FUGA.

Così esclamava Alpinolo nell'amarezza del cuore, quando al suo

abbattimento trovava unico appoggio il disprezzo; ma poi a molte eccezioni

gli andava la mente, e sopratutto a una persona, sulla quale sentiva di non

poter dubitare: fratel Buonvicino. A lui avrebbe potuto aprire alla libera

il suo pensiero; a lui che, tornando, avea trovato tale appunto qual nel

fuggire lo aveva lasciato; ma qui medesimamente v'eran ostacoli,

esitazioni, paure.--Se gli spiego tutta questa matassa (egli pensava), mi

riprenderà; vorrà far prediche; troverà un mondo di ragioni da

opporre; la prudenza sarà d'impaccio al coraggio; vorrà la meta e non

la via che vi conduce; parlerà di giustizia, quasi al mondo ve ne sia

più la semenza. Sebbene... giustizia? non è egli diritto l'adoprare

ogni sorta di armi contro chi ogni sorta ne adopera a danno

dell'umanità? E che? Dunque il ribaldo perchè non teme l'inferno,

sarà tanto avvantaggiato sopra il giusto? Perdonare!... soffrire!...

Sì! sì! belle parole: ma non fanno che crescere baldanza in chi mette

il piede sul collo all'umanità. E poi alla fine, che male può

tornarne? O l'effetto mi riesce a disegno, ed ecco salvata l'innocenza,

ecco impedito un delitto, ecco lavatami dalla coscienza questa macchia,

questo verme che nè giorno nè notte riposa. Se il tentativo fallisce,

se la fortuna mi disajuta... pei Pusterla nulla è peggiorato. Non sono

essi già al colmo del pericolo e della miseria, dacchè si trovano in

tali mani? E quando pure ne accelerassi di alcuni giorni la morte, non è

acquisto il sottrarli più presto alla barbarie dei manigoldi? Quanto a

me la vita mia cessò da un pezzo di appartenermi: è appassita prima

di neppur sviluppare intero il suo fiore. Come potrei spenderla meglio che

tentando lo scampo degli innocenti? Se muojo, avrò soddisfatto in parte

al grande obbligo che mi rimane a scontare: troverò finalmente la

quiete... cesserò di fremere, di esecrare.

Durata molti giorni la lotta coi suoi pensieri, e sempre più

riconfermandosi di tentare ad ogni costo l'impresa, deliberò di rivelare

al frate quel tanto solo che fosse indispensabile, cioè il fine, non i

modi. Un dì, tra il chiaro e il fosco, si conduce al convento di Brera;

contempla un momento quella soglia, ricordandosi con qual devota

gratitudine l'avesse baciata il giorno che vide sopra di essa salvato il

Pusterla; e al portinajo chiede di veder frà Buonvicino.

Angiolgabriello da Concorezzo, antica nostra conoscenza, nol misurò da

capo a piedi coll'occhiata scrutatrice, abituale ne' portinaj ma, tutto

dolcezza e benevolenza, rispose:--Fratel Buonvicino? Volete forse

confessarvi, signor soldato? Dio vi benedica! entrate in chiesa; lo

chiamerò. Vado e torno.

--No, non l'incomodate; se c'è, anderò io stesso alla sua cella. So

dove sta.

--Ah, siete pratico della casa? Lo conoscete quel sant'uomo?» e qui

cominciava per recitare una leggenda di sue virtù, ma come vide che

Alpinolo gli avea vôlte le spalle, badandogli come un pedante al buon

senso, gli esclamò dietro:--Passate, passate pure, che Dio vi

benedica!»

Stava frà Buonvicino nella piccola camera, le cui masserizie, secondo la

regola, si riducevan al paglione con un capezzale e due lenzuola di lana e

a un predellino di legno. Su questo sedeva il frate, inchinata la fronte,

le mani intrecciate sulle ginocchia, cogli occhi fissi sopra un qual si

fosse oggetto indifferente, e senza vederlo. Alle rughe anticipate della

sua fronte, alle guancie pallide e scarne, all'occhio affossato, ognuno

avrebbe potuto dire «Per costui il pensare è soffrire»; ma nel

dolore di esso non v'era abbattimento, e potevasi scorgervi frammista una

speranza--o forse una memoria.

Al passo incerto, all'ansioso occheggiare, al tono della voce, ben

avvisò frà Buonvicino nel soldato qualche cosa di straordinario;

onde, sorto dal meditabondo riposo, se gli fece incontro col consueto

saluto:--La pace sia con voi, o fratello».

Non rispose l'altro al benedetto augurio se non interrogando:

--Padre, siamo soli?

--Soli con Dio.

--Nessun pericolo che altri c'intenda?

--Nessuno», rispose il frate, e fissava attentamente il nuovo arrivato,

il quale, fattosegli più vicino, chiese:

--Padre, amate voi Margherita? la Pusterla?»

A una domanda così inaspettata, una domanda che egli schivava di fare a

sè stesso, per quanto la maestà della sventura avesse resa più

venerabile e santa agli occhi suoi quella che un tempo aveva amata d'amore,

tutto si risentì frà Buonvicino: rizzò la testa abbattuta, pose la

mano sulla bocca del soldato, come per imporgli silenzio, rabbattè

attentamente l'uscio e l'impannata della celletta; indi, afferrando il

braccio dell'ignoto,--Ma voi chi siete?

--Sotto le spoglie del vile prezzolato, non mi riconoscete, fratel

Buonvicino?»

Dai patimenti, dal nuovo abito e dall'arte sfigurato, tardava Buonvicino a

ravvisarlo; poi, come l'altro si nominò, anch'egli, con tono di

meraviglia e di interrogazione, ripetè:

--Alpinolo?» poi ne strinse fra le mani il capo, e,--Figliuol mio! tu

qui? Come ardisci rimanere? Perchè cotesta divisa--tu?»

