Quale delle città decadute, o scomparse, del mondo antico ha
conservato, dopo Atene e Roma, una così vasta fama come Siracusa? C’è
uomo in Europa o in America, tra i meno colti delle classi non affatto
ignoranti, il quale nel naufragio delle memorie scolastiche non ritrovi
quel nome, e legati con quello altri ricordi confusi d’uomini grandi,
di grandi fatti, d’opere meravigliose dell’ingegno umano? E si può ben
sapere che la grandezza della città famosa non è più ora che nel suo
nome; ma chi non la vide mai si avvicina con la mente così piena delle
antiche memorie che, arrivandovi, dal contrasto del suo stato e del
suo aspetto presente con la Siracusa della propria immaginazione riceve
come la scossa d’un disinganno, dal quale durerà fatica a riaversi.
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Quella che fu un tempo la città più famosa d’Europa per ricchezza,
potenza, cultura — la più vasta del mondo greco — che aveva una area
maggiore di quella di Roma fra le mura di Aureliano e poco minore di
quella che ebbe Parigi sotto Napoleone III — quella Siracusa contro
cui si spezzò la potenza di Atene, e a cui rimase per secoli legata
la sorte della Sicilia, da ogni parte della quale accorreva gente a
stabilirvisi come in una metropoli inespugnabile, predestinata al
dominio del mondo —, non è più che una piccola città ristretta in
quella piccola Isola d’Ortigia, dove ebbe nascimento or son ventisette
secoli, una modesta sede di Prefettura di men di trentamila abitanti,
che ha per presidio due battaglioni di soldati e non ha alcun giornale
quotidiano. Anche le sue vie maggiori sono strette, fiancheggiate di
case modeste, e le minori così anguste che le carrozze, non potendovi
passare, debbono fare spesso dei lunghi giri per andare da un punto
della città a un altro vicinissimo, dove un pedone si reca in pochi
passi. Nell’aspetto degli edifizi, nell’andamento della vita cittadina,
nell’aria stessa degli abitanti c’è un non so che di quieto e di
raccolto in cui il vostro spirito si riposa come nella serenità d’un
villaggio tranquillo. Hanno in fatti fama i Siracusani d’essere la più
mite e gentile popolazione dell’isola. Del passato non rimangono che
poche colonne d’un tempio di Diana, poche rovine di bagni, qualche
casa dell’epoca normanna. Si può chiamare un resto del passato la
celebrata Fontana? La povera Aretusa, cangiata in sorgente da Alfeo
innamorato, che la inseguì dall’Elide fino in Sicilia, è chiusa in
profondo bacino semicircolare, piantato di papiri e occupato in parte
da un giardinetto, del quale un custode tiene le chiavi, e dove i buoni
borghesi conducono i bambini a veder guizzare i pesci rossi.
Eppure, che maraviglioso fascino hanno ancora le antiche favole
mitologiche! Voi vi trattenete là a guardar quell’acqua, fantasticando,
cercando intorno qualche cosa, non sapete che cosa, e vi riscotete come
da un sogno quando, nell’alzar gli occhi sopra la facciata di una delle
case di fronte, vedete annunziato che quella sera si rappresenta _Il
Barbiere di Siviglia_.
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Ma questa Siracusa viva non è la Siracusa vera. La vera è quella grande
Siracusa morta che le si stende di fronte — congiunta a lei da un ponte
gittato sul mare — sopra quel vasto piano calcareo, dove sorgevano
gli altri quattro quartieri della città: Acradina, Neapoli, Epipoli,
Tiche: vasto triangolo isoscele, di cui la base è bagnata dal mare e il
vertice è rivolto verso l’interno della Sicilia. Non credo che ci sia
al mondo altra grande città decaduta che abbia dinnanzi a sè una così
meravigliosa immagine del suo grande passato; non credo che esista un
altro così ampio, così magnifico, così solenne cimitero istorico com’è
questo dei quattro quartieri siracusani scomparsi; appetto al quale
scompare alla sua volta la città vivente, o quasi si dimentica. Dico
“Cimitero„ poichè le poche ville sparse, i due o tre alberghi, le due
piccole chiese di Santa Lucia e di San Giovanni e le case rustiche qua
e là disseminate sono come perdute nell’amplissimo spazio. Le rovine
colossali lo dominano intero. Dovunque volgiate il passo, anche per i
piani erbosi e fra i vigneti, dove le rovine non sono visibili, voi
le vedete ancora. Vedete le gradinate grandiose del teatro greco e
dell’anfiteatro romano, scavate nella roccia, in gran parte ancora
intatte, immagine d’un lavoro quasi sovrumano, che vi sgomenta e le
pareti scoscese delle latomie profonde, e le vaste gallerie delle
necropoli, e gli acquedotti enormi, e gli avanzi delle antiche
mura dell’Acradina; e da tutti questi frammenti della sua ossatura
gigantesca la visione della città intera vi sorge dinnanzi, con la sua
