CAPITOLO LXXI.

Irruzione dei Saracini. Gl'imperatori Franchi.

Così straziavansi fra loro i dominatori d'Italia quando più avrebbero

avuto mestieri di tenersi concordi per respingere un comune pericolo.

Perocchè le irruzioni barbariche non erano finite, e di nuove

sull'Italia ne venivano non più dal Settentrione ma dal Mezzodì: che se

da quelle dei Nordici i natii s'erano riparati coll'accogliersi presso

al mare, eccoli ora assaliti sul mare e ricacciati entro terra.

Dicemmo (pag. 205) come la nazione araba, da Maometto ridesta ad un

apostolato battagliero, occupasse la costa d'Africa, ove fondò l'impero

di Cairoan; e dai porti onde un tempo le flotte puniche, salpavano

pirati saracini a corseggiare il Mediterraneo, interrompendo i

commerci, e ad ora ad ora piombando sulle coste o risalendo pei fiumi,

minacciosi agli averi e alle persone. Carlo Magno indovinò il pericolo

di questi nuovi nemici; e dopo combattuto per ritoglier loro le Baleari

e l'altre grandi isole del nostro mare, stanziò in quelle acque una

flotta; ma prima di morire potè udir saccheggiate da loro Nizza a mare

e Centumcelle. Gettatisi sulla Sardegna e trucidata la guarnigione,

rapirono essi il corpo di sant'Agostino, e vi occuparono molte

stazioni: parte del popolo fu menata in Africa a formar la colonia di

Sardania nei contorni di Cairoan; la restante rifuggì ai monti, talchè

si sfasciarono le città, le vie e gli acquedotti ond'erasi arricchita

nell'età romana.

Lodovico il Pio fu dai Cagliaritani implorato contro questa stirpe

di Agar[248]; ma egli poteva dare poco più che compassione. Bensì

i papi nutrirono assidua guerra contro i Saracini di Sardegna; e

il conte di Genova ricuperò la Corsica, che fu data a governare a

Bonifazio marchese di Toscana, il quale col fratello Bernardo sbarcò

fra Utica e Cartagine, e in cinque battaglie sul littorale ebbe

prospera fortuna[249]. Ma nè quel coraggio era secondato, nè i Saracini

annichilavansi per isconfitte; i quali, padroni delle grandi isole e

dello stretto di Gibilterra, prendeano arbitrio nel bacino occidentale

del Mediterraneo, come già l'aveano nell'orientale; e poichè la loro

civiltà non poteva piantarsi che col distruggere ogni altra, aspiravano

a dominare l'Italia, centro della religione e della pulizia cristiana.

Già signori della Spagna, chi li avrebbe più rattenuti dall'affrontar

con vantaggio il mondo germanico, e prevalere in Europa, come già

faceano in Asia e in Africa?

Alla Provenza massimamente diressero le loro correrie; e scannati

gli abitanti di Frassineto, e fortificatisi in quella inaccessibile

situazione, tennero mano ai paesani del contorno nelle fraterne

discordie, riducendo a deserto la contrada posta alle spalle, e

dominarono alla guerresca il paese. Varcarono anche le alpi Marittime,

e fitto il fuoco ad Acqui e ad altre città sgomentarono l'Italia: poi

fortificati nel monastero di San Maurizio, si avventarono per mezzo

secolo sulla Borgogna, sull'Italia e fin sulla Svevia, interrompendo le

comunicazioni mercantili, e sterminando le carovane che pellegrinavano

alla soglia degli Apostoli. I Liguri della costa rifuggivano alla

montagna, laonde ancora le pievi montane conservano giurisdizione sopra

le parrocchie marittime; vi trasportavano le reliquie de' santi, talora

le ceneri de' parenti: anche in Genova si addensavano i cittadini sotto

la protezione del vecchio castello, lasciando che le strade a mare

divenissero campetti, vigne, canneti, fossati, denominazioni che si

conservano tuttora.

E più tardi i Saracini (834), guidati da Safian ben-Kasim, si

spinsero fino a Genova. Essa era divisa in tre parti: Castello in

alto; la città, chiusa da ripari; borgo di Piè, ove si deponevano

le prede marittime: e benchè si difendesse vigorosamente, i Saracini

v'entrarono, la posero ad orribile saccheggio[250], e se n'andarono

prima che i Liguri tornassero alla riscossa. Poco poi vi fecero

ritorno, e se ne partirono carichi, quando la flotta veneziana

sopragiunse, ritolse le robe e le persone, e molti ne fe prigionieri.

Dopo d'allora si vigilò più attentamente, e fiamme accese sulle alture

indicavano l'apparire d'un naviglio sospetto; e si stabilì che nessuna

galea uscisse se non allestita a battaglia.

La pingue Sicilia non era caduta in dominio de' Longobardi, sempre

impotenti sul mare. L'impero greco la teneva cara, e come sentinella

avanzata verso i dominj rimastigli in Calabria, e perchè ne traeva i

grani; ma mentre mal sapeva difenderla nè prosperarla, pretendeva cavar

da essa quanto un tempo da tutta Italia. Come la trattasse Costante

II imperatore lo vedemmo. La Chiesa romana dai larghi possessi che

v'avea, coglieva ogni anno moltissimi frutti, senza nulla mandarvi in

ricambio: ma quando si ruppe la guerra delle immagini, que' beni furono

tratti al fisco imperiale, e la Sicilia sottoposta alla giurisdizione

ecclesiastica del patriarca di Costantinopoli.

