimitero di S. Giovanni, dove dorme Alberto Dürer, passai
dalla porta della fonderia senza nemmanco guardarvi dentro.
Pensavo più all'amore che all'arte. Confesso tuttavia che qualchevolta
l'energia e la grazia di un antico artista mi esaltavano, mi traevano
a sè, non sopra l'amore, ma sopra le cure e le incertezze presenti.
Davanti al _Schönen Brunnen_, al tabernacolo di Adamo Krafft nella
Lorenzkirche, alle porte insigni della Sebalduskirche mi assaliva la
gioia della bellezza, mi gloriavo d'essere io puro artista, pensavo
felice che l'amore di Violet avrebbe saputo trarre anche da me un
fuoco d'idee e di opere. L'altra signora si diceva gelosa della Musa;
ma Violet! Negli amori e nell'anima mia Violet vedrebbe sè, sempre sè,
dappertutto sè, come il sole potrebbe veder sè in ogni cosa vivente.
Quell'altra povera donna parlava di gelosia perchè non sapeva come si
ama.
Mi ricordo che quando salii sul _Vestner Thurm_ pioveva, folate fredde di
vento e pioggia entravano per le finestre senza vetri in quella stamberga
a tetto, dove il custode della torre indicava placidamente, con la pipa,
le altre torri, le chiese, i monumenti della città, poi le nebbie
lontane, nominando con gran sicurezza paesi invisibili. Gli domandai da
qual parte fosse Eichstätt. Quegli ripetè sorpreso--Eichstätt? Lei dice
Eichstätt?--e, steso il braccio da una finestra, si diede a menar di
taglio la mano verso il Sud, come chi dice un lungo, lungo cammino.
Rimasi lì trasognato a guardare senza veder niente, senz'accorgermi del
vento e della pioggia che mi battevano in viso.