II.

Ella sa, amica mia, che fino al 1872 non ebbi segreti per Lei. Se non

ci siamo amati, quantunque liberi, fu perchè, forse, v'era tra noi

troppa affinità di sentimenti, troppa comunanza d'idee, troppa

fraternità di natura; e l'amore, tra noi, sarebbe stato una specie

d'incesto. Tale è la ragione bizzarra che ne trovammo insieme una

volta. Non era tuttavia la sola, certo; ne avevamo altre, Lei e io.

Non toccherò delle Sue, naturalmente; ma si ricorda del sogno che Le

raccontai appunto nell'inverno del 1872, una sera ch'eravamo soli e

ch'io Le avevo portato un libro curioso: «Du sommeil et des rêves?»

Forse non se ne ricorderà. Lo strano del sogno è questo, che lo feci

due volte a un intervallo di nove anni. Lessi nella mia prima

giovinezza la poetica leggenda tedesca del pozzo tanto profondo da non

potervi nè occhio, nè strumento umano arrivare all'acqua. Viene un

trovatore, siede sul pozzale e suona dolcemente; l'acqua si muove;

colui suona e suona; l'acqua sale poco a poco, sale sempre, brilla

sulla bocca. La notte dopo sognai di salir da non so quale abisso per

la potenza di una voce soave che diceva in alto, con accento

straniero, parole incomprese. Mi svegliai piangendo, in preda a un

orgasmo che mi durò parecchie ore, pieno di questa irragionevole idea,

che la voce udita in sogno esistesse veramente, richiamandone alla

memoria, più forte che potevo, il timbro singolare, tremando di

dimenticarlo. Lo dimenticai in fatti e presto, ma non dimenticai il

sogno, e non mi uscì di mente l'idea che fosse un sogno profetico, una

comunicazione arcana della Divinità.

Nessuna voce femminile mi fece poi risovvenire di quella; ma nel

gennaio del 1872, durante una convalescenza, rifeci l'identico sogno,

riudii la dolce voce dall'accento straniero. Otto o dieci giorni dopo

venni da Lei e Le portai il libro: «Du sommeil et des rêves.»

È quasi impossibile ch'Ell'abbia dimenticata la mia agitazione di

quella sera. Può essere ch'io sia mistico per natura e inclinato a

credere in certe occulte potenze dello spirito umano, in certe sue

relazioni segrete col soprannaturale; è sicuramente vero che prima del

gennaio 1872 avevo già fatto esperienza due volte, non in sogno, di

tali comunicazioni dirette; una volta a dodici anni, un'altra sui

quattordici. La prima volta ne riportai commozione e spavento benchè

fosse un lieto presagio; tanto era nuovo a me quel concetto, tanto fu

improvvisa e chiara la voce interna che mi parlò. Il presagio si

avverò sedici anni dopo. La seconda volta non si trattò di presagi, e

solo nella vita futura saprò se fu un delirio dell'anima o veramente

la voce d'un altro spirito, come credetti e credo e sta scritto in

certo mio libro. Era dunque naturale che la impressione del secondo

sogno fosse in me fortissima. Credevo nella esistenza reale della voce

udita, con più ardore ancora, se possibile, che la prima volta;

credevo all'influenza salutare e potente cui avrebbe dovuto esercitare

un giorno sopra di me la persona che parlava così. Immagini la mia

angoscia Lei che sa in quali circostanze mi trovassi nel gennaio del

1872. Mi tenevo allora già legato e forse per sempre. Quando penso

alla origine e alla natura di quel legame mi viene alle labbra un

sorriso amaro, compiango la signora, compiango e derido me stesso. Di

questo legame si è parlato nel mondo, falsamente; e non è male ch'io

ne debba scrivere qualche cosa qui. Ella sa ch'io conosceva da molto

tempo quella bella e intelligente dama, a cui il mondo attribuiva,

prima che le relazioni nostre si facessero più strette, un amante.

