La città di Sant’Agata e di Vincenzo Bellini, si potrebbe chiamare,
poichè l’autor della _Norma_ vi è poco men popolare che la Santa
gloriosa e soave, patrona sua. Ha il nome di Bellini uno dei più
deliziosi giardini pubblici d’Italia, da cui si vedono l’Etna e il
mare; a Bellini è dedicato il Teatro massimo, che è uno dei più belli
d’Europa; nella piazza maggiore sorge il suo monumento, opera magnifica
del Monteverde; in una delle principali vie è segnata d’una lapide la
casa dov’egli nacque; nel Museo dei Benedettini è conservata la bara
nella quale fu trasportata la sua salma, nel 1876, da Parigi a Catania;
nella cattedrale, in mezzo alle tombe dei Re e delle Regine, c’è la
sua tomba: l’unica a cui sia superflua l’iscrizione. Quanto è gentile
questo culto amoroso della grande città siciliana per il dolce maestro,
morto nello splendore della gloria, all’età in cui per altri grandi non
è ancora incominciata la fama, e rimasto sepolto per quasi quarant’anni
in terra straniera! E come se ne rallegrano in cuore quanti italiani e
stranieri visitano la bella capitale orientale della Sicilia! Perchè
è ancor vivo nell’anima di tutti quegli che diede all’amore e alla
mestizia il linguaggio della più dolce melodia che abbia mai intenerito
il cuore umano; e possono mutar scuole e gusti, possono passar torrenti
di nuove musiche e aurore e soli di nuove glorie, ma la parola divina
che egli ha parlato al mondo rimarrà eterna, ed eterno il suo caro
nome: caro nome che, mezzo secolo dopo la sua morte, noi non possiamo
pronunciare ancora senza un sospiro di rimpianto, come se a noi stessi
fosse stata rapita innanzi tempo la consolazione celeste della sua
voce.
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Catania, con le sue strade diritte lunghissime, arieggia Torino,
ma ha aspetto più vario e più gaio per il color più chiaro degli
edifizi e per il dislivello del suo suolo, composto in buona parte di
vecchie lave vulcaniche; il quale ascende verso l’Etna, sovrastante
alla città e visibile da ogni punto. Chi la vede per la prima volta
in una giornata serena non si può capacitare che in una città così
splendidamente lieta possano infuriare tante tempestose passioni
di parte, combattersi tante accanite battaglie politiche. Essa ha
l’incanto della gioventù, a cui brilla in viso la coscienza della forza
e la fede nell’avvenire. È infatti la città più florida della Sicilia.
E non è di fresca data la sua prosperità crescente. Dopo il memorando
terremoto del 1693, che la distrusse tutta quanta, Catania rifatta
venne prosperando continuamente, e dal 1860 in poi è quasi raddoppiata
la sua importanza. Per giungere a questo essa non ebbe che ad aiutare
la sorte e la natura che l’hanno privilegiata d’ogni favore. Situata
quasi nel punto di mezzo della costa orientale dell’isola, al lembo
della più vasta e più fertile delle pianure siciliane, alle falde del
gran Vulcano fecondatore, intorno a cui fioriscono le più svariate
colture, essa accoglie in sè e manda fuori del suo porto profondo
in grande abbondanza ogni specie di prodotti agricoli e minerali, e
alimenta fra le sue mura, oltre alle generali industrie cittadine, una
quantità d’industrie speciali, che danno una straordinaria attività
al suo commercio e attirano Greci, Inglesi, Tedeschi ad accrescerle
senza posa con nuovi sfruttamenti e nuove imprese. Ma non è città
industriale e commerciale soltanto: è ricca d’Istituti di beneficenza,
possiede biblioteche cospicue, è sede d’una delle maggiori Università
d’Italia, in cui sono laboratori rinomati di chimica e di fisica,
d’anatomia e di zoologia, e rinomatissimi di geologia e di mineralogia;
ed è fra i primi d’Europa, visitato da scienziati d’ogni paese, il
suo Osservatorio Astronomico, in specie per riguardo alla fotografia
stellare, a cui è propizia la maravigliosa limpidità atmosferica,
e agli studi geodinamici, ai quali appartiene una collezione di
fotogrammi sismici, forse la più preziosa del mondo.
