CAPITOLO LXXIII.

Età ferrea del Pontificato. Ottone il Grande. La corona imperiale e il

regno d'Italia passano ai Tedeschi. Si svolge la nazionalità italiana.

Disordini più deplorabili contaminavano il centro della cristianità.

Unendosi all'Impero col rinnovarlo nella persona di Carlo Magno,

la Chiesa avea creduto sceverarsi dalle cose mondane, e vi si trovò

implicata viepiù, sia per gl'interminabili dissidj cogli imperatori

che pretendevano intervenire alle elezioni, sia pel crescere de'

baroni attorno a Roma, sia per l'aumento delle ricchezze. Le quali

erano tante, che sotto Leone III si trovano offerte ad essa per più

di ottocento libbre d'oro e ventunmila di argento; e Leone IV, il

sacerdote eroe che contro i Saracini difese e munì il quartiere di

Vaticano, nella basilica de' santi apostoli depose ornamenti per

trecentottantasei libbre d'argento e ducentosedici d'oro.

Non sempre erano usate a così nobili fini, e rendeano oggetto d'ámbiti

e di brighe la sede pontifizia. Si racconta che una fanciulla di

Magonza, educata in Atene sotto abito virile, fermossi a Roma (855)

col nome di Giovanni d'Inghilterra, e salse in tanta fama d'erudizione

e virtù, che fu assunta al papato; ma dopo due anni ne furono

clamorosamente scoperti il sesso e l'impudicizia. Diceria vulgare,

opportuna a celie e scandalo, ma insussistente non che alla critica,

nè tampoco al senso comune. Mariano Scoto, cronista del secolo xi,

l'accenna, indi a disteso Martin Polacco, autore d'una storia dei

papi fin al 1277: autorità tardive; eppure i passi medesimi sembrano

interpolati; come sembra quel di Anastasio Bibliotecario, atteso che

altrove egli medesimo dà Benedetto III per successore a Leone IV, e

soggiunge che l'elezione di quello fu notificata a Lotario imperatore,

il quale si sa che morì nel settembre 855. Ferveva allora la rivalità

della Chiesa greca colla latina, risolta poi in deplorabile scisma:

Leone scriveva al patriarca di Costantinopoli Michele Cellulario correr

voce in Occidente che alla sua sede fosse stata assunta una femmina.

Il fatto saria colà meno strano, se è vero che l'ottenessero anche

eunuchi; ma certamente Leone non avrebbe dato questo colpo, o Michele

gliel'avrebbe rimbalzato se fosse stata nota la favola della papessa.

Nè fra tante ingiurie lanciate dal patriarca Fozio e da altri alla sede

romana se ne trova cenno. Una medaglia poi dell'855, portante il conio

di Lotario e del papa, dissipa ogni dubbiezza.

Un prete Anastasio, da Leone IV in concilio deposto perchè non

risedeva nella parrocchia, levossi a competere il seggio con Benedetto

III, e tratti dalla sua i commissarj imperiali, lo spogliò delle

insegne: ma a lungo dibattuta la causa, prevalse l'elezione de' Romani

all'usurpazione dei forestieri.

Nicola fu il primo papa che si dica coronato (858), in presenza di

Lodovico II imperatore, il quale l'addestrò alla briglia, e alcuno

aggiunge gli baciò il piede. Tratto dal chiostro a vera forza

perchè sentiva la gravità dell'offertogli manto, volle tenerlo con

un'inflessibilità pari agli austeri suoi costumi ed alle illibate

intenzioni: difese la primazia papale contro Fozio patriarca

di Costantinopoli, dal quale cominciò lo scisma greco; mantenne

l'integrità del matrimonio contro le intemperanze dei re, i quali

pretendevano ripudiare le mogli quando sazj. Dopo la morte di

Nicola (867), Lamberto duca di Spoleto entrò in Roma, e sott'ombra

d'acquietare, lasciò saccheggiarla da' suoi scherani, senza rispetto a

chiese o monasteri, e rubando molte nobili fanciulle. Tale scompiglio

regnava presso al capo della cristianità.

Il nuovo papa Adriano II aveva avuto per moglie Stefania, e questa

viveva ancora con una fanciulla, impromessa a un nobile. Anastasio

parroco di San Marcello, già nemico ai papi e scomunicato, poi

perdonato e rimesso bibliotecario, aveva un fratello Eleuterio, nobile

e ribaldo al par di lui; il quale, sedotta la fanciulla, la rapì e

sposò. Adriano indignato trovò modo a ritorgliela; ma Eleuterio entrato

in casa, in istanti uccise lei e la madre. Fu preso dalla giustizia;

ma Arsenio suo padre, versando all'imperatrice Angisberga l'oro di che

era ghiotta, si assicurò la protezione dell'imperatore. Vero è che fra

quei negoziati morì, e il papa domandò messi imperiali che facessero

processo e giustizia secondo la legge romana; ed Eleuterio fu mandato a

morte, Anastasio scomunicato.

Giovanni VIII, intrigante e passionato, mal giudicò la moralità delle

azioni; prodigò scomuniche, convertì le penitenze in pelligrinaggi,

e lasciossi illudere da Fozio. Fu il primo papa che fosse chiamato a

decidere fra due competenti alla dignità imperiale, e dichiarò che,

essendo questa stata conferita a Carlo Magno per grazia di Dio e

ministero del papa, egli la trasportava al re dei Franchi, ch'era Carlo

Calvo[282]. Dicono che questo, in benemerenza, rinunziasse ad ogni

sovranità sopra Roma: ma più probabilmente non fece che dispensare il

pontefice e il suo popolo dall'omaggio che rendeano all'imperatore.

Però non seppe difender Roma dai Saracini, ai quali il papa dovette

pagare un tributo.

