I vinti. Con che legge viveano? Quali la condizione e le arti loro?

Fin qua scrivemmo al modo de' classici, quasi unicamente guardando alla

nazione vincitrice: ma che n'era intanto dei vinti?

Il silenzio della legge mostra già come il vincitore non degnasse

occuparsi di loro: ma se non è lecito figurare che il Goto o

il Longobardo vincesse per rendere felice il Romano, sottrarlo

all'oppressura degli ultimi tempi imperiali, e, alleviatolo dalla

guerra, lasciar che nella quiete attendesse agli studj e alle arti,

non vuolsi però dimenticare che il cristianesimo non permetteva più ai

vincitori di conculcare affatto la umana natura.

Se i Barbari, dilagando sulla nostra patria, avessero scontrato tanta

patriottica ostinazione quanta Annibale o Pirro, sarebbe nata guerra

di sterminio, dove una delle parti avrebbe dovuto soccombere: qual

delle due non è difficile il prevederlo, chi avverta come la germanica

migrazione continuasse da secoli senza esaurirsi. Sarebbe dunque

avvenuto dell'Europa come più tardi dell'Asia e dell'Africa, donde

gli Arabi svelsero ogni radice dell'anteriore civiltà. All'incontro i

Barbari (eccettuiamo sempre gli Unni, che comparvero, distrussero e si

dileguarono) arrivavano in Italia già cristiani, cioè accolti in una

fratellanza che dava diritti e imponeva doveri.

Per quanto infelice fosse dunque la condizione cui trovaronsi ridotti

i vinti in Italia, non va paragonata a quella che fecero, per esempio,

all'Asia i Turchi, o all'America gli Spagnuoli. Qui, oltre il clero,

si trovavano nobili, operaj, minuti possessori, coloni e schiavi. Al

popolo basso generalmente dovette parere che i Barbari recassero un

sollievo da quella concatenata oppressione fiscale. Degli schiavi gran

parte nelle prime correrie fu rapita; ai restanti poco caleva a qual

signore servissero, fatati alla miseria. Altrettanto dicasi dei coloni,

che nulla avevano a perdere, e non di rado vantaggiavano. Della nobiltà

patrizia romana aveano già fatto sterminio gl'imperatori; allora i

Barbari l'annichilirono, giacchè, non trovandola buona ad alcuna delle

arti di cui essi aveano mestieri, non le usavano que' riguardi che

agli agricoli ed agli artigiani; sicchè della primitiva conquista

rimase levata ogni traccia. Della nobiltà nuova formatasi nelle

provincie, alcuni s'appigliarono alla fortuna de' vincitori, per trarne

qualche porzione a proprio vantaggio: i più, umiliati, scaduti dalle

dignità, spogli in parte o in tutto dei beni, sentivano repugnanza pei

conquistatori, e faceano opposizione con quel poco di potere che ad

essi era rimasto nelle curie; talvolta anche rimbalzavano contro gli

oppressori, come vedemmo tentarsi sotto i Goti; altri si ritiravano

nelle vaste e lontane tenute in mezzo a coloni e clienti, sperandosi

dimenticati.

La civiltà romana, dovunque arrivasse, si sovrapponeva alle leggi,

ai costumi, alla religione, alla lingua nazionale, per modo che pochi

secoli di dominio cancellavano quasi ogni orma delle istituzioni dei

popoli sottomessi e assimilati. I Germani al contrario, invadendo il

nostro paese, sentivano quanto una civiltà sistemata fosse superiore

ad una barbarie incomposta; sprezzavano i Romani individualmente, ma

concepivano, se non rispetto, almeno meraviglia dinanzi a quei superbi

edifizj, agli acquedotti, agli anfiteatri, alla regolare gerarchia de'

poteri. Fissandosi poi sulle terre romane, e col diventare proprietarj

acquistando relazioni più complicate e durevoli, comprendevano la

necessità di regolamenti più estesi; e poichè la legislazione romana

glieli offeriva, mentre abbattevano l'ordine politico, vagheggiavano il

sociale, ed anche mettendo al giogo i Romani, si confessavano ad essi

inferiori, e s'ingegnavano d'imitarli.