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La popolazione di Catania è quasi tutta di tipo greco, dicono. Non
sono in grado di giudicarne. Sarà forse una mia illusione: mi parve di
vedere donne belle e bei fanciulli più che in altre città di Sicilia.
Anche vidi generalmente negli abitanti non so che di più vivace e
di più aperto, come di gente più contenta della vita. Dell’ardore e
dell’impeto delle loro passioni può dare un’idea verosimile, benchè
esagerata, il loro valente concittadino Giovanni Grasso, attore
dialettale. Il quale (aggiungo di passata) ha in Catania un fratello
non ancor ventenne, esordiente nell’arte medesima, ma anche più
vulcanico di lui, e violento a tal segno che quando in una scena
tragica si caccia le mani nei capelli gli si vede colare il sangue giù
per le tempia. Anche hanno fama i Catanesi d’essere appassionatissimi
delle feste e d’ogni specie di divertimenti; cosa che male si concilia
con la loro quasi assoluta trascuranza del Carnevale. Vero è che
di questo, a Catania, secondo l’illustre novelliere Giovanni Verga,
tengono luogo le feste di Sant’Agata, che sono un immenso veglione, di
cui la città intera è teatro. Che rammarico non averle vedute! Esse
hanno conservato l’antico splendore e suscitano ancora l’entusiasmo
antico. La bara della martire amata è portata in giro lungo le antiche
mura chiusa in un tempietto sfolgorante; tutto il clero le fa corteo;
le tien dietro una processione interminabile di pesanti macchine
argentate e dorate e di giganteschi candelabri ornati di fiori e di
bandiere, reggenti ceri colossali; accompagnano la processione tutte
le confraternite e congregazioni pie, e corporazioni operaie e bande
musicali innumerevoli venute da tutti i paesi dell’Etna; e al suono
delle Laudi alla Santa cantate da miriadi di bocche mesce la sua voce
enorme il Campanone del Duomo; quel venerando campanone, vecchio di sei
secoli, e cinque volte fuso e rifuso fra il Trecento e il Seicento,
che già salutò le nascite e annunziò le morti dei re di Castiglia e
d’Aragona e pianse dopo quel tempo tutte le sventure e cantò tutte le
gioie di Catania.
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Non solo l’ammirazione, ma anche la gratitudine mi condusse a visitare
il poeta di _Lucifero_, di _Giobbe_, de l’_Atlantide_, il traduttore
di _Lucrezio_, di _Catullo_, e d’_Orazio_: Mario Rapisardi, gloria
vivente d’Italia, che io non avevo mai conosciuto di persona. È una
dolce commozione, anche nella età giovanile, il veder per la prima
volta un fratello di arte, che già si ammirava e s’amava da lontano;
ma la commozione è molto più viva e profonda quando questa prima
visita è fatta nell’età in cui l’uno e l’altro, già avanzati negli
anni, sono tra i pochi superstiti della propria generazione letteraria
e s’incontrano come due vecchi soldati coperti di cicatrici, dopo
una lunga guerra combattuta sotto la stessa bandiera. Sapevo che il
Rapisardi era da lungo tempo ammalato, me lo raffiguravo affranto
di corpo e di spirito: fu per me un disinganno lietissimo trovarlo
in molto migliori condizioni di quelle che avevo immaginato. Benchè
malato, egli non dimostra i suoi sessantatre anni: è ancora diritto
nella sua alta statura, ha i lunghi capelli ancor nereggianti, e
negli occhi un’espressione d’energia vivacissima, tutta la fierezza
dell’antico poeta ribelle, fulminatore d’ogni superstizione e d’ogni
tirannia, tribuno ardente degli oppressi e dei miseri, apostolo
battagliero di libertà e di giustizia. È una figura elegante e fiera
di poeta romantico del passato secolo o di rivoluzionario mazziniano
dei tempi della _Giovine Italia_. Quanto diverso nella conversazione
e nelle maniere dalla immagine che se ne fanno i suoi avversari, e
anche la più parte dei suoi ammiratori! Il “bieco arcangelo fulminato„
ha la parola affettuosa e il sorriso gentile; il poeta dal giro di
frase ampio e sonante, accusato di magniloquenza rettorica, non ha
ombra d’affettazione nè di linguaggio nè di modi; il letterato iroso
e superbo parla dei suoi più acerbi nemici con equità serena e ricorda
le furiose battaglie critiche, da cui uscì sanguinante, come cose d’un
tempo remotissimo, delle quali non gli resti più traccia nell’animo, ma
soltanto nella memoria.