Alpinolo, alla presta e con termini di viva esecrazione, senza perdonare a

sè stesso, gli espose il seguito delle sue avventure; la parte che aveva

avuta al disastro del Pusterla, il tradimento di Ramengo, che fece

raccapricciare il frate, e che gli scoperse di tratto una serie di

iniquità, quali non aveva sospettate possibili.

--Ora comprendo (esclamava) perchè Ramengo è tornato sicuro, mette

casa riccamente, e si allegra, e par che dica all'anima sua, _Godi, esulta,

abbiam trovato il nostro riposo._ Ma tu, per amor del cielo, come sei tu

qui? perchè?»

E Alpinolo,--Come io sia venuto e perchè sotto queste divise, è un

segreto ch'io giurai di non manifestare: non vi riuscirà però

difficile l'apporvi.

--Sciagurato! un assassinio?...» prorompeva frà Buonvicino,

respingendolo dalle braccia tra cui lo teneva serrato a guisa di un padre

che accoglie al pentimento un traviato figliuolo.

--Padre (interrompeva quell'altro l'incominciato rimprovero) qualunque

vostra ammonizione sarebbe fuor di luogo e di tempo. Così avessi avuto

il coraggio! Ma più di quel che potreste dirmi ora a voce, mi disse e mi

dice sempre la vostra immagine, che tratto tratto mi si affaccia a ripetere

quei consigli che m'avete dati tante volte in mia fanciullezza. Ora però

non sono qui per questo. Rispondete: amate voi Margherita? il Pusterla?

--Se gli amo!» esclamò l'Umiliato, e corrugò la fronte guardando

il cielo con un sospiro.

--Ebbene, dovete darmi mano a salvarli.

--Salvarli? Oh come?» domandò con ansietà frà Buonvicino; e

come, quando nel bujo di una camera divampi il zolfanello, di subito rompe

le tenebre una gaja luce, che poi immediatamente spegnendosi, lascia di

nuovo al bujo, così nell'occhio di frà Buonvicino lampeggiò una

gioja vivissima, ma passeggiera; all'istante un melanconico velo gli

ottenebrò la fronte, e le esclamazioni di allegrezza finirono in un

doloroso ohimè. Poi soggiunse:--Ah garzone, garzone! tu sei ancora quel

desso; ancora non hai abbastanza imparato a che possa trascinarti cotesta

foga intemperata, cotesto operar sempre, e non riflettere mai. Tu precipiti

te stesso e loro.

--Padre, (replicava l'altro) il mezzo, a dirvelo, è meglio nol

conosciate; sull'esito però ho calcolato abbastanza: e, se il diavolo

non vi mette... cioè, se l'accidente... Insomma, anderà bene. Andasse

anche male, ad essi che può risultar di peggio? Quanto a me, della vita

mia non devo conto a nessuno.

--No? nemmeno a Colui che te l'ha data, e che può chiederti perchè

l'hai gettata, innanzi che egli medesimo te la ridomandasse? Non sono

davanti a lui eguali l'assassino e il suicida?»

Stette un momento sopra pensiero Alpinolo, poi, stringendo ancora la mano

al frate, ripigliava:--Vivete pur tranquillo su quanto riguarda me. Il

cuore mi dice che nessun male ne avverrà. Proprio dal cuore mi viene

questa potente ispirazione, e le ispirazioni di raro ingannano».

Tentennò il capo frà Buonvicino, e, posandogli l'altra mano

amorevolmente sulla spalla,--O figliuolo! e cotesta ispirazione da chi

l'hai tu implorata? hai tu pregato mai con fede Iddio?

--Iddio! (interrompeva il giovane) c'è egli proprio questo Dio?» E,

subito correggendosi,--Ah, sì, certo, egli vi è: vi deve essere per

aver creato la Margherita, per aver tratto con sè mia madre in paradiso.

Ma in paradiso che fa egli? perchè non reprime l'iniquità? perchè

lascia il reprobo mangiare in pace il pane delle delizie, mentre il giusto

affanna ai suoi piedi? Perchè il Pusterla è in carcere, e Ramengo fra

gli agi? Perchè voi qui a gemere sulle miserie comuni, e Luchino in

trono a moltiplicarle?

--Di poca fede! (replicava frà Buonvicino con un sospiro) Chi t'ha dato

il diritto di scandagliare l'inesplorabile abisso della Provvidenza? Giusto

è Dio, e i suoi giudizj sono veri e approvati per sè stessi; l'uomo

li riverisca, nè presuma comprenderli. Pure tu, sei tu entrato nel cuore

dell'empio e del savio? Hai visto quel che si nasconde sotto le bugiarde

apparenze del godimento e delle pene; dell'umiliazione e del trionfo? Che

se anche in terra questo patisce e quello esulta, forse che il regno di Dio

finisce fra gli angusti confini di questa vita? Sarà giorno, quando, in

bilancie assai diverse da quelle dell'uomo, staranno il riso e i patimenti,

le soperchierie e la pazienza: quando i fortunati udranno dirsi: la vostra

porzione di beni già l'avete tocca in terra. Frattanto ti viene lezzo

dell'iniquità che domina il mondo? della mal provvista distribuzione di

ciò che il secolo chiama beni e mali? Torci da loro, e forbendoti del

fango, solleva il pensiero sopra queste lotte terrene, e pensa a Dio, e

prega Dio».

