La Chiesa in relazione coi popoli e coi nuovi dominj. San Benedetto e i
monaci.
Il lettore ha potuto avvedersi dell'importanza che, nella civiltà
nuova, acquistava una potestà tutta morale, costituita sopra la
convinzione, la riconoscenza, il sentimento; vogliam dire la potestà
ecclesiastica. Noi dovremo lungamente occuparcene, e tanto più per la
somma parte che ebbe nelle vicende dell'Italia dove teneva la sede, e
a cui conservava quella centralità e quella supremazia, donde sarebbe
scaduta allo sfasciarsi dell'imperio romano.
I miracolosi primordj suoi, e come si fosse introdotta nel civile
ordinamento, abbiam divisato. Gl'imperatori, che fin a Graziano
seguirono a intitolarsi pontefici massimi, come tali avocarono a sè
molti diritti, che da principio la Chiesa esercitava quale società non
autorata: laonde, benchè indipendente nell'interno, nell'esteriore
essa appariva subordinata; l'imperatore interveniva a tutto; per
tutto chiedevasi il suo assenso; egli dirigere col comando o colla
raccomandazione i vescovi, egli confermarli, egli convocar concilj,
egli assistervi, egli decidere perfino delle materie in essi trattate,
e ordinare l'esecuzione dei loro decreti; talmente il Governo rimaneva
pagano anche dopo convertiti i principi. Eppure quell'assenso, questa
conferma attestavano la forza acquistata dalla Chiesa, le sue conquiste
più che la suggezione.
Poi via via che il potere temporale fiaccavasi, l'ecclesiastico
s'assodava: e collo sciogliersi dell'Impero la Chiesa occidentale,
rimasta in piedi nella ruina universale, dismesse le abitudini di
servilità e sola avendo elementi di durata nello sfasciamento di tutte
l'altre istituzioni, raddoppiò di sforzi per abolire il vecchiume
pagano e educare i popoli nuovi. Nel fervore d'una recente missione,
colla usucapione più legittima assumeva quanto era abbandonato dallo
scoraggiamento de' laici; e robusta di gioventù, salda di convinzioni,
operante su tutta la vita, prevaleva alla decrepita romana. Unico
argine al torrente della forza materiale, a questo opponeva il concetto
d'una regola, d'una legge superiore alle umane; e francheggiava la
libertà della coscienza da sorde insidie e da aperte violenze.
Qual benefizio che alcun ordine rattenesse il generale scompiglio; che
alcuno parlasse a coloro, per cui Roma non aveva avuto che insulti
e paure! Preti inermi uscivano tra quelle orde, e col battesimo
ispiravano loro qualche idea di umanità, sospendevano la scimitarra
mostrando un fratello in quello al cui capo era vibrata; senza
interesse nè speranze terrene, confortante spettacolo, si diffondeano
dappertutto, e collegavano i popoli alla Chiesa per via della carità;
parola intesa dal popolo che vi riconosce una virtù più che umana;
parola che fa amare la religione da cui è ispirata.
Il Barbaro, che gli avea veduti affrontare oscuri pericoli per
annunziargli la verità fra le selve natìe, li trovava poi dinanzi alle
città assalite per proteggerle colla croce, o accanto al prigioniero,
al ferito, all'oppresso, per alleviarne le sofferenze; gli udiva
parlare in nome di una potenza superiore agli odj e inattaccabile dalla
forza.
Nè dalla forza poteano esser domiti que' conquistatori, avvezzi a tutto
spezzare colle mazze ferrate; non poteano essere inciviliti da una
letteratura che disprezzavano o non comprendevano: ma ecco farsi loro
incontro il clero, sfolgorante della pompa che tanto può sulle rozze
fantasie, con una gerarchia salda e concorde, con una fede che non
chiedeva sottigliezze di ragionamenti, ma imponeva credenze semplici,
e restava confermata da una morale, la cui santità essi doveano
sentire anche violandola; un clero, ordine nuovo superiore, cernito
fra tutti gli altri, senza distinzione da libero a schiavo, da romano
a barbaro, che non opponeva armi ma discorsi, non irritante vilipendio
ma commoventi persuasioni, e in nome di Dio intimava cessassero di
sterminare gli uomini, perchè _guai a chi disprezza un solo de' più
piccoli!_ Mentre rialzava i vinti al cospetto de' vincitori, anche
a questo esso prestava servigi; interponevasi come mediatore utile
ad entrambe le parti; co' suoi privilegi, coi benefizj, fin colle
usurpazioni contribuiva a sminuire i dolori sulla terra, a difendere
l'uomo contro la debolezza o la passione propria, a migliorare la vita
sociale e la domestica.
