Recentemente William Thayer nel _Forum_ (febbraio 1900) tentò
dimostrare, come già io avevo fatto, con nuovi documenti la grande
longevità dei genî Anglo-Sassoni di un secolo preciso, dal 1800 al
1900; ma egli pure dimostrò la precoce mortalità di alcuni poeti.
Cominciando dai poeti, che fin dall'antichità si credevano destinati a
morire giovani per l'emotività eccessiva, trovò che in 46 poeti si ha
una vita media di 66 anni. Però 9 su 46 morirono giovani, da 37 a 26,
e cioè 4 per consunzione e 5 per stravizi: Shelley 30 anni, Kints 26,
Byron 37, Leopardi 39, Poë 40.
In 39 pittori e scultori la media è di 66 anni; però uno morì giovane
(Fortuny a 36 anni).
Di 30 musicisti la media è di 62 anni: Auber morì a 89 anni, Verdi
a 86, Spontini a 77. Ma quattro morirono giovani: Bellini, Bizet,
Schubert e Mendelssohn.
Di 26 romanzieri la vita media è di 63 anni; nessuno morì giovane.
Di 40 letterati la media è di 67 anni; nessuno morì giovane.
Di 22 ecclesiastici la media è di 66 anni; uno solo morì giovane:
Robertson.
Di 35 donne celebri la media età è 69 anni: Somerville 92, Trollope 83,
Staure 85, George Sand 72, Stern 71. Ma anche qui 2 morirono giovani:
le sorelle Brontë, 30 e 39 anni.
Su 18 filosofi la vita media è di 65 anni.
Su 38 storici la media è di 73 anni. Ma 3 morirono giovani.
Su 58 scienziati e inventori la vita media è di 72 anni.
La media età di 14 novatori e rivoluzionari fu di 69 anni; un solo
giovane.
Di 48 militari celibi la vita media è di 71 anni; due soli giovani:
Scobeleff e Jackson, 38 e 39 anni.
Di 112 uomini politici la media e di 71 anni.
Di 16 presidenti dell'America del Nord la media è di 68 anni.
La vita media di primi ministri è di 77 anni; però 4 giovani: Parnell
45, Cavour 51, Gambetta 44, Manin 51.
La regola è la longevità, ma con notevoli eccezioni per alcuni, morti
precocissimi.
E nei genî troviamo da una parte un'attività psichica esagerata fino
alla più tarda età (Humboldt a 80, Goëthe a 81 anni scrisse il _Faust_,
così Verdi, Linneo e Bismarck); dall'altra Beccarla, che cessa ogni
lavoro a 32 anni, ecc. E molti lasciano lavori incompleti, come pure
Leonardo da Vinci per lentezza nel comporle.
E mentre la precocità è il carattere generale del genio, non mancano le
genialità tarde (Alfieri, Wren, Flaubert, Klaorott).
7. _Odio e amore per la musica nel genio_. — Se noi studiamo la
bellissima monografia del Cuningham Moffet (Music, gennaio 1900),
vediamo che la maggior parte dei grandi pensatori, specialmente
storici, filosofi ed anche letterati, aveva un vero orrore per la
musica.
André Lang osservò che il maggior numero dei poeti e letterati odiava
la musica. Johnson, Catterina II e V. Hugo la dicevano "il meno
spiacevole dei rumori". Lang confessa che può sentire una cantata solo
se le parole sono belle, ma non esiste per lui peggior musica della
nuova: "È la sola arte che vi s'impone per forza, perchè non potete
sfuggire i suoni come potreste sfuggire la pittura; il vantaggio unico
per noi è che la musica cattiva non ci fa soffrire".
Anche Grant odiò la musica; obbligato di sentirne a Parigi, considerò
quell'ora come la più triste della sua vita.
Napoleone preferiva la musica più stupida: _Malboroug s'en va en
guerre_, e diceva che la musica gli tormentava i nervi; e così
Napoleone III, Zola, Gambetta e Goncourt, che arricciavano il naso
quando vedevano aprire il piano.
Stook non conosceva altra musica che il _God save the Queen_; Macaulay,
parlando di un pranzo a Corte: "La musica copriva la conversazione con
i suoi accordi sonori, fra cui il canto: _The combat_", ed il nipote
aggiungeva che "questo era il solo caso in cui abbia distinto un'aria
da un'altra".
Fontenelle disse che non comprendeva quattro cose: il mondo, le donne,
la musica e i saltatori. Gauthier dichiarava che di tutti i rumori la
musica era il peggiore.
