CAPITOLO LXX.

Regno d'Italia. Condizione degli Italiani sotto i primi Carolingi.

Un Governo stabilito pel pubblico bene, diretto alla pace del paese, al

pareggiamento di tutti i cittadini, all'agevole vigoria della legge,

alla maggior dignità degli uomini, a cancellare il ricordo della

conquista e le cause della guerra, può col tempo legittimare anche

l'invasione di un popolo forestiero, e all'odio derivato dalle prime

violenze surrogare quella docilità, che finisce coll'uniformare la

volontà de' vinti a quella de' vincitori. Tale non era stato quello de'

Longobardi; onde perì senza resistenza nè compianto. I vinti italiani

credettero risorgesse la loro grandezza quando si rinnovarono i nomi

d'Impero e di popolo romano: e realmente coll'assidersi sul trono de'

Cesari un re dei Barbari, questi venivano ad affratellare a sè la gente

romana, e vincitori e vinti non aveano più che un capo solo. Laonde, in

un famoso Capitolare dell'801, Carlo Magno s'intitolava _imperatore e

console_, cioè ripristinava in lor condizione i Romani; e gloriavasi di

aver reso giustizia a ciascuno secondo la legge propria, Romani fossero

o Longobardi o Franchi.

Che i Romani spossessati dai Longobardi rientrassero nei loro averi

e nei diritti degli avi, non abbiamo titoli a crederlo: forse il

vincitore avea combattuto pel loro restauramento? ma d'altra parte non

v'era ragione perchè questo prediligesse i Longobardi; talchè ai Romani

ridotti aldj erano tolti gli ostacoli per entrare nella condizione

de' Barbari. Quanto ai Romani non prima soggiogati, il nuovo vincitore

cessava di considerarli per forestieri nè diminuiti del capo; ed anche

per la loro vita si stabiliva un guidrigildo, talchè il Longobardo

uccisore d'un nostro dovesse pagare il compenso legale.

Alla romana e col nome italico aveano continuato a regolarsi le città

dove Goti e Longobardi non erano penetrati o per poco. Ma gl'imperatori

di Costantinopoli non poteano da così lontano, o non curavano mandar

sempre governatori; i casi spesso interrompevano la comunicazione

coll'esarca di Ravenna: laonde esse provvidero al governo e alla

difesa propria, adoperandovi il denaro che soleano dare per tributo.

Così que' municipj trassero in propria mano l'erario, l'esercito,

l'amministrazione civile e giudiziale, insomma di fatto una civile

libertà. Verso l'890 Leone VI imperatore abolì il nome di console,

poi anche le curie, come istituzioni da gran pezza invecchiate, e

d'altra parte inutili dacchè tutto restava affidato alla sollecitudine

dell'imperatore[233]: ma a quel tempo già era così lentato il legame

fra le città nostre e l'impero orientale, che le cure qui durarono,

benchè modificate. Si avevano il senato e il _pater civitatis_ eletto

dal popolo, ma sparvero i _defensores_ e i _magistratus_; l'esarca

poi o il papa nominavano agl'impieghi civili e militari. I due poteri

rimasero distinti anche nell'amministrazione della giustizia, da un

lato quella dei duci, dall'altro quella dei dativi o giudici, benchè

talora le due qualifiche si unissero nella stessa persona.

Le città furono prese più volte, più volte si liberarono forse da

se medesime; e la parte nazionale era fiancheggiata dai vescovi,

avversissimi a' Longobardi, e provvisti di ricchezze e potenza. Fin

d'allora vediamo esse città portar guerra una all'altra, e i vescovi

contro i papi o gli esarchi: tutti sintomi di vita indipendente. Per

duce, in luogo di quello che gli Orientali deputavano qui, eleggevasi

un cittadino; onde i Greci, mentre scapitavano più sempre in dignità,

divenivano causa od incentivo che si svegliassero in Italia le virtù

repubblicane, e l'uomo tornasse alla dignità ed ai beni che sogliono

esserne conseguenza. Viepiù nelle città marittime, sotto il nome

del greco impero germogliava la libertà, confaciente a popoli che,

avvezzi alla indipendenza del mare, mal sanno in terra acconciarsi al

despotismo.