Persino le pie leggende istillavano compassione e rispetto alle vite,
siccome quelle che già vedemmo relative ad Attila, Alarico, Odoacre.
I Longobardi, preso un diacono appo Nocera, il voleano scannare; ma
prete Santulo impetrò lo commettessero alla sua custodia, offrendosene
mallevadore col proprio capo. Appena vide addormentati i Longobardi,
indusse il diacono a fuggire, poi si diede spontaneo ai nemici. E
questi il condannarono a morire: ma il manigoldo restò col braccio
feritore in alto, finchè il santo istesso gliene rese il moto, dopo
fattogli giurare che mai non se ne varrebbe a dar morte a verun
cristiano. Allora i Longobardi, a gara di chi più, offrirongli bovi e
cavalli predati; ma egli: — Mi volete gratificare? datemi gli schiavi
fatti, ed io pregherò per voi»; e tutti li rimandarono seco[159]. Altra
volta l'abbate Sorano ai prigioni fatti dai Longobardi dà quanti viveri
si trova nel convento, fin gli erbaggi dell'orto; poi non avendo denari
da saziarli, è ucciso. La pietà data ai pazienti, il terrore ispirato
da que' miracoli, rabbonacciavano gli oppressori.
A petto ai nuovi regnanti la Chiesa cambiava posizione; e rimanendo
unico potere costituito dopo prostrati gli altri tutti, aveva il vigore
ed ispirava il rispetto proprio dell'ordine; ed associando le due
potenze che fondano e mantengono gli Stati, forza ed ingegno, campò
l'Italia e l'Europa da una barbarie assoluta. Attesochè agl'invasori,
padroni di tante provincie, non bastasse più l'ordine legale suggerito
dai bisogni delle piccole tribù, la Chiesa si accinse a provvederli
di un nuovo; onde poterono anche nei Governi insinuarsi le massime
evangeliche dell'amor del prossimo, dell'umana fraternità, d'una
giustizia e di una morale anteriori e superiori a qualunque diritto
positivo, dell'obbedienza che al Creatore devono e sudditi e regnanti.
Cassiodoro, a nome dei re goti, nel 534 scriveva a papa Giovanni II:
— Voi siete guardiano del popolo cristiano; voi col nome di padre ogni
cosa dirigete. Pertanto la sicurezza del popolo è in cura a voi, cui fu
dal Cielo affidata. A noi conviene custodir alcune cose, a voi tutte.
Spiritualmente pascete il gregge affidatovi, nè però potete trascurare
ciò che spetta al corpo; attesochè, constando l'uomo di doppia natura,
un buon padre le deve entrambe favorire».
Regolata la gerarchia, introdottasi nella vita civile e a parte del
potere, non fu possibile alla Chiesa mantenere la povertà di quando
vivea delle offerte recate all'altare, dividendole coi poveri. Dopo
Costantino, le società religiose poterono giuridicamente avere sode
proprietà e accettare legati; Costantino medesimo lentamente provvide
la basilica dei santi Apostoli; a molte furono assegnati i beni
che prima servivano al culto pagano; ad altre, porzione dei terreni
comunali; e siccome anticamente non faceasi testamento senza qualche
legato all'imperatore, così ogni cristiano alla Chiesa volea lasciare
un testimonio di pietà. Nè questa era sempre prudente, e alcuni
abbandonavano i parenti nel bisogno per assicurarsi i suffragi: lo
perchè Valentiniano I vietò al clero di ricevere legati da donne; poi
fu proibito a preti e monaci l'ereditare; ove san Girolamo rifletteva,
non dolersi della cosa, bensì dell'essere meritata.
Se gli ecclesiastici avessero potuto legare ai proprj parenti o
distrarre i beni ricevuti per servizio della Chiesa, i devoti sariensi
veduti costretti a sempre nuove dotazioni; perciò gl'imperatori tolsero
ai sacerdoti il disporre per testamento dei beni acquistati. Che ne
seguì? i loro possedimenti aumentarono a dismisura; ma di rimpatto le
elezioni restavano più indipendenti dai laici quando non era mestieri
vivere delle costoro limosine; oltrechè quei tesori erano un fondo per
soccorrere poveri, alzar chiese, decorare il culto, alimentare parroci
di plebi povere e remote[160].