Andavo qualche volta da lei e c'incontravamo spesso in società.

Credevo d'esserle affatto indifferente e la ricambiavo d'indifferenza;

ma poche persone mi ponevano, come lei, in vena di spirito sarcastico.

Una sera, a teatro, incontrai due volte col mio binoculo il suo

rivolto a me, e la seconda volta ella sostenne alquanto il mio

sguardo, prima di volgersi altrove. Credetti averne il cuore

lievemente tocco, ma forse erano invece i nervi della vanità e della

curiosità che simulavano un palpito. Attesi e ottenni ancora spesso

quello sguardo: poi visitai la dama nel suo palchetto. Ella ebbe con

me un contegno affatto nuovo, e mi diede, in presenza di altre

persone, così evidenti segni di favore da imbarazzarmi. Mi figurai,

andando a casa, d'esserne innamorato, e mi figurai in pari tempo che

glielo dovevo dire. Adempiei questo imperioso dovere due giorni dopo.

Si trattava di una signora maritata, ed è mia maggior colpa l'aver

ceduto allora non alla violenza del vero amore, bensì ad un'ombra vana

di amore. Ella mi rispose di essere dolentissima delle mie parole.

Soggiunse, con mia grande sorpresa, che s'era accorta da un pezzo di

questa simpatia, che non poteva nascondermi una certa inclinazione per

me seguitane da parte sua, ma che avrebbe preferito non si fosse

parlato mai, fra noi, di questo. Era risoluta di non mancare ai suoi

doveri. Prima sarebbe stato possibile vedersi con molta frequenza ed

intimità, come amici; adesso non era più da pensarvi. Mi consigliò di

soffocare il mio amore che non poteva aver messe ancora profonde

radici; così si sarebbe potuto fra qualche tempo godere in pace i

beneficii di una pura e intima amicizia di cui avevamo forse bisogno

ambedue.

Allora mi avvidi con sgomento che non l'amavo affatto, tanto mi gelò

questo discorso; mi dissi ch'ero caduto da stupido nel laccio d'una

civetta sleale, ma pure mentii per un falso sentimento d'onore, non

accettai l'uscita ch'ella mi offriva, le risposi che l'amicizia non

poteva bastarmi. Iddio sa se fui punito di una tale viltà, quando la

raccontai palpitando a lei, insieme a tutti i falli, a tutte le

miserie che mi rendevano indegno di quell'amore sublime. Una tenera

parola grave, un bacio delle sue labbra mi hanno rifatto puro, come ci

rifà puri l'onda d'infinito che passa talvolta per l'anima nostra dopo

la preghiera; non sento più dolore nè vergogna di quel passato.

Tale fu l'origine del mio legame. Non credo che neppure la signora

m'abbia veramente amato mai. Credo che le dicerie sparse prima

d'allora su lei e il marito d'un'amica sua fossero false; ch'ell'abbia

pensato un modo, poco felice, di smentirle; che la vanità l'abbia

indotta a sceglier uno che scriveva versi di cui la gente e i giornali

qualche volta parlavano; che finalmente ell'avesse una certa curiosità

intellettuale dell'amore, forse anche un certo bisogno morale di

emozioni, un inesplicabile bisogno di soffrire o far soffrire, tanto

per sentir fortemente questa vita senza tuttavia porre l'altra in

pericolo. Mi disse infatti che se volevo amarla con un affetto

contenuto dal dovere non poteva vietarmelo, ma che saremmo stati

infelici ambedue. Ell'avrebbe anche il rimorso di allontanarmi dal

matrimonio, così desiderabile a me, rimasto senz'altri parenti che un

fratello ammogliato; e l'età mia non pativa lunghi indugi. Più mi

confortava a staccarmi da lei, più resistevo, più mi sentivo legare e

stringere.