Nel civile era governata da un patrizio; ma poichè i mari erano

corsi da navi franche e da saracine, sempre sminuiva la dipendenza

de' patrizj, oramai non soggetti in altro che nel pagare il tributo.

Elpidio, un d'essi, rizzò la fronte contro Irene imperatrice, e non

potendosi reggere da solo, istigò i Saracini che vennero più volte in

Sicilia, senza però mettervi radice.

Eufemio, tribuno cioè governatore dell'isola a nome dell'imperatore

Michele Balbo, s'innamorò d'una monaca e la rapì; e l'imperatore,

benchè reo d'eguale sacrilegio, ne ordinò severo castigo. Eufemio

ricorse a Zaidat Allah ben-Ibraim, re aglabita di Cairoan (827),

promettendogli vassallaggio e tributo se lo ajutasse ad acquistar

l'isola e il titolo d'imperatore. Esso gli affidò cento legni

e diecimila combattenti guidati dall'emir Aba al-Camo, il quale

sbarcato eresse una città del proprio nome (_Àlcamo_) presso le ruine

di Selinunte. Eufemio gridato re dell'isola, sperava che i tanti

malcontenti lo favorirebbero: ma come s'avanzò fino alle mura di

Siracusa, due fratelli dell'oltraggiata lo trucidarono.

Si rianimano allora i Siciliani per salvare la patria dai nemici

loro e della fede, li cacciano in isconfitta; ma i Saracini tosto

ritornano con un soccorso d'Africa e un altro di fuorusciti di Spagna,

e rimangono padroni della parte occidentale dell'isola. Palermo,

_celeberrima e popolosissima città_, sostenne sì fiero assedio, che di

settantamila abitanti appena tremila restavano al fine (831): ma que'

profughi di Spagna la ripopolarono, sicchè divenne sede degli emiri,

che dai principi di Tunisi furono mandati a compiere e regolare la

conquista. Maometto, figlio di Abd-Allah aglabita, primo emir, uccise

novemila romani (832) alla battaglia di Enna (_Castrogiovanni_), nel

cui castello, preso dal suo successore Al-Abbas, fu aperta la prima

moschea al rito nemico. D'allora non cessarono più di far guerra a'

nostri, la cui resistenza meriterebbe essere vantata al par di quella

degli Spagnuoli. Vent'anni più tardi, sulle mura di Messina cadeva il

patrizio Teodoto (855). Siracusa in dieci mesi d'eroica difesa fece

ricordare i mesi in cui fiaccò la potenza d'Atene; ma la viltà del

navarca Adriano mandò a vuoto quegli sforzi, e i capi furono trucidati,

il vulgo spedito in Africa a rimpiangere la libertà e la patria, e

la città coi superbi suoi tempj ridotta a ruine inospitali[251]. I

governatori greci si ritirarono sul continente d'Italia, trasferendovi

il nome di Sicilia, donde vennero dette le Due Sicilie.

Da Palermo o da altre loro fortezze sortivano spesso gli Arabi a

desolare le campagne, distruggere le messi, menare schiavi i natii:

quando poi una città si rendesse, giusta la prescrizione del Corano

le facevano il partito di professare la fede di Maometto, o di pagare

tributo al vincitore. Di questo accontentandosi, dicono che alle città

rendutesi compatissero le istituzioni antiche, e nello stabilire le

leggi chiamassero a consiglio i vescovi: certo gli straticò o duchi

conservarono giurisdizione criminale fin al tempo degli Svevi. Un emir

comandava a tutta l'isola; a ciascuna città o distretto un alcade da

lui dipendente; i cadì rendevano giustizia: despotismo sminuzzato, e

perciò più oppressivo.

Preziosissimo sarebbe il trovare le costituzioni fatte per quel regno;

e furono accolte con avidità quelle che pubblicò l'abate Vella come

fatte d'accordo coi più assennati fra i vinti, nel 216 dell'egira; il

Canciani le inserì nella _Raccolta delle leggi de' Barbari_; ma poi

furono convinte impostura. Ridotti pertanto a tenuissime informazioni,

diremo come l'isola, che dal tempo de' Cartaginesi avea formato

due provincie, la siracusana e la panormitana, fu allora divisa in

tre valli, e ciascuno in varj distretti. Entrata dello Stato era

la getia, tributo imposto ai possidenti invece di quello dei Romani

sulle bestie rurali. Le terre tolte ai Greci non furono serbate come

possesso pubblico, ma divise fra i soldati benemeriti; maggior porzione

agl'invalidi, ai governatori e ai tre capitani delle provincie. Queste

possessioni, a differenza dei feudi, poteano alienarsi con certe

formalità e col consenso del caposignore.

Le proprietà, le successioni, e in generale lo stato civile si

regolarono in modo, che i Normanni poco trovarono a mutarvi. La

schiavitù colonica alla romana sparì col perdersi degli antichi

signori; onde il lavoro di mani libere cancellò le tracce della greca

infingardaggine; e molte terre furono dissodate, in altre introdotti

il cotone, il gelso, il papiro, la cannamele[252], il frassino della

manna, il pistacchio; edifizj si elevarono, ricchi di marmi e musaici;

e la tradizione accenna fin oggi i giardini vastissimi degli emiri, con

vivaj di marmo (_mar morto_). Il Lilibeo, ch'essi intitolarono Marsala,

cioè porto di Dio, attestava come non dirazzassero dai loro fratelli di

Babilonia e di Spagna.