Per lungo tempo sacerdoti e vescovi non vestivano diverso dai secolari;
tanto che sant'Ambrogio alcune volte era scambiato per suo fratello
Satiro, egli vescovo per un laico[161]. La veste talare e la cappa
che i sacerdoti conservano fin oggi, erano consuete ai filosofi e a
chi non affettava pompa; ed unico distintivo, fuor della chiesa, fu il
radersi i capelli, lasciandone solo una corona; il color nero non venne
di legge che dopo il secolo XIII. I sacerdoti furono anche schiusi da
certe professioni, indi da tutti gli impieghi secolareschi; poi più
regolarmente obbligati al celibato.
Nelle persecuzioni si sentì la necessità di rinserrare i legami; laonde
le plebi campagnuole, dirette da corepiscopi, si aggregarono a quelle
de' capoluoghi, e si formarono in diocesi. Allora, a curare le campagne
fu posto un _plebano_ o _curione_ del clero episcopale, e i vescovi
gli lasciavano le oblazioni della propria chiesa, vigilando che non le
gravasse nè distraesse.
Entrante il V secolo, Roma vantavasi possedere ventiquattro chiese
e settantasei sacerdoti: sì scarso era il clero! donde la gran cura
perchè nessuno si facesse ordinare fuor di diocesi, nè un prete
abbandonasse la sua, o viaggiasse senza dimissoria dell'Ordinario.
Nelle città comuni v'aveva una chiesa sola e una messa; due, se
soverchia l'affluenza; ma sarebbesi considerata scismatica una riunione
di fedeli senza il vescovo. Roma, e forse qualche altra gran città,
contavano più d'una parrocchia, con un prete il quale distribuiva
l'eucaristia consacrata dal vescovo; nè potea scomunicare o assolvere.
Lo sconcio di mandar attorno le sacrosante specie fece permettere la
consacrazione anche ai plebani, che infine amministrarono pure gli
altri sacramenti, eccetto l'ordine, la cresima e l'assoluzione d'alcuni
casi; regolarono tutti gl'interessi spirituali della propria chiesa; ed
essendo d'istituzione divina, non poteano rimoversi che per giuridica
sentenza.
Ordinariamente il più vecchio dicevasi arciprete, somigliante al
vicario generale d'oggi. Gli arcidiaconi, braccio destro del vescovo,
amministravano i beni della cattedrale, ne distribuivano le limosine,
presentavano gli ordinandi. Già nel IV secolo troviamo nella Chiesa
latina, diaconi, suddiaconi, acoliti, esorcisti, ostiarj: gerarchia,
nella quale si determinavano sempre meglio i doveri, gli onori e la
graduale giurisdizione.
Concentrata l'autorità ne' vescovi, questi furono obbligati alla
residenza, e a non rimanere assenti più di tre settimane; e paragonando
l'episcopato ad uno sposalizio, gli si applicò la legge del divorzio,
proibendo il mutarsi da una sede all'altra, quando nol prefiggesse il
bene universale: troncando così le brighe per posti migliori. Doveano
poi girare la diocesi, nel che univasi all'interesse delle anime
il materiale, poichè allora dalle chiese forensi raccoglievano le
oblazioni depostevi nell'annata.
Sul principio non appare gradazione tra i vescovi, dipendendo solo
dalla sede romana; poi quelli delle varie chiese cercarono forza
col sottoporsi a quello della città più illustre per martiri o per
fondazione apostolica. Egli s'intitolava metropolita o arcivescovo;
era distinto col pallio, striscia che dal collo cade sul petto e fra
le spalle; e non aveva superiorità spirituale, ma convocava a concilio
i vescovi della provincia, per ciò chiamati suffraganei; li consacrava
prima che entrassero in funzione, rivedeva le decisioni loro, vigilava
sulla fede e la disciplina di tutta la provincia.
Morto un vescovo, il metropolita destinava un sacerdote per
amministrare in sede vacante, il quale determinava un giorno in cui
si radunassero altri vescovi, alla cui presenza il clero proponeva,
e l'assemblea dei decurioni e del popolo eleggeva il successore.