Max Müller non godè che il solo canto di Lind. "Sono — ci scriveva —
tardo ai suoni come altri ai colori". Anche Max Buckle, come Macaulay,
per quanto avesse meravigliosa memoria, non poteva distinguere
un'armonia dall'altra; e Humphrey Dawis sentiva così poco la musica,
che non poteva marciare in tempo quando era soldato. E così Carlo Lamb
e Jean Stanley.
Beaumarchais sentenziò: "Tutto ciò che non è atto a scriversi, lo è al
canto".
A tutti questi genî, odiatori di musica, opponiamo Aristotele, che fa
della musica il pernio dell'educazione morale: Musset, che dice: "È
la musica che mi fa credere in Dio". Daudet pare che amasse qualunque
specie di musica di Chopin; il Bethoven amava il tamburino come
l'organino perfino le campane; ogni suono parlava per lui. "Ogni musica
— diceva — mi ispira. Wagner m'ipnotizza, il violino degli zingari mi
ha fatto lavorare".
Nell'_Uomo di genio_ dimostrai quanto Alfieri fosse sensibile alla
musica. Milton era eccellente musico. Coleridge diceva che "la musica
lo rinfrescava". Addison aveva "eccellente criterio musicale". E così
De Quincey e Gratry. Moore dice che "la musica è la giusta interprete
della religione; niente parla all'anima come essa". Sidney Smith: "Ogni
suonatore è un uomo felice".
Darwin amava la musica, e così Elliot e Kemble. Burns non solo era un
amante della buona musica, ma sapeva suonare il violino. I suoi canti
erano ispirati da canzoni musicate, popolari, ed amava sentirsele
suonare.
Carlo Reade, romanziere, ricorreva alla musica come alla più nobile
delle ricreazioni. Carlyle diceva che "la musica e la lingua degli
angeli".
"Molti luoghi della _Commedia_ — scrive Graf[65] — mostrano che Dante
ebbe squisito senso musicale, e così Petrarca, che l'armonia di liuti,
canti e suoni rapivano fuor di sè stesso".
Metastasio non solo componeva, ma cantava i suoi versi. Goëthe gustò
l'arte di Mendelssohn. Byron non poteva udire musica melanconica senza
piangere. Moore, per perfezionare i propri versi, usava cantarli, e
diceva la parola povera a paragone della musica. Leopardi preferì,
è vero, la musica triste, ma gustò pure il _Socrate immaginario_
di Paesiello. "Notisi — con Graf — come _quel rozzo canto che passa
nella via, e lontanando muore_, subito sollevi la mente del poeta alla
considerazione di tutto ciò che passa e muore nel mondo, ond'egli
ricorda gli avi famosi e il grande impero di Roma, e finalmente
conclude:
"Tutto è pace e silenzio; e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona".
"Errerebbe di grosso — conclude il fine critico — chi in tutto questo,
invece di un procedimento di associazioni, che nell'animo del Leopardi
è spontaneo e naturalissimo, non vedesse altro che una velata lirica
e un artificio retorico. Qui l'impressione musicale deriva la massima
parte del suo valore estetico dall'abituale contenuto della coscienza.
"E così in molti altri casi. Nelle _Ricordanze_, udendo il suon
dell'ora che dalla torre del borgo gli arreca il vento, il poeta
commenta;
"Era conforto
Questo suon, _mi rimembra_, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin".
Nella canzone: _Alla sua donna_, sono ricordate:
"Le valli ove suona
Del faticoso agricoltor il canto";
e nel tramonto della luna, il canto del carrettiere che saluta
"Con mesta melodia
L'estremo albor della fuggente luce
Che dianzi gli fu duce...".
"Egli è certo, dunque, che nella musica il Leopardi dovette pregiare
non tanto i miracoli di una maestria consumata, la ostentazione di
una virtuosità rigogliosa, creatrice e vincitrice di ostacoli, le
complicazioni e le pompe teatrali, quanto l'arcano e dolce linguaggio
che parla alle anime, l'intima virtù suscitatrice di sentimenti
ineffabili e di estatici suoni" (Graf).
Noi vediamo dunque da tutti i caratteri dei genî, dalla statura
fino all'equazione personale, al senso musicale, ecc., che,
pure persistendovi un certo andazzo costante, non mancano per
eccezione linee in senso perfettamente opposto, come accade appunto
nell'epilessia, in cui si notano gli estremi opposti di statura, di
capacità cranica, di energia intellettuale e sensoria, pure essendovi
una maggioranza che ha statura piccola[66], submicrocefalìa, ottusità
sensoria ed intellettuale.