Regno d'Italia. Condizione degli Italiani sotto i primi Carolingi.
Un Governo stabilito pel pubblico bene, diretto alla pace del paese, al
pareggiamento di tutti i cittadini, all'agevole vigoria della legge,
alla maggior dignità degli uomini, a cancellare il ricordo della
conquista e le cause della guerra, può col tempo legittimare anche
l'invasione di un popolo forestiero, e all'odio derivato dalle prime
violenze surrogare quella docilità, che finisce coll'uniformare la
volontà de' vinti a quella de' vincitori. Tale non era stato quello de'
Longobardi; onde perì senza resistenza nè compianto. I vinti italiani
credettero risorgesse la loro grandezza quando si rinnovarono i nomi
d'Impero e di popolo romano: e realmente coll'assidersi sul trono de'
Cesari un re dei Barbari, questi venivano ad affratellare a sè la gente
romana, e vincitori e vinti non aveano più che un capo solo. Laonde, in
un famoso Capitolare dell'801, Carlo Magno s'intitolava _imperatore e
console_, cioè ripristinava in lor condizione i Romani; e gloriavasi di
aver reso giustizia a ciascuno secondo la legge propria, Romani fossero
o Longobardi o Franchi.
Che i Romani spossessati dai Longobardi rientrassero nei loro averi
e nei diritti degli avi, non abbiamo titoli a crederlo: forse il
vincitore avea combattuto pel loro restauramento? ma d'altra parte non
v'era ragione perchè questo prediligesse i Longobardi; talchè ai Romani
ridotti aldj erano tolti gli ostacoli per entrare nella condizione
de' Barbari. Quanto ai Romani non prima soggiogati, il nuovo vincitore
cessava di considerarli per forestieri nè diminuiti del capo; ed anche
per la loro vita si stabiliva un guidrigildo, talchè il Longobardo
uccisore d'un nostro dovesse pagare il compenso legale.
Alla romana e col nome italico aveano continuato a regolarsi le città
dove Goti e Longobardi non erano penetrati o per poco. Ma gl'imperatori
di Costantinopoli non poteano da così lontano, o non curavano mandar
sempre governatori; i casi spesso interrompevano la comunicazione
coll'esarca di Ravenna: laonde esse provvidero al governo e alla
difesa propria, adoperandovi il denaro che soleano dare per tributo.
Così que' municipj trassero in propria mano l'erario, l'esercito,
l'amministrazione civile e giudiziale, insomma di fatto una civile
libertà. Verso l'890 Leone VI imperatore abolì il nome di console,
poi anche le curie, come istituzioni da gran pezza invecchiate, e
d'altra parte inutili dacchè tutto restava affidato alla sollecitudine
dell'imperatore[233]: ma a quel tempo già era così lentato il legame
fra le città nostre e l'impero orientale, che le cure qui durarono,
benchè modificate. Si avevano il senato e il _pater civitatis_ eletto
dal popolo, ma sparvero i _defensores_ e i _magistratus_; l'esarca
poi o il papa nominavano agl'impieghi civili e militari. I due poteri
rimasero distinti anche nell'amministrazione della giustizia, da un
lato quella dei duci, dall'altro quella dei dativi o giudici, benchè
talora le due qualifiche si unissero nella stessa persona.
Le città furono prese più volte, più volte si liberarono forse da
se medesime; e la parte nazionale era fiancheggiata dai vescovi,
avversissimi a' Longobardi, e provvisti di ricchezze e potenza. Fin
d'allora vediamo esse città portar guerra una all'altra, e i vescovi
contro i papi o gli esarchi: tutti sintomi di vita indipendente. Per
duce, in luogo di quello che gli Orientali deputavano qui, eleggevasi
un cittadino; onde i Greci, mentre scapitavano più sempre in dignità,
divenivano causa od incentivo che si svegliassero in Italia le virtù
repubblicane, e l'uomo tornasse alla dignità ed ai beni che sogliono
esserne conseguenza. Viepiù nelle città marittime, sotto il nome
del greco impero germogliava la libertà, confaciente a popoli che,
avvezzi alla indipendenza del mare, mal sanno in terra acconciarsi al
despotismo.