La nomina non diventava legale finchè non l'avessero approvata i
suffraganei, e confermata il metropolita.
Il vescovo era di preferenza scelto fra laici o sacerdoti, battezzati e
cresciuti nella chiesa stessa, in modo ch'egli conoscesse le sue pecore
ed esse lui. Distruggere le reliquie del paganesimo e serbar intemerata
la fede, era sua suprema cura: ma la condizione dei tempi gli accollò
i pesi, a cui si sottraevano le fiaccate autorità temporali. Il vescovo
allora diviene ogni cosa: egli battezza, confessa, impone le penitenze
pubbliche e private, scomunica e ribenedice; egli visita infermi,
suffraga morti, amministra i beni del suo clero; egli s'applica alle
scienze e alla storia, pubblica trattati di teologia, di morale, di
disciplina; egli sostiene controversie con eretici e filosofi, risponde
a consulti d'altri vescovi, di chiese, di monaci, di privati; egli va
a mitigare i Barbari e gli usurpatori, o a sedere ne' concilj; egli
riscatta prigionieri, nutrica poveri, vedove, orfani, fonda ospizj
e spedali; egli fa da arbitro, da giudice di pace, da ambasciatore;
congiunge insomma il potere religioso, il filosofico, il politico.
La venerazione traeva spontaneamente le plebi alla giurisdizione
arbitrale de' vescovi, i quali consumavano intere giornate a decidere
piati, sin de' Pagani; e positiva legge imperiale ordinò ai magistrati
d'eseguire le decisioni vescovili. Queste, non facendo distinzion di
persone e disimpacciate dalle solennità giuridiche, riconducevano il
diritto alla ragione e all'equità, tenendo conto della buona fede
più che della stretta parola, de' precetti religiosi e morali più
che de' civili, e carità e verità opponendo allo spirito contenzioso.
Come patrono de' deboli, il vescovo interponeasi fra il padrone e lo
schiavo, fra il padre e i figli, rimediando alle legali iniquità. I
Governi municipali erano abbandonati dai decurioni? vescovi e sacerdoti
gli assumevano, trovandosi dovunque bisognasse vigilare, dirigere,
confortare. Onorato di Novara fortificò alcuni posti a guisa di
alloggiamenti militari, per ischermo della sua plebe, quando da Odoacre
e da Teodorico era osteggiata. Fu tratto alle chiese il privilegio che
i tempj e i sacri boschi idolatri avevano di proteggere i delinquenti.
Non era dunque l'ingerenza temporale de' sacerdoti un'usurpazione, non
la toglievano ad alcuno, non l'aveano chiesta, non vi furono destinati;
nacque il bisogno, e si trovarono pronti, dal cristianesimo traendo
e il diritto e i mezzi di far ciò che giova all'uomo. Eppure questo
è vulgare tema di declamazioni ai propugnatori di quella che chiamano
libertà delle corone. Se all'età nostra convenga mettere non solo ogni
potere, ma perfino le coscienze a disposizione di quell'ente astratto
che chiamano il Governo, lo discutano i savj, e i non savj lo imparino
dall'esperienza. La storia ci mostra che la Chiesa raccoglieva non
gli onori ma i pesi del potere, lasciati cascare dell'autorità laica;
interponendosi fra i conquistatori e i vinti, a quelli predicava la
pietà, a questi la pazienza; offriva tutori alle società rimbambite,
consiglieri alle nuove; le ultime qualità fiaccate e disperse dei
Romani fondeva insieme colle rozze e robuste de' Barbari; rimediava
ai vizj dei primi, educava la grossolanità degli altri; ritemprava la
fiacchezza degli intelletti colla severità de' suoi comandi; rannodava
le comunicazioni fra le provincie separate; e nello scompagnamento
universale ristabiliva il dogma dell'autorità, cioè d'un potere ammesso
e consentito dalle anime; mostrava un ordine stabilito, un Governo
senza violenza, un sistema unitario e repubblicano, dove la moltitudine
non divien confusione perchè ridotta a unità, nè l'unità diviene
tirannia perchè è moltitudine. Così la Chiesa si assodava come pubblica
podestà, come repubblica morale; vero Governo libero, cioè che non
sottraeva dalle regole, ma mutava la cieca sommessione in ragionevole
obbedienza, il supplizio in espiazione.