Fra le contese de' Franchi e degli Alemanni che si disputarono

l'impero, gl'italiani aspirarono a tenerlo di qua dall'Alpi, e poichè

allora ogni cosa traducevasi in linguaggio e fatti ecclesiastici,

ne nacque un turpe scisma. Formoso, devoto a re Carlo che con tanto

vantaggio aveva apostolato i Bulgari e favoriva il partito tedesco,

da Giovanni VIII che sosteneva i Franchi fu spoglio del vescovado di

Porto e tenuto prigione. Il nuovo pontefice Marino lo liberò e restituì

alla sua sede, dove egli persistette ad avversar il partito italiano

che portava Guido di Spoleto, il quale infatti riuscì imperatore,

favorito dal nuovo papa Adriano III (882-84). A questo si attribuisce

un decreto che esclude l'imperatore dall'elezione de' pontefici. Ricusò

di ricomunicare Fozio; nel che stette egualmente saldo Stefano V (885),

spiegando all'augusto bisantino i limiti fra l'autorità pontifizia e

l'imperiale. Stefano, allorchè fu assunto, trovò spogliati il tesoro,

la guardaroba, i granaj, le cantine in modo da non poter fare il solito

donativo; tanto nelle vacanze crescevano le devastazioni.

Alla sua morte prevalse il partito alemanno, e portò al soglio

pontificio Formoso (891). Questi fu contrariato vivamente dal partito

italiano, che giunse ad ucciderlo e gli surrogò (dopo il brevissimo e

annullato regno di Bonifazio VI) Stefano VI (896), un de' più caldi in

questa fazione. Per secondare alla quale, prese pretesto che Formoso

avesse violato i canoni coll'abbandonar una chiesa per un'altra, atto

allora insolitissimo, e diede scandalo nuovo alla Chiesa col farne

disotterrare il cadavere, e collocato sul trono in vesti pontificali,

giudicarlo d'aver deserto la prima sposa per un'altra; e condannatolo,

gli fece mozzare il capo e le tre dita con cui benediceva e gettarlo

nel Tevere, dissacrando quanti avevano da lui avuto l'ordinazione.

Irritati da tali violenze, i fautori di Formoso insorti strangolarono

Stefano, i cui atti furono cassati da Romano, egli pure considerato

antipapa da alcuni, che riconoscono unico legittimo Teodoro II (898).

Un concilio radunato da Giovanni IX abolì i processi contro Formoso

e ne scomunicò i promotori, perdonò al clero che se n'era mescolato,

volle non passasse in esempio la traslazione di esso da altra sede alla

pontifizia, nè si consacrasse alcun papa se non dopo l'approvazione

dell'imperatore. In un altro concilio a Ravenna fu riconosciuto

dall'imperatore Lamberto il privilegio della santa romana chiesa, e

confermati i possessi di questa; ma insieme stabilito che qualsifosse

laico o cherico potesse andar liberamente all'imperatore per chiedere

o grazia o giustizia. Ivi pure il papa esponeva la miseria cui era

ridotta la Chiesa romana, non restandole pur tanto da mantenere il

clero e i poveri; aveva egli inviato a tagliar piante per restaurare

la basilica Lateranese che diroccava, ma i malviventi non l'aveano

permesso.

Fatto è che, mentre l'autorità papale nell'ecclesiastico erasi di

tanto ampliata, i baroni, cresciuti di forza in Roma, la inceppavano,

ergevano pontefici i loro ligi, non soffrivano ostacolo alle loro

prepotenze, e per meglio soperchiare accordavansi cogl'imperatori[283].

Ma una parte di essi ne escludeva l'intervenzione, non per ispirito

religioso o nazionale, bensì per avere meno impacci. Adalberto il

Ricco di Toscana n'era capo, e Teodora parente sua, colle ricchezze e

colle prodigate lusinghe acquistava dominio, secondata da due figlie,

una del suo nome stesso, maritata in Graziano console di Roma, l'altra

quella Marozia che già nominammo, sposa d'Alberico marchese di Camerino

e conte di Tusculo, il più poderoso signore della campagna romana.

Marozia pose il capo ad elevar papa Sergio amico suo, sturbandone

Giovanni IX, ma il tentativo fallì (900); e anche dopo la morte di

questo e di Benedetto IV (903), Leone V fu preferito. Cristoforo

romano, cacciatolo prigione, invase il papato; ma gli fu tolto bentosto

dal predetto Sergio (904), che recò i vizj e l'adulterio su quel trono

dove tante virtù eran splendute[284].

A tale strapazzo era ridotta la Chiesa dall'intervenire dei signori

alle nomine, e dallo sbrigliamento delle partigianerie. Sergio III a

quelli cui doveva il sublime grado consegnò Castel sant'Angelo; onde

rimanevano arbitri di Roma, e avrebbero potuto interrompere quella

serie, per cui il regnante pontefice legasi fino agli apostoli.

S'accontentarono invece di farvi eleggere chi ad essi talentò, un

Anastasio III (911-14) men male degli altri, un Landone sabino, poi

Giovanni X amato dalla giovane Teodora sorella di Marozia. Riuscì egli

migliore che non potesse aspettarsi dall'indegna origine; e compreso

dei suoi doveri, come a capo degli eserciti sconfiggeva i Saracini,

così provvide di sottrarre la sede pontifizia alla vergognosa tirannide

col frangere la micidiale consorteria delle famiglie signorili.