Colla nuova civiltà mal si combinano le grandi aggregazioni di popolo,

anzi prevale l'esistenza indipendente di ciascuno. L'estesissimo impero

di Carlo Magno non resse dacchè manca la sua mano robusta; e le nazioni

ch'egli avea strette insieme, rimbalzarono tosto che dall'instancabile

volontà di lui non trasse più vigore la complicata amministrazione cui

le avea sottoposte; e tutto andò spartito in tante signorie, quanti

erano i popoli, con leggi proprie, e con effettiva indipendenza sotto

una nominale subordinazione.

L'Italia, che pareva anch'essa dover venire assorbita in quel grande

accentramento, ne restò distinta, ma sbranata in moltissime signorie;

e i nostri re valeano poco meglio di qualunque altro de' possessori

di grandi feudi, fossero signori longobardi qui sopravanzati, o nuovi

pòstivi dai Franchi; e dei prelati che, a modo del clero di Francia e

di Germania, mescevansi della politica; e che tutti mal s'acconciavano

al regolato governo istituito dal Magno.

Pepino re d'Italia sedeva in Pavia, non però distaccato dall'Impero;

tanto che Carlo Magno, a lui scrivendo nell'807, s'intitola ancora

re dei Longobardi, e gli trasmette ordini[234]. Sinchè fanciullo,

ebbe per tutore Wala, poi per consigliere e ministro sant'Adalardo

abate di Corbia, che amava la giustizia senza distinguere persone nè

ricever regali; i prepotenti che angariavano il popolo, represse; e

dicevasi esser non uomo ma angelo. Papa Leone III l'ebbe famigliare,

e — Se mi fossi ingannato nel credere ad esso, a niun Francese mai più

crederei»[235].

Morto Pepino giovanissimo (810), Carlo Magno gli sostituì il figlio

Bernardo: ma come il Magno morì, Lodovico Pio, suo successore, stabilì

dividere il regno tra' proprj figliuoli (817), e a Lotario primogenito

col titolo imperiale assegnò l'Italia, e primazia sovra i fratelli.

Se l'ebbe a male Bernardo, che come re d'Italia aspirava all'Impero,

e v'era sollecitato dagli Italiani; e i vescovi Anselmo di Milano e

Valfondo di Cremona, scontenti d'una sovranità forestiera, formarono

una lega di principi e città, e muniti i varchi, alzarono per la prima

volta quel grido che fu poi echeggiato d'età in età, di liberarsi dai

Barbari (818). Con essi Bernardo passò di là dalle Alpi, ma presto

sconfitto, fu condannato a morte; e i due prelati, e i sacerdoti e i

grandi che gli ascoltarono, furono chiusi in prigioni o in monasteri.

Lotario, rimasto re d'Italia, trascinò i nostri nelle lunghe guerre

che contro del paese e dei fratelli menò per le spartizioni ripetute

dell'Impero. Succeduto poi al padre (813), nel trattato di Verdun

divise i possessi coi fratelli a seconda delle nazionalità, e non

pretendendo per sè alcuna supremazia che ne sminuisse l'indipendenza,

si piantò oltr'Alpe (844), e qui lasciò re il figlio Lodovico II.

Il regno d'Italia occupava la parte superiore della penisola, già

dominata dai Longobardi, e che allora prese il nome di Longobardia. Era

essa divisa in contadi, e già indicammo quali fossero le attribuzioni

dei conti, e quali i privilegi de' liberi, degli ecclesiastici, dei

Comuni, allora misti di varie cittadinanze per la concessione di Carlo

Magno: e sebbene sussistessero le apparenze longobarde, si estendevano

le maniere Franche del possedere e del giudicare, e dappertutto si

trovavano benefiziati e vassalli laici o ecclesiastici al modo salico.

Di fatto le leggi emanate dai primi Carolingi non facevano che compiere

il sistema del Magno, precisando i diritti e i doveri, frenando gli

usurpamenti dei baroni, mentre alle chiese si prodigavano franchigie

e privilegi. I re longobardi comandavano sull'intera nazione, e non

facevano guerra fuori del regno o ben di rado: i Franchi sì, e perciò

avevano bisogno di moltiplicare i vassalli proprj, coll'assegnar loro

dei feudi, cioè beni particolari, portanti l'obbligo del militare.