Alle maschie fantasie dei Barbari le austere virtù dei monaci
destavano ammirazione, e ispiravano alto concetto d'una religione,
capace di recare a sì grandi sacrifizj. Durante ancora l'Impero,
molti rifuggivano nella solitudine, bisogno delle anime nauseate dalla
corruzione o frante dalla tempesta, e così sottraevansi a un mondo che
non occupava la loro industria, stomacava la loro ragione, accumulava
i patimenti. Era fervore di servir Dio per Dio; non conseguenza di
calcoli o artifizj domestici, come quelli che dappoi popolarono i
monasteri d'anime annojate e mediocri; pure, tostochè la pace lasciò
intiepidire lo zelo, vi si mescolarono umane passioni; e voltate
le spalle al mondo per darsi a Dio, tornavasi da questo a quello,
brigando, scompigliando, per modo che gl'imperatori dovettero vietare
agli anacoreti di venire nelle città.
L'Occidente nostro, dedito all'operosità, non prezzò gran fatto
l'ascetica esaltazione; quegli stessi che si diedero alla vita
monastica[162], non procacciarono tanto la contemplazione e il distacco
dalla società, quanto il viver comune nella preghiera, ne' devoti
colloquj; non tanto la macerazione e il silenzio, come la discussione,
lo studio, la fratellevole operosità. In questo senso fu dettata in
Italia una regola che poi prevalse alle altre, e porse indirizzo ai
divergenti impulsi della particolare divozione od austerità.
Autore ne fu Benedetto da Norcia nello Spoletino (480). Nato
riccamente, venuto di dodici anni in Roma a studio, potè comparare
l'antica grandezza colla presente abjezione; e tediato d'un mondo
sovvertito, ricoverò di quattordici anni, colla nudrice Cirilla, in una
caverna a Subiaco, che poi col nome di Sacro Speco divenne magnifica
per edifizio e affollata per devozione. Colà mantenuto da miracoli,
ignorava persino che giorni corressero; ma ortiche e spine a fatica
mortificavano la carne ricalcitrante. Prodigi segnalarono ogni passo
del giovinetto, che acquistò nome fra' vicini pastori, indi fra'
lontani, tanto che alcuni monaci di Vicovaro il vollero per capo.
Negò egli un pezzo por mano fra i troppi bronchi di quel convento;
pure alfine accettò, e si accinse vigoroso a riformarlo (510); di che
disgustati, essi tentarono avvelenarlo nel calice, ma questo alla sua
benedizione andò a pezzi, ed egli esclamò: — Dio vel perdoni, fratelli.
Non ve lo avevo detto che non ci saremmo potuti accordare? Cercate un
superiore che meglio vi convenga»; e tornò alla solitudine di Subiaco.
Ma più non era solitudine. Da presso e da lontano, laici e sacerdoti,
villani e cittadini traevano a udirlo e consultarlo e fargli quella
riverenza che a santo; Equizio e Tertullo, nobili romani, gli mandarono
i loro figliuoli Mauro e Placido, che divennero i primi suoi discepoli;
e fondati dodici monasteri là intorno (529), ciascuno di dodici monaci,
vi faceva sperimento della regola che ideava. Qui pure bersagliato
dall'invidia, ritirossi con Placido e Mauro là dove, dalle sponde
della Melfa, Montecassino sollevasi in una delle più deliziose posture,
offrendo il prospetto delle amene valli che serpeggiano tra i selvaggi
Appennini dell'Abruzzo, finchè si dilatano nella fertile Campania.
In questo luogo di mercato (_Forum Casinum_) ancora stavano in piedi
il tempio e la statua d'Apollo; e Benedetto, estirpata l'idolatria e
raccolti nuovi discepoli, fondò un monastero sull'altura, e non men
coll'esempio degli atti che colle direzioni della prudenza vi pose in
atto la sua regola.
Parrà indegna di attento e spassionato esame questa legislazione, nuova
negli annali dell'umanità, e che operò per più tempo e su maggiori
individui che non molte altre antiche e nuove? Tutto v'è democratico,
tutto elettivo; ogni monaco salire al primo grado; acciocchè la
nascita non rechi distinzione, si dimentica pur il nome di famiglia;
l'eguaglianza sarà mantenuta dalla comunione de' possessi. In tempo
che l'ozio era decoroso, e sordido il lavorare, Benedetto intima alla
sua repubblica: — Il far nulla è nemico dell'anima, e per conseguenza
i fratelli devono alquante ore occupar in lavori di mani, altre in
pie letture; e se la povertà del luogo, la necessità o il ricolto dei
frutti li tiene costantemente occupati, non ne stiano in pena, giacchè
veri monaci sono se vivono delle proprie mani, come usarono i Padri e
gli Apostoli: ma ogni cosa facciasi con misura per riguardo ai deboli».
