SCENA XIII.

=Detti, Bratsberg, Erik, Hejre, Fieldbo, Selma, Dora,= gli =invitati=.

(_Alcuni invitati rientrano in salone. Due cameriere

portano le lampade, e dei rinfreschi durante la scena_).

SELMA (_avvicinandosi al piano in fondo_). Restate, signor Stensgard;

adesso faremo qualche giuoco di società.

STENSG. Con molto piacere; mi sento in vena questa sera. (_La raggiunge

in fondo al salone: parlano assieme e fanno i preparativi_).

ERIK (_a bassa voce_). Dite un po’ signor Hejre, che cos’ha raccontato

mio padre adesso? Ma che cosa voleva dire quel discorso di Stensgard

ieri?

HEJRE. Eh, eh! non lo sapete?

ERIK. No, mia moglie ed io, con alcuni amici, siamo andati al ballo del

Circolo. Ma mio padre mi disse che Stensgard s’è già urtato con quelli

di Storli, e che è stato molto villano verso Monsen.

HEJRE. Verso Monsen? Ma voi avete capito male, senza dubbio, caro mio.

ERIK. Può darsi: con tanta gente che chiacchierava intorno a noi. Ma

quello che però ho capito bene si è che....

HEJRE. St! abbiate pazienza: la storiella la troverete in lungo e in

largo domattina sul giornale d’Aslaksen. Ve la serviranno a colazione,

come antipasto. (_Si allontana_).

BRATSB. E così, caro Lundestad, quest’ubbìa non vi è ancora passata

dalla mente?

LUND. Eh, non è un’ubbìa. Quando ci si vede in pericolo d’esser

soppiantati, bisogna almeno cavarsela coll’onore delle armi.

BRATSB. Queste sono frasi! Chi pensa a soppiantarvi?

LUND. Hum! Sono un vecchio pilota, io: capisco subito da che parte

spira il vento: c’è della burrasca in aria.... Ho già il mio sostituto;

l’avvocato Stensgard è disposto....

BRATSB. L’avvocato Stensgard?

LUND. Sì, non era cosa intesa? Quando mi avete detto che bisognava

proteggerlo e incoraggiarlo, non volevate forse dire che egli dovesse

prendere il mio posto?

BRATSB. Io pensavo solamente alla lotta che avrebbe dovuto sostenere

contro quegli intriganti di Storli....

LUND. Ma in che modo avevate voi la certezza che Stensgard l’avrebbe

rotta con quella gente?

BRATSB. Mio caro, egli ha dato prova di grande sincerità ieri sera.

LUND. Ieri sera?

BRATSB. Sì, quando ha parlato della perniciosa influenza di Monsen.

LUND. (_sorpreso_). Di Monsen?

BRATSB. Sì; è stato anche un po’ troppo energico, insolente anzi: l’ha

chiamato sacco di scudi, e drago e basilisco, e che cosa d’altro.... Ah

sì, era divertentissimo!

LUND. Ah, vi pare?

BRATSB. Non vi nascondo, Lundestad, che quella sortita mi ha fatto

piacere: cosicchè noi adesso dobbiamo sostenerlo: capirete dopo un

attacco così violento....

LUND. Come quello d’ieri sera?

BRATSB. Sì.

LUND. Alla festa?

BRATSB. Sì, alla festa.

LUND. Contro Monsen?

BRATSB. Sì, contro Monsen e i suoi satelliti, che adesso vorranno

vendicarsi, si capisce.

LUND. (_con aria convinta_). Sì, bisogna sostenere il signor Stensgard,

è naturale.

DORA. Papà, vieni a giocare.

BRATSB. Oh bimba mia, che strana idea!

DORA. Ma sì, vieni: anche Selma lo desidera.

BRATSB. Allora bisogna ubbidire. (_Piano_) Povero Lundestad! Si

fa proprio vecchio: figurati che non ha neanche capito quello che

Stensgard diceva ieri....