Ne spiacque a Marozia, che maritandosi in Guido duca di Toscana,

rinvigorì il nodo fra le due case di Toscana, e di Tusculo, sicchè

ebbero a loro arbitrio Roma. Prima opera fu il soffogare l'indocile

Giovanni, cui Marozia surrogò (928-31) Leone VI, poi Stefano VII,

infine il proprio figlio Giovanni XI, che abbandonandosi alle

inclinazioni della tenera e indisciplinata età, lasciava le cose sacre

e profane raggirare dall'ambiziosa madre e dal fratello Alberico.

Vedemmo come questo si ergesse signore di Roma, dopo respinto Ugo di

Provenza re d'Italia; e carcerato Giovanni, lo costrinse a spedire

legati a Costantinopoli chiedendo quel patriarcato per suo figlio

Teofilatto, di quindici anni appena, a questo ed a' suoi successori in

perpetuo concedendo il pallio. Morto Giovanni, quattro papi (931-46)

(Leone VII, Stefano VIII, Marino II, Agapito II) furono successivamente

eletti da Alberico: ma quando Ottaviano, suo figlio d'appena diciotto

anni, fu sortito pontefice (956) col nome di Giovanni XII, l'autorità

papale uscì da quell'oppressura, e Giovanni si trovò il più possente

signore della media Italia, le cui fazioni rimescolò, e chiamò in

Italia Ottone.

La Germania erasi staccata dalla restante eredità di Carlo Magno,

e la debolezza dei re che la dominarono fu causa che perdesse anche

la corona imperiale. Estinta poi la stirpe de' Carolingi, si divise

in molti ducati di forza quasi pari, or dall'uno or dall'altro de'

quali sceglievasi il re, primo tra pari, potente solo se possedesse

carattere, abilità, valore. E li possedeva Ottone di Sassonia, che

menò guerre continue, e nessuna per ambizione; non cercò impinguare

la propria famiglia coi feudi, e tolta la Germania dall'avvilimento,

contribuì potentemente a porla nel primo posto fra le nazioni moderne.

Di sue vittorie accenneremo soltanto quella contro gli Ungari, che

per un secolo aveano malmenato Germania, Francia e Italia, ed a cui i

suoi predecessori non aveano saputo opporre che la viltà de' tributi.

Ottone sul Lech li sconfisse interamente (955), e rinforzò contro di

loro il ducato d'Austria, sicchè fissatisi sul basso Danubio e resisi

cristiani, divennero poi salda barriera contro altri Barbari. Allora

anche l'Italia restò assicurata dalle coloro scorrerie.

La bella Adelaide, vedova di re Lotario (pag. 347), dalla torre di

Garda fuggita al castello di Canossa, invitò Ottone a proteggerla; ed

egli con pochi seguaci (951) passò le Alpi, fidato nelle intelligenze;

sorprese Pavia, e quivi invitata la bella, se ne invaghì e la sposò;

poi fattosi coronar re, partì, lasciando a suo genero Corrado, duca di

Franconia e di Lorena, la cura di sottomettere Berengario II. Questi

non aveva opposto resistenza, sia perchè lo conoscesse troppo potente,

sia per riconoscenza de' favori ricevutine; anzi lasciossi indurre

a fargli omaggio del regno. A tal uopo se gli presentò in Augusta: e

Ottone, lasciatolo aspettare tre giorni, gli ordinò tornasse l'anno

seguente, quando infatti gli consegnò lo scettro d'oro come investitura

del regno d'Italia, scemato d'Aquileja e Verona, chiavi delle Alpi;

dovea però riconoscerlo come feudo dal re di Germania; col che, egli

straniero, sagrificava l'indipendenza italiana.

Corrado di Franconia, a cui aveva promesso di trattare onorevolmente il

nemico se gli facesse omaggio, si tenne offeso di tale comporto; e con

Lodolfo, figlio di Ottone, ruppe in aperta nimistà, che questo distolse

lungo tempo dall'Italia. Intanto Berengario qui si rendeva esoso col

punire quanti l'avevano disfavorito, rincarir taglie, spogliare chiese

onde pagare gli Ungari, e col dare e togliere a capriccio le sedi

vescovili, e dai vescovi esiger ostaggi di loro fedeltà. Essi e papa

Giovanni XII invocavano dunque Ottone, il quale, giunto a Milano (961),

dichiarò scaduto Berengario; che difesosi lungamente a Montefeltro

(966), fu costretto cedere e mandato a morire a Bamberga con Villa,

sua pessima moglie, che s'era ricoverata nell'isola di Orta colle

ricchezze[285]. Azzo, che stava da un pezzo assediato in Canossa per

punizione d'avervi raccolto Adelaide, fu dichiarato marchese, e divenne

stipite d'insigne prosapia. Lo storico Liutprando, già secretario di

Berengario e rifuggito alla Corte sassone, ottenne il vescovado di

Cremona.

Ottone, coronato re dall'arcivescovo di Milano e dai suffraganei[286],

avviossi a Roma, dove spedì questa formola di giuramento: «A te

signor papa Giovanni, io re Ottone fo giurare e promettere pel Padre,

Figlio e Spirito Santo, e per questo legno della croce, e per queste

reliquie dei santi, che se, Dio permettente, verrò a Roma, esalterò a

tutta mia possa la santa Chiesa romana e te capo di essa; non mai per

volontà, consiglio, consenso od esortazione mia perderai la vita o le

membra o l'onore che hai; nella città romana senza tuo consiglio non

farò regolamento od ordine alcuno intorno a cose che concernano te o

i Romani; ti restituirò qualunque porzione della terra di san Pietro

venga in mio possesso; e a chiunque io affidi il regno d'Italia, sì

gli farò promettere d'esserti in ajuto a difendere il patrimonio di

san Pietro con ogni potere. Così Dio m'ajuti e questi santi vangeli di

Dio».