Eguagliati Longobardi e Romani col concedere anche a questi il

guidrigildo, i nostri ch'erano rimasi della stirpe antica, massime

nei paesi non occupati da Barbari, ottennero il diritto e l'obbligo di

portare le armi, cogli onori e colle prerogative che ne conseguitavano,

così qui pure fu dilatato l'uso de' benefizj o feudi, massime da che

i beni confiscati ai contumaci furono scompartiti tra i Franchi. I

grandi, possessori di quelli, vennero sempre meglio sottraendosi dal

dipendere dai re, e tanto più quanto questi erano meno robusti, e

sovente lontani. I vassalli maggiori non poteano essere spossessati dal

re, se non per cause prestabilite; anzi riuscirono a rendere ereditario

il possesso, lo che avvenne pure delle altre dignità. I piccoli

feudatarj, abbandonati di protezione, si sottomettevano a conti e

vescovi; i pochi liberi cercavano la tutela dei potenti, e di rendersi

vassalli, giacchè il feudo portava seco la giurisdizione.

Era nel sistema de' Franchi di concedere a qualche possesso la piena

giurisdizione, di modo che restasse disoggetto da ogni autorità se non

fosse la sovrana: per le quali _immunità_ veniva a sminuzzarsi il paese

quasi in tante signorie, quante erano giurisdizioni privilegiate, e

ponevansi le une a contrasto colle altre. Di questo passo i privilegi

delle persone e delle terre nobili si assodarono, formandosi una

classe, interposta fra il re e la plebe, qual non v'era nella Roma

antica; i re trattavano coi duchi e i conti, non più col popolo o coi

Comuni; gl'impieghi e le dignità non furono amovibili giacchè erano

annessi al possesso di terreni; gl'individui, privati di qualunque

rappresentanza, restavano in balìa dei signori.

Anche i papi, entrando a parte del sistema feudale, assodavano la

propria potenza temporale in bilancia colla regia; sicchè il clero,

i ricchi, i grandi erano mossi da interessi differenti da quelli del

re. Lodovico II (855), e come re d'Italia e come imperatore dopo la

morte del padre, dovette essere continuamente colle armi in pugno per

mantenere la superiorità Franca, e impedire lo sfasciamento cagionato

dalle immunità.

Carlo Magno avea lasciato a ciascun popolo la propria legge; ma ciò

valea pe' magnati; valea fors'anche per recuperare qualche proprietà

usurpata: realmente però e Romani e Longobardi e Salici restavano a

discrezione del feudatario, che non aveva chi lo frenasse ogniqualvolta

il suo interesse fosse in opposizione con quello del suddito.

I Capitolari emendavano o temperavano le leggi personali; e giacchè

tutti erano obbligati a seguir queste, parrebbe ne dovesse derivare una

grave confusione colle legislazioni preesistenti; ma vi metteva riparo

la grande loro semplicità, e il concordare esse ne' punti principali,

tutte autorizzando la schiavitù, tenendo la donna in perpetua tutela,

punendo gli oltraggi di parole, facendo compendiosi i giudizj, e spesso

ricorrendo alle prove di Dio. Durava pure la differenza di pene secondo

le persone offese, e l'uccidere un libero costava ducento soldi;

cento un servo o liberto della chiesa o del re; il triplo se ucciso in

chiesa; trecento se un suddiacono, quattrocento se diacono o monaco,

seicento se prete, novecento se vescovo[236]: il padrone paghi pel

servo o lo consegni all'offeso[237]: talora al servo si davano tante

sferzate, quanti soldi avria dovuto pagare[238]. Delle multe soleasi

attribuire due terzi al re, l'altro al conte[239]. Benchè continuasse

l'uso germanico di comporre i delitti a denaro, però introduceansi

anche pene corporali, mutilazione, ceppi, flagellazione, schiavitù a

tempo o perpetua, esiglio; i servi tondevansi; tagliavasi la mano allo

spergiuro, al falsatore di monete o di carte, a chi uccidesse il nemico

dopo giurata la pace[240]; morte a chi disertava, o ricusasse armarsi

per la patria, o facesse congiura[241].

De' Capitolari pubblicati specialmente per l'Italia, quello dato da

Corteolona nel pavese espressamente permise a tutti di seguire il

diritto longobardo: e anche le Romane vedove di Longobardi non erano

obbligate vivere colla legge del marito, ma poteano tornare alla

nativa. Speciale pure a noi era il divieto di combattere colle spade,

dovendo adoprarsi pei duelli giudiziarj il bastone e lo scudo, salvo i

casi d'infedeltà[242].