Colla nuova civiltà mal si combinano le grandi aggregazioni di popolo,
anzi prevale l'esistenza indipendente di ciascuno. L'estesissimo impero
di Carlo Magno non resse dacchè manca la sua mano robusta; e le nazioni
ch'egli avea strette insieme, rimbalzarono tosto che dall'instancabile
volontà di lui non trasse più vigore la complicata amministrazione cui
le avea sottoposte; e tutto andò spartito in tante signorie, quanti
erano i popoli, con leggi proprie, e con effettiva indipendenza sotto
una nominale subordinazione.
L'Italia, che pareva anch'essa dover venire assorbita in quel grande
accentramento, ne restò distinta, ma sbranata in moltissime signorie;
e i nostri re valeano poco meglio di qualunque altro de' possessori
di grandi feudi, fossero signori longobardi qui sopravanzati, o nuovi
pòstivi dai Franchi; e dei prelati che, a modo del clero di Francia e
di Germania, mescevansi della politica; e che tutti mal s'acconciavano
al regolato governo istituito dal Magno.
Pepino re d'Italia sedeva in Pavia, non però distaccato dall'Impero;
tanto che Carlo Magno, a lui scrivendo nell'807, s'intitola ancora
re dei Longobardi, e gli trasmette ordini[234]. Sinchè fanciullo,
ebbe per tutore Wala, poi per consigliere e ministro sant'Adalardo
abate di Corbia, che amava la giustizia senza distinguere persone nè
ricever regali; i prepotenti che angariavano il popolo, represse; e
dicevasi esser non uomo ma angelo. Papa Leone III l'ebbe famigliare,
e — Se mi fossi ingannato nel credere ad esso, a niun Francese mai più
crederei»[235].
Morto Pepino giovanissimo (810), Carlo Magno gli sostituì il figlio
Bernardo: ma come il Magno morì, Lodovico Pio, suo successore, stabilì
dividere il regno tra' proprj figliuoli (817), e a Lotario primogenito
col titolo imperiale assegnò l'Italia, e primazia sovra i fratelli.
Se l'ebbe a male Bernardo, che come re d'Italia aspirava all'Impero,
e v'era sollecitato dagli Italiani; e i vescovi Anselmo di Milano e
Valfondo di Cremona, scontenti d'una sovranità forestiera, formarono
una lega di principi e città, e muniti i varchi, alzarono per la prima
volta quel grido che fu poi echeggiato d'età in età, di liberarsi dai
Barbari (818). Con essi Bernardo passò di là dalle Alpi, ma presto
sconfitto, fu condannato a morte; e i due prelati, e i sacerdoti e i
grandi che gli ascoltarono, furono chiusi in prigioni o in monasteri.
Lotario, rimasto re d'Italia, trascinò i nostri nelle lunghe guerre
che contro del paese e dei fratelli menò per le spartizioni ripetute
dell'Impero. Succeduto poi al padre (813), nel trattato di Verdun
divise i possessi coi fratelli a seconda delle nazionalità, e non
pretendendo per sè alcuna supremazia che ne sminuisse l'indipendenza,
si piantò oltr'Alpe (844), e qui lasciò re il figlio Lodovico II.
Il regno d'Italia occupava la parte superiore della penisola, già
dominata dai Longobardi, e che allora prese il nome di Longobardia. Era
essa divisa in contadi, e già indicammo quali fossero le attribuzioni
dei conti, e quali i privilegi de' liberi, degli ecclesiastici, dei
Comuni, allora misti di varie cittadinanze per la concessione di Carlo
Magno: e sebbene sussistessero le apparenze longobarde, si estendevano
le maniere Franche del possedere e del giudicare, e dappertutto si
trovavano benefiziati e vassalli laici o ecclesiastici al modo salico.
Di fatto le leggi emanate dai primi Carolingi non facevano che compiere
il sistema del Magno, precisando i diritti e i doveri, frenando gli
usurpamenti dei baroni, mentre alle chiese si prodigavano franchigie
e privilegi. I re longobardi comandavano sull'intera nazione, e non
facevano guerra fuori del regno o ben di rado: i Franchi sì, e perciò
avevano bisogno di moltiplicare i vassalli proprj, coll'assegnar loro
dei feudi, cioè beni particolari, portanti l'obbligo del militare.