Venuto a Roma, Ottone giurò in quei termini, confermò la donazione

di Pepino e Carlo Magno, compresa Roma col suo ducato, all'atto di

Lodovico Pio aggiungendo anche Rieti, Amiterno e cinque città di

Lombardia, _salva la potenza sua e de' suoi discendenti_; e ottenne la

corona imperiale (962 — 2 febb.).

Non appena fu partito, gli vennero rapportate nefande cose del

giovane papa, e come intrigasse con Adalberto figlio di Berengario.

Ottone ritorna a Roma; e il papa, sulle prime oppostosi armato, fugge

col tesoro di san Pietro e col re Adalberto che v'avea chiamato, e

l'imperatore aduna un concilio per processarlo. Orribili colpe gli sono

apposte: licenza di donne che riducevano a postribolo il Laterano;

cardinali e vescovi mutili, accecati, uccisi; aver celebrato messa

senza comunicarsi; voluto ordinare un diacono in una scuderia; ad altri

concesso il santo ministero per danari; posto vescovo a Todi uno di

dieci anni; gettato incendj, e comparsovi in mezzo con elmo, usbergo e

spada; bevuto ad onore del demonio e delle bugiarde divinità.

L'eccesso mostra quale spirito le dettasse: ma non essendo egli

comparso a scagionarsi, il dichiararono scaduto, surrogandogli Leone

VIII, laico ancora (963). Tanto arrogavansi i secolari! e i frutti

erano secondo il seme. Giovanni avea lasciato molti amici, co'

quali e con castellani del ducato eccitò una sommossa; ma i Tedeschi

abbatterono le steccate da essi erette al ponte, e menarono strage,

finchè Leone non s'interpose. Appena però Ottone si volse a combattere

Adalberto che si fortificava nelle marche di Spoleto e Camerino,

Giovanni, a capo d'una masnada saracina, tornò fra le acclamazioni del

popolo, che per odio al prepotente straniero avea voluto dimenticare

le scostumatezze di lui; e cominciava acerbe vendette (964), quando il

colpì quella d'un marito oltraggiato.

I Romani, senza riguardo all'imperatore, affrettaronsi ad eleggere

Benedetto V; ma Ottone accorso di nuovo, balestrò Roma e la affamò

tanto che l'ebbe, e ripristinato l'antipapa Leone, fece in un concilio

decretare che agl'imperatori competesse il nominare i successori al

regno d'Italia, dar l'istituzione al papa, e conferire l'investitura ai

vescovi nei loro Stati[287]. Con ciò veniva a ribadirsi all'Impero il

regno d'Italia, e si assodava la superiorità degl'imperatori sui papi:

frutto dell'orribile immoralità che tutti gli ordini del nostro paese

sommergeva in materiali passioni, rendeva insofferenti d'ogni dovere,

obbligava i dominanti ad esuberar di rigore per mantenere qualche

regola, e trabalzava a vicenda il popolo fra superba indocilità e

misera paura della forza esteriore, fra le violenze e la vigliaccheria,

capitali nemiche della libertà. D'allora l'Italia trovossi condotta

ad effettuare la propria civiltà sotto gl'influssi d'una potestà

straniera, per quanto lassa: e la storia della Germania e dell'Italia

sono collegate dalla reciproca antipatia.

Ottone se n'andava, trascinandosi dietro il papa eletto dal popolo;

ma la peste che desolò il suo esercito e n'uccise i capi, fu avuta

qual castigo di Dio per le violenze usate a Roma. Essendo poi morti

Benedetto e Leone, si mandò a chieder un papa all'imperatore, che

elesse Giovanni XIII (965); ma questo dai magnati di Roma fu espulso.

Anche la fazione di Berengario sopraviveva, e sebben fossero presi il

forte San Leo, la rôcca di Garda e l'isola Comacina a quella devoti,

Adalberto continuava a stuzzicare la Lombardia. Pertanto Ottone vi

tornò, disposto a punire; varj vescovi mandò oltremonti, a Roma fe

appiccare tredici de' principali (966) e i tribuni e oltraggiar il

prefetto, restituì papa Giovanni XIII, e sgomentò a segno, che gli

stessi principi longobardi di Benevento e Salerno gli resero omaggio

ligio.

Restava la dominazione degl'imperatori greci, i quali non cessavano

di protestare contro quelli d'Occidente come usurpatori; onde Ottone

pensò snidarli d'Italia, come via a sterminare poi i Saracini. Mostrò

dunque assalire i loro possessi in Calabria (968); pure al tempo

medesimo chiedeva fossero dati a titolo di dote ad una figliastra

dell'imperatore Niceforo Foca, ch'e' domandava sposa a suo figlio

Ottone re di Germania. Recò quest'ambasciata Liutprando vescovo di

Cremona, il cronista arguto o maligno di questa età, che si compiacque

raccogliere aneddoti scandalosi intorno ai re ed ai papi. Non ebbe

egli veruno buon risultamento, anzi furono perfidamente côlti e

uccisi alcuni ch'erano stati spediti per ricevere i doni promessi;

laonde Ottone accelerò la guerra, assediò Bari, e continuò lungo

tempo le fazioni, alle quali non dovette rimanere estraneo Adalberto,

irreconciliabile al vincitore di suo padre. Ma il nuovo imperatore

Giovanni Zimisce si rassettò con Ottone (969), il quale partito

d'Italia, poco dopo morì (973), e la posterità gli conserva il titolo

di Grande.