Soprastava l'altro così un poco, siccome in meditazione, poi

ripigliava:--Pregare! Quanto tempo ch'io non prego Dio di vero cuore! Oh,

mi ricordo, allorchè fanciullo, col signor Ottorino, colla Margherita,

io veniva a questo chiostro, in questa chiesa, e il dolce nome di padre,

che non potevo dare a nessun uomo, lo davo a Quello che è nei cieli, e

pregavo, e svelavo i miei peccati, i miei pensieri a un buon sacerdote;

questo mi benediceva, sicchè, tranquillo e consolato, io me ne partiva

siccome un angioletto. Che dolcezze! che giorni! Ora sono perduti, e

irreparabilmente.

--Ma chi ti toglie (soggiungeva il frate, con premurosa amorevolezza) chi

ti toglie di far altrettanto, qualora tu il voglia, in questo medesimo

istante? Credi forse esausti i tesori della misericordia? quel Padre non

è sempre là colle braccia aperte ad aspettarti? Che non rispondi alle

sue chiamate?

--No, no, (replicava il giovane con tono deliberato) no! impossibile!

impossibile! Finchè un odio bollente, sanguinario mi parla solo di

vendetta, come potrei? come ardirei? No, no; verrà tempo: son giovane;

forse non durerà sempre a questo modo. Oh allora!... Ma adesso a quel

che importa... Io mi apersi con voi, perchè in voi solo ho fiducia. Non

venni per chiedervi parere: gli è un perder tempo il tentare di

stornarmi. Ho bisogno di voi. Rispondetemi risoluto. Se io trovo modo di

consegnare a voi il Pusterla e la sua donna, prendete sopra di voi di

ridurli a salvamento?

--Così Dio m'ajuti come il farò! me ne dovesse costare la vita! Ma...

--Ebbene, sia vostra cura che, in tutte le seguenti notti, tre cavalli di

gran lena siano lesti a quell'enorme noce, sapete? là a mezzo della

strada di Quadronno, di costa alla vigna di Susone dei Cantù. Il vulgo

racconta non so quali paurose fole di quel luogo, di quella pianta, di

streghe, di tregenda, di sabati; e però nessuno vi bazzica; onde è

opportunissima per chi non patisca di queste ubbie».

Il frate taceva, pensava, come chi è preso da un desiderio senza

speranza; e il giovane, con accorata insistenza, ripigliava:--Vi domando

pur poco! Lo farete voi? A ogni modo, se vi ricusate, non sarà che un

crescere i pericoli a me e a loro. Lo farete?»

Frà Buonvicino, deciso meno dagli argomenti del giovane che dalle

ragioni librate fra sè, sollevò la fronte depressa, e con aria di

tranquilla energia, ben diversa dalla impetuosa temerità di Alpinolo,

rispose:--Lo farò.

--Deh, siate benedetto!» esclamò Alpinolo con effusione di gioja

riconoscente, stringendogli con ambe le mani la destra, e baciandola e

ribaciandola; poi, divisati i luoghi, distintamente accordata ogni cosa,

già si avviava a partire, quando si rivolse, e, messo a terra il

ginocchio,--Un'altra grazia, o padre: beneditemi».

Il frate, commosso, posò le palme sopra il capo inchinato di Alpinolo,

e,--Dio ti benedica! voglia insinuarti uno spirito di amore, di prudenza,

che temperi cotesta impetuosa volontà...»

Nè finì, sentendosi intenerire ai singhiozzi di Alpinolo, il quale,

come rimproverandosi questa commozione, si levò, e precipitossi fuori

della cella, misurò rapidamente il corridojo, illuminato da un fioco

lampione, e, giuntone in capo, si volse, rimirò il frate, il quale

ancora dalla soglia gli accennava colla mano, e si dileguò.

Tali concerti ritornarono ad Alpinolo tutta la baldanza del pensiero, e

provò la confidenza che ispira una robusta deliberazione, tanto

somigliante alla soddisfazione di un disegno compito. La sera dopo, era

egli sciolto del servizio, onde si condusse verso Quadronno per vedere se

il frate vi stesse, secondo l'intelligenza. Scontrò un ragazzo il quale

a furia scappava, e quando vide Alpinolo,--Signor soldato, (gli gridò)

non andate in là. Al noce v'è una frotta di diavoli in forma di

cavalli»; e continuò a correre verso la città come spiritato; e

tutta la vita sua seguitò a dire a chi non credeva, che stregoni e

demonj e tregende erano cose di fatto, e che egli ne aveva l'esperienza dei

proprj sensi;--esperienza infallibile, come dicono i filosofi.

In fatto Alpinolo, accostatosi presso al noce concertato, vide tre cavalli

in ordine con un famiglio che li teneva: e se le tenebre non avessero

impedito la vista, poco quindi lontano, dietro ad una macchia, avrebbe

scorto il frate che durava in orazioni e in aspettazione. A ogni stormir di

foglia, a ogni susurrare del vento autunnale fra i pampani della vigna,

risentivasi frà Buonvicino, e guardava; poi, a ora a ora alzavasi a

mirare verso la porta Romana se alcuno arrivasse, e sempre se ne torceva

deluso. Veder una volta ancora la Margherita, vederla salvata dall'abisso

ove l'avea fatta perduta, darle la buona andata, poi tornarsene a

raccomandarla al Signore, queste erano le fantasie che lusingavano il

povero frate; e la delizia di saperla una volta contenta co' suoi cari,

tanto più cari dopo tanto vicendevole patire. Ma poi le infinite

difficoltà se gli affacciavano, e disperava, e cadeva colla fronte sulla

terra pregando e singhiozzando.