Così gli Aglabiti, poi gli Obeiditi profittavano della pace che

ivi durò buon tempo, non avendo forze bastevoli a sturbarla nè

gl'imperatori d'Oriente nè i signori d'Italia. Ma per quanto le

donassero i frutti d'Asia e d'Africa, e per sotterranei spiragli

(_giarre_) alzassero le acque a provvederne le case e ricreare i

giardini, la Sicilia ricordavasi d'essere cristiana ed italiana, nè

sapea rassegnarsi a un dominio che offendeva l'orgoglio nazionale e

la domestica integrità. Gli Arabi erano dunque costretti a prepararsi

frequenti fortificazioni, oggi ancora indicate dal nome di _cala_ o

_calata_; i monumenti della grandezza antica convertirono in ròcche;

e dai tempj di Selinunte e dal teatro di Taormina bersagliavano i

patrioti siciliani, o sbucavano a rapir donne e fanciulli per ornamento

o custodia de' serragli.

Il dominio e la presa di Siracusa inorgoglirono gli emiri così, che

negarono obbedienza ai principi aglabiti d'Africa. Fu dunque forza

che questi venissero a sottometterli; e di fatti Ibraim re di Cairoan

(908), sbarcato con un esercito di Mori, e assalita Taormina indarno

difesa dalle anguste gole, dalle impervie alture e dal forte che a

cavaliero di essa aveano eretto gli antichi re, la presero, e vi posero

il borgo e il forte di Mola. Ibraim minacciò anche la Calabria; ma

morto lui a Cosenza, i nuovi invasori vennero a contesa fra sè e coi

prischi, i quali non si tenevano obbligati ai re fatimiti di Tripoli,

che aveano usurpato il dominio degli Aglabiti. E ruppero a guerra; e

i Cristiani ad or ad ora rinnovarono tentativi generosi di scuotere

il giogo degl'infedeli. Palermo stessa fu occupata (917) da Abusaib

Aldaiph, venuto d'Africa; ma i Siciliani, alleatisi con Alì Vava

Assahr, la assediarono per sei mesi. I Girgentini insorti si sostennero

quattro anni, e furono ad un pelo di prender anche Palermo: ma vinti

(927), bagnarono di loro sangue gli avanzi della patria magnificenza.

Allora l'emir, per reprimere le rinascenti sollevazioni, fece abbattere

molte fortezze, e menò schiavi in Africa gran numero di abitanti.

Al-Mansor, terzo califfo fatimita dell'Africa, assegnò la Sicilia

(948) non più a un governatore temporario, ma ad un emir, che fu

Assan figlio di Alì, il quale, sottomessala colle armi, la governò con

saviezza. Il che non vuol dire con clemenza; giacchè essendosi scoperta

una congiura, esso fe decapitare gli imputati. Quattr'anni appresso

venne d'Africa il moro Saclabio con camelli e forze, a cui Assan unì

le sue, ed estesero le conquiste. I Greci fecero qualche tentativo di

ripigliar l'isola, mandandovi soldati mercenarj danesi, russi, warangi:

l'ammiraglio Basilio prese Termini, battè Assan, e molti uccise in val

di Màzara: ma la battaglia di Rometta (958) costò la vita a diecimila

Cristiani.

Gli Arabi, per punire i natii del favore mostrato, deportarono in

Africa trenta de' più ragguardevoli personaggi, e fecero circoncidere

quindicimila fanciulli col figlio del loro emir. Il tripolitano

Khalil venne(938) d'Africa per reprimere i rivoltosi, occupò Màzara,

Caltabellotta, infine Girgenti(940), i cui notabili imbarcò per Africa,

ma in alto mare fece forar la nave e tutti sommergere. Narrano egli

vantasse aver fatti morire nel val di Màzara, più di seicentomila

persone. L'imperatore Niceforo Foca tentò anch'egli recuperar l'isola;

e Manuele suo cugino pigliò Siracusa (965), Imèra, Taormina, Lentini.

I nemici ricoverarono ai monti, e quando Manuele osò avventurarsi fra

quelle gole, lo batterono, presero e uccisero; e tosto l'emir ripigliò

tutte le città, e rase dalle fondamenta la generosa Taormina. Non per

questo cessarono i Siciliani di tener testa agli stranieri, ne uccisero

anche in battaglia l'emir: le nimicizie degli Arabi fra loro, e la

titubanza de' Greci or collegati ora avversi a questi prolungarono le

miserie dell'isola, disperante di respingere un nemico, il quale, come

Anteo, sempre nuove forze traeva dalla Libia madre.