Non privavano dunque i vinti della libertà naturale riducendoli

schiavi; e talvolta neppure affatto della civile. Questo, che era

generosità rara fra gli antichi, qui veniva dall'esercitarsi i due

popoli in diverso genere d'industria; nell'armi i vincitori; i vinti

ne' campi, nelle arti, negli studj. Teodorico usò in insigni uffizj

Cassiodoro, Boezio, Simmaco; altri Barbari si valsero certo dell'opera

di Romani; e sebbene de' Longobardi non sia detto, li vediamo però

dettare le proprie leggi in latino: queste leggi modificare alla

romana; stabilire un sistema fiscale complesso, qual non avrebbero

potuto se non col sussidio de' vinti.

Nè per questo il vinto entrava nella società de' vincitori. Adoprato

per bisogno non per onoranza, rimaneva escluso dalle armi, e da ciò che

fra i Germani n'è conseguenza, la giurisdizione e l'amministrazione;

solo per grazia speciale alcuno veniva ammesso fra i vincitori,

consentendogli il titolo di convittore del re.

I beni de' natii furono divisi in ragione diversa ne' diversi paesi:

i Visigoti tolsero ai possessori due terzi dei campi, degli schiavi,

degli animali domestici e degli strumenti di lavoro[126]; i Borgognoni,

metà delle corti e dei giardini, due terzi delle terre lavorate, un

terzo degli schiavi, lasciando in comune le foreste. Gli ausiliari

degli ultimi imperatori chiesero in Italia un terzo de' terreni, e

avuto il no, deposero l'ultimo cesare d'Occidente, e ottennero da

Odoacre ciò che Augustolo avea negato. Gli Ostrogoti sopragiunti

occuparono anch'essi un terzo.

Togliere metà o un terzo dei terreni a gente decimata dalla guerra,

ed esonerarla con ciò dal tributo, che sotto i Romani esorbitava a

segno da far sovente abbandonare al fisco le tenute istesse, parrebbe

tutt'altro che abuso di brutale vincitore. Se fosse poi vero che il

Germano, indocile alla fatica dei campi, non esigesse che il terzo

dei frutti, sarebbe un sistema più mite di quanto si pratica oggi

nella nostra campagna. Ma una partigione fatta da conquistatori sopra

gente che non ha armi nè rappresentanza per francheggiare i proprj

diritti, può ella immaginarsi altrimenti che come una grande violenza,

esercitata parzialmente da ciascun capo nel paese o nel villaggio dove

infiggeva la sua lancia?

Inoltre, i Goti toglievano que' possessi dal pubblico dominio, o da

possedimenti privati? Se dai privati, come pare, che cosa intende

Teodorico quando asserisce un ricco Goto equivalere a un Romano

povero? Perchè gl'invasori soprarrivati occupassero i terreni stessi

dei conquistatori precedenti, converrebbe supporre i Goti tanti

appunto di numero, quanti gli Eruli e i Turcilingi d'Odoacre; e che

avessero catasto e misuratori e una regolarità di possessi, affatto

inconciliabile colla condizione di Barbari. Poi, se al primo entrare

ciascun Barbaro diveniva possessore, come spropriava altri via via

che faceasi nuove conquiste? e se la misura non fosse stata equa, come

avrebbe potuto richiamarsene il prisco possessore? e davanti a chi? e

come tutelava egli i proprj confini? Poi delle proprietà dei Goti cosa

avvenne, quando i Greci gli ebbero vinti? e di quelle dei tanti caduti

in guerra sì micidiale? Può mai immaginarsi che, fra tanto scompiglio,

venissero restituiti ai primi signori? Potrebbesi credere che cadessero

al fisco; ma nella prammatica di Giustiniano non v'ha motto di oggetto

sì rilevante.