I pontefici continuavano cogl'imperatori in quella relazione mista di

dipendenza e di supremazia. Passato il primo bagliore degli applausi

e degli spettacoli da cui facilmente si lascia allucinare, il popolo

romano sgradì la rinnovazione dell'Impero, quasi ne andasse di mezzo

la propria indipendenza; onde alla morte di Carlo levò rumore. Leone

III fece cogliere i rei e condannare, ma questa a Lodovico il Pio

parve una lesione della sua sovranità: se non che spedito il nipote

Bernardo a prendere cognizione del caso, chiamossene soddisfatto, e

non solo confermò le donazioni anteriori, ma le crebbe[243]. Eppure

senza aspettare il consenso imperiale fu ordinato Stefano IV (816), che

però subito fece dal popolo giurare fedeltà a Lodovico il Pio, e mandò

scusarsene: poi in persona venne a Reims a coronarlo. L'imperatore

gli si prostrò dinanzi tre volte, e gli fece doni, al centuplo di

quei ch'esso papa avea recati da Roma[244]. E trovando colà molti

usciti fuori d'Italia per le offese recate a papa Leone, li perdonò

e ricondusse in patria; corteggio degno di un pontefice. Al morir

di quello, il popolo romano elesse Pasquale (817) senza attendere la

sanzione di Lodovico che se ne lagnò. Pasquale incoronò l'imperatore

Lotario; ma appena partito questo, due uffiziali della chiesa romana,

che se n'erano mostrati fervorosi, furono uccisi; e venuti commissarj

imperiali a chiedere ragione del fatto, il papa con trentaquattro

vescovi giurossene innocente.

Avendo la fazione aristocratica portato al seggio Eugenio II (824),

Lotario, sceso a Roma per posare le turbolenze, prescrisse il popolo

giurasse fedeltà all'imperatore, salvo quella dovuta al papa, il quale

avesse ad eleggersi secondo i canoni, davanti ai messi dell'imperatore

e col consenso di questo. Ciò non ostante Valentino fu intronizzato

senz'aspettarlo (827); ma essendo morto in capo a quaranta giorni,

Gregorio IV fu eletto con rito più regolare. Donde appare una diversità

di pretensioni; un diritto che gl'imperatori si arrogavano e il

popolo non riconosceva; nè sembra fosse impacciata l'elezione libera

dal richiedersi il consenso imperiale prima della consacrazione.

Biblioteche intere si scrissero su tal proposito, quando ancora le

ragioni e gli esempj precedenti aveano qualche peso sulle decisioni

politiche, anzichè serbarle solo all'onnipotenza del cannone.

Sergio II fu ancora investito (844) senza dipendere dall'imperatore,

il quale per isdegno di ciò spedì Lodovico suo figlio a devastare il

dominio romano. L'esercito di lui mise a sangue e spavento le città

pontifizie: il papa gli mandò incontro tutti i magistrati e le scuole

della milizia: egli stesso accolse Lodovico al Vaticano, e menatolo

alle porte della basilica ch'erano chiuse, gli domandò se venisse con

intenzione amica, nel qual caso le avrebbe fatte aprire; se no, no.

Sulla sua promessa, gli fu aperto, e unto re d'Italia: i suoi soldati

però lasciaronsi fuor di città, dove mandarono a preda la campagna e i

borghi, a gara coi Longobardi di Benevento ch'erano venuti a ossequiare

il papa e il re. Ciò non tolse che i Romani, senza aspettare assenso

dell'imperatore, eleggessero il nuovo papa Leone IV (847).

Era dunque un conflitto universale dei poteri nuovi cogli antichi,

degli imperatori coi papi, coi grandi feudatarj, coll'aristocrazia

militare, coll'aristocrazia ecclesiastica. Questo tempestare di

fazioni, questo sminuzzamento di Stati assicurava l'impunità al

ribaldo, che sottraevasi al castigo col rifuggire sul territorio del

vicino o sull'immune, cioè su quello che aveva ottenuta od usurpata

una giurisdizione propria, indipendente da ogn'altra. Queste immunità

medesime partorivano interminabili dissidj tra conti, vescovi,

monasteri, mentre i signori rimbaldanzivano, ed il potere ogni voglia

toglieva al vizio persin la vergogna. Re, papi, duchi non valevano a

frenare gente siffatta, se non col rendersi tiranni e adoperare astuzia

e forza; sicchè in quello stadio sociale che possiamo intitolare della

feudalità, l'individuo patì enormemente, quanto sotto le tirannidi

antiche; e i secoli IX e X furono considerati come i più miserabili per

la specie umana.