I Saracini di Sicilia tendevano a governarsi da sè, e vi riuscirono nel

969 quando l'emirato divenne ereditario, non dipendente dall'Africa

che per oggetti religiosi. Internamente le due schiatte di Arabi e

di Bereberi disputavansi l'isola, di cui i primi tenevano la parte

settentrionale del val di Màzara con Tràpani e Palermo, gli altri

la meridionale d'esso vallo con Girgenti, fabbricata presso la gran

città d'Agrigento, distrutta l'829, e fino al 1040 non si videro che

rivoluzioni e controrivoluzioni, vittorie e fughe, sempre rovinose, fra

cui si ridusse a minimi termini la stirpe bèrbera, che poi nel 1015 fu

affatto espulsa da tutta l'isola.

Intanto i Saracini si erano dalla Sicilia tragittati in Calabria,

e alcuni di quelli di Spagna occuparono Tàranto; quelli d'Africa

presero Bari, e si spinsero nella Puglia, saccheggiando e uccidendo.

Radelgiso duca di Benevento tentò invano snidarli da Bari; onde prese

il sinistro consiglio di adoprarli nelle sue guerre contro Siconolfo

duca di Salerno, e li soldò (815) coi tesori della chiesa di Benevento.

Siconolfo, sebbene da prima li vincesse, non potè resistere che

coll'imitarlo, e anch'egli derubata la cattedrale di Salerno, soldò

Abulafar saracino comandante in Tàranto, col quale riuscì vittorioso.

Mentre seco risaliva in palazzo, il Longobardo con istrano scherzo

lo prese fra le braccia, e portatolo di peso fin in cima alla scala,

l'abbracciò e baciò. Recosselo ad onta il Saracino, e disdettogli il

servizio, tornò a Tàranto e si esibì a Radelgiso, col quale ruinò i

Salernitani. Il cui duca chiamò Saracini di Spagna e di Candia, e con

essi vinse i Beneventani alle Forche Caudine: ma Radelgiso sopragiunto,

lo battè interamente, ne prese tutte le città, Benevento assediò.

Siconolfo ricorse a Guido duca di Spoleto: il quale venne, e dal

collegato e dal nemico cercò smungere denaro, fingendo metterli

d'accordo. Siconolfo per conservare il dominio fe omaggio a re Lodovico

II, chiedendone l'investitura al prezzo di centomila scudi d'oro.

Denari trovava costui dal saccheggiare Montecassino, donde portò

via calici, patene, croci, vasi e centrenta libbre d'oro; un'altra

volta, trecensessantacinque libbre d'argento e sedicimila soldi d'oro;

la terza vasi d'argento per cinquecento libbre; e così via, sempre

promettendo restituire. La pace non fu fatta che l'848 per opera di

re Lodovico, il quale divise il ducato secondo la solita politica dei

Franchi.

Landolfo principe di Capua, morendo nell'842, divideva il paese

fra tre figli, a Landone Capua, a Pandone Sora, a Landonolfo Tiano,

lasciando ad essi per ricordo non permettessero mai che Benevento si

riunisse con Salerno. Anche il ducato di Spoleto divideasi dalla parte

transappennina, cioè dal ducato di Camerino: e così ogni cosa era

sminuzzata e perciò debole.

Ne approfittavano i Musulmani, che mescendo il sangue loro al cristiano

nei fraterni dissidj, si lusingavano dominare il bel paese. Oltre

Bari, principale loro ricovero, alcuni si erano stanziati nell'isola

di Ponza; ma Sergio console di Napoli, raccolti vascelli da Gaeta,

Sorrento, Amalfi, ne li respinse. L'emir tornò, prese il castello

di Miseno, sbarcò a Centumcelle, difilandosi sopra Roma; e ignaro

dell'antica, nemico alla nuova dignità della metropoli del mondo,

vi incendiò i sobborghi e profanò la chiesa dei santi Apostoli.

Vacando allora la sede pontifizia, fu tumultuariamente eletto Leone

IV (847), che sacerdote eroe, quando i principi fuggivano o pagavano

i Barbari, si pose a capo delle truppe e dei cittadini, rianimati dal

suo nobile coraggio, e rituffò i Saracini nel mare. Udito che nuove

correrie minacciavano, Cesario, figlio del console Sergio, accorse con

Napolitani, Amalfitani, Gaetani a difender Roma, e il papa gli accolse

e benedisse: una tempesta malmenò l'armamento dei Barbari, altri furono

uccisi o imprigionati.

Leone cinse di doppia mura la basilica di San Pietro e il quartiere

del Vaticano, stanza dei tanti forestieri accasati a Roma, donde

il vocabolo di Città Leonina: al qual uopo, da tutti i poderi del

pubblico e da ogni monastero chiese gli uomini che per condizione erano

obbligati al lavoro. Compiuta l'opera in quattro anni, il papa che

l'avea difesa colla spada la dedicò il giorno dei santi Pietro e Paolo,

coll'intervento di molti vescovi e del clero, i quali scalzi e cospersi

di cenere circuirono le mura, implorandovi quel Dio, che «se non vigila

le città, invano sorgono avanti giorno quei che la custodiscono»[253].

Centumcelle era rimasta quarant'anni smantellata e vuota d'abitanti

a cagione delle correrie; e Leone ne accolse gli abitanti nella

Città Leonina, donde più tardi ritornati alla prisca, le posero nome

Civitavecchia. Il papa munì pure Orta e Ameria; a Porto eresse due

torri con grosse catene dall'una all'altra per chiudere l'entrata del

fiume: e molti Corsi fuggiti dalla loro isola per paura de' Saracini,

giurarono vivere e morire sotto lo stendardo di san Pietro.