sterminata cinta merlata e turrita, coi suoi porti affollati di navi,
coi suoi templi superbi, coi suoi arsenali, i ginnasi, i mercati,
i bagni, i giardini; immensa, bella e terribile, qual’era ai tempi
di Dionisio il vecchio. La più maravigliosa delle rovine è il forte
d’Eurialo, posto verso la punta del triangolo rivolta ad occidente:
una delle più ammirabili opere di architettura militare dell’ingegneria
greca: chiave della difesa di Siracusa; dove le muraglie del lato sud
si congiungevano. Dovrebbero risonare e scintillare le parole come
colpi di scalpello nella pietra per descrivere l’aspetto di quelle
quattro torri poderose, di quei fossati profondi scavati nel macigno,
di quel cortile interiore dove si riconoscono ancora i ricetti dei
cavalli e delle macchine, di quella rete di passaggi sotterranei,
dove s’ammassava la cavalleria per le sortite improvvise. Tutto
questo è così forte, così fiero, così formidabile, così vivamente ed
eloquentemente antico, che il primo senso d’ammirazione vi si muta
a poco a poco in stupore, e in qualche momento vi scote un brivido
come se la vostra vista intellettuale, per un miracolo, penetrasse a
traverso i secoli trascorsi, e le palpitasse davanti di vita vera la
storia, che non era prima per essa se non una visione di larve.
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Di là andai sull’altura, poco distante, che congiunge l’Epipoli,
la parte più alta della città, ai monti vicini. È un belvedere
incantevole: la riva orientale della Sicilia, l’Etna, la costa calabra,
tutto il contorno di Siracusa antica, e il “grande„ e il “piccolo
porto„ e i boschi di papiri delle sponde dell’Anapo famoso. Tramontava
il sole: l’orizzonte era d’oro, le acque dei ponti d’oro, tutto quanto
s’alzava sopra la terra e sorgeva dal mare disegnava le sue forme
nell’oro. Dev’essere stato un tramonto simile quello che fece dire al
Carducci: _Bello come un tramonto di Siracusa._
Rimasi in contemplazione di quella infinita bellezza. E mi tornò alla
mente un vecchio amico napoletano, uno scienziato poeta, ardente
d’entusiasmo per le grandezze antiche; il quale, a Roma, m’aveva
augurato il buon viaggio con un inno alla città di Dionisio. — Vada
sull’altura di Epipoli — m’aveva detto — e volga in giro lo sguardo:
avrà un’allucinazione e vedrà un prodigio. Vedrà venire sul mare Jonio
le centotrentaquattro triremi di Nicia e di Lamaco, e le giungeranno
all’orecchio le grida dell’esercito e del popolo siracusano, spettatori
delle battaglie navali dall’alto delle mura e dalle rocce delle
coste. Vedrà arrivare dal sud le flotte dei Cartaginesi e Imilcone ed
Amilcare rizzar le tende sulle rive dell’Anapo, vicino al tempio ancora
biancheggiante di Giove Olimpico. Vedrà venire dal Nord la flotta
di Marcello, e i Romani scalare dal porto di Trogilo le muraglie di
Tiche, e invadere Neapoli e l’Epipoli, e gettarsi nell’Ortigia presso
la fontana Aretusa; _vedrà_ tutto questo quasi con gli occhi della
fronte, e _sentirà_ passar nell’aria l’ultimo sospiro di Archimede.
Io avevo sorriso allora di quella preannunciata allucinazione. Eppure
la esperimentai in parte, trovandomi, là, sia per la vastità del
campo delle memorie, sia per la quasi assoluta assenza di circostanti
edifizi moderni che mi distraessero; ma più per effetto del silenzio
profondo che mi circondava, e di quel mare luminoso e queto, non
mutato dai tempi, in cui era rapita la mia fantasia. Sentii le grida
dei ventiquattro mila spettatori del teatro greco, plaudenti alla
rappresentazione dei _Persiani_, e gli urli delle fiere trafitte
nell’anfiteatro romano, e i muggiti dei quattrocento tori sgozzati
sull’altar di Gerone in memoria della cacciata del tiranno Trasibulo,
e i lamenti delle migliaia di prigionieri ateniesi moribondi di fame
e di sete nelle Latomie. E vidi, sì, vidi “quasi con gli occhi della
fronte„ formicolare lungo la costa i sessantamila schiavi di Dionisio,
che costrussero in venti giorni cinque miglia di mura, e più lontano,
i marinai Siracusani, incatenar le navi schierate per imbarazzare
l’entrata del porto alla flotta di Demostene; intorno a me, qua e là,
assorti come nell’ammirazione del tramonto, uomini immobili e gravi,
ravvolti in grandi panni bianchi, che si voltavano l’un dopo l’altro
man mano che io li chiamavo con voce sommessa e tremante di reverenza:
— Teocrito! Mosco! Bacchilide! Simonide! Pindaro! Eschilo!... un grido
altissimo e prolungato passò per l’aria: in un baleno la enorme città
disparve, i fantasmi si dileguarono, il sogno dell’antica grandezza
svanì. Era il treno della strada ferrata di Catania che passava lungo
il mare.