Che anno infelice fu quello per me! Qualche volta m'illudevo di amare

la signora, e allora m'irritavo di trovarla sempre così rigida e

sicura nella sua virtù, così padrona di sè. Molto più spesso mi

sentivo freddo e soffrivo di esser falso, soffrivo delle esigenze di

lei che, dicendosi gelosa della mia musa, avrebbe voluto regnar sola

nel mio intelletto, ispirarmi secondo le sue idee e le sue

inclinazioni. Non difettava d'ingegno nè di coltura, ma se tra me e

Lei, cara amica, vi è forse troppa affinità d'anima, ve n'era invece

troppo poca fra me e quella signora. Ell'aveva la religione

dell'eleganza. Non la sola eleganza della persona o delle vesti era in

lei seducente; anche la forma di ogni menomo gesto, della parola, di

tutto il contegno era squisita. Ciò mi attraeva, ma ella portava

questo culto anche nell'arte, e qui vi era nella nostra relazione una

scissura sottile come un taglio di rasoio, appena visibile alla

superficie, ma netta sino al fondo. Benchè non me lo dicesse, trovava

certo i miei versi troppo democratici nella veste, troppo lontani da

quella ricercata nobiltà di forma, senza la quale, per lei, non v'era

poesia. Lo indovinai discorrendo con lei di altri poeti, e ne rimasi

ferito. Mi offese il suo giudizio, mi offese una tale indipendenza del

giudizio dal sentimento, poichè ella mi aveva confessato più volte, a

voce e in iscritto, di amarmi. Avevo un altro ideale dell'amore, ero

stato anche amato, tempo addietro, in altro modo, con la prepotenza

del cuore su ogni facoltà e inclinazione della mente. Tuttavia, se mi

avesse dato altri segni di un sentimento forte e profondo, se l'avessi

veduta, almeno qualche volta, incapace di dominar la passione, non mi

sarei offeso di questa sua indipendenza di giudizi. Ma ella si

dominava sempre, e, discorde da me in molte questioni, anche di poco

momento, ha sempre tenacemente insistito sul proprio punto. Mi

convinsi dunque che il suo sentimento non era l'amore, e, poichè non

l'amavo io stesso, risolsi di allontanarmene.

Ella dovette sospettarlo quando ci ritrovammo in città nel dicembre

del 1871, dopo due mesi di separazione. Avevo in mente di partire a

Natale per San Remo e di passarvi l'inverno; ma caddi malato. Allora

ella fu di proposito imprudente e volle vedermi. Io vivevo con mio

fratello ed ella non visitava mai mia cognata. La visitò in questa

occasione, le chiese di potermi salutare. La mia pia cognata ne rimase

talmente sbalordita, talmente scandolezzata che, malgrado la sua

timidezza, esitò alquanto a consentire, e sono sicuro che poi se n'è

confessata. Infatti in città si fece un grande scalpore di questa

visita. Io lo seppi dopo la mia guarigione e temetti commettere,

partendo, una ingratitudine, una viltà. La mia vita era così; un

continuo fluttuare della mente e del cuore, ambedue senza luce.

La notte fra il 12 e il 13 gennaio 1872 rifeci il misterioso sogno.

Venni da Lei appena fui in grado di uscire la sera; il 20 o il 21.

Cara amica, Ella ebbe ragione di risentirsi con me. L'avevo, da un

anno, trascurata indegnamente. Non era venuta meno in me l'amicizia

antica, ma vergognavo di me stesso, e ciò mi teneva lontano da Lei.

Quella sera venni come portato da una tempesta e Le dissi tutto, le

raccontai il sogno con tale accesa fede nella sua origine

sovrannaturale, nel suo senso profetico, che Lei mi credette

minacciato di follia. Mi disse che non stavo ancora bene, che avevo

bisogno di quiete morale, che dovevo svagarmi, viaggiare un poco, _e

non scrivere troppe lettere_.

Lo avrei fatto se non si fosse risvegliata finalmente allora la

gelosia del marito. Da capo credetti non poter abbandonare la signora.