I Saracini, disperati di prender Roma (852), voltarono sopra Fondi,

saccheggiandola e menando schiavi quei che non trucidarono; posero

assedio a Gaeta, rincacciando fin a Montecassino un esercito di

Spoletini mandati dall'imperatore a combatterli; e la culla de'

Benedettini periva, se i Saracini non si fosser badati la notte in

riva al fiume, il quale gonfiò per modo che più non poterono al domani

guadarlo. Gaeta fu salvata dal valore di Cesario, che entrò nel porto

colle flotte di Napoli e d'Amalfi, create pel commercio, ma disposte a

tutelare la patria.

Se n'andavano i Saracini carichi delle spoglie; ma presso ad afferrare

a Palermo, scontrarono una barca in cui due uomini, uno da cherico,

uno da monaco, i quali dissero loro: — Donde venite, e dove andate?

— Veniamo dalla città di Pietro, abbiamo saccheggiato l'oratorio di

questo, devastato il paese, battuto i Franchi, arsi i conventi di

San Benedetto. E voi chi siete? — Chi siamo? Or ora lo saprete?»;

e detto fatto scoppiò procella sì impetuosa, che tutti i vascelli

inghiottì[254].

Altri predavano Luni con tal furore, ch'essa più non risorse, il

suo vescovado fu trasferito a Sarzana e la riviera dal fiume Magra

sino alla Provenza rimase desolata: mentre altri davano il guasto

alla Calabria, alla Puglia, al ducato di Benevento. Lodovico II,

intercedenti il vescovo di Capua e l'abate di Montecassino, venne

in soccorso, e ucciso l'emir Amalmater, si fece per forza consegnare

quanti Saracini erano in Benevento, e li decapitò. Ma mentre perdea

tempo a riconciliare i duchi di Benevento e di Salerno, i Musulmani

rimbaldanziti devastarono il mezzodì. Avendo un tremuoto scassinato

le mura d'Isernia, il valoroso Massar, stimolato a giovarsene per

acquistare la facile preda, — E che? (disse) Iddio è sdegnato contro

questa città, ed io vorrei aggravarne le sciagure?»

Men generoso Lodovico, quando Massar cadde in sua mano, lo decretò

al supplizio. Più terribile di questo, Soldano (Saugdana) venne a

rinforzar Bari, donde respinse gli assalitori; e Alifa, Telese, Sepino,

Boviano, Isernia, Venafro ridusse in macerie; Benevento risparmiò a

prezzo d'un tributo, che quel principe si umiliò a pagargli quando

vide i Franchi non voler combattere. I Benedettini di San Vincenzo del

Volturno, tra i più ricchi d'Italia, ebbero saccheggiato e distrutto

il loro convento: quello di Montecassino dall'abate Bertario, illustre

letterato, era stato difeso con mura e torri e col porvi al piede una

borgata, che fu poi la città di San Germano, dove stavano a guardia

i molti vassalli suoi; ma si stimò conveniente il riscattarsene con

tremila monete d'oro.

I principi di Benevento e di Salerno rappacificati (856) assalsero

Bari, e riportarono grande vittoria; ma i Saracini li rivinsero e

fugarono, desolando anche i principati, donde trassero grandi prede.

Soldano, sbucato da Bari con trentasei vascelli, va e sperpera

l'Illiria greca, spogliando le città che si erano sostenute contro gli

Slavi: ma i Ragusei lo fecero stare tanto che giunse di Costantinopoli

una flotta, innanzi alla quale i Saracini fuggirono.

Parve ai Romani che Lodovico II non avesse abbastanza ajutato a queste

fazioni, e cominciarono a mormorare e dire: — Che cosa fanno per noi

codesti Franchi? non ci proteggono contro i nemici, e violentemente

ci tolgono il nostro. Non sarebbe meglio chiamar i Greci, e cacciare

codesti stranieri dalla nostra dominazione?»[255].

Fu riferito a Lodovico che questi discorsi venivano da Graziano maestro

della milizia; onde temendo d'una insurrezione, accorse coll'esercito.

Leone papa, così robusto a difendere la Chiesa e la patria, non

mostrava orgoglio verso gl'imperatori, e — Se abbiam fatto cosa

alcuna incompetentemente, e ai sudditi non osservammo la giustizia, la

sottoponiamo al giudizio vostro e dei vostri giudici. Spedite qua, ve

ne supplichiamo, dei messi timorati di Dio, i quali facciano diligente

indagine delle cose piccole e grandi, sicchè non rimanga nulla non

discusso e definito da loro»[256]; e andò incontro all'imperatore con

tutti gli onori onde placarlo. Graziano e tutti i nobili giurarono che

l'accusatore aveva mentito, onde la condanna cadde su questo.

Partito Lodovico, l'Italia si trovò alcun tempo senza ingerenza di

forestieri, in uno di quegli intervalli d'indipendenza, che sempre le

furono così brevi e così male adoperati. Morto Leone IV (855), gli

successe Benedetto III; ma una fazione sostenuta dai nobili voleva

Anastasio, e ricorsa ai messi imperiali, conseguì l'intento. I Romani

sdegnati protestarono voler piuttosto la morte che l'indegno pontefice;

talchè ai ministri fu forza confermare Benedetto.