Al quale obbligo adempiendo, i monaci domesticarono i terreni attigui
ai loro monasteri: la prosperità de' quali essendo intento comune
e trasmesso ai successori, poteano compier opere cui non bastano la
vita e i mezzi d'un proprietario; ed uno s'accorgea d'avvicinarsi a
un monastero quando vedesse campagne ben colte, anguillari di viti,
e frutteti, e rigagnoli ad arte guidati. Le terre loro andavano
esenti dalle contribuzioni; non amministrate dalla cupidigia privata,
lasciavano maggior agiatezza al villano; talchè come un privilegio
guardavasi l'esser messo a servigio d'un monastero. Quando poi deposero
la zappa, presero lo stilo e le tavolette (_graphium et tabulæ_) che la
regola imponeva a tutti di avere, copiarono libri, e ci conservarono i
classici: poscia eressero magnifici chiostri, nei quali si ricoverarono
le arti e la letteratura, e ai quali il secolo volge ancora
l'ammirazione, dopo dimenticato quanto giovarono al vulgo.
L'abate era scelto dai monaci e tra essi; ma una volta eletto,
acquistava potere assoluto, sebbene obbligato a interrogare i fratelli
ne' casi più gravi. La virtù nuova introdotta nella società da quel
precetto del Vangelo _Obbedite ai vostri capi_, fu spinta fino alla più
assoluta abnegazione. «Se comando difficile od impossibile sia dato ad
un fratello, lo riceva con dolcezza e docilità. Se trascenda affatto
le sue forze, l'esponga sommessamente, non inorgogliendo, non ostando,
non contraddicendo. Che se dopo la sua rimostranza il priore persista,
il discepolo sappia che così dev'essere, e confidando nel Signore
obbedisca» (cap. 68).
Così ogni volontà individuale era sottomessa a una sola, nè doveva
il frate «avere in proprio potere il corpo nè la volontà» (cap. 33).
L'abbate comandava, puniva, premiava, mutava di luogo e destinazione,
finiva i litigi, castigava i renitenti. Nè però era egli un tiranno,
giacchè trovavasi costretto dalle costituzioni del monastero e dalle
consuetudini, che si consultavano ad ogni dubbio, e che determinavano
le più minute particolarità della vita; come vestire, quando radersi
o lavarsi, in che giorni all'erbe e alle fave aggiungere leccornìa di
olio o di grasso, o il frugal desco rallegrare d'ova, pesci, frutte.
Ai disobbedienti toccava dapprima l'ammonizione, poi la correzione
in pubblico, poi la scomunica, cioè l'isolamento nel lavoro e nella
preghiera: ai pertinaci il digiuno e anche pene corporali, e per ultimo
l'espulsione.
Il mutamento più segnalato che Benedetto introdusse nella vita
monastica, fu la perpetuità dei voti solenni. Per farli, era necessario
conoscere quel che si prometteva, e in conseguenza durare un tirocinio,
ove per un anno leggevasi ai novizj più volte la regola, onde
assicurarsi che avrebbero e voglia e capacità di sostenerne i pesi; e
venivano esercitati in mortificazioni, in esperimenti faticosi, e fin
vani e puerili, ma diretti a ottenere il trionfo dello spirito sopra la
materia, e la libertà vera che consiste nel padroneggiar le passioni.
Il vestire, quale costumavasi nel paese; e per trovarsi pronti al tocco
del mattutino, nol deponevano neppur la notte, eccetto il coltello.
I frati erano laici, nè lo stesso Benedetto ricevè gli ordini: «che
se qualche prete chieda entrarvi (dic'egli), non gli si consenta
agevolmente la domanda; se poi persiste, tengasi obbligato alle
discipline senza alcuna dispensa».
Oppresso dai Longobardi, l'Italiano potea farsi frate, e subito
diventava di valor superiore al dominante. È ben naturale che quella
società nella società imponesse condizioni a chi vi entrava, e prima
era l'eguaglianza, talchè Rachi già re longobardo, e Carlomanno già re
dei Franchi restavano indistinti da qualunque altro benedettino.