Eguagliati Longobardi e Romani col concedere anche a questi il
guidrigildo, i nostri ch'erano rimasi della stirpe antica, massime
nei paesi non occupati da Barbari, ottennero il diritto e l'obbligo di
portare le armi, cogli onori e colle prerogative che ne conseguitavano,
così qui pure fu dilatato l'uso de' benefizj o feudi, massime da che
i beni confiscati ai contumaci furono scompartiti tra i Franchi. I
grandi, possessori di quelli, vennero sempre meglio sottraendosi dal
dipendere dai re, e tanto più quanto questi erano meno robusti, e
sovente lontani. I vassalli maggiori non poteano essere spossessati dal
re, se non per cause prestabilite; anzi riuscirono a rendere ereditario
il possesso, lo che avvenne pure delle altre dignità. I piccoli
feudatarj, abbandonati di protezione, si sottomettevano a conti e
vescovi; i pochi liberi cercavano la tutela dei potenti, e di rendersi
vassalli, giacchè il feudo portava seco la giurisdizione.
Era nel sistema de' Franchi di concedere a qualche possesso la piena
giurisdizione, di modo che restasse disoggetto da ogni autorità se non
fosse la sovrana: per le quali _immunità_ veniva a sminuzzarsi il paese
quasi in tante signorie, quante erano giurisdizioni privilegiate, e
ponevansi le une a contrasto colle altre. Di questo passo i privilegi
delle persone e delle terre nobili si assodarono, formandosi una
classe, interposta fra il re e la plebe, qual non v'era nella Roma
antica; i re trattavano coi duchi e i conti, non più col popolo o coi
Comuni; gl'impieghi e le dignità non furono amovibili giacchè erano
annessi al possesso di terreni; gl'individui, privati di qualunque
rappresentanza, restavano in balìa dei signori.
Anche i papi, entrando a parte del sistema feudale, assodavano la
propria potenza temporale in bilancia colla regia; sicchè il clero,
i ricchi, i grandi erano mossi da interessi differenti da quelli del
re. Lodovico II (855), e come re d'Italia e come imperatore dopo la
morte del padre, dovette essere continuamente colle armi in pugno per
mantenere la superiorità Franca, e impedire lo sfasciamento cagionato
dalle immunità.
Carlo Magno avea lasciato a ciascun popolo la propria legge; ma ciò
valea pe' magnati; valea fors'anche per recuperare qualche proprietà
usurpata: realmente però e Romani e Longobardi e Salici restavano a
discrezione del feudatario, che non aveva chi lo frenasse ogniqualvolta
il suo interesse fosse in opposizione con quello del suddito.
I Capitolari emendavano o temperavano le leggi personali; e giacchè
tutti erano obbligati a seguir queste, parrebbe ne dovesse derivare una
grave confusione colle legislazioni preesistenti; ma vi metteva riparo
la grande loro semplicità, e il concordare esse ne' punti principali,
tutte autorizzando la schiavitù, tenendo la donna in perpetua tutela,
punendo gli oltraggi di parole, facendo compendiosi i giudizj, e spesso
ricorrendo alle prove di Dio. Durava pure la differenza di pene secondo
le persone offese, e l'uccidere un libero costava ducento soldi;
cento un servo o liberto della chiesa o del re; il triplo se ucciso in
chiesa; trecento se un suddiacono, quattrocento se diacono o monaco,
seicento se prete, novecento se vescovo[236]: il padrone paghi pel
servo o lo consegni all'offeso[237]: talora al servo si davano tante
sferzate, quanti soldi avria dovuto pagare[238]. Delle multe soleasi
attribuire due terzi al re, l'altro al conte[239]. Benchè continuasse
l'uso germanico di comporre i delitti a denaro, però introduceansi
anche pene corporali, mutilazione, ceppi, flagellazione, schiavitù a
tempo o perpetua, esiglio; i servi tondevansi; tagliavasi la mano allo
spergiuro, al falsatore di monete o di carte, a chi uccidesse il nemico
dopo giurata la pace[240]; morte a chi disertava, o ricusasse armarsi
per la patria, o facesse congiura[241].
De' Capitolari pubblicati specialmente per l'Italia, quello dato da
Corteolona nel pavese espressamente permise a tutti di seguire il
diritto longobardo: e anche le Romane vedove di Longobardi non erano
obbligate vivere colla legge del marito, ma poteano tornare alla
nativa. Speciale pure a noi era il divieto di combattere colle spade,
dovendo adoprarsi pei duelli giudiziarj il bastone e lo scudo, salvo i
casi d'infedeltà[242].