E anche sorridendo parla della scomparsa misteriosa del busto in bronzo
che gli era stato eretto nel giardino Bellini, e che non si potè più
ritrovare: impresa compiuta senza dubbio da volgari malfattori per
istigazione o mandato di nemici politici, a cui la glorificazione
del poeta di _Lucifero_ pareva un’ingiuria a Dio. Cessa di sorridere,
però, e s’oscura in viso e fa vibrare lo sdegno nella parola profetando
che la viltà della borghesia liberale, clericaleggiante per terrore
dello spettro rosso, finirà col dar l’Italia nelle mani del partito
cattolico, il quale vi rifarà la rivoluzione a rovescio.
Nessuno direbbe che egli è infermo vedendo come balena nei suoi
occhi in quei momenti e vedendo come freme nella sua voce l’anima
del cittadino e del poeta. Eppure un’infermità nervosa, d’indole non
ben definibile resistente a ogni cura lo tiene da anni prigioniero in
casa, e gli rende impossibile ogni lavoro intellettuale prolungato;
ciò che è la maggiore delle sue afflizioni, anzi l’unica, poichè alla
vita solitaria è da lungo tempo abituato; anzi fu per tutta la vita
un solitario. — Un sepolto vivo — egli chiama se stesso. Ma tale
non è chi ha ancora intera come nei più begli anni la potenza del
pensiero, benchè non più resistente a lunghi lavori, nè chi si vede e
si sente circondato dalla riverenza amorosa d’una grande cittadinanza,
che considera come gloria propria la gloria sua. Questo pensiero mi
confortò nel momento dell’addio; ma l’addio fu triste. Pensavo che
forse dalla Sicilia egli non si sarebbe mosso più mai e che in Sicilia
io non sarei forse mai più ritornato. Lessi nei suoi grandi occhi il
pensiero stesso. Le sue ultime parole lo espressero. — Ci rivedremo
ancora? — La mia risposta fu l’espressione d’una speranza che non
avevo nel cuore. Ci baciammo come si baciano due amici che partono in
direzioni opposte per un viaggio senza ritorno. E uscii dalla casa del
maestro con l’anima piena di tristezza.