“Il sogno dell’antica grandezza!„ Sta bene, purchè non si dica come
lo sogliamo dire per consuetudine dell’animo contratto nelle nostre
scuole classiche, dove si canta un inno eterno al passato. C’era forse
maggior felicità in quella grande Siracusa antica di quello che ce ne
sia nella piccola e modesta Siracusa sopravvivente? Non era forse vero
in quella più che in questa che la vita, come disse un grande poeta, è
una festa per alcuni ed un duro peso per quasi tutti? La grandezza era
pagata a prezzo di stragi inumane e quasi continue, di orribili guerre,
non contro gli stranieri soltanto, ma contro genti dello stesso sangue
e della stessa terra. La prosperità era mantenuta col dissanguamento
delle città soggette, comandate da piccoli tiranni, strumenti ciechi
del maggior tiranno. A brevi periodi di libertà disordinata si
alternavano lunghe dittature crudeli. I grandi monumenti d’arte di
guerra erano frutto di fatiche inumane di migliaia di esseri equiparati
alle bestie. L’arte era fiorente e onorata; ma Dionisio cacciava in
carcere il poeta Filosseno perchè aveva criticato i suoi versi, e un
nemico vittorioso distruggeva in pochi giorni o predava e portava in
altre terre l’opera gloriosa di generazioni e di secoli.....
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* *
Non ricordo nella mia vita di viaggiatore ore più deliziose di quelle
che passai la sera sulla terrazza del grand’albergo Politi, che sorge
nell’Acradina, sopra la Latomia dei Cappuccini. Ah, questi alberghi,
queste ville signorili che si alzano sopra le rovine antiche, e
v’inaridiscono la sorgente più viva della poesia, che è la solitudine!
La famosa Latomia è diventata come un annesso all’albergo, dove
scendono signore e signorine a godere il fresco di giorno, e di notte
i contrasti delle ombre e dei raggi di luna; sopra una delle rocce che
vi si innalzano in mezzo è stato fatto un piccolo giardino pensile,
dove si va a prendere il caffè; nei silenzi della profonda cava, piena
di memorie terribili, si spandono le note d’un pianoforte, e quelle
delle canzonette napoletane con cui i musici girovaghi vengono la sera
a rallegrar gli avventori. Che stonatura e che profanazione!... Ma ho
forse diritto di protestare io che ne fui complice? Era così bella di
notte, vista da quella terrazza, Siracusa, che pareva galleggiante sul
mare, tutta scintillante di lumi, solitaria e silenziosa in mezzo alle
acque che riflettevano il firmamento splendido; vicinissima, e pure in
apparenza lontana, e queta come se dormisse, sognando i suoi duemila
e settecento anni di storia! E sembrava che fossero suoi respiri i
soffi d’aria molle che venivano a quando a quando nel viso, portandomi
il profumo delle rose delle ville vicine e il sentore acre della
vegetazione selvaggia lussureggiante sulle rocce di sotto! Che dolce
notte, che tepida primavera, che divina chiarezza di cielo e di mare!
E quanto m’appariva lontana la mia Torino, che vedevo in quei momenti
come una città del più remoto settentrione, tutta bianca di neve e
avvolta nella nebbia, quasi perduta ai piedi d’una catena di montagne
di ghiaccio; dove non mi sarei ritrovato che dopo settimane e mesi di
viaggio!