Il nome di lui segna un nuovo stadio della civiltà in Italia. Carlo

Magno venendovi non si era trovato a fronte che la nazione longobarda,

in arme e dominatrice assoluta, mentre i vinti giacevano senza possessi

nè nome. Al calare di Ottone le condizioni erano mutate; e a petto alla

nobiltà franca e longobarda crescevano il clero e le città; più vivo il

commercio, più svegliati gli spiriti. I feudi non erano ancora tanti,

quanti i possessi allodiali: perocchè nelle passate contese, se i re

aveano cercato amici col largir loro benefizj, quando cadeva il signore

questi diventavano liberi possessi, e gli uomini che abitavano su

quelli venivano ad acquistare l'immunità, cioè a non esser dipendenti

che dal re, siccome avveniva di quelli sulle terre dipendenti da

vescovi e da chiese. Al contrario, per sottrarsi all'obbligo del

militare, molti si davano vassalli e persino servi dei vicini potenti,

col che sminuivano i possessori liberi; e principalmente le correrie

degli Ungheri indussero altri a ridursi in vassallaggio dei signori

per impegnarli a difenderli. Ma questo avveniva nella campagna: nelle

città gli uomini si trovarono abbastanza forti per resistere da sè:

laonde il Comune vi si manteneva. Nelle città pertanto si trovavano

uomini dipendenti dal vescovo, altri dipendenti dai signori, altri

soltanto dal re, il che allora significava esser liberi. Erano essi

governati da conti, i quali, nella lontananza de' re, crescevano di

potere, e tendevano a rendere patrimoniale questa dignità. Ma intanto

i vescovi erano cresciuti in autorità fino ad elegger essi soli il re

d'Italia, ed esercitare diritti sovrani, come edificar mura e guidare

battaglie[288]. Nell'esercizio di tali diritti si trovavano impacciati

dalla giurisdizione dei conti, e perciò tendevano a sminuirla. I re

ne secondavano gl'incrementi, sì per umiliare i conti emancipati con

metter loro a petto questi altri, di cui non temevano si rendesse

ereditaria la potenza; sì per avere amici nelle diete i vescovi, che

ormai n'erano il tutto.

Qui dunque, come altrove, la società era ordinata così: un re, baroni

da lui dipendenti, altri minori soggetti a questi; liberi Comuni

sottoposti al conte; clero, uomini e corporazioni immuni. La baronìa,

fiera ed agguerrita, avida di gloria, di potenza, di dominj, avea

rinforzato i castelli, addestrava alle armi i vassalli, e mesceva

fazioni, imbaldanzendo principalmente negli interregni o nei contrasti.

Ottone, robusto di forze e di consigli, dopo che a fatica l'ebbe

domata, vide a prova che, appena egli s'allontanasse, risorgerebbe

irrequieta e faziosa. Sterminarla non era possibile, nè di colpo

mozzarne l'autorità; onde si volse a fomentare gli altri poteri che

accanto a quella sorgevano, il clero e le città, facendo che queste

crescessero di potenza col ridurvisi in Comune i Tedeschi cogli

Italiani, i liberi coi vassalli. Alcune città rimasero in signoria di

conti, come Lucca, Verona, Ivrea, Torino; ma nelle più dell'Italia

superiore Ottone o i successori suoi confermarono l'immunità

ecclesiastica, o deputarono a conti i vescovi medesimi, come diviseremo

più avanti; talchè esse e il territorio suburbano (che ne' diversi

paesi chiamavasi i corpisanti o le camperie o i chierici o le masse

o le cortine) dipendevano dalla giurisdizione del vescovo, ossia del

santo patrono di ciascuna. Dominio gradito ai re, perchè non poteva

ridursi ereditario; protetto dalla religione, che dichiarava sacrilegio

l'attentare ai possessi di un santo; e men gravoso ai cittadini, come

quello che maggior parte serbava di giustizia e di moralità.

Rimanevano così ai vescovi le città, ai signori la campagna, che perciò

venne chiamata il contado. Sotto la comune giurisdizione dei vescovi

sparivano le anteriori differenze tra Longobardo, Franco, Italiano,

Tedesco; onde gli abbiamo veduti alla dieta di Pavia proclamare

l'eguaglianza di tutti, sebbene si mantenessero le antiche consuetudini

per certi modi di possesso e di contratti e per le pene; e congregati

i cittadini d'ogni stirpe, ne derivava un Comune degli uomini liberi,

cioè de' possessori.

Con ciò non vogliamo, come altri, far Ottone autore delle costituzioni

municipali. Erano lento frutto del tempo, ed egli non fece se non

maturarlo, non già con carte comunali al modo di Francia, ma colle

immunità concesse, o il più spesso confermate, a chiese ed a Comuni.

E già prima di lui appajono fiorenti le città nostre, e fanno guerre

e paci, e gli arcivescovi di Milano ci si mostrano motori primarj

della politica. Assodati nel dominio o nell'indipendenza per decreto

imperiale, diedero opera a prosperare la città e il contado, come si fa

di cosa propria; e invece di cercare un'importanza generale col farsi

elettori dei re, i baroni ed i vescovi pensarono a consolidarsi in

casa, difendersi dai vicini e dai liberi, contro dei quali ad or ad ora

invocavano l'appoggio dell'imperatore.

Ecco uno degli effetti del rinnovamento dell'Impero fatto da re Ottone:

del resto, se il predominio della stirpe salica cessava, non si può

dire che venisser di sopra i prischi Italiani, ma piuttosto la gente

longobarda, posseditrice dei terreni. Contadi e marchesati duravano

ancora, e di nuovi se ne introdussero; il ducato longobardo del Friuli

andò spezzato alla morte di Berengario I; conti e marchesi militari

furono posti a Treviso, Verona, Este, Modena, forse nel Monferrato e

altrove, i quali poi divennero principati allorchè Corrado I dichiarò

ereditarj i feudi. Aggiungansi le signorie ecclesiastiche, come il

patriarcato del Friuli, fatto principesco da Ottone, e l'arcivescovado

di Ravenna, emulo della potenza pontifizia.