I pontefici continuavano cogl'imperatori in quella relazione mista di
dipendenza e di supremazia. Passato il primo bagliore degli applausi
e degli spettacoli da cui facilmente si lascia allucinare, il popolo
romano sgradì la rinnovazione dell'Impero, quasi ne andasse di mezzo
la propria indipendenza; onde alla morte di Carlo levò rumore. Leone
III fece cogliere i rei e condannare, ma questa a Lodovico il Pio
parve una lesione della sua sovranità: se non che spedito il nipote
Bernardo a prendere cognizione del caso, chiamossene soddisfatto, e
non solo confermò le donazioni anteriori, ma le crebbe[243]. Eppure
senza aspettare il consenso imperiale fu ordinato Stefano IV (816), che
però subito fece dal popolo giurare fedeltà a Lodovico il Pio, e mandò
scusarsene: poi in persona venne a Reims a coronarlo. L'imperatore
gli si prostrò dinanzi tre volte, e gli fece doni, al centuplo di
quei ch'esso papa avea recati da Roma[244]. E trovando colà molti
usciti fuori d'Italia per le offese recate a papa Leone, li perdonò
e ricondusse in patria; corteggio degno di un pontefice. Al morir
di quello, il popolo romano elesse Pasquale (817) senza attendere la
sanzione di Lodovico che se ne lagnò. Pasquale incoronò l'imperatore
Lotario; ma appena partito questo, due uffiziali della chiesa romana,
che se n'erano mostrati fervorosi, furono uccisi; e venuti commissarj
imperiali a chiedere ragione del fatto, il papa con trentaquattro
vescovi giurossene innocente.
Avendo la fazione aristocratica portato al seggio Eugenio II (824),
Lotario, sceso a Roma per posare le turbolenze, prescrisse il popolo
giurasse fedeltà all'imperatore, salvo quella dovuta al papa, il quale
avesse ad eleggersi secondo i canoni, davanti ai messi dell'imperatore
e col consenso di questo. Ciò non ostante Valentino fu intronizzato
senz'aspettarlo (827); ma essendo morto in capo a quaranta giorni,
Gregorio IV fu eletto con rito più regolare. Donde appare una diversità
di pretensioni; un diritto che gl'imperatori si arrogavano e il
popolo non riconosceva; nè sembra fosse impacciata l'elezione libera
dal richiedersi il consenso imperiale prima della consacrazione.
Biblioteche intere si scrissero su tal proposito, quando ancora le
ragioni e gli esempj precedenti aveano qualche peso sulle decisioni
politiche, anzichè serbarle solo all'onnipotenza del cannone.
Sergio II fu ancora investito (844) senza dipendere dall'imperatore,
il quale per isdegno di ciò spedì Lodovico suo figlio a devastare il
dominio romano. L'esercito di lui mise a sangue e spavento le città
pontifizie: il papa gli mandò incontro tutti i magistrati e le scuole
della milizia: egli stesso accolse Lodovico al Vaticano, e menatolo
alle porte della basilica ch'erano chiuse, gli domandò se venisse con
intenzione amica, nel qual caso le avrebbe fatte aprire; se no, no.
Sulla sua promessa, gli fu aperto, e unto re d'Italia: i suoi soldati
però lasciaronsi fuor di città, dove mandarono a preda la campagna e i
borghi, a gara coi Longobardi di Benevento ch'erano venuti a ossequiare
il papa e il re. Ciò non tolse che i Romani, senza aspettare assenso
dell'imperatore, eleggessero il nuovo papa Leone IV (847).
Era dunque un conflitto universale dei poteri nuovi cogli antichi,
degli imperatori coi papi, coi grandi feudatarj, coll'aristocrazia
militare, coll'aristocrazia ecclesiastica. Questo tempestare di
fazioni, questo sminuzzamento di Stati assicurava l'impunità al
ribaldo, che sottraevasi al castigo col rifuggire sul territorio del
vicino o sull'immune, cioè su quello che aveva ottenuta od usurpata
una giurisdizione propria, indipendente da ogn'altra. Queste immunità
medesime partorivano interminabili dissidj tra conti, vescovi,
monasteri, mentre i signori rimbaldanzivano, ed il potere ogni voglia
toglieva al vizio persin la vergogna. Re, papi, duchi non valevano a
frenare gente siffatta, se non col rendersi tiranni e adoperare astuzia
e forza; sicchè in quello stadio sociale che possiamo intitolare della
feudalità, l'individuo patì enormemente, quanto sotto le tirannidi
antiche; e i secoli IX e X furono considerati come i più miserabili per
la specie umana.