Grazioso, arcivescovo di Ravenna, dotato o di spirito profetico

o di grande sagacia, poco dopo la morte di Carlo Magno prevedeva

gl'imminenti disastri, e gli esponeva sotto forme scritturali:

«L'Impero andrà a pezzi, per opera massimamente de' suoi cittadini,

e tra di essi fia guerra. La metropoli del mondo sarà assediata,

i nemici la calpesteranno, e d'ogni parte s'insorgerà contro di

essa, ed essa fia data alla devastazione. Stranieri rapiranno le

spoglie delle città vicine, e profaneranno le chiese de' santi, e

spoglieranno le tombe degli apostoli. E dai paesi occidentali uomini

sbarbati[245] accorreranno a sua difesa, ma ne faranno altrettanto

strapazzo. In quel tempo gitterà cruda fame e fiera mortalità; la

terra non darà più frutti, questa madre degli uomini ne diverrà

matrigna; e i Cristiani cadranno tributarj d'altri Cristiani, e nessuno

sentirà misericordia del suo prossimo. Di questa calamità fia segno

il divenire i sacerdoti ingordi ed orgogliosi; scompartiranno come

roba propria i tesori della Chiesa, e dopo gli ornamenti di questa,

dilapideranno anche i dominj: i monasteri andranno distrutti, i templi

disertati; i ministri del Signore rapiranno l'incenso dal santo

altare, e più non adempiranno al loro ministero... E venendo sulla

marina, sconosciute nazioni scanneranno i Cristiani, devasteranno

le campagne; chi campò da morte rimarrà schiavo, e i nobili romani

passeranno cattivi in terra straniera. Roma sarà saccheggiata per le

sue ricchezze e consunta dall'incendio. La stirpe di Agar si affaccerà

dall'Oriente a dilapidare le città marittime, e non si troverà persona

per respingerla; avvegnachè in tutti i paesi della terra i re saranno

indegni ed oppressori dei sudditi. L'impero dei Franchi perirà, e sul

trono imperiale sederanno i re; ed ogni cosa volgerà in peggio, e i

servi prevarranno ai padroni, e ciascuno si confiderà nella propria

spada. Più non resterà memoria delle antiche istituzioni, e ognuno

fia che cammini per le strade dell'empietà, dimenticata la giustizia,

pervertiti i giudizj».

Sono queste sciagure, che noi dovremo svolgere di sotto alle

raffagottate narrazioni di incoltissimi cronisti.

Il regno d'Italia era dunque costituito dei paesi fra l'Alpi e il

Po, oltre Parma, Modena, Lucca, la Toscana, l'Istria. L'esarcato di

Ravenna apparteneva ai papi, ai quali, oltre la donazione del vecchio

Pepino, fu assegnato quel che dicevasi Patrimonio di san Pietro,

da Clusio, la Sabina e il Lazio, sino a Fondi e a Sora; questa, già

appartenente al ducato di Spoleto, conservò costituzione propria alla

longobarda, con duchi eletti dal pontefice, e scultasci, scabini e

minori uffiziali, scelti secondo le forme longobarde. Le municipalità

antiche duravano nel restante dominio della Chiesa, e molto vi poteano

le sopravvissute famiglie consolari, senatorie o patrizie; ma i duci e

gli altri magistrati erano di nomina del papa. I papi non riconosceano

veruna supremazia dei re d'Italia, se non quando gli avessero coronati

imperatori.

Al mezzodì i Greci dominavano Napoli, Gaeta, Sorrento, Amalfi poco più

che di nome, e spedivano governatori a Bari, ad Otranto, alla Calabria,

al lembo orientale della Sicilia; ma, attesi i continui attacchi de'

Longobardi meridionali, non poteano conservarle che col crescerne le

franchigie, donde venne poi l'intera loro emancipazione.

Alcuni ducati già fin d'allora erano potenti o presto divennero. Quello

del Friuli, costituito per difendere l'Italia contro gli Slavi, si

estendeva sull'Istria e la Marca Trevisana; i re trovandolo troppo

poderoso, lo spartirono in quattro contadi, che forse erano Treviso,

Cividale di Belluno, Padova, Vicenza, ma presto furono ricongiunti.