L'altro domani toccava ad Alpinolo montare la guardia; e solo allora

legò col carceriere il discorso che abbiamo riferito, per non lasciargli

tempo a riflettere, e per tenergli le mani ne' capelli. Con esso rimase

d'accordo che, quando egli, dopo la scolta che a momenti verrebbe a

rilevarlo, entrerebbe ancora in sentinella, farebbero uscire i due dalla

prigione, e per la guardina del carceriere, scendere in un cortiletto

posteriore, dov'era la porta del soccorso, non divisa dallo spianato che

per un fossatello largo un passo.

Abbiamo già fatto avvertire come la Rocchetta non fosse ridotta a

compimento; molte parti ancora imperfette di mura; non approfondita la

fossa; lavori tutti che erano stati sospesi perchè il luogo

riconoscevasi non abbastanza addatto; per la qual cosa venne poi

abbandonato, fabbricando invece il forte dall'altra banda verso San Nazaro.

Tutto ciò agevolava un'evasione.--I soldati (diceva Alpinolo) se la

dormiranno a quell'ora così tarda; benchè la luna sia nel suo pieno,

è però questa sera adombrata da nuvoloni minacciosi, talchè

l'oscurità ci darà favore. Se possiamo procedere senza rumore, niente

più facile che andar fuori.

--Come poi sarete fuori (soggiungeva Macaruffo) pensateci voi; che, quanto

a me, m'allaccio le scarpe, e la do per la campagna senza guardarmi ai

piedi, finchè non sento rumoreggiare il fiume d'Imagna».

Poco dopo venne un soldato a dare lo scambio ad Alpinolo; venne

sbadigliando e divincolandosi come chi allora si sdormenta, e dicendogli

con una voce sonnacchiosa:--Avevo attaccato di gusto. Te beato, o

Quattrodita, che hai dinanzi due belle ore da dormire della grossa!»

Alpinolo gli cedette il posto senza lasciare scorger nulla e si ritirò

nel camerotto; si ritirò, ma (lo crederete agevolmente) tutt'altro che a

riposo; bensì all'agitazione naturale del tempo che scorre fra la

deliberazione d'un disegno pericoloso e l'effettuarlo. Terribile tempo,

quando tutte le forze dell'anima stanno assorte in quel pensiero, in

quell'avvenire così vicino e forse così lontano; in un avvenimento,

che fu lungo tempo meditato, svolto, blandito, e che sarà condotto a

termine fra pochi istanti, o non più! Come gente che si accalchi a udire

una ambita novella, così mille idee di possibili pericoli si affollano

alla mente, e dietro a queste altrettanti spedienti per ripararvi; tutti

gli scorre l'intelletto, a nessuno s'appiglia. Ora una fidata speranza

già trasporta l'uomo al momento dopo... Gli vedresti allora l'occhio

scintillare, allungarsi le labbra ad un sorriso. Poi la riflessione slancia

attraverso all'immaginativa un cupo spavento; ostacoli insormontabili tra

il frutto e la mano, ogni cosa scoperta, sventata; allora il ciglio si

rabbuja, aggrinzasi la fronte, un ribrezzo invade la persona, i capelli

s'arricciano, il sangue rigurgita al cuore, e un freddo sudore cola giù

per le guancie.

In questo sogno immaginoso passavano Alpinolo e Macaruffo le due ore,--ore

lente come il passo della morte. Il giovane computava ormai imminente

l'istante che riscatterebbe ogni suo errore, restituirebbe alla libertà

e all'onore vittime innocenti, farebbe per astio amarissimo al tiranno

molte giornate. Gli pareva già vedere i Pusterla mettere il piede fuor

della Rocchetta;--Ecco i cavalli; si monta; si sprona.--Addio, Milano!

domattina trovano il carcere vuoto; che rodimento il signor Luchino! ha da

mettere più di sei e più di dodici capelli canuti. Invano tenta

soffocare il dispetto fra le tazze e le lascivie e il concetto di nuovi

oltraggi.--E Ramengo? vedersi sfuggire le sue vittime--mancargli sotto la

base, su cui ideava sollevare la scellerata sua grandezza--sapere liberi e

lontani quelli che alzerebbero la voce a proclamarlo infame, traditore,

spia!--Presto, cavalli su tutte le direzioni ad inseguirci.--Eh sì! noi

siamo in sicuro. Si va; si rivede il tugurio de' mugnaj che curarono la

bambina mia vita; ci tragittano; voliamo di là, troviamo i

fratelli.--Qual gioja d'essere ancora fra cuori consenzienti, poter ancora

fremere, bestemmiare!

--_L'hai tu scannato quel maledetto?_ mi domandano: _No, ma ho fatto dì

--meglio: ho strappato due vittime di bocca al biscione._--Sono conosciuti,

--festeggiati; la vista loro rinfuoca gli sdegni, rinfresca la memoria di

--quanto patì ciascuno; più non è che un fremere d'armi: ci

--uniamo: vendetta è il nostro grido; si muove sopra Milano; il popolo,

--sazio della costui tirannia, esce in folla ad ingrossare le nostre file;

--appena sa che appressiamo, la città rumoreggia: dà su e,

--_sant'Ambrogio, sant'Ambrogio!_ scannano quella sua caterva di scherani:

--e lui, quel cane... oh potess'io essere il fortunato, che, tra la mischia

--e non più da assassino lo incontrassi, lo abbattessi, gli piantassi

--questo pugnale nel cuore!»

Gli brillava dentro il coraggio, e con un moto macchinale che preveniva la

volontà, brandiva di fatti il pugnale in atto di chi mena un mandritto;

e soffiando, si sentiva andar tutto in sudore. Trasse di capo il morione;

colla palma terse la fronte, e anch'egli si pose a sedere sul pancone,

sopra il quale tranquillamente sdrajati russavano due dei suoi commilitoni.