DORA. Vieni, vieni, si comincia a giuocare. (_Lo conduce via_).

ERIK. Signor Hejre, voi sarete il giudice dei pegni.

HEJRE. Ecco la mia prima carica in questo basso mondo!

STENSG. È a conto dei vostri frequenti rapporti colla giustizia, signor

Hejre.

HEJRE. Oh! miei giovani amici, io mi piglierò il gusto di condannarvi

tutti in una volta.... vedrete!

STENSG. (_avvicinandosi a Lundestad_). Avete parlato con Sua

Eccellenza: vi ha detto niente di me?

LUND. Sì, a proposito dell’incidente di ieri sera.

STENSG. Diavolo!

LUND. Egli trova che siete stato insolente!

STENSG. Ha mille ragioni.

LUND. Voi potreste forse riparare a ciò.

ERIK. Signor Stensgard, tocca a voi!

STENSG. Eccomi! (_Rapidamente_) Come fare?

LUND. Se l’occasione si presenta, fate al signor ciambellano le vostre

scuse.

STENSG. Sì, sì, va bene.

SELMA. Presto, presto!

STENSG. Eccomi, eccomi, cara signora. (_Il giuoco continua in mezzo a

ripetute risate. Alcune persone d’età giuocano alle carte. Lundestad

siede a sinistra. Hejre è vicino a lui_).

HEJRE. E quel bellimbusto che pretende che io abbia avuto dei rapporti

colla giustizia!

LUND. Ah, non si può negare; è proprio un insolente!

HEJRE. E in grazia di ciò, bisogna vedere quante feste gli fanno qui:

par impossibile, come lo temono!

LUND. No, no, non lo temono affatto: Bratsberg crede che il discorso di

ieri fosse rivolto a Monsen.

HEJRE. A Monsen? Che pazzia!

LUND. È proprio così. Ringdal e la signorina Dora glielo hanno fatto

credere.

HEJRE. E allora egli va a trovarlo e lo invita a pranzo! Ah in fede

mia, questa è magnifica! Ah, ma vi assicuro però che non posso tacere.

LUND. No, vi prego, non dite niente. Bratsberg è vostro amico

d’infanzia, e sebbene si sia mostrato qualche volta un po’ duro verso

di voi....

HEJRE. Eh, eh! gli renderò la pariglia con usura!

LUND. Badate: egli è potente: non si scherza col leone!

HEJRE. Bratsberg un leone! Oh egli è ignorante, e io no. Oh che

allusioni piccanti, che pettegolezzi fioriti, che frasi mordaci

m’ispirerà questo fatterello! quando il mio processo sarà bene

avviato...

SELMA (_a Hejre_). Signor giudice, che penitenza deve fare colui al

quale appartiene questo pegno?

ERIK. (_a Hejre, senza farsi osservare_). È di Stensgard: trovate

qualche cosa di divertente.

HEJRE. Questo pegno? Lasciatemi un po’ vedere. Bene: egli dovrebbe....

basta! Che faccia un discorso!

SELMA. Signor Stensgard! signor Stensgard, tocca a voi.

STENSG. Oh, vi prego, dispensatemi: ho già parlato abbastanza male ieri.

BRATSB. Benissimo, invece, signor Stensgard. Me ne intendo un pochino

anch’io, sapete, di eloquenza!

LUND. (_ad Hejre_). Diavolo! Basta che non gli venga in mente adesso di

ritrattarsi!

HEJRE. Ritrattarsi? Eh, eh, benissimo! Una magnifica ispirazione.

(_Piano a Stensgard_) Se avete parlato male ieri, voi potreste

ritrattarvi oggi.

STENSG. (_colpito da un’idea subitanea_). Lundestad, ecco l’occasione

che si presenta!

LUND. (_allontanandosi_). Vi raccomando, un po’ di strategia. (_Cerca

il suo cappello e lentamente esce_).

STENSG. Ebbene, sì: farò un discorso.

LE SIGNORE. Bravo, bravo!

STENSG. Alzate i vostri bicchieri, signore e signori. Voglio farvi un

discorso che incominci con una favola: l’ambiente è così grazioso e

geniale, che la musa della poesia aleggia intorno a me.

ERIK. (_alle signore_). Sentite, sentite! (_Bratsberg prende il

suo bicchiere e sta in piedi vicino alla tavola da giuoco. Ringdal,

Fieldbo, e qualche altro, arrivano dal giardino_).

STENSG. Un bel giorno di primavera un cuculo se ne venne svolazzando

nella valle: sapete.... il cuculo è un uccello che porta fortuna. Nel

bosco fiorito tutti gli uccelli erano in festa; e in amichevoli gruppi

se ne andavano cantando gli uccelli domestici e gli uccelli selvatici.

Le galline arrivavano pigolando; le oche gracidando; quand’ecco dal

pollaio discende un grosso tacchino pettoruto, rumoroso, che faceva la

ruota, batteva le ali, si gonfiava, e pareva dire nel suo linguaggio:

«Io sono il re di Storli!...»

BRATSB. Delizioso! Sentite!

STENSG. Fra gli altri uccelli c’era pure un vecchio picchio. Appoggiato

a un tronco d’albero, egli si mise a cinguettare, a gridare, a

picchiare qua e là il suo lungo becco, per far uscire le formiche ed

altri insetti, che dovevano servire al suo pranzo: dovunque si sentiva

il suo pick, pick. Era lui.

ERIK. Domando scusa.... non era forse una cicogna?...

HEJRE. Silenzio!

STENSG. Era proprio un picchio. La riunione, che cominciava ad

animarsi, divenne ben presto rumorosa, quando tutti ebbero trovato un

personaggio al quale dirigere il loro cinguettìo: si strinsero gli

uni vicini agli altri, e cip, cip, cip, si misero a cinguettare con

quanto fiato aveano in gola: tosto il giovane cuculo si unì a loro, e

l’allegro coro seguitò per un pezzo.

FIELDBO (_piano a Stensgard_). Ma in nome di Dio, smetti!

STENSG. Ma il personaggio di cui si trattava era un’aquila che aveva

scelto a sua pacifica dimora una roccia solitaria. Tutti l’avevano

contro di lui: «È il terrore del vicinato» diceva un brutto corvo....

Ma in quel momento l’aquila, dall’alto del suo eremo, spiccò un volo

maestoso, discese nella valle, e, preso il giovane cuculo, se lo

portò con sè nel suo dominio. Lievemente l’uccellino fortunato volò

dalla pianura meschina a quell’altezza dov’è la pace, dov’è il sole;

e di lassù imparò a disprezzare il chiocciar dei pollai, e le terre

infruttuose.

FIELDBO. Conclusione, conclusione, musica!

BRATSB. Silenzio! Non interrompete!

STENSG. (_a Bratsberg_). Signore, la mia storia è finita; e davanti a

questa eletta società, vi porgo le mie scuse per l’incidente di ieri

sera.

BRATSB. (_facendo un passo indietro_) A me?

STENSG. E i miei ringraziamenti per la nobile maniera con cui vi siete

vendicato. Signore, signori, un evviva a Sua Eccellenza il ciambellano

Bratsberg!

BRATSB. (_vacilla e s’appoggia alla tavola_). Vi ringrazio, signor

avvocato.

GLI INVITATI (_tutti un po’ imbarazzati_). Evviva, evviva!

BRATSB. Signore, signori!... (_Piano_). Dora!

DORA. Padre mio!

BRATSB. Dottore, dottore, che cosa avete fatto?

STENSG. (_col bicchiere in mano, raggiante di gioia_). Ed ora

ripigliamo i nostri posti. Fieldbo, entra anche tu nella Lega dei

giovani. Tutto va a gonfie vele!...

HEJRE (_sul davanti a sinistra_). Ah sì, eh? Proprio a gonfie vele?!

(_Cala la tela_).

La lega dei giovani · 第 27 / 69 题