Gravissimo affare dei papi era il tutelare la disciplina contro le

libidini dei re, i quali, ad esempio dei Maomettani, pretendeano

prendere e ripudiar le mogli a loro senno. I re Franchi aveano più

volte dato noje siffatte a' pontefici, e allora Lottario II, fratello

dell'imperatore, rinviata Teotberga, voleva sposare una Gualdrada.

La rejetta ebbe ricorso a papa Nicola (862), che alla violazione del

sacramento si oppose risoluto, non ostante la connivenza de' germanici

arcivescovi di Colonia e Treveri. Questi due prelati vennero a Roma

per addur ragioni; ma scomunicati, trassero a favor loro l'imperatore

Lodovico II, che infervoratosi a sostenere il fratello, cioè

l'adulterio, e istigato pure dal sempre ostile arcivescovo di Ravenna,

s'avviò a Roma per costringere il papa a cassare la data sentenza. Il

papa ordinò litanie e digiuno; ma l'esercito sopragiunto quando una

di quelle processioni montava la scalea di San Pietro, ruppe croci

e immagini, e a bastonate volse i devoti in fuga. Il papa si tenne

nascosto; ma intanto essendo morto uno che avea spezzato la croce di

sant'Elena, e ammalatosi Lodovico stesso, si credette vedervi un avviso

di Dio: la imperatrice andò pregare il pontefice venisse a parlare

all'imperatore, e si riconciliarono; ma le uccisioni e le violenze de'

costui soldati nessuno le riparò.

Fin quando Ravenna era sede degli esarchi, i suoi arcivescovi

pretendevano il primato, o almeno non sottostare al papa. Quando Carlo

largheggiava con questo, chiesero anch'essi la Marca d'Ancona, e non

disdetti assolutamente, vi esercitavano giurisdizione, procurando

estenderla su tutta la Pentapoli; causa d'incessanti lamenti de'

pontefici[257]. E sempre reluttarono alla primazia papale, affettandosi

pari, come per fasto, così per autorità. Volendo l'imperatore

Lotario fare solennissimo il battesimo di Rotrude sua figlia, Giorgio

arcivescovo di Ravenna ottenne di levarla al sacro fonte, e a tal uopo

portò a Pavia gran parte del tesoro della sua chiesa per farne regali:

nei soli addobbi battesimali della principessa spese quattrocento soldi

d'oro. L'imperatrice, sentendosi assetata, bevve occultamente una buona

tazza di vin forestiere; poi riccamente vestita e tutta gioje e col

volto coperto assistette alla funzione, e partecipò alla sacra mensa.

Tal violazione del digiuno ci è raccontata da Agnello, storico di quei

prelati, il quale assisteva alla cerimonia, e vestì egli medesimo la

principessa all'uscire dal sacro fonte.

Tra quegli arcivescovi ebbe trista rinomanza Giovanni, che faceva colà

ogni talento; vilipendeva i messi pontifizj, lacerava gl'istromenti

di affitti o livelli della Chiesa romana, e gli appropriava alla sua;

preti e diaconi deponeva senza giudizio canonico, e li cacciava in

ergastoli; e sebbene la città fosse sotto l'autorità anche temporale

del papa, impediva a' suoi vescovi d'andar a Roma, e li scomunicava.

Alcuni cittadini ne portarono lagnanze, onde fu citato al concilio

Romano; ma egli vantava di non esser tenuto andarvi. Scomunicato,

ottenne dall'imperatore due legati, coi quali presentossi a Roma,

credendo incuter soggezione; ma il papa stette saldo, e poichè i

Ravennati lo supplicarono a venire a rassettar le cose, vi andò:

ma vi volle un altro concilio di settantadue vescovi per domare

il ricalcitrante. Eppure fra pochi anni lo troviamo in nuova rotta

col papa, ed entrato in Ravenna, saccheggiò le robe de' papalini,

rapì loro le chiavi della città, e le prese per sè e pel magistrato

municipale[258].

Fra ciò i pontefici non desistevano di eccitare contro i Saracini,

le cui correrie non lasciavano tregua. Gl'Italiani s'accorgevano

che unico modo di sbrattare la patria dagli stranieri è l'unione: e

Lodovico imperatore, supplicato da essi, gittò il bando della leva a

stormo a tutti i conti, vassalli e liberi, e — Chiunque possiede in

beni mobili il valore del suo guidrigildo si conduca all'esercito; i

poveri che abbiano dieci soldi d'oro di valsente, proteggeranno le

coste e le piazze di frontiera; prelati, conti, gastaldi usciranno

con tutti i loro ministeriali, senza riserva o privilegio; i vescovi

non lascieranno indietro laico alcuno; chi ha molti figli, non ritenga

a casa che il più inutile: i liberi che ricusassero le armi, perdano

beni e patria; onori e benefizj i conti, signori, abati e badesse che

non mandassero all'esercito i vassalli e servi: i conti lascino a casa

soltanto un vassallo pel proprio servizio e due per le mogli, e la

gente imbelle facciano chiudere ne' castelli. Ogni uomo da guerra porti

seco armadura compita, vesti per un anno e viveri sino al ricolto.