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Fu quella la stazione più lontana del mio viaggio. Al ritorno non
mi restava a vedere che Taormina, che è a mezza via fra Messina e
Catania. Ma non si spaventino i lettori: non avranno ancora da subire
la descrizione di quel famosissimo teatro greco, in cui è la scena
meglio conservata di tutti i teatri antichi, e che è per se stesso il
più meraviglioso bel vedere d’Italia. Tutti ne avranno letto qualche
cenno descrittivo in occasione del recente viaggio che fecero in
Sicilia i Sovrani di Germania, i quali manifestarono per Taormina una
viva predilezione. E poi, che è mai il teatro dell’arte in confronto
a quello della natura? Quello che si vede dalla sommità della
gradinata, e proprio dal punto che prospetta il mezzo della scena, è
uno spettacolo di cui non ha l’eguale nè Napoli, nè Rio Janeiro, nè
Costantinopoli. Sotto, la piccola città ridente, che si stende ad arco
fra i mandorli, gli aranci, i cactus, i pini; a tergo della città,
un semicerchio di monti che slanciano al cielo i vertici rocciosi
coronati di castelli e di villaggi; più in là l’Etna enorme, col capo
bianco tinto di rosa, che sovrasta al mar Jonio, e par che s’avanzi
per immergervi il fianco; a destra e a sinistra quasi tutta la costa
orientale della Sicilia, una successione infinita di curve, che sembra
la ripetizione ritmica d’un pensiero gentile, dietro al quale il vostro
sguardo va da un lato fino a Siracusa, dall’altro fino a Messina; e
questa doppia immensa fuga di seni, di promontori, di boschi, di paesi,
di giardini ride sopra la bellezza d’un mare e sotto la bellezza d’un
cielo di cui non può dare idea la parola umana. Chi può maravigliarsi
che davanti a un tale spettacolo l’Imperatrice di Germania abbia
lasciato cadere a terra un diamante senza avvedersene? Questo mi disse
quello stesso custode del Teatro che trovò il diamante fra i ruderi
vicini alla porta e che lo riportò all’Augusta Signora. Ed egli stesso
mi riferì con alterezza di cittadino taorminese un motto che aveva
udito il giorno innanzi da una bizzarra signora straniera incantata del
panorama: motto ch’io metto qui come suggello al mio povero tentativo
di descrizione. — “Credo poco all’Inferno; ma credo al Paradiso perchè
l’ho visto... ed è questo„.
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* *
Eppure davanti a quel “paradiso„ io pensavo ad altro. Ricordavo una
scena che avevo vista la sera innanzi: di un signore coi capelli
bianchi, arrivato all’imbrunire a Taormina, in carrozza; al quale
erano andati incontro ragazzi del popolo, studenti, operai, cittadini
d’ogni classe, e l’avevano accompagnato fino all’albergo, chiamandolo
per nome, tendendo le mani verso le sue mani e gittandogli delle rose.
E dietro quel ricordo me ne venivano altri: dello stesso viaggiatore
che avevo visto arrivare a Messina, a Palermo, a Catania, a Siracusa,
accompagnato anche là da una folla di ospiti festanti, che lo
salutavano come gli ospiti di Taormina, con quella stessa espansione
d’affetto filiale e fraterno, con quegli stessi accenti in cui vibrava
la voce del cuore, con parole che facevano spuntare le lacrime in
altri occhi oltrechè nei suoi. Buono e semplice popolo! Gentile e
amabile gioventù! Così caldamente innamorati d’ogni bell’ideale che
amano ed onorano anche chi ne abbia fatto loro balenare appena un vago
riflesso con poca arte e con malsicura coscienza; così ingenuamente
generosi che ingrandiscono e abbelliscono con l’immaginazione uomini e
cose, credendo che sia loro virtù intrinseca quello che essi mettono
in loro di proprio! Ma v’erano altri sentimenti delicati in quelle
dimostrazioni. Tutta quella gioventù sapeva che quel suo ospite aveva
sofferto dei grandi dolori, e lo festeggiava per consolarlo; pensava,
vedendogli i capelli bianchi, ch’egli non aveva più lungo tempo da
vivere, e voleva che la sua vita fosse coronata da una delle più
profonde e dolci soddisfazioni ch’egli avesse potuto mai desiderare,
gli voleva lasciar nell’anima un ricordo che gli desse impulso a
lavorare ancora infaticabilmente fino agli ultimi suoi anni; prevedeva
che in quella cara terra egli non sarebbe ritornato mai più, e voleva
che gliene rimanesse una immagine più bella, più cara ancora di quella
che n’aveva riportata quarant’anni innanzi, al tempo della sua prima
giovinezza. O cari fanciulli del popolo, operai, studenti, buoni amici
sconosciuti d’ogni età e d’ogni ceto, ospiti affettuosi e giocondi,
come egli ha ben capito e sentito la gentilezza del vostro intento,
e che profonda gratitudine ve ne serberà in cuore fin che gli anni
e l’infermità non gli abbiano spento l’ultimo barlume di memoria
delle giornate luminose e felici che ha trascorse sotto la bellezza
incantevole del vostro cielo e in mezzo alle vestigia gloriose della
vostra storia!