Insomma quella regola era un compendio e un'applicazione del
cristianesimo, delle istituzioni dei santi padri, de' consigli di
perfezione. Ivi eminenti la prudenza, la semplicità; ivi coraggio
e umiltà, libertà e dipendenza, tutto fondato sul sagrifizio,
sull'obbedienza, sul lavoro; e di sotto alla severità generale trapela
una moderazione, una dolcezza, un retto senso, da supplire a quel
che ponno desiderarvi i secoli più colti. Cosimo de' Medici ed altri
legislatori aveano sempre alla mano la regola di san Benedetto, tanto
l'occhio esperto vi ravvisa secreti di vera economia politica; e i
bisogni dell'anima sono armonizzati a tutti i gradi coll'attività
necessaria al corpo[163].
Totila, traversando in guerra la Campania, volle vedere Benedetto;
e per accertare se veramente e' fosse dotato di profetico lume, si
pose indistinto nel corteggio: ma il santo, a lui difilatosi, il
rimbrottò delle vendette che usava, e gli predisse vicina la sua fine,
intimandogli di prepararvisi con opere di penitenza e di riparazione.
Questo ed altri assai fatti ci furono trasmessi da insigni storici che
(non ultima fortuna) sortì san Benedetto, cioè Gregorio Magno allora,
poi il Mabillon; e le arti belle nel risorgimento, poi nel massimo
loro splendore li riprodussero e perpetuarono per tutto il mondo, ma
in nessun luogo più commoventi che a Montecassino, cuna ed asilo il più
venerato dell'Ordine suo.
Qui l'aspetto di fortezza dato al convento, che più volte fu costretto
a respingere le incursioni, e più vi soccombette; la lautezza di
possessi, attestata dai titoli scritti sopra ruderi antichi, radunativi
da ogni parte; la suntuosità dell'edifizio, adorno di quanto san fare
di meglio pennello e scarpello; la memoria dei dotti, che ne' secoli
più oscuri vi trovarono ricovero; la dovizia di documenti e di libri,
fanno mirabile contrasto colla primitiva celletta del santo, e col
povero sepolcro ove dormì fin quando la furia saracina non turbò le sue
ossa; e l'uomo che ascende lassù tra ammirato, curioso e devoto, può
leggervi intiera la storia dell'Ordine, che fu il principale dei tanti
che s'introdussero.
Quantunque la regola di san Benedetto tendesse a fortificare le
anime colla preghiera, col lavoro, colla solitudine, più che alla
scienza divina e all'apostolato, i papi vi trovarono i missionanti
più fervorosi, e un asilo la scienza; talchè ai Benedettini
toccò la triplice gloria di convertire l'Europa al cristianesimo,
disselvatichirne i deserti, conservare e riaccendere la letteratura.
I conventi diventavano centri d'attività e asili della libertà. Erano
(si dice) forse braccia sottratte al lavoro. Erano (dico io) forse
braccia tolte al delitto e all'assassinio; e già gran cosa dee parere
l'incatenar le passioni e spegnere il vizio in tempi che non v'avea
carceri, ergastoli, polizia, e l'altro corredo di cui superbiscono i
popoli colti. Il mondo non avea ricoveri, non unione o sicurezza; dove
convivere, dove discutere tranquillamente, dove meditare sopra di sè
e degli altri? ed ecco i monasteri offrivano una vita tutta sociale,
tutta operosa, per isvolgere l'intelletto, propagar le idee, meditare,
istruire. Mentre per tutto regnavano la prepotenza e le spade, ciascun
monastero gelosamente conservava una costituzione sua particolare,
ed eleggeva i proprj superiori e uffiziali, senza impaccio di re
o di baroni: ad esse comunanze molti aspiravano partecipare senza
legarvisi, come i forestieri in antico invocavano la cittadinanza di
Roma; e borghesi e signori offrivansi al convento (_oblati_); facevansi
registrare nel ruolo di quello, per partecipare alle preci nella vita
spirituale, e ai privilegi nella temporale; e morendo voleano aver
indosso l'abito di quell'Ordine, ed essere sepolti nella chiesa o nel
cimitero dei monaci.