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O mio benevolo lettore, che andrai un giorno a Catania, ricordati
di fare il giro della ferrovia Circumetnea, e dirai che è il viaggio
circolare più incantevole che si possa fare in sette ore sulla faccia
della terra. Questa ferrovia che, girando intorno al grande Vulcano
con un tragitto di più di cento chilometri, allaccia fra di loro tutti
i più popolosi Comuni delle sue falde, parve da principio un’impresa
utopistica, fu attraversata da mille difficoltà, e non condotta a
termine che nel 1895. Ora non si riesce quasi più a capire come non
si sia fatta vent’anni prima, tanti sono i vantaggi che ne ricavano i
trent’otto paesi grandi e piccoli fra cui è distribuita la popolazione
dell’Etna; la quale ha una densità superiore a quella delle parti più
popolate della Germania. È una ferrovia che attraversa un paradiso
terrestre, interrotto qua e là da zone dell’inferno, e che da Catania
donde parte fino alla costa dove si congiunge una strada ferrata del
littorale, e da questo punto fino a Catania, è tutta una successione
di vedute meravigliose dell’Etna e del mare, di giardini e di lave,
di piccoli vulcani spenti e di valli lussureggianti di verzura, di
graziosi villaggi e di lembi di foreste di quelle antiche foreste di
quercie, di faggi e di pini, che fornivano il materiale di costruzione
alle flotte di Siracusa, e che le eruzioni dall’alto e la cultura dal
basso hanno in grandissima parte devastate. La strada sale fino ad
altitudini di oltre mille metri, discende, risale, passa attraverso
a vigneti, a oliveti, a vaste piantagioni di mandorli, a boschi di
castagni; corre per ampi spazi coperti dei detriti delle eruzioni, fra
muraglie di lava alte come case, fra mucchi di materiale vulcanico
rabescato, striato, foggiato in mille strane forme di serpenti e di
corpi umani mostruosi, dove non appare un filo d’erba; fiancheggia
altri spazi dove la natura ricomincia a riprendere i suoi diritti sulle
ceneri e sulle scorie, già disgregate e decomposte dalla vegetazione
nascente; passa sopra eminenze fiorite da cui si vedono sotto in
conche verdi deliziose biancheggiar ville, chiesette, stradicciuole
serpeggianti fra macchie brune d’aranci, di mandarini, di cedri, lungo
corsi d’acqua argentati che paiono striscie di neve scintillanti al
sole. E durante tutto il tragitto è sempre visibile l’Etna, ma in
cento aspetti diversi, cangianti secondo la generatrice del cono che
essa ci presenta allo sguardo. La regolarità della sua forma conica,
quale si vede da Catania, non è che apparente. A chi le gira intorno
essa mostra successivamente enormi pareti dirupate, scalinate immense,
piramidi dietro piramidi, che riescono inaspettate come trasformazioni
istantanee; appare in qualche punto decapitata del suo cono supremo,
in vari luoghi spezzata, ora tutta bianca di neve, ora bianca sulla
cima soltanto, qualche volta così diversa dall’immagine fissa che se
n’ha nella mente da far sospettare che quella che si vede sia un’altra
montagna da cui essa rimanga nascosta! E quanti mirabili aspetti offre
la sua cima ora colorata di rosa dal sole, ora ravvolta dal fumo, che
s’innalza a vicenda come un gigantesco pennacchio, o s’allunga da un
lato come uno smisurato gonfalone ondeggiante, o discende e s’allarga
sui fianchi del cono in veli candidi leggerissimi d’una trasparenza
di trina! E verso il termine di questo incanto di viaggio si sbocca
in faccia al mare, donde si vede ancora disegnarsi lassù, sopra il
candore delle nevi etnee, quanto resta dello smisurato castagneto di
Cento Cavalli, e dall’altra parte la bellezza sovrana di Taormina,
quasi sospesa nell’azzurro. Ed ecco infine la più meravigliosa
costa dell’isola, sede dei suoi primi abitatori; maravigliosa per
la pompa della vegetazione e per la poesia delle leggende: ecco il
vago lido dove fu sbattuto il naviglio d’Ulisse, dove approdò Enea,
e pascolò le capre Polifemo; ed ultimo l’arcipelago dei Ciclopi, le
sette strane isolette rocciose, quella fantastica fuga di coniche
teste nere decrescenti d’altezza, che sorgono dalle acque, come teste
d’una famiglia di giganti sommersi, che rialzino la fronte per dare
all’“Isola del sole„ l’ultimo addio.
O divina Sicilia! Quanti Italiani, che hanno corso il mondo per
diletto, morirono o moriranno senza averti veduta!