Grazioso, arcivescovo di Ravenna, dotato o di spirito profetico
o di grande sagacia, poco dopo la morte di Carlo Magno prevedeva
gl'imminenti disastri, e gli esponeva sotto forme scritturali:
«L'Impero andrà a pezzi, per opera massimamente de' suoi cittadini,
e tra di essi fia guerra. La metropoli del mondo sarà assediata,
i nemici la calpesteranno, e d'ogni parte s'insorgerà contro di
essa, ed essa fia data alla devastazione. Stranieri rapiranno le
spoglie delle città vicine, e profaneranno le chiese de' santi, e
spoglieranno le tombe degli apostoli. E dai paesi occidentali uomini
sbarbati[245] accorreranno a sua difesa, ma ne faranno altrettanto
strapazzo. In quel tempo gitterà cruda fame e fiera mortalità; la
terra non darà più frutti, questa madre degli uomini ne diverrà
matrigna; e i Cristiani cadranno tributarj d'altri Cristiani, e nessuno
sentirà misericordia del suo prossimo. Di questa calamità fia segno
il divenire i sacerdoti ingordi ed orgogliosi; scompartiranno come
roba propria i tesori della Chiesa, e dopo gli ornamenti di questa,
dilapideranno anche i dominj: i monasteri andranno distrutti, i templi
disertati; i ministri del Signore rapiranno l'incenso dal santo
altare, e più non adempiranno al loro ministero... E venendo sulla
marina, sconosciute nazioni scanneranno i Cristiani, devasteranno
le campagne; chi campò da morte rimarrà schiavo, e i nobili romani
passeranno cattivi in terra straniera. Roma sarà saccheggiata per le
sue ricchezze e consunta dall'incendio. La stirpe di Agar si affaccerà
dall'Oriente a dilapidare le città marittime, e non si troverà persona
per respingerla; avvegnachè in tutti i paesi della terra i re saranno
indegni ed oppressori dei sudditi. L'impero dei Franchi perirà, e sul
trono imperiale sederanno i re; ed ogni cosa volgerà in peggio, e i
servi prevarranno ai padroni, e ciascuno si confiderà nella propria
spada. Più non resterà memoria delle antiche istituzioni, e ognuno
fia che cammini per le strade dell'empietà, dimenticata la giustizia,
pervertiti i giudizj».
Sono queste sciagure, che noi dovremo svolgere di sotto alle
raffagottate narrazioni di incoltissimi cronisti.
Il regno d'Italia era dunque costituito dei paesi fra l'Alpi e il
Po, oltre Parma, Modena, Lucca, la Toscana, l'Istria. L'esarcato di
Ravenna apparteneva ai papi, ai quali, oltre la donazione del vecchio
Pepino, fu assegnato quel che dicevasi Patrimonio di san Pietro,
da Clusio, la Sabina e il Lazio, sino a Fondi e a Sora; questa, già
appartenente al ducato di Spoleto, conservò costituzione propria alla
longobarda, con duchi eletti dal pontefice, e scultasci, scabini e
minori uffiziali, scelti secondo le forme longobarde. Le municipalità
antiche duravano nel restante dominio della Chiesa, e molto vi poteano
le sopravvissute famiglie consolari, senatorie o patrizie; ma i duci e
gli altri magistrati erano di nomina del papa. I papi non riconosceano
veruna supremazia dei re d'Italia, se non quando gli avessero coronati
imperatori.
Al mezzodì i Greci dominavano Napoli, Gaeta, Sorrento, Amalfi poco più
che di nome, e spedivano governatori a Bari, ad Otranto, alla Calabria,
al lembo orientale della Sicilia; ma, attesi i continui attacchi de'
Longobardi meridionali, non poteano conservarle che col crescerne le
franchigie, donde venne poi l'intera loro emancipazione.
Alcuni ducati già fin d'allora erano potenti o presto divennero. Quello
del Friuli, costituito per difendere l'Italia contro gli Slavi, si
estendeva sull'Istria e la Marca Trevisana; i re trovandolo troppo
poderoso, lo spartirono in quattro contadi, che forse erano Treviso,
Cividale di Belluno, Padova, Vicenza, ma presto furono ricongiunti.