Spiccati dal mondo, i monaci pareano non avere altri avi che gli
antecessori loro, altro desiderio che l'ampliazione del convento
e dell'Ordine: molti impoverirono non soltanto sè ma i parenti per
arricchire la propria comunità; gli atti di donazione conservavansi con
somma gelosia; s'arrivò persino a fingerne; e chi rivocasse in dubbio
un loro possesso, guardavasi come sacrilego e nemico dei poveri e di
Cristo.
Ogni convento procuravasi un santo venerato, tesoro spirituale insieme
e temporale; i devoti accorrevano a riverirlo, e quasi non dissi
adorarlo; il concorso allettava i mercati, formavasi una fiera in
sul sagrato, sicura dagli assalti de' masnadieri e dalle avanie del
barone. L'abate di Nonantola mandava ogni anno alle monache di San
Michele arcangelo in Firenze dodici ancelle con lino e lana per essere
ammaestrate al tessere. Gli Umiliati di Milano divennero la compagnia
più trafficante in lana e panni. I monaci di san Benedetto Polirono
presso Mantova occupavano più di tremila paja di bovi ai campi. Ai
Cistercensi è dovuto l'esser ridotte a pinguissima coltura le ghiaje e
le paludi del basso Milanese e del Lodigiano.
Arricchito, il monastero voleva anche abbellirsi; e le arti, sbigottite
dall'ululato barbarico e dall'insulto ignorante, ricoveravano tra'
monaci ad erigere chiese, a storiarvi le virtù e i martirj del patrono.
Intanto l'individuo vi si conservava povero, sulla mensa non vedeva
leccornìe, nulla poteva dir mio; disputossi perfino se fosse proprietà
di ciascuno il pane che mangiava: indigenza volontaria, opposta
all'orgoglio disumano della ricchezza, non meno che alla stupida
disperazione della miserabilità. Mentre dappertutto era confusione
d'uffizj e di giurisdizione, colà regnava l'ordine; determinato chi
avesse ad obbedire e a comandare, chi copiar libri, chi predicare,
chi sopravvedere il granajo, la vendemmia, la cucina, chi raccorre i
pellegrini o visitare gl'infermi, chi intonar salmi, chi fare scuola.
Delle derrate che dava per obbligo al padrone, il villano non riceveva
ricambio; il penzolo d'uva o il covone di grano che spontaneo offeriva
ai monaci, veniva restituito ad usura nelle limosine prodigate ai
bisognosi; a tacere le piccole attenzioni, i ristori del cuore che
nessun denaro ripaga. Mentre la guerra fervea sulle campagne, e due
padroni l'un peggio dell'altro si disputavano i campi suoi, qual
conforto dovea provare il villano nell'affissarsi alla quiete dei
monasteri, e pensare che colà troverebbe in ogni caso un asilo, e la
pace che gli armati non sapevano assicurare ai castelli! Una zuppa era
pronta per chiunque la chiedesse; e quanti dei nostri padri, spogliati
d'ogni avere, saranno vissuti solo del tozzo conceduto dal monastero in
nome di Dio! Le spettacolose declamazioni d'una scienza senza viscere
contro l'improvvida profusione dei frati, o i sogghigni d'una beffarda
leggerezza contro l'ingordigia loro, sono soffogati dai gemiti o dagli
urli della poveraglia sempre crescente, quanto più sviene lo spirito
cristiano, e l'economia politica si separa dalla carità.
Lusingati da quella sicurezza, accorreano artigiani e contadini, e
attorno al convento formavasi presto un villaggio; e molte città nel
titolo di un santo conservano l'impronta di tale origine. Ivi ancora
ricovravansi quei che s'erano disingannati delle terrene grandezze,
o che n'erano stati respinti; vedove che col marito aveano perduto
il lustro di lor dignità; spose tradite o rejette; femmine rimesse in
onestà; dotti delusi nella vanità letteraria; i gran pensieri, i gran
dolori, i grandi rimorsi; e tutti vi portavano tributo di ricchezze, di
dottrina, d'affetti, di virtù.
Lo scherno sguajato onde i gaudenti accompagnano il nome di frate,
dovea farci tacere questa fra le glorie nostre? dovrà farci trasandare
una classe tanto numerosa d'Italiani, e un'efficacia così poderosa sui
destini anche politici del nostro paese; e trapassare inosservata la
capanna, dove i nostri poveri padri ricoveravano la testa, minacciata
dal Barbaro o dal barone?