In Roma al papa metteva impacci la nobiltà, la quale, mantenendo i

titoli antichi, introduceva le nuove idee feudali. La consuetudine

latina si conservava soltanto nella campagna, dove i possessi erano o

grossi dominj (_massæ_), o minuti, coltivati da _coloni_ che doveano

porzione dei frutti e servizj di corpo, ovvero da censi e da servi,

persone tutte senza rappresentanza civile, al par degl'infimi abitatori

della città, sottoposti a ricchi ed a prelati.

I Tedeschi d'allora ci sono dipinti dai nostri come gente rissosa,

briacona, ignorante, che abitudini feroci avea contratto nelle guerre

private, di cui giornalmente tempestava il loro paese. Pure la civiltà

facea tra loro grandi passi; le miniere d'argento dell'Hartz, le più

ricche d'Europa, che appunto sotto Ottone il Grande cominciarono a

cavarsi regolarmente, agevolavano le transazioni del commercio, il

quale vi era esercitato dai Lombardi, cioè dagli Italiani, che vi

portavano sete, spezie, manifatture, barattandole con materie prime. La

letteratura mandava i primi vagiti; nè le arti belle v'erano ignote se

papa Giovanni VIII richiese al vescovo di Frisinga un buon organo e chi

ne sapesse costruire e sonare: crebbero poi la loro pulizia al contatto

dell'italiana, della quale non rifinano di mostrarsi meravigliati.

Ottone II, giunto di diciott'anni all'impero, l'ebbe agitato da

domestiche discordie, come suo padre. Invitato a reprimere gl'inquieti

Romani, passò le Alpi (980); a Roncaglia adunò la solenne dieta del

regno, conferendo feudi, e facendo giustizia degli sleali; e dato non

pace ma tregua alla Chiesa, pensò ritogliere ai Greci i possedimenti

nella bassa Italia, cui pretendeva come dote della moglie Teofania.

In fatto (981) s'impadronì di Napoli, Salerno e Taranto: ma Basilio

II e Costantino IX imperatori greci, dopo tentato invano stornarlo

dall'impresa per via d'ambasciate, chiesero in sussidio gli Arabi di

Sicilia e d'Africa, che guidati da Bulcassin, sconfissero Ottone a

Besentello (983) (o piuttosto a Rossano), uccidendo molti campioni

e assaissimi combattenti. Ottone non trovò scampo che col darsi

prigioniero s'una galea greca, poi colto il destro, balza in mare e

salvasi a nuoto.

Struggendosi di lavare quest'onta, a Verona intimò la dieta di Germania

e d'Italia, dove fece elegger re anche suo figlio Ottone III, e

pubblicò molte leggi che furono aggiunte alle longobardiche; e poichè

estesissimo era l'abuso del giuramento e vani i rimedj, si stabilì che,

qualora nascesse contestazione sopra alcun documento, si decidesse col

duello.

L'Italia puniva col suo clima gl'invasori; tanto che, fra il corredo

della spedizione, ciascun signore portava una caldaia ove bollire le

ossa se morisse, per farle riportare in patria[289]. Ottone, come

tutti gl'imperatori sassoni, morì di qua dell'Alpi, lasciando solo

un fanciullo trienne. Tosto la Germania va in subuglio: ma Teofania

madre di Ottone, e Adelaide sua suocera, nel comune pericolo mettendo

in disparte le animosità ambiziose, accorsero dall'Italia, e poterono

conservar il dominio al fanciullo, che fu accettato re ed imperatore.

Nella fanciullezza e nelle lunghe assenze di lui i signori italiani

avrebbero potuto elevarne un altro, od anche emanciparsi da codesti

stranieri; ma n'erano trattenuti dall'invigorirsi dei Comuni. Tre volte

tornò Ottone in Italia, e da Teofania educato a preferire la civiltà

classica alla tedesca, dicono pensasse far Roma sede dell'Impero; del

che se gli davano colpa i Tedeschi, anche i Romani erano lontani dal

sapergli grado.

Alla morte di Ottone il Grande, i faziosi a Roma aveano rizzato il

capo. Crescenzio, figlio della giovane Teodora dei conti di Tusculo,

arrestò Benedetto VI e lo fece strangolare, e surrogargli per forza

Francone diacono, che volle nominarsi Bonifazio VII (974). Ma questo

pure fu dopo un mese da un'altra fazione cacciato, per sostenere Dono

II; e la guerra civile incalorì. La fazione di Tusculo supplicò Ottone

II di procurare nuova nomina, ed egli s'industriò che cadesse su Majolo

abate di Cluny, sant'uomo mandato altre volte a sopire gli scandali

romani; ma questo per umiltà ricusò, e alla presenza de' commissarj

imperiali fu eletto Benedetto VII dei conti Tusculani (975), nipote

del tiranno Alberico[290]. Morto lui, Ottone gli surrogò Pietro di

Canepanova (983) vescovo di Pavia e cancelliere del regno d'Italia,

col nome di Giovanni XIV; ma la fazione di Bonifazio e di Crescenzio

riaffacciatasi, lo chiuse in Castel sant'Angelo a morir di fame, ne

espose il cadavere agl'insulti popolari, e richiamò Bonifazio; il

quale pure morto dopo pochi mesi, fu trascinato per le vie e lasciato

insepolto.

Crescenzio, arbitro della povera Roma (985), costrinse il dotto

e virtuoso Giovanni XV a fuggire in Toscana, donde sollecitò il

giovinetto Ottone III a venire e reprimere i baroni. Di ciò impaurito,

Crescenzio si rappattumò al papa, e venne col senato a chiedergli

perdono; ma realmente rimase padrone, e ne derivavano gravi sconci,

contro i quali avventava parole animatissime Gerberto abate di Bobbio,

che poi fu papa, professando che provenivano dal mancare alla Chiesa la

libertà[291].

