=Detti, Bratsberg, Erik, Hejre, Fieldbo, Selma, Dora,= gli =invitati=.
(_Alcuni invitati rientrano in salone. Due cameriere
portano le lampade, e dei rinfreschi durante la scena_).
SELMA (_avvicinandosi al piano in fondo_). Restate, signor Stensgard;
adesso faremo qualche giuoco di società.
STENSG. Con molto piacere; mi sento in vena questa sera. (_La raggiunge
in fondo al salone: parlano assieme e fanno i preparativi_).
ERIK (_a bassa voce_). Dite un po’ signor Hejre, che cos’ha raccontato
mio padre adesso? Ma che cosa voleva dire quel discorso di Stensgard
ieri?
HEJRE. Eh, eh! non lo sapete?
ERIK. No, mia moglie ed io, con alcuni amici, siamo andati al ballo del
Circolo. Ma mio padre mi disse che Stensgard s’è già urtato con quelli
di Storli, e che è stato molto villano verso Monsen.
HEJRE. Verso Monsen? Ma voi avete capito male, senza dubbio, caro mio.
ERIK. Può darsi: con tanta gente che chiacchierava intorno a noi. Ma
quello che però ho capito bene si è che....
HEJRE. St! abbiate pazienza: la storiella la troverete in lungo e in
largo domattina sul giornale d’Aslaksen. Ve la serviranno a colazione,
come antipasto. (_Si allontana_).
BRATSB. E così, caro Lundestad, quest’ubbìa non vi è ancora passata
dalla mente?
LUND. Eh, non è un’ubbìa. Quando ci si vede in pericolo d’esser
soppiantati, bisogna almeno cavarsela coll’onore delle armi.
BRATSB. Queste sono frasi! Chi pensa a soppiantarvi?
LUND. Hum! Sono un vecchio pilota, io: capisco subito da che parte
spira il vento: c’è della burrasca in aria.... Ho già il mio sostituto;
l’avvocato Stensgard è disposto....
BRATSB. L’avvocato Stensgard?
LUND. Sì, non era cosa intesa? Quando mi avete detto che bisognava
proteggerlo e incoraggiarlo, non volevate forse dire che egli dovesse
prendere il mio posto?
BRATSB. Io pensavo solamente alla lotta che avrebbe dovuto sostenere
contro quegli intriganti di Storli....
LUND. Ma in che modo avevate voi la certezza che Stensgard l’avrebbe
rotta con quella gente?
BRATSB. Mio caro, egli ha dato prova di grande sincerità ieri sera.
LUND. Ieri sera?
BRATSB. Sì, quando ha parlato della perniciosa influenza di Monsen.
LUND. (_sorpreso_). Di Monsen?
BRATSB. Sì; è stato anche un po’ troppo energico, insolente anzi: l’ha
chiamato sacco di scudi, e drago e basilisco, e che cosa d’altro.... Ah
sì, era divertentissimo!
LUND. Ah, vi pare?
BRATSB. Non vi nascondo, Lundestad, che quella sortita mi ha fatto
piacere: cosicchè noi adesso dobbiamo sostenerlo: capirete dopo un
attacco così violento....
LUND. Come quello d’ieri sera?
BRATSB. Sì.
LUND. Alla festa?
BRATSB. Sì, alla festa.
LUND. Contro Monsen?
BRATSB. Sì, contro Monsen e i suoi satelliti, che adesso vorranno
vendicarsi, si capisce.
LUND. (_con aria convinta_). Sì, bisogna sostenere il signor Stensgard,
è naturale.
DORA. Papà, vieni a giocare.
BRATSB. Oh bimba mia, che strana idea!
DORA. Ma sì, vieni: anche Selma lo desidera.
BRATSB. Allora bisogna ubbidire. (_Piano_) Povero Lundestad! Si
fa proprio vecchio: figurati che non ha neanche capito quello che
Stensgard diceva ieri....