I Longobardi occupano essi pure un terzo, ma in peggior ragione:

poichè, se i Goti contribuivano alle spese della coltura ne' campi

invasi, questi levavano un terzo lordo dei frutti, modo di costringere

i più a ridursi servi, se già nol fossero per sistema.

E qui si presenta una controversia famosa sulla bontà de' Longobardi.

Il terrore chiamava torrenti e diluvj le invasioni; la compassione

esagerava gli sterminj, tanto che papa Gregorio Magno dice, l'umana

stirpe, folta in Italia come campo di biada, restò allora guasta ed

uccisa, e tutto il paese converso in deserto, popolato solo di fiere.

Noi sappiamo storicamente che la popolazione dell'Italia ancora

romana era tutt'altro che numerosa; oltre che un fiero contagio l'avea

desolata poco prima dell'arrivo de' Longobardi[127]. Per quante poi

sieno le violenze particolari, v'è poca ragione di credere a uno

sterminio sistematico, dal quale al vincitore non sarebbe derivata

altra conseguenza, che di ridurre incolte le campagne.

Tutt'al contrario Paolo Diacono, longobardo e che de' Longobardi

scriveva quando n'era appena caduto il regno, sicchè la compassione

li faceva rimpiangere e il lodarli sapeva di generosità, non trova

espressioni bastanti a loro encomio: «nessuna violenza accadeva,

nessun'insidia tendevasi; non era chi angariasse o spogliasse altrui

ingiustamente; non furti, non ladronecci; ciascuno andava senza paura

ove gli talentasse»[128].

Se i conquistatori, e massime nei primi momenti, rechino tali

beatitudini, lo dica chi ha occhi. E se Cicerone, proclamando i doveri

della giustizia nel secol d'oro di Roma, stabilisce che coi soggiogati

bisogna adoprare fierezza come coi servi[129], aspetteremo noi tanta

umanità nei Barbari, che pur spropriarono i natii? Fosse anche vera,

quella pittura sarebbe a riferirsi solo al vincitore; non altrimenti da

quando i Romani antichi vantavano che nessuno poteva esser torturato e

ucciso senza regolari giudizj, mentre stavano all'arbitrio de' padroni

e de' magistrati tanti milioni di provinciali e di schiavi.

Lo storico medesimo, quando dal fraseggiar retorico viene ai fatti,

racconta che Clefi distrusse la nobiltà, lo che significa i possessori;

e che, «sotto i trenta duchi, molti nobili Romani furono uccisi

per cupidigia, gli altri partiti fra gli ospiti in modo da divenire

tributarj, pagando un terzo de' frutti; spoglie le chiese, trucidati i

sacerdoti, sovverse le città, sterminata la popolazione»[130].

A questo strazio fu dunque mandato il fiore della gente italica.

Pertanto, comunque andasse il fatto nei primi momenti, in appresso i

soggiogati ebbero, non soltanto a dimezzar le terre d'ogni circondario,

come avevano fatto cogli _ospiti_ Eruli o Goti, per costituirne

le corti signorili e libere; ma furono spossessati, e costretti a

dare il terzo del ricolto; e non più allo Stato, ma a ciascuno de'

Longobardi, cui ciascun Romano era toccato. Ridotti ad _aldj_, cioè

manenti o terziatori o coloni, in somma tributarj, la qual condizione

era per essenza opposta a quella di libero, più non possedevano che

precariamente, non potevano sposar donna libera, non militare, non

procedere ne' tribunali; chè tanto importava pei Barbari la parola

tributario. Nelle altre conquiste i beni delle chiese restarono

intatti: ma i Longobardi, essendo eretici, non rispettavano il clero

cattolico[131].