Ottone III era in via per rintegrare il papa, ma uditone la morte,

pensò rimediare alla corruttela italiana facendo eleggere un papa

tedesco (996), che fu suo cugino Brunone, giovane di ventiquattro

anni, figlio del duca di Franconia e marchese di Verona. Intitolatosi

Gregorio V, coronò Ottone, e dicono stabilisse che il re di Germania

fosse scelto da sette elettori, e che pel fatto stesso divenisse re

d'Italia e imperatore dei Romani. Crescenzio, citato a render conto

delle sue prepotenze, fu condannato al bando, intercedendo per lui

il papa: ma appena Ottone se ne fu ito, quegli tornò pieno d'un'ira

ingrata, cacciò ignudo d'ogni cosa il papa, e fece eleggere Giovanni

Filógato calabrese (997), già vescovo di Piacenza e grand'intrigante;

lui e sè mettendo a tutela dell'imperatore di Costantinopoli, nel quale

proponevasi trasferire di nuovo la primazia dell'Occidente. Scomuniche

o preghiere non valsero, finchè Ottone ritornato con Gregorio V, li

prese; fe decollare Crescenzio con dodici caporioni, e sospenderne i

cadaveri ai merli. L'antipapa privato degli occhi, degli orecchi, del

naso, fu menato a strapazzo per Roma, per quanto Nilo, santo abate

e fondatore del monastero di Grottaferrata, intercedesse per esso,

e predicesse l'ira del Signore al papa, che in fatto (999) morì ben

presto.

Questo Crescenzio era uomo irrequietissimo, arbitrario, violatore delle

cose che s'aveano per più sacre. Ma «in quei secoli sciagurati in cui

s'avea paura del diavolo», come duole a Carlo Botta, sembra che i re

non si credessero in diritto di mandar al capestro i riottosi, neppur

nel calore d'una rivolta[292]. Ottone dunque fu rimorso del supplizio

di Crescenzio, e corse a confessarsene a san Romualdo, fondatore de'

Camaldolesi, il quale gl'ingiunse per penitenza di andare scalzo

da Roma fin al santuario del monte Gargàno. Per via lo prese una

straordinaria devozione per san Bartolomeo, e supplicò i Beneventani

a cedergliene il corpo; ed essi, non osando negarglielo e non

volendo privarsene, gli diedero invece quello di san Paolino da Nola.

Quand'egli scoprì l'inganno, se ne adontò di maniera, che assaliti i

Beneventani, molti giorni li tenne assediati. Tornato poi a Roma, la

trovò in guerra rotta con quelli di Tivoli, che in odio di lui avevano

ucciso un suo ministro: onde esso menò tutte le macchine contro quella

città, risoluto d'abbandonarla alle spade e alle fiamme. Ma ecco san

Romualdo compare ancora, e l'induce a contentarsi che i cittadini, dopo

venutigli innanzi ignudi e flagellandosi, smantellino una parte delle

mura, gli diano ostaggi, e gli consegnino l'uccisore del ministro; e a

questo pure il santo impetrò la vita dalla madre dell'ucciso. Poco dopo

troviamo Ottone a Ravenna, chiuso nel monastero di Sant'Apollinare,

tutto in digiuni e salmodie, vestendo di cilizio, dormendo s'una stuoja

di papiro, in isconto de' suoi peccati. Tali erano quest'imperatori

tedeschi.

Ma gl'italiani covavano la vendetta: i Romani insorti, moltissimi

de' suoi trucidarono, e poco mancò non pigliassero lui stesso: poi

Teodora[293] vedova di Crescenzio, con lusinghe e vezzi riuscita

a guadagnarsene il cuore o almeno la fiducia, l'indusse a dar la

prefettura di Roma a suo figlio Giovanni (1002), in onta dei conti

Tusculani; venutole quindi il destro, l'avvelenò. Fosse ciò vero, o

fosse piuttosto il clima della Campania, Ottone periva sul fiore dei

ventidue anni, e Giovanni di Crescenzio col titolo di senatore restò

arbitro di Roma come suo padre.

I signori italiani si tennero disobbligati dalla fedeltà che, nel

ricevere i feudi, avevano promessa alla stirpe di Ottone, e negarono

omaggio al nuovo re Enrico II di Baviera. Da una famiglia Franca,

venuta in Italia al tempo de' Carolingi e cresciuta sotto gli Ottoni,

nasceva Arduino, che da Torino dominava tutti i contadi sulla sinistra

del Po da Vercelli a Saluzzo; era stato da Ottone costituito conte di

tutta la Lombardia; indi messo al bando, s'era per forza sostenuto.

Costui allora si fece proclamare re d'Italia, guadagnando alcuni

vescovi con privilegi e regalie, altri uccidendo e maltrattando,

come fece con quei di Vercelli e di Brescia, il qual ultimo prese

anche pei capelli e buttò in terra. L'essere coronato dal vescovo di

Pavia bastò perchè Arnolfo arcivescovo di Milano (1004), per quanto

da lui carezzato con ogni guisa d'assicurazioni, lo contrariasse, il

quale, forte di molti partigiani e vassalli, ne disperse le truppe,

e a nome suo, dell'arcivescovo di Ravenna, dei vescovi di Modena,

Verona, Vercelli, Cremona, Piacenza, Brescia, Como, di dieci dignitarj

ecclesiastici e del marchese di Toscana, unico laico[294], mandò ad

invitare Enrico II.

Era allora marchese di Verona, cioè della Marca Trevisana, Ottone,

padre di papa Gregorio V e figlio di Corrado duca di Franconia;

personaggio di tanto credito, che s'era trattato di portarlo re di

Germania, il che egli per umiltà ricusò, favorendo anzi Enrico.