Tenne il guardo biecamente fisso su loro:--Anime vendute! ministri della

prepotenza! Ancor due ore, ed avrò gettata di dosso l'infame vostra

assisa. Ancor due ore, e poi... E poi? forse da qui a due ore essi saranno

levati contro di me, addosso a me. Se si destassero? se udissero?--Ch'io

gli ammazzi?--Ma altre guardie vegliano là abbasso.--No; non ci voglio

pensare. Frà Buonvicino prega».

E cacciava quest'apprensione come un maligno fantasma; e quasi per

istordirsi diceva:--Che temere? dormono sodo. Importa assai a que' ghiotti

se stia per cadere il tiranno che ne ha comprato il valore! D'altri suoi

pari sono piene le città d'Italia, non mancherà chi li tolga a

stipendio per sicurezza de' suoi delitti e per isgomento della virtù

generosa».

Quindi, per far inganno a sè stesso, e mostrarsi ai proprj occhi

spensierato e sicuro, piegava il capo, e quasi si trattasse di deludere

altrui, fingeva addormentarsi.--Sì, addormentarsi! La coscienza d'un

gran pericolo, e non solamente suo, lo scoteva in fiero soprassalto;

acceleravano il battito le arterie: chi l'avesse esaminato, ne avrebbe

scorto il viso pallido, scontrafatto come il cadavere d'uomo violentemente

soffogato. Sentendosi mancar il respiro, si alzò: chiotto chiotto

affacciossi ad un finestrone alto e stretto, s'abbracciò ad un'esile

colonnina, posta a sorreggere due archetti acuminati che facevano il

vôlto; e sporto il capo fra lo stipite e quella, stette osservando la

cupa maestà della natura, addormentata nel fondo della mezza notte. Il

cielo era ingombro di nuvoloni, pregni di pioggia e di tempesta, che rapidi

pel fosco silenzio camminavano, cozzavano, accavalciavansi, come i pensieri

nel capo di esso.

--Oh, versassero almeno torrenti di acqua! rumoreggiasse il tuono,

sicchè, fra il crosciare della pioggia e lo schianto dei fulmini,

andasse inascoltato ogni rumore de' passi nostri! Perchè... già

un passo basta a risvegliare questi mastini.--E allora?... Oh ma no:

tutto è silenzio, il tuono li desterebbe: meglio così. E la luna

sia velata, almeno sinchè abbiam valicato quel fossatello. Allora,

giù pei campi... il desiderio di libertà impenna l'ale a

quegl'infelici.--Quanti ringraziamenti! quanto ben me ne

vogliono!--No, no; ora non è tempo di parole, di ringraziamenti;

lesti al noce; colà sono i cavalli...»

E l'occhio di lui correva via via per la pianura, colla celerità che

augurava possibile ai passi fuggitivi. La campagna era posseduta dalla

sorda bonaccia che suole precedere lo scoppio della tempesta.--Fra poco

(rifletteva Alpinolo) quella quiete sarà rotta dallo scalpitare de' tre

cavalli che ci porteranno lontani da questa maledetta Milano».

E spiegando verso la città il pugno, in atto di chi slancia un sasso,

rizzavasi, e incrociate le braccia sul petto anelante, si poneva a

riguardarla.

--Anche colà tutto dorme. Dorme il povero, trovando nel sonno tregua

alla fame, mal saziata col tozzo che o un ostinato lavoro o la superba

carità del dovizioso gli procacciarono; dorme il ricco, smaltendo la

sovrabbondante cena; dormono i forti concordi e i disuniti oppressi: dorme

il tiranno... Possibile che dorma esso, mentre tante voci gridano contro di

lui vendetta in cielo? mentre qua vegliano tanti per sua cagione, per

ordine suo, nel dolore beffato? mentre per lui son io tempestato così?

Eppure sì, dorme certo: non l'ho visto io dormire nel parco di

Belgiojoso? Che fa a lui il duolo, il pianto dei miseri, se quel duolo,

quel pianto ne assodano il potere?

--Ma i cittadini?... Dormono anch'essi. Oh, se non vegliarono mai neppure

di giorno! Se, cullati dalla pace tra le oziose braccia, hanno sempre gli

occhi chiusi ai torti, onde vengono oppressi ogni ora, ogni momento?

Vigliacchi! hanno veduto la rovina di tante persone lor care, e tacquero.

Che fa a loro il soffrire degli altri? E quand'anche toccano una nuova

sferzata dall'oppressore, si risentono un tratto, danno una volta stizzosa

pel letto gridando, _Come si sta male!_ poi rattaccano più sodo. Se

alcuno alza la testa, vede gli altri che dormono, e non l'odono o non gli

badano; onde per lo meglio tace, si adatta, e l'_ahi_ che preparava,

finisce in un _va bene_. Quando verremo a liberarli, non ci cureranno:

staranno forse contro di noi. Vigliacchi! Eppure tanti ne

conobb'io--generosi, pronti a versare il sangue per l'utile comune. Or dove

sono? Dove son più quei giorni? Ecco! appena diciannov'anni io conto, e

già rimpiango il passato come un vecchio che gemette sulla tomba di

tutti i suoi conoscenti!»

Lievemente ondeggiando il capo, cogli occhi aggravati da una spasmodica

veglia e colla bocca socchiusa, stava incantato a riguardare quei tetti,

quelle torri, su cui tratto tratto qualche nuvola squarciandosi versava un

raggio di luce, tanto chiaro quanto fugace. Adesso erano immagini lontane,

ch'egli cercava nelle proprie rimembranze; la fanciullezza sua, gli

spensierati trastulli, rive tranquille dove era destinato a trascorrere sua

vita, ignorando le iniquità degli uomini; accudendo un mulino,

insidiando ai pesci, ed imbandendoli la sera sulla mensa frugale, pari a

tutti gli altri mugnaj.