Ci vedevamo assai meno, ma pure non so per quale spirito di

ribellione, per quale perverso istinto del cuore, appunto quando vi fu

nell'amarsi angoscia e pericolo, appunto quando un'altra persona

incominciò a sentirsene offesa o a soffrirne amaramente, quando la

gente ci biasimò, parve che un soffio di vera passione entrasse in

noi. La signora non si mostrò più tanto sicura di sè. Che il mondo ci

giudicasse colpevoli era come un freno levato di mezzo; era un potente

eccitamento al male quel subirne già gli effetti così. Per parte mia

avevo la coscienza di scendere pian piano verso un abisso da cui

salissero vampe calde a infiammare i sensi, a oscurare il pensiero.

Sapendo di perdermi, mi ci sentivo tuttavia tratto da quello stesso

istinto perverso. Però qualche volta mi arrestavo con terrore, mi

proponevo di resistere. Una simile passione, fuoco di sensi più che di

spirito, era contro la mia fede, contro l'alto ideale cui avevo

desiderato conformarmi nella vita e nell'arte. Mi pareva di stare

imprimendo un marchio d'ipocrisia o di vergogna sulla mia vita,

sull'opera mia, sulla mia memoria presso i venturi, di tradir vilmente

la mia bandiera. Ma poi non avevo la forza di astenermi dal vederla

sola le poche volte che ciò era possibile, sapendo con quale fede ero

atteso; e quando ero con lei, la sua bellezza, il suo turbamento mi

toglievano quasi la mente. Per fortuna questi convegni non furono

molti, nè lunghi, nè segreti, nè sicuri; ed è anche giusto dire che in

lei durava sempre, quantunque un poco smossa e malferma, la buona

volontà. Così passarono alcuni mesi fra i più agitati e tristi della

mia vita. Fu quello il tempo per me della maggiore aridità e inerzia

intellettuale; non so d'avere scritto in quei mesi un sol verso nè

d'avere studiato mai.

Cara amica, mi sono assai dilungato su questo episodio che appena si

lega con l'argomento del mio scritto, perchè volevo dire entro quali

termini veramente si contenne, e anche espiare, almeno in parte, la

mia debolezza colpevole, con un racconto che potrà temperare nella mia

città la memoria di un passato scandalo, ma mi scemerà certo

riputazione fuori, presso coloro che avranno letti i miei libri e

ignorate queste miserie. E l'essermi indugiato in un proemio a me

doloroso mi scusi se ora camminerò ancora più lento. Arrivo alla

infinita dolcezza di disegnare in qualche modo e rivedermi anche sotto

gli occhi vivo quel tempo, che nella mente mia è fatto eterno. _Melius

quam cum aliis versari est tui meminisse_. Buona amica, le cose ch'io

verrò parlando, un poco ogni giorno, con Lei, diventeranno Sue; se

dovrà farle sapere al mondo, al mondo senza cuore, provveda Lei a che

l'amico suo non sia giudicato senilmente verboso e importuno. Non Le

dico questo per amor proprio; mi perdoni, è un folle dubbio fantastico

il mio. Forse il bene ed il male che si pensa e si dice di noi sulla

terra dopo la nostra morte, ci tocca tuttavia, in quanto è frutto

delle nostre opere, con premio o con pena; mi par quasi che quei duri

giudizi umani possano giungere al luogo eterno, e, più che me,

contristar la diletta.

Scrivo queste ultime parole d'introduzione alle sei del mattino.

L'aria è pura, un mite lume di luna cede quietamente all'alba serena;

a piè della casa un bianco mare di vapori pesanti dorme sulla valle.

Vorrei che fosse così, amica mia, anche là dove saremo dopo la morte e

prima dell'ultima aurora, del giorno eterno; vorrei che dalla terra,

tutta avvolta ancora d'ignoranza e di tristizia umana, nessun vapore

maligno salisse a noi.

Il mistero del poeta · 第 16 / 69 题