Succedevano, fra la marca di Carniola e il lago di Garda, i grandi
feudi di Trento, Verona, Aquileja. Il marchesato d'Ivrea, posto dai
Longobardi come barriera ai Franchi, allargavasi sul Piemonte e sul
Monferrato: il ducato di Susa era posseduto dai dinasti di Savoja:
fra gli Appennini, l'Alpi Marittime e il Po trovavasi quel del Vasto;
quel del Monferrato tra il Po, gli Appennini, il Tànaro e Tortona,
e di mezzo ai predetti il contado d'Asti. In Lombardia, Milano,
Vercelli, Novara, Como, Bergamo, Brescia, Cremona, Pavia sulla sinistra
del Po, e sulla destra Tortona; Parma, Piacenza formavano contadi
distinti, spesso investiti ai vescovi delle stesse città. I marchesi
di Toscana[246], che trassero a sè anche il ducato di Lucca, si erano
segnalati sotto Lodovico Pio, poi nel difendere Sardegna e Corsica dai
Saracini. Quasi tutte le città ad oriente del Lazio ed al nord-ovest
della Toscana da Ferrara a Pèsaro costituivano altrettanti ducati,
amministrati dai vescovi. Al sud della Romagna, fra la catena centrale
degli Appennini e l'Adriatico, da Pèsaro ad Osimo incontravasi il
marchesato di Guarnerio; da Osimo alla Pescàra, quel di Camerino o di
Fermo; e di là a Trivento, quel di Teate.
Faceva cosa a parte la Lombardia meridionale. I duchi di Spoleto
che tenevano anche il marchesato di Camerino, reluttavano sempre
ai papi e agl'imperatori, perciò attenti a toglier loro il diritto
patrimoniale. Viepiù poteano i principi di Benevento, i quali, già
a fatica frenati da Carlo Magno, a baldanza adoprarono co' suoi
successori. A questi tributavano venticinquemila soldi d'oro; ma mentre
prima, per trasmettere il dominio ai figli, procuravano l'assenso del
re longobardo, dappoi se ne emanciparono, ed erano eletti da liberi
longobardi e dagli uffiziali del principe; fomite di discordie,
combattendo ora per l'ambizione, ora per l'indipendenza: e mentre il
paese era disputato fra emiri saracini, duci napoletani, stratigoti
greci, messi papali, nobili romani, crescevano in forza, e già si erano
impadroniti di Salerno, ed aspiravano a dominare sui due golfi separati
dal promontorio di Minerva.
Grimoaldo IV, principe di Benevento (803), lottò sempre con re Pepino,
e gli diceva: — Libero sono e sempre sarò, se Dio m'ajuta»[247]; menò
continue guerre, prese molte rôcche, e vantavasi d'aver fiaccato le
forze dei Franchi. Ma continua opposizione ebbe da una partita di
nobili, avversa all'elezione sua: ricoverò Sicone duca longobardo di
Spoleto, cacciatone perchè nemico ai Franchi; ma costui lo ricambiò
coll'assassinarlo (827), e gli successe. A Sicone ricorse Teodoro duca
greco di Napoli, espulso da una fazione; ed esso l'ajutò ad assediare
quella città, antico desiderio de' principi beneventani: ma quando
già stava per entrarvi, il duca Stefano eccitò i Napoletani a rompere
l'accordo, e sagrificò la propria vita, ma Napoli fu salva, nè Sicone
potè conseguire che un tributo. Poichè neppur questo pagavasi, Sicardo
suo successore tornò ad assalirla (833); e, grand'incettatore di
reliquie com'era, tolse quelle di san Gennaro a Napoli, a Lipari quelle
di san Bartolomeo, e per aver quelle di santa Trifomene indisse guerra
agli Amalfitani. Ben presto i sudditi si rivoltano, sostituendogli il
suo tesoriere Radelgiso (840): ma i Salernitani disdicono obbedienza
a questo; travestiti da mercadanti, chiedono alloggio al castello di
Tàranto ove stava prigione Siconolfo fratello di Sicardo, e liberatolo,
il gridano principe. Anche il conte di Capua, vistosi insidiato da
Radelgiso, fortifica la propria città, si allea con Siconolfo, e subito
il seguono i conti di Consa e d'Acerenza. Per tal modo dal beneventano
si staccarono i principi di Salerno e i conti di Capua, recandosi
guerra incessante. Radelgiso con ventiduemila armati assale Salerno, ma
Siconolfo lo sbaraglia, indi assalta Benevento; ma quivi trova vigorosa
resistenza.