--Eppure no: chè essi hanno padre, madre, fratelli; io no, io nessuno!

io germogliato come il grano di segale che il vento trasportò in cima di

questa torre. Oh potessi almeno rimembrare di mia madre! potessi

richiamarmi i sorrisi, i vezzi onde m'avrà vagheggiato appena io nacqui,

e in quella sua terribile corsa giù pel fiume!»

Osservava in dito l'anello, il baciava e ribaciava.

--Avevo giurato di non ispiccarmelo se non morendo. Ora lo butterò in

gola all'avaro carceriere. Che importa! Trattasi di compire una buona

azione. Tu ne sei contenta, o madre: non è vero? Tu sei santa lassù,

e ti piace ch'io salvi quest'altra santa in terra».

E raddoppiava i baci intenerito.

--Ma mio padre? dov'è egli? perchè non lo conosco? Oh se lo sapessi!

se il rivedessi! una parola di lui basterebbe a formare la dolcezza di

tutta la mia vita; un suo consiglio temprerebbe questa foga rovinosa.

Vederlo, trovarlo ed esser beato--beato come nel paradiso!»

Nè con minore sospensione d'animo passava quel tempo Macaruffo. Seduto

per terra con una gamba distesa e coll'altra piegata in modo, che colle

giunte mani la reggeva al ginocchio, inchinato il capo sicchè tutta la

faccia rimaneva adombrata, guardava egli sottecchi dietro dietro al soldato

che sbadatamente passeggiava. L'aria fiera di quel soldato, la partigiana

che quegli recavasi in mano, e il cui ferro luccicante riverberava a

momenti la fievole luce del lampione, mettevano i brividi a Macaruffo.

Già gli pare d'essere scoperto, e vedersi quel guerriero venire incontro

a ferirlo; già sentesi il gelo di quell'arma in mezzo al ventre...

aspira con angoscia, come davvero ferito; ed un _ahi_ di spavento gli corre

fino alla gola. Allora per isviare la paura caccia la mano in tasca, palpa

la borsa, lento la slega, fa scorrere sotto ai polpastrelli gli zecchini; e

come un innamorato forma mille proponimenti, che tutti poi distrugge il

primo rivedere dell'oggetto de' suoi sospiri, così i terrori sbrattano

dall'animo del carceriere al tocco, al rovistìo di quel metallo.

--Uno, due, tre... venti... quarantanove, cinquanta! e sono miei!»

pensava egli.--Altro che giuggiole! Tanti anni di fatica non mi partorirono

che stenti e miseria; ed ecco una notte mi fa capitare quello che in vita

mia neppure avevo sperato! Oh stamattina devo pure essermi segnato bene!

Ora capisco perchè il fuoco jersera soffiava a quel modo... Ed io

balordo anguillai prima di accettare! Sì, sì; m'han detto giusto a

chiamarmi il Lasagnone. Ma ora sarà finito questo rodimento di ascoltare

ogni tratto, Lasagnone to qua, Lasagnone fa questo, fa quello. E i

bettolieri? chè non c'è buco dove io non abbia messo il chiodino:

domani gli avrò pagati di moneta corrente. Domani di quest'ora, se le

gambe mi dicono il vero, si arriva a casa: moglie, figli saltano dal

pagliericcio, mi si fanno intorno a chiedere: _Che novità è codesta?

non è Natale, che anche i banditi vengono a casa.--Cheti là_, dico

io: _son fuggito.--Ma il signor Luchino?_ dice la donna. Dico io: _Me ne

infischio del signor Luchino e di chi fa per lui: mangi chi vuole quel suo

pane di sette croste_, dico: _vale meglio un cantuccio del mio paese e lo

stare in santa pace a maturar le ossa al mio focolare, che non tutta la sua

città e il suo palazzo,--Sì_, dice la donna: _ma mangiare?_

Allora senz'altro buttar fiato, caccio a mano la borsa; la fo

sonare:--_Che? sono cappelletti di chiodi?_ domanda Bortolino. Io li verso

sul desco, e vedono--oh vedono! Che festa mia moglie! Perdincibacco, non fu

sì allegra da nozze. E i puttini, che non han mai visto dindi,

richiedono: _Che roba son cotesti, o tata?--Sono_, dico io, _tutto quel che

uno vuole: sono quelli che fanno muovere il mondo, e godere il paradiso in

questa vita e nell'altra. Venerateli_, dico, _che hanno l'impronta di

sant'Ambrogio. E se il tale e il tal altro vivono in sciali e la portano

alta, e se noi baciam basso e gli obbediamo e facciamo le sberrettate, gli

è perchè essi hanno di questi un buon dato. Altrimenti il Lasagnone

sarebbero essi, ed io il bello e il buono e il bravo. Ah ah!_

Si stropicciava le mani e brillava, e rideva davvero, talchè il soldato

di sentinella si fermò a guatarlo. Quell'occhiata operò su di lui

l'effetto, che sopra un insolente scolaretto côlto in fallo produce il

cipiglio del sopraggiunto pedagogo. E rapido come il mutar dei vetri in una

lanterna magica, si convenivano quelle ridenti immagini in immagini tetre,

di pericoli, di castighi: e con queste gli entrava il consiglio di un

tradimento.