Chi ruberà armi od animali domestici pagherà tripla composizione e

sarà condannato all'_harnescar_ (cioè a portar una sella in spalla

al cospetto dell'esercito, e un messale se preti); se schiavi,

abbiano la frusta: morte alle fratture, all'adulterio, all'incendio,

all'omicidio».

Tutta Italia fu in armi (866). Lodovico andò a Montecassino a chiedere

che le preghiere secondassero l'esercito; e colà gli menò le sue

truppe Landolfo, vescovo e signore di Capua, gran mettitore di risse

in quel paese, e che, come un'altra volta, fece disertare i suoi pochi

a pochi. L'imperatore corrucciato, e vedendo dover assicurarsi degli

amici prima d'assaltare i nemici, volse le armi contro il mal fido, e

col distruggere Capua sgomentò gli altri, e anche Napoli, che colla

indifferenza di gente intesa solo alla prosperità dei traffici, era

piena di Saracini come Palermo, e gli ajutava d'armi, di viveri, di

ricetto; anzi il duca Sergio avea lega coll'emir[259]. Procedendo,

respinse i Musulmani d'ogni dove, restringendoli in Taranto e Bari:

ma non arrivando la promessa flotta greca, dovette dar indietro. Lo

inseguì Soldano co' suoi, che vincendo si spinse fino a San Michele

sul Gargàno, santuario de' Longobardi, ma l'esercito lasciato da

Lodovico nella Puglia non cessò di bezzicarli: e sebbene anche i nostri

toccassero molte perdite, Matera, Venosa, Canosa furono ripigliate

e munite (870); e anche Bari dopo tre anni, e mandata pel fil delle

spade, e Soldano non riconobbe la vita che dalla generosità di

Lodovico, mosso dalle istanze del principe di Benevento, di cui quello

avea avuta prigioniera e rispettata la figlia.

Lodovico spedì ad assediare Tàranto, sollecitando l'imperatore

Basilio Macedone ad ajutarlo della flotta per ispazzare il Tirreno

da costoro[260]. Basilio mandò meglio di trecento navi; ma poichè i

Greci arrogavano a sè il vanto della vittoria, a spregio de' Barbari

obbedienti al falso imperatore d'Occidente, Lodovico rispose: —

Avevate fatto di grandi preparativi, è vero, simili in numero alle

cavallette che oscurano l'aria; ma come queste cadendo dopo breve volo,

abbandonavate il campo per ispogliar i Cristiani della Schiavonia,

nostri sudditi. Pochi erano i nostri guerrieri; perchè, stanchi di

aspettare, li rimandai, solo ritenendo il fiore, con cui ho continuato

il blocco, e vincemmo i tre più potenti emiri de' Saracini, sgominammo

gl'Infedeli; e se per mare ci secondate, ricupereremo Sicilia.

Fratello, sollecita i promessi soccorsi marittimi, rispetta gli alleati

e diffida degli adulatori».

Basilio, tenendosi insultato dal tono della lettera e dal titolo di

fratello, non rispose alla chiamata, anzi gli nimicò alcune città,

spargendo ch'e' volesse farsene signore; laonde l'impresa fallì. I

Franchi, usi in Italia a disgustare dopo la vittoria anche quelli a cui

pro hanno vinto, offesero coi loro eccessi, e massime Angilberga colla

sua avidità straccò i Beneventani a segno, che Adelgiso loro principe,

subillato anche da Soldano, si chiarì per gl'imperatori d'Oriente,

i quali allora ricuperarono le principali città della Calabria, del

Sannio e della Lucania.

Lodovico accorse ad assoggettarle (871); avrebbe mandata a sterminio

Capua che a lungo resistette, se non fossero usciti gli abitanti col

corpo di san Germano implorando pietà; passò a Benevento, e credendo

alla sommessione d'Adelgiso, congedò le truppe o le distribuì in

guarnigioni. Adelgiso, senza rispetto all'impero nè alla vittoria, rapì

ai Franchi il bottino non solo, ma anche le salmerie dell'imperatore,

cui tenne prigioniero nel proprio palazzo[261]. Tre giorni durò egli

in cima ad una torre; poi sceso per fame, giurò sulle reliquie di

non vendicarsi nè più tornare; ma sciolto appena, si fece dal papa

assolvere dell'estorta promessa, e dal senato romano autorizzare

a proscriver quel principe. L'assalì dunque, giurando non levarsi

d'intorno a Benevento se non avesse preso il ribelle: ma neppur questo

giuramento potè tenere, giacchè il principe ricorse all'imperatore

di Costantinopoli, promettendo a lui il tributo che prima dava ai

Franchi; e papa Giovanni VIII, venuto a sua richiesta nel campo (872),

li riconciliò[262]. I re suoi parenti che moveano tardi al soccorso,

tornarono indietro: alcuni vassalli che aveano favorito al ribelle o

non ajutato il re, vennero puniti.

Di queste dissensioni faceano lor pro i Saracini, che cupidi di

vendicare le sconfitte, spedirono immenso esercito dalla Sicilia e

dall'Africa a Salerno e sopra Capua, per dar mano alle loro colonie

rinvigorite: quella di Tàranto avea ripreso Bari; la Puglia era battuta

da Musulmani; Napoli, Gaeta, Amalfi, se non amiche, neppur erano

avverse a costoro. Lodovico appena liberato gli osteggiò, ma prima di

morire li vide arbitri dell'Italia meridionale, e minacciare d'incendio

Salerno e Benevento e sperperarne i contorni. I vicini sosteneano

l'assediata Salerno; ma l'imperatore, forte adirato al duca di essa,

negava soccorrerla. A quell'assedio l'emir Abdila piantò il letto sulla

mensa della chiesa de' santi Fortunato e Cajo, e vi sacrificava ogni

notte la verginità d'una monaca, finchè una trave vel fracassò (874).