DORA. Vieni, vieni, si comincia a giuocare. (_Lo conduce via_).
ERIK. Signor Hejre, voi sarete il giudice dei pegni.
HEJRE. Ecco la mia prima carica in questo basso mondo!
STENSG. È a conto dei vostri frequenti rapporti colla giustizia, signor
Hejre.
HEJRE. Oh! miei giovani amici, io mi piglierò il gusto di condannarvi
tutti in una volta.... vedrete!
STENSG. (_avvicinandosi a Lundestad_). Avete parlato con Sua
Eccellenza: vi ha detto niente di me?
LUND. Sì, a proposito dell’incidente di ieri sera.
STENSG. Diavolo!
LUND. Egli trova che siete stato insolente!
STENSG. Ha mille ragioni.
LUND. Voi potreste forse riparare a ciò.
ERIK. Signor Stensgard, tocca a voi!
STENSG. Eccomi! (_Rapidamente_) Come fare?
LUND. Se l’occasione si presenta, fate al signor ciambellano le vostre
scuse.
STENSG. Sì, sì, va bene.
SELMA. Presto, presto!
STENSG. Eccomi, eccomi, cara signora. (_Il giuoco continua in mezzo a
ripetute risate. Alcune persone d’età giuocano alle carte. Lundestad
siede a sinistra. Hejre è vicino a lui_).
HEJRE. E quel bellimbusto che pretende che io abbia avuto dei rapporti
colla giustizia!
LUND. Ah, non si può negare; è proprio un insolente!
HEJRE. E in grazia di ciò, bisogna vedere quante feste gli fanno qui:
par impossibile, come lo temono!
LUND. No, no, non lo temono affatto: Bratsberg crede che il discorso di
ieri fosse rivolto a Monsen.
HEJRE. A Monsen? Che pazzia!
LUND. È proprio così. Ringdal e la signorina Dora glielo hanno fatto
credere.
HEJRE. E allora egli va a trovarlo e lo invita a pranzo! Ah in fede
mia, questa è magnifica! Ah, ma vi assicuro però che non posso tacere.
LUND. No, vi prego, non dite niente. Bratsberg è vostro amico
d’infanzia, e sebbene si sia mostrato qualche volta un po’ duro verso
di voi....
HEJRE. Eh, eh! gli renderò la pariglia con usura!
LUND. Badate: egli è potente: non si scherza col leone!
HEJRE. Bratsberg un leone! Oh egli è ignorante, e io no. Oh che
allusioni piccanti, che pettegolezzi fioriti, che frasi mordaci
m’ispirerà questo fatterello! quando il mio processo sarà bene
avviato...
SELMA (_a Hejre_). Signor giudice, che penitenza deve fare colui al
quale appartiene questo pegno?
ERIK. (_a Hejre, senza farsi osservare_). È di Stensgard: trovate
qualche cosa di divertente.
HEJRE. Questo pegno? Lasciatemi un po’ vedere. Bene: egli dovrebbe....
basta! Che faccia un discorso!
SELMA. Signor Stensgard! signor Stensgard, tocca a voi.
STENSG. Oh, vi prego, dispensatemi: ho già parlato abbastanza male ieri.
BRATSB. Benissimo, invece, signor Stensgard. Me ne intendo un pochino
anch’io, sapete, di eloquenza!
LUND. (_ad Hejre_). Diavolo! Basta che non gli venga in mente adesso di
ritrattarsi!
HEJRE. Ritrattarsi? Eh, eh, benissimo! Una magnifica ispirazione.
(_Piano a Stensgard_) Se avete parlato male ieri, voi potreste
ritrattarvi oggi.
STENSG. (_colpito da un’idea subitanea_). Lundestad, ecco l’occasione
che si presenta!
LUND. (_allontanandosi_). Vi raccomando, un po’ di strategia. (_Cerca
il suo cappello e lentamente esce_).
STENSG. Ebbene, sì: farò un discorso.
LE SIGNORE. Bravo, bravo!