--Ah Macaruffo, buona minestra hai fatto! Ma son in tempo di ripigliare la

parola. Or ora, quando ricompare il Quattrodita, gli vo incontro e gli

dico: _Assolutamente non voglio; ho detto per baja_. Ma egli rivorrà il

suo denaro. Fossi matto! I fiorini al giorno d'oggi valgono sessantaquattro

soldi di terzoli, e non se ne trovano sulle siepi.... Se potessi salvare la

capra e i cavoli!--A buoni conti i fiorini sono in saccoccia (e li palpava,

quasi per accertarsene): potrei andare dal signor Luchino e spiattellargli

tutto.--Spiattellargli tutto! e poi? Vengono, pigliano il Quattrodita,

l'impiccano: questo va di suo piede. Ma a me, cosa mi entra in tasca? Egli

non potrà più pagarmi il fiasco e un boccone, come ha fatto le tante

volte: e quel ch'è peggio, l'anello di diamante è bell'e andato. È

vero che potrei dire, _Signor Luchino illustrissimo, ho da cantare, ma

voglio una mancia_: egli me la prometterà: promettere costa poco: ma che

mantenga? Dirà: _Hai fatto parte del tuo dovere_, e mi darà delle

zucche marine. È poi, e poi, stesse li. La pena sarebbe che

soggiungesse: _Quei fiorini sono di mal acquisto_, e me li togliesse, e li

serbasse coi suoi, tutti d'acquisto eccellentissimo».

Pure questo partito, e come più sicuro, e come il meglio confacente alle

abitudini sue, gli piaceva al gusto; ma anche qui non era tutto

zucchero--Come ho da fare? Piantar qui, e correre a svegliare

l'illustrissimo?--Mai più... di quest'ora! Lo dirò a questa guardia?

Oibò! Forse è di balla col camerata; se no, crederà ch'io sia in

cimberli. Gli mostrerò in prova i denari. Ecco subito un bolli

bolli:--ma il Quattrodita è un bizzarro, che Dio ne guardi. Certo sta

all'erta, tutt'in orecchi come una lepre: al primo passo che fo, salta

fuori; a colui non gli croscia il ferro: e m'ha certi occhi, da non vi

metter nè olio nè pepe a tirarmi una lanciata. Una lanciata! Allora

l'illustrissimo mi rammenderà quell'occhiello?»

Fra questi e simili pensieri trascinò quel pajo d'ore. Non erano finite

quando Alpinolo uscì a rilevare la sentinella, mostrandosi in atti

ancora sonnacchioso.

--Bravo Quattrodita: (gli diceva il soldato) Arrivi a tempo: tengo a fatica

aperti gli occhi.

--Va pur là, Pagamorta (rispondeva Alpinolo), e dormi col cuore quieto,

che se anche lascerai trascorrere il tempo non ti guasterò il sonnellino

dell'oro».

--Viva il Quattrodita» replicava l'altro, sporgendogli la mano

rozzamente.--Tocca. Un po' burbero, un po' stizzoso, ma di buon fondo.

Bravo ragazzo! Lascia fare, che appena io diventi principe, ti erigerò

caporale».

E con un ghignazzo che si conchiuse in un sonoro sbadiglio, se ne andò.

I passi di lui rimbombarono lungo il corridojo, più e più sempre

allontanandosi: ed Alpinolo li contava, guardandogli dietro con ansietà.

Quello entrò nel camerotto, lasciò rabbattersi dietro l'uscio, e

tutto ritornò nel silenzio. Alpinolo diede una girata origliando,

guardando; e non udendosi fiato, si accostò al carceriere:--Ebbene?

--Ebbene?» replicò Marcaruffo, alzando il capo come per ismemorato, a

guisa d'un baco da seta che dorme, e fissando in volto ad Alpinolo due

occhi d'artificiosa storditaggine. Ma questi in atto imperativo e

minaccioso afferrandogli il braccio, diceva:--Sta su: l'ora è opportuna.

--E poi?» domandava l'altro, mentre rizzavasi dinoccolato, e sentendo in

quel punto meglio che mai quanta distanza corra fra il promettere di fare e

il fare.

--Come? tu cagli? e i denari?» replicava risoluto Alpinolo.

--E il diamante?» ridomandava Macaruffo.

--Sì, il diamante è qui; ed al varcare della soglia ti giuro da uom

d'onore che sarà tuo. Ma a noi! il tempo stringe.»

L'altro si mosse dimenando la testa, e brontolando fra sè:--Uomo

d'onore, uomo d'onore!» Ma una guardatura fulminante di Alpinolo, ed una

stretta di mano che parve una tanaglia, lo fece accorto che non era più

tempo di trarsi in dietro, e neppure di star in tentenno. Per far dunque

che almeno l'effetto gli riuscisse senza sconciature, si trasse le scarpe,

ossia gli zoccoli che allora ne facevano le veci; inginocchiossi, e

recitò una preghiera che solo il terrore gli traeva sulle labbra, e

colla quale non voleva se non domandare a complice il Cielo. A taciti passi

allora inoltrandosi, spense il lampione che fiocamente rischiarava il

corridojo; spiccò dalla cintura le chiavi, e s'avviò muro muro e

tastone verso la carcere di Francesco Pusterla.

Solito sempre a mutare i passi fragorosamente, fischiando e cantando

canzonacce con voce assordante, senza verun riguardo ai prigionieri, a cui

il gridare spezzava i sonni e conturbava la fantasia, ora ciampeggiava con

tutte le gelose e timide premure d'una madre, la quale gira attorno alla

cuna dell'ammalato suo bambino. Il men che lieve fruscio dei panni gli

metteva i brividi; i passi suoi, comechè fosse scalzo, gli pareva sonare

più che quelli di un guerriero tutto ferro dai capelli alle piante; fin

l'anelito studiavasi rattenere: le chiavi, per cura che adoperasse, girando

nella toppa scricchiolavano, crocchiava l'imposta, onde se gli rizzavano le

chiome in capo. Men pauroso, ma più sollecito, Alpinolo gli era sempre

alle spalle, colla sospensione di un ladro mentre il compagno sconficca lo

scrigno di un usuriere. Alla fine il chiavistello fu aperto, tirato il

paletto; e Alpinolo si precipitò giù per due o tre rozzi scaglioni,

chiamando sommessamente--Francesco! signor Francesco!»