All'assedio di Benevento un cittadino calatosi dalle mura per chiedere

soccorsi, nel ritorno è preso; gli Arabi gli fan larghe profferte se

inganni i suoi, fiere minacce se no; ma condotto presso le mura, grida:

— Coraggio! durate! arrivano i liberatori: avrò morte; vi raccomando

mia moglie e figli»; ed è fatto a pezzi.

Lodovico, venuto poi a soccorso, riportò qualche vantaggio, ajutato

da Amalfitani e Capuani, avvistisi del pericolo proprio nell'altrui.

Anche in Napoli il duca Sergio cozzava col santo vescovo Atanasio,

il quale, per sottrarsi alla persecuzione di lui, suggellò il tesoro

e fuggì nell'isola del Salvatore. Sergio spedì Napoletani e Saracini

per pigliarlo; ma l'imperatore mandò Marino duca d'Amalfi, che fe

macello degli aggressori. Sergio in vendetta derubò il tesoro, onde fu

scomunicato dal papa, mentre Atanasio conseguì onori dall'imperatore e

dai popoli.

I Saracini, nojati del lungo resistere di Salerno, incatenarono il

nuovo emir Abimelech, e partirono, abbandonando munizioni e viveri.

Ma cresciuti di nuovi rinforzi e d'accordo co' natii, poterono metter

radici sulla costa Campana, devastare i territorj di Benevento,

Terelle, Alife; e il duca Adelgiso sconfitto dovè mettere in libertà

Soldano, che teneva come ostaggio. Costui, non disarmato dal perdono,

ricomparve più terribile che mai. I monasteri di Montecassino e di

Volturno, mal difesi dalle orazioni e dai vassalli, furono incendiati;

nè il paese de' fieri Sabini seppe tener testa alle correrie. Gli

assaliti invocavano i Greci, ma questi erano deboli; invocavano i

signori di Salerno, Amalfi, Napoli, ma questi se l'intendevano coi

Musulmani. Il papa in persona andò a Napoli per distorre dalla lega

cogli Infedeli quel duca e gli altri principi di là intorno: Sergio,

che ricusava, fu scomunicato; Guaifero principe di Salerno gli mosse

guerra; il vescovo Atanasio suo fratello congiurò contro di lui, e

preso e accecato il mandò a Roma a finire miserabilmente, e proclamò

duca se stesso, come avea fatto il vescovo Landolfo a Capua; e n'ebbe

lode dal papa. Ma l'intrigante vescovo anch'egli ben tosto aderì ai

Saracini, e partecipava alle loro ladronaje; e chiamato di Sicilia

l'emir Sicaimo, gli diè stanza alle falde del Vesuvio. Mal per lui,

giacchè le costui masnade cominciarono a predare i contorni, rapir

cavalli, armi, fanciulle: si spinsero anche fin alle delizie di Tivoli

e alle sacre rive del Tevere, e per due anni le campagne di Roma nulla

fruttarono agli atterriti abitatori.

Lodovico II, lodato dai contemporanei come amator della giustizia,

sostenitore dei poveri e dei pupilli (875), morì nel territorio di

Brescia, e quel vescovo lo fece sepellire in Santa Maria. Ma Ansperto

arcivescovo di Milano andò colà coi vescovi e tutto il clero di Bergamo

e Cremona, e fattolo disotterrare e imbalsamare, con lunga processione

portollo a deporre in Sant'Ambrogio di Milano, con un epitafio di non

infelici versi e di amplissime lodi[263].

Papa Giovanni VIII tentò ravvivare il coraggio o la compassione del

vano e inetto successore di lui Carlo Calvo. — Il sangue cristiano

dilaga; chi campa dal fuoco o dalla spada è trascinato schiavo in

esiglio perpetuo: città, borghi, villaggi periscono vuoti d'abitanti;

i vescovi dispersi non trovano rifugio che alla soglia degli Apostoli,

lasciando le chiese loro per tane alle fiere; sicchè veramente è il

caso d'esclamare, Beate le sterili, e le mamme che non allattarono.

Chi mi dà rivi di lacrime per piangere la rovina della patria? siede

addolorata e sola la regina delle nazioni, la regina delle città, la

madre delle chiese. Oh giorno di tribolazione e d'angoscia, giorno di

miseria e calamità!» Con eguale istanza dirigevasi agli altri principi

perchè non lasciassero dalla stirpe di Agar ridurre serva l'Italia e

rovinar la religione. Carlo comandò al duca di Spoleto di dar mano

al papa; ma il console di Napoli, sordo a minaccie e scomuniche,

ricusò staccarsi dai Musulmani. Roma dunque non si potè redimere che

assoggettandosi a venticinquemila annue monete d'argento, e vide i

baroni circostanti allearsi coi Saracini per ambizione di piantare la

propria signoria in Roma.

Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15) · 第 21 / 39 题