Succedevano, fra la marca di Carniola e il lago di Garda, i grandi

feudi di Trento, Verona, Aquileja. Il marchesato d'Ivrea, posto dai

Longobardi come barriera ai Franchi, allargavasi sul Piemonte e sul

Monferrato: il ducato di Susa era posseduto dai dinasti di Savoja:

fra gli Appennini, l'Alpi Marittime e il Po trovavasi quel del Vasto;

quel del Monferrato tra il Po, gli Appennini, il Tànaro e Tortona,

e di mezzo ai predetti il contado d'Asti. In Lombardia, Milano,

Vercelli, Novara, Como, Bergamo, Brescia, Cremona, Pavia sulla sinistra

del Po, e sulla destra Tortona; Parma, Piacenza formavano contadi

distinti, spesso investiti ai vescovi delle stesse città. I marchesi

di Toscana[246], che trassero a sè anche il ducato di Lucca, si erano

segnalati sotto Lodovico Pio, poi nel difendere Sardegna e Corsica dai

Saracini. Quasi tutte le città ad oriente del Lazio ed al nord-ovest

della Toscana da Ferrara a Pèsaro costituivano altrettanti ducati,

amministrati dai vescovi. Al sud della Romagna, fra la catena centrale

degli Appennini e l'Adriatico, da Pèsaro ad Osimo incontravasi il

marchesato di Guarnerio; da Osimo alla Pescàra, quel di Camerino o di

Fermo; e di là a Trivento, quel di Teate.

Faceva cosa a parte la Lombardia meridionale. I duchi di Spoleto

che tenevano anche il marchesato di Camerino, reluttavano sempre

ai papi e agl'imperatori, perciò attenti a toglier loro il diritto

patrimoniale. Viepiù poteano i principi di Benevento, i quali, già

a fatica frenati da Carlo Magno, a baldanza adoprarono co' suoi

successori. A questi tributavano venticinquemila soldi d'oro; ma mentre

prima, per trasmettere il dominio ai figli, procuravano l'assenso del

re longobardo, dappoi se ne emanciparono, ed erano eletti da liberi

longobardi e dagli uffiziali del principe; fomite di discordie,

combattendo ora per l'ambizione, ora per l'indipendenza: e mentre il

paese era disputato fra emiri saracini, duci napoletani, stratigoti

greci, messi papali, nobili romani, crescevano in forza, e già si erano

impadroniti di Salerno, ed aspiravano a dominare sui due golfi separati

dal promontorio di Minerva.

Grimoaldo IV, principe di Benevento (803), lottò sempre con re Pepino,

e gli diceva: — Libero sono e sempre sarò, se Dio m'ajuta»[247]; menò

continue guerre, prese molte rôcche, e vantavasi d'aver fiaccato le

forze dei Franchi. Ma continua opposizione ebbe da una partita di

nobili, avversa all'elezione sua: ricoverò Sicone duca longobardo di

Spoleto, cacciatone perchè nemico ai Franchi; ma costui lo ricambiò

coll'assassinarlo (827), e gli successe. A Sicone ricorse Teodoro duca

greco di Napoli, espulso da una fazione; ed esso l'ajutò ad assediare

quella città, antico desiderio de' principi beneventani: ma quando

già stava per entrarvi, il duca Stefano eccitò i Napoletani a rompere

l'accordo, e sagrificò la propria vita, ma Napoli fu salva, nè Sicone

potè conseguire che un tributo. Poichè neppur questo pagavasi, Sicardo

suo successore tornò ad assalirla (833); e, grand'incettatore di

reliquie com'era, tolse quelle di san Gennaro a Napoli, a Lipari quelle

di san Bartolomeo, e per aver quelle di santa Trifomene indisse guerra

agli Amalfitani. Ben presto i sudditi si rivoltano, sostituendogli il

suo tesoriere Radelgiso (840): ma i Salernitani disdicono obbedienza

a questo; travestiti da mercadanti, chiedono alloggio al castello di

Tàranto ove stava prigione Siconolfo fratello di Sicardo, e liberatolo,

il gridano principe. Anche il conte di Capua, vistosi insidiato da

Radelgiso, fortifica la propria città, si allea con Siconolfo, e subito

il seguono i conti di Consa e d'Acerenza. Per tal modo dal beneventano

si staccarono i principi di Salerno e i conti di Capua, recandosi

guerra incessante. Radelgiso con ventiduemila armati assale Salerno, ma

Siconolfo lo sbaraglia, indi assalta Benevento; ma quivi trova vigorosa

resistenza.

Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15) · 第 20 / 39 题