Questo totale spossessamento de' nobili, cioè de' possidenti, senza

ambiguità asserito dal panegirista de' Longobardi, vien negato da

taluni perchè in Gregorio Magno ricorre menzione dei nobili di Milano e

d'altre città[132]. Ma oltrechè la curia romana seguiva nelle lettere

le formole consuete[133], anche quando aveano perduto il senso,

quel pontefice non riconosceva l'occupazione de' Longobardi nè lo

spogliamento de' vinti; onde operava siccome una cancelleria de' giorni

nostri che continuasse a salutare per regia la stronizzata stirpe de'

Borboni; o siccome essa curia romana, che fin oggi nomina i vescovi

d'Antiochia o di Laodicea.

Allegasi pure una Teodota, di _stirpe senatoria_, la quale non potè

sottrarsi alla libidine di re Cuniberto, e pianse il rapitole fiore nel

monastero di santa Maria della Posterla a Pavia. Poi, al cessare della

dominazione straniera, compajono ricchi possessori viventi con legge

romana, cioè d'origine italica.

Vogliasi però riflettere che, anche dai paesi occupati alla prima

invasione, molti natii rifuggirono alle isole, sulle coste, fra

i monti; e prima d'uscirne poterono patteggiare coi vincitori,

conservando titoli e possedimenti. Più dovette ciò frequentare nelle

terre assoggettate in tempi successivi, quando i Longobardi avevano

deposto la primitiva fierezza; e i natii nell'arrendersi poterono

riservarsi parte degli antichi diritti. Altri ancora si vennero a

piantare sulle conquiste longobardiche da terre che mai non erano state

soggiogate, massime dappoichè i dominatori si mansuefecero, e che la

dominazione passò ai Franchi. Tali accidenti bastano a spiegare la

menzione che accade di gente romana, di nobili, di senatori: il qual

titolo ad ogni modo poteva indicare soltanto un grado personale, non

mai di origine.

Nessuna dunque, o poca gente libera rimaneva sulla campagna occupata,

mutandosi i possessori in coloni, e i lavoratori in servi della gleba.

Numero maggiore di liberi sopraviveva nelle città, dove, essendo

divisi in scuole d'artigiani, non cadeano spicciolati in dominazione

di particolari, ma in masse numerose erano distribuiti a duchi e re.

Al possessore d'un campo, che caleva di conservare gli uomini a quello

affissi? morendo essi, rimaneva il fondo[134], e si poteano trovargli

altri cultori; mentre il perdersi degli artigiani deteriorava ed anche

distruggeva il frutto che ne traeva il vincitore cui erano tocchi

in sorte. Egli dovea dunque far opera di conservarli: pure nulla

ne sappiamo di positivo, se non forse che gli abitanti della città

furono gravati di doppia imposta, cioè una diretta (_salutes_) ed una

sull'industria[135].

Certo è che di questa gente vinta non parlano mai le leggi longobarde:

silenzio ingiurioso, eppure da questo volle alcuno argomentare che i

Longobardi la lasciassero vivere coll'antica legge patria. Di fatto,

tra alcuni germanici conquistatori troviamo che la legislazione non

riguardava tutti coloro che abitassero una regione, ma seguiva la

persona: e mentre oggi, chiunque si stabilisce in un paese, sottopone

sè e l'aver suo alle leggi da cui quello è regolato, poca o nessuna

differenza intercedendo da cittadini a forestieri[136]; allora, al

contrario, la legge patria serbavasi dall'uomo libero, dovunque egli

si trovasse. Tale uso dovette introdursi dai Germani sol quando si

sparsero sulle terre conquistate; giacchè sul territorio medesimo

trovandosi unite differenti schiatte pel solo accidente dell'essersi

drizzate alla medesima impresa, non v'era motivo perchè una stirpe

dovesse rinunziare alle consuetudini degli avi, e sottomettersi a

quelle d'un'altra. Prova ne sia che in ciascun paese troviamo ammesse

tante leggi, quanti erano i popoli invasori.

Così non pare costumassero i Longobardi: anzi talmente furono

intolleranti d'ogni altro diritto dopo invasa l'Italia, che obbligarono

a partirsene i Sassoni ausiliarj, perchè non vollero acconciarsi

all'unità[137]; Rotari impone espresso che «se qualche Romano venga da

paesi forestieri, s'uniformi alla legge longobarda, salvo se altrimenti

impetri dalla clemenza del re».

Questo cenno non concerne il popolo vinto, ma chi veniva di fuori;

e indica che il privilegio non era inusato. Coll'andare del tempo

si moltiplicarono i contatti degli invasori coi popoli rimasti; i

Longobardi rimisero della primitiva ferità, massime dopo convertiti al

cattolicismo; onde allora fu forse consentito ad alcuno avveniticcio

di conservare la legge nazionale[138]. Quando poi nel paese nostro si

assisero i Franchi e Tedeschi, ognuno conservava il proprio diritto;

dal che nasceva grande varietà, e per conseguenza ne' contratti

o giudizj si specificava sotto quale vivessero i contraenti o i

giudicati. Da ciò le così dette _professioni di legge_[139]: sotto il

qual nome di legge non intenderei veruno speciale e prefinito corpo

di istituzioni, ma in generale il diritto, le consuetudini, annesse al

fondo che i contraenti possedevano.

Indietreggiando quest'uso ai primi tempi della conquista, alcuno asserì

che i Longobardi lasciassero in arbitrio di ciascuno lo scegliere

secondo qual legge volesse vivere. Ma qual tirannide sarebbe cotesta,

dove il vincitore permette ai vinti di entrare a parte de' suoi diritti

medesimi? di porsi, pur che lo vogliano, nella classe de' dominatori?

Poi, che cosa significherebbe cotesto vivere a legge romana? una legge

suppone uffizj e attribuzioni, che la conquista aveva cancellato.

L'essere i nostri divenuti tributarj e dipendenti da un altro popolo,

introduceva relazioni affatto nuove: come poteano quelle venir regolate

colla legge romana? come sussisteva questa, dacchè erano cessati coloro

che poteano secondo le occorrenze modificarla? Poi, è costante fra i

Barbari che la podestà giudiziale stia congiunta col militare: esclusi

i Romani da questo, come potevano quella ottenere?[140] Le pene, che

presso i Barbari si riducono per lo più a multe e composizioni, come

applicarsi al Romano, le cui leggi vanno su tutt'altro piede?

Se fosse vero che i Longobardi lasciassero la legge antica ai vinti, a

chi avrebbero questi potuto ricorrere perchè un vincitore fosse punito

dell'omicidio o d'altra violenza? se si fosse punito il Longobardo

colla multa, e il Romano con pene afflittive, non si stabiliva già

un'enorme differenza? e avrebbe potuto testar il Romano, e non il

Longobardo? sarebbe rimasta in tutela perpetua la donna longobarda, e

non quella del vinto? come risolversi le liti de' Romani per testimonj

e prove, quelle de' Longobardi per duello e per altri giudizj di Dio?

e ciò in un paese solo, sotto l'autorità di un medesimo re! Il diritto

suppone la forza di proteggerlo: e i Romani aveano da un pezzo dismesse

per uso le armi; allora gliele toglieva la costituzione de' vincitori.

Tra le leggi longobarde, una del 727 di re Liutprando stanzia che, chi

fa un contratto, dichiari secondo qual legge intenda stipulare: dal che

pure si volle argomentare restasse libera ad ognuno la scelta della

legge[141]. Ma si rifletta che, anche secondo il gius romano, v'ha

atti, la cui erezione non interessa direttamente lo Stato, e perciò i

cittadini possono in essi preferire quali formole e modi più vogliano.

Appunto simili contratti privati ha di mira Liutprando quando ordina

che, nel formolarli, i notari s'attengano al diritto delle parti,

senza però escludere speciali convenzioni fra esse, nè quelle regole

secondarie, da cui ciascuno può innocuamente dipartirsi. Tant'è ciò

vero, che pari facoltà non accorda pe' testamenti, attesochè questi

sono di pubblico diritto. Liutprando inoltre veniva assai dopo la

conquista, e tendeva a introdurre nel gius longobardo quanto potesse

convenirgli del romano: laonde permetteva a' suoi di ricorrere a questo

più ampio e scientifico, per via di accordi reciproci davanti a notari;

al tempo stesso faceva arbitrio ai Romani contraenti di valersi della

legge propria, anzichè della longobarda come prima sembra fossero

obbligati. È un passo verso l'eguagliamento delle due stirpi: ma

non indica in verun modo che la vinta conservasse il patrio diritto;

attesta anzi che, fin allora, si era usato il contrario.

Molto più tardi, vertendo lite fra papa Eugenio II e il popolo

di Roma, l'imperatore Lodovico il Pio mandò alla città suo figlio

Lotario, «acciocchè la pace col nuovo pontefice e col popolo romano

stabilisse e confermasse». Lotario in tale occasione emendò lo statuto

del popolo romano coll'assenso del pontefice[142]; e un capitolo

d'essa riforma ordina s'interroghi il senato e il popolo romano con

qual legge vogliono vivere, e questa si conservi, o se la violano

ne siano puniti. Ma primieramente questo è caso speciale, e non si

riferisce che a Roma e al suo ducato, non mai conquistati, ove dunque

duravano le magistrature all'antica, e sempre erasi conservata la

legge romana[143]; sicchè l'orgoglio de' Barbari non restava leso dal

dover rinunziare alla propria. Probabilmente poi fu data la scelta

per quell'unica volta, quando trattavasi di dettare una legislazione

nuova; e optato per una legge, a quella dovettero attenersi anche i

discendenti.

Sta dunque, che i vinti italiani non parteciparono al diritto

del vincitore se non taluno per privilegio: tant'è ciò vero che,

ogniqualvolta la voce de' conquistati può farsi intendere, esprime

lamento perchè non siano accomunati anche a loro i privilegi dei

dominatori. Abbiam veduto nelle legislazioni barbare alle ingiurie

o all'uccisione d'un uomo esser decretato un prezzo differente

(_guidrigildo_), secondo il grado di esso, o la maggiore o minor

parte che godeva di cittadinanza. Ne' Franchi l'uccisione d'un

cittadino scontavasi col doppio prezzo, che non quella d'un romano

possessore: ne' Ripaurj, ducento lire per un cittadino, censessanta

per un forestiero germanico, cento per un romano. È una distinzione

ingiuriosa, che però, mentre attesta l'inferiorità del vinto, mostra

che sussistevano persone romane, formanti parte dello Stato, a segno

che il legislatore dovea toglierle in contemplazione. Ma nei Longobardi

nessun guidrigildo si trova stabilito pei Romani: il che conferma

fossero ridotti alla condizione di aldj, cioè cosa di un padrone, al

quale toccava il rifacimento dei danni loro[144].

Non per clemenza dunque, ma per condanna il longobardo legislatore

avrebbe lasciato vivere il Romano secondo la propria legge; poichè così

lo privava delle cure giuridiche e di tutti i diritti annessi alla

qualità di cittadino. I Romani antichi, nulla statuendo sulle nozze

de' plebei, poi degli schiavi, le avevano in conto di meri concubinati,

spogli di civile legittimità: altrettanto era in quelle degli Italiani

sotto ai Longobardi, rispettate solo dalla Chiesa che le benedicea.

Così argomentate degli altri contratti. E se pur fosse che porzione

delle leggi romane continuasse ad aver vigore, dovette esser solo

di gius privato, non trovandosi magistrati che le applicassero, nè

sanzione.

Diverso il caso per gli ecclesiastici. Tra essi il tipo giuridico

universale prevalse in ogni tempo sopra il locale; nè le leggi

canoniche, modellate sulle romane, mettono divario di paese o di razza;

poi conservavano curie proprie, davanti alle quali essi facevano i

loro atti, dibattevano e risolvevano da sè i loro litigj, non mancando

neppure di mezzi per far eseguire le sentenze. Pure anche i cherici

seguivano forse generalmente la legge della propria nazione