Arduino, ben provvisto a spie, seppe che costui era mandato da

Enrico in Italia, dove alle sue forze si aggiungerebbero quelle di

Federico arcivescovo di Ravenna e del marchese Teodaldo. Arduino corse

dunque alla chiusa dell'Alpi, occupata dagli uomini del vescovo di

Verona; avutala per forza, si spinse a Trento, e potè sbaragliare i

Tedeschi. Ma i popoli della Carintia aprirono a questi un altro passo

pel Trevisano, d'onde Enrico scese in riva al Brenta. I molti che

aspettavano l'esito per pronunziarsi, allora accorsero a lui, e Arduino

si trovò abbandonato.

Enrico fu coronato in San Michele di Pavia (14 mag.); ma quel giorno

stesso la brutalità de' suoi Tedeschi eccitò una sommossa, ed egli,

assalito nel proprio palazzo, non campò che saltando da una finestra,

onde rimase azzoppato. L'esercito suo, che accampava fuor le mura,

entrato a forza, mandò a macello i Pavesi, a fuoco la città. La

quale per vendetta diede più che mai favore ad Arduino, che ripigliò

il regno, e lo difese contro Enrico; sicchè l'uno e l'altro se ne

arrogarono le attribuzioni. Nell'assenza poi di Enrico, Arduino

prese per forza Vercelli, Novara, Como, altre terre demolì, e prese

vendetta di coloro che chiamava perfidi[295]; arrestò conti e marchesi

per rintuzzarne la baldanza, ma dovette poi rimandarli con nuove

largizioni[296]. Enrico, tornato di qua dall'Alpi con buon esercito, a

Roma fe coronarsi colla regina Cunegonda, ricevendo omaggio anche dalla

famiglia di Crescenzio, che facea buon viso e mal sangue. Il santo re

era sfortunato nelle sue coronazioni, giacchè qui pure i suoi Tedeschi,

ben gozzovigliato, vennero a baruffa coi Romani, e molti furono uccisi,

molti carcerati. Lui partito appena, Arduino sbucò dalla fortezza

ove s'era ricoverato, devastò di nuovo Vercelli e fin la sua devota

Pavia[297], poi caduto infermo (1013), si ritirò a morire nel monastero

di Fruttuaria presso Ivrea.

Da queste nimicizie molto incremento venne alla libertà degli Italiani,

atteso che Arduino cercò partitanti col concedere immunità e privilegi;

Enrico fu costretto confermarli se volle tornarseli soggetti, nè potè

con giustizia negare altrettanto a' suoi devoti. E della potenza

dei conti ci basti ad esempio Guelfo marchese di Verona. Convocato

cogli altri da Enrico III alla dieta di Roncaglia, vedendo il re

indugiare tre giorni più del prefisso, levò il suo stendardo, e sebbene

nell'andarsene lo scontrasse, non volle tornare. In Verona poi, saputo

che l'imperatore avea imposto mille marche di contribuzione, rimbrottò

lui ed i suoi con tale severità, che Enrico si contentò di restituire

tutta quella somma, purchè fosse lasciato passare[298]. Tali erano

ridotti i re da quei baroni: le città poi, seguendo or l'una or l'altra

fazione, appresero ad usare le armi per drizzarle contro chi volessero.

Enrico II mosse quindi a reprimere i Greci della bassa Italia che,

inorgogliti di vittorie sopra alcuni ribelli e sopra i Normanni, nuovi

invasori, aveano sottoposto molte terre, e minacciavano Roma. Giunto

nella Puglia, assediò per tre mesi la nuova città di Troja; rimise

ad obbedienza i principi di Capua, Salerno, Napoli: ma le malattie

logorando il suo esercito, dovette affrettarsi di là dai monti, ove,

dopo quattordici anni di regno, aggravato da morbi e da contrarietà,

prese l'abito monastico (1024). L'operosità ed il coraggio lo fanno

porre tra i migliori regnanti; la generosità verso il clero, lo zelo

a diffondere il cristianesimo, e le private virtù lo alzarono fra

i santi, insieme colla moglie Cunegonda, colla quale era vissuto da

fratello.

Alla dieta delle cinque nazioni germaniche che proclamò Corrado II

Salico di Franconia, i signori italiani erano stati invitati, ma

non giunsero in tempo. Essi però si credevano sciolti da ogni legame

d'obbedienza: i Pavesi, esultanti della morte dell'imperatore che tanto

gli avea danneggiati, demolirono il palazzo imperiale, decretando

che mai altro non se ne fabbricasse dentro la città: una fazione

capitanata dai marchesi Ugo e Alberto, progenitori della Casa d'Este,

e dal marchese Maginfredo di Susa, offriva la corona a Roberto di

Francia, poi a Guglielmo duca d'Aquitania; ma nessuno la accettò,

conoscendo l'umore degli Italiani, che cupidi dell'indipendenza, non

sanno assodarla coll'unione[299]. D'altra parte questi fazionieri

mettevano all'eletto il patto di deporre i vescovi a loro spiacenti,

e surrogar quegli da loro designati: talmente la potenza clericale

era allora divenuta il tutto nella costituzione del regno italico,

essendo principali signori i prelati. Ma i pontefici preferivano i re

di Germania perchè lontani, e perchè considerati discendenti di Carlo

Magno, nel quale essi aveano restaurato la dignità imperiale e il nome

di Roma. I vescovi nominati dai re, bramavano sottrarsi alla dipendenza

di questi. Popolo e clero mal soffrivano che i loro pastori venissero

eletti dallo straniero.

Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15) · 第 23 / 39 题