Questi, al sentir dischiudere la prigione in ora tanto insolita e in più

insolito modo, già coll'immaginazione era corso a quei timori, che sono

abituali nei carcerati; una violenza, un assassinio. Buttossi ginocchione,

chiese a Dio mercede dei suoi peccati, e gli raccomandò l'anima sua come

se fosse sul punto di comparigli davanti; risvegliò il suo Venturino,

baciollo, il rincantucciò nel più riposto angolo della prigione,

dicendogli «Sta zitto»; lo ricoperse col suo stramazzo; gli pose

davanti, come trincea, i soli arnesi che vi si trovavano, uno sgabello e la

brocca: premura di paterno istinto, che ricorre ad ogni mezzo di difesa,

per fiacco e inutile che il mostri la ragione. Così la chioccia, udendo

la romba del nibbio che volge sopra il capo di essa le ampie ruote, chiama

o ricopre i pulcini sotto l'ala, che neppure un momento li schermirà dal

rapitore.

Fra queste ambasciose attenzioni ode chiamarsi a nome: si scuote: è una

voce conosciuta, ma da gran tempo non intesa--Chi è là? assassino o

amico?» domandò.

--Silenzio! un amico», rispose Alpinolo, e si nominò.--Vengo a

camparvi: non perdete tempo, usciamo.

--E la Margherita?» fu la sola voce che replicò Franciscolo.

--Verrà anch'ella.

--Dio ci ajuti!» e strinse al giovane la mano in modo di esprimergli

tutta la gratitudine passionata dell'uomo che, abbandonato da tutti,

tradito, vicino a morte, ritrova un amico. Il giovane la sentì, e

parevagli significare tante cose, che fossero fin troppo a compensare quel

che aveva operato. Poi Francesco tolse sulle braccia il bambino,

replicandogli:--Taci».

Il carceriere, a cui quel brevissimo indugio era parso un'eternità, non

li vide, gli udì rimontare la scaletta, e raccomandò loro

all'orecchio--Fate piano».

Così vennero alla stanza della Margherita.

La meschina non erasi dimenticata (e di che si dimentica il prigioniero?),

non si era dimenticata che quel dì era il settimo anniversario del suo

Venturino. Per una madre, per una malarrivata, di quante idee doveva essere

feconda una tale rimembranza! Le doglie del parto, mitigate dalla

consolazione di vedere, di toccare, di baciare una tenera creatura, un

essere vivente, frutto delle proprie viscere, pegno d'un amore benedetto,

illibato; nuovo nodo di tenerezza fra lo sposo e lei; e non saziarsi di

guardarlo, di blandirlo, di comporlo; e col proprio latte sostentargli la

vita che essa medesima gli diede, sono gioje di che il Cielo privilegiò

le madri per ristoro ai travagli e alle fatiche del sacro loro stato.

Ricorrendo su quel giorno, alla Margherita tornavano in mente una stanza

agiata, un onorevole letto e tante persone intente a prodigarle amorevoli

cure, compatimento, congratulazioni: ed un marito contento, e le speranze

che carolano intorno alla cuna d'un neonato.

Ma ora? Tutto mutato: squallore, tenebre, insulto stizzoso, il dubbio, lo

sgomento; e, peggio di tutto ciò, il trovarsi disgiunta dal marito, e

saperlo gettato in tormenti pari ai suoi, se non forse più atroci. E

quel fanciullo, quell'essere innocente e caro, sua compiacenza e suo

conforto, in sull'alba della vita, condannato, senza colpa, a soffrire le

pene dello scellerato. Questo dì, che soleva essere una domestica

festività, un giorno di felicitazioni sintanto che vissero insieme, ora

non poteva che esacerbare gli spasimi, ora che, così vicina a lui, a

loro, non poteva neppur una volta abbracciarli, nè tampoco vederli. Oh!

vederli, vederli almeno da lontano, questo le pareva sarebbe bastato a

innondarla di dolcezza; e ne richiedeva il buon Gesù, e inginocchiata

pregava che almeno quella tenera pianticella fosse risparmiata, potesse

crescere alla vita, conservando memoria e compassione di un padre, di una

madre, chi sa a qual fine destinati.

Poi, quando l'orazione le aveva tornato alcuna calma, esclamava:--Signore,

sia fatta la vostra volontà».

Alfine aveva declinati gli occhi al sonno; il sonno che, a malgrado dei

tormentatori, vien pure soccorrevole alle ambasce del sofferente. Candida

anima! il suo angelo le svolgeva innanzi sogni, visioni di tranquilli tempi

andati, consolatrici speranze. Ridestandosi le immagini contemplate nel

giorno, le era d'avviso trovarsi libera, e scorazzare sicura fra i suoi,

sulle rive del lago Maggiore; ed era una primavera, bella quanto mai possa

vedersi: tutto fiori, tutto riso, tutto quel mistico canto onde la natura

par che conviti i mortali al banchetto della gioja e della benevolenza, e

la fantasia vi aggiungeva quei magici vezzi che colorano un lungo desiderio

insoddisfatto. Le pareva stare colà a trastullo colle fanciulle

coetanee, ma esser già madre, e mostrare a quelle il suo bambino, che

tenevasi alla poppa, e sollevandone lento lento i pannolini, scopriva ad

esse quel viso d'alabastro, quegli occhi azzurri come il cielo, donde le

era disceso.

Margherita Pusterla: Racconto storico · 第 49 / 62 题