STENSG. Alzate i vostri bicchieri, signore e signori. Voglio farvi un
discorso che incominci con una favola: l’ambiente è così grazioso e
geniale, che la musa della poesia aleggia intorno a me.
ERIK. (_alle signore_). Sentite, sentite! (_Bratsberg prende il
suo bicchiere e sta in piedi vicino alla tavola da giuoco. Ringdal,
Fieldbo, e qualche altro, arrivano dal giardino_).
STENSG. Un bel giorno di primavera un cuculo se ne venne svolazzando
nella valle: sapete.... il cuculo è un uccello che porta fortuna. Nel
bosco fiorito tutti gli uccelli erano in festa; e in amichevoli gruppi
se ne andavano cantando gli uccelli domestici e gli uccelli selvatici.
Le galline arrivavano pigolando; le oche gracidando; quand’ecco dal
pollaio discende un grosso tacchino pettoruto, rumoroso, che faceva la
ruota, batteva le ali, si gonfiava, e pareva dire nel suo linguaggio:
«Io sono il re di Storli!...»
BRATSB. Delizioso! Sentite!
STENSG. Fra gli altri uccelli c’era pure un vecchio picchio. Appoggiato
a un tronco d’albero, egli si mise a cinguettare, a gridare, a
picchiare qua e là il suo lungo becco, per far uscire le formiche ed
altri insetti, che dovevano servire al suo pranzo: dovunque si sentiva
il suo pick, pick. Era lui.
ERIK. Domando scusa.... non era forse una cicogna?...
HEJRE. Silenzio!
STENSG. Era proprio un picchio. La riunione, che cominciava ad
animarsi, divenne ben presto rumorosa, quando tutti ebbero trovato un
personaggio al quale dirigere il loro cinguettìo: si strinsero gli
uni vicini agli altri, e cip, cip, cip, si misero a cinguettare con
quanto fiato aveano in gola: tosto il giovane cuculo si unì a loro, e
l’allegro coro seguitò per un pezzo.
FIELDBO (_piano a Stensgard_). Ma in nome di Dio, smetti!
STENSG. Ma il personaggio di cui si trattava era un’aquila che aveva
scelto a sua pacifica dimora una roccia solitaria. Tutti l’avevano
contro di lui: «È il terrore del vicinato» diceva un brutto corvo....
Ma in quel momento l’aquila, dall’alto del suo eremo, spiccò un volo
maestoso, discese nella valle, e, preso il giovane cuculo, se lo
portò con sè nel suo dominio. Lievemente l’uccellino fortunato volò
dalla pianura meschina a quell’altezza dov’è la pace, dov’è il sole;
e di lassù imparò a disprezzare il chiocciar dei pollai, e le terre
infruttuose.
FIELDBO. Conclusione, conclusione, musica!
BRATSB. Silenzio! Non interrompete!
STENSG. (_a Bratsberg_). Signore, la mia storia è finita; e davanti a
questa eletta società, vi porgo le mie scuse per l’incidente di ieri
sera.
BRATSB. (_facendo un passo indietro_) A me?
STENSG. E i miei ringraziamenti per la nobile maniera con cui vi siete
vendicato. Signore, signori, un evviva a Sua Eccellenza il ciambellano
Bratsberg!
BRATSB. (_vacilla e s’appoggia alla tavola_). Vi ringrazio, signor
avvocato.
GLI INVITATI (_tutti un po’ imbarazzati_). Evviva, evviva!
BRATSB. Signore, signori!... (_Piano_). Dora!
DORA. Padre mio!
BRATSB. Dottore, dottore, che cosa avete fatto?
STENSG. (_col bicchiere in mano, raggiante di gioia_). Ed ora
ripigliamo i nostri posti. Fieldbo, entra anche tu nella Lega dei
giovani. Tutto va a gonfie vele!...
HEJRE (_sul davanti a sinistra_). Ah sì, eh? Proprio a gonfie vele?!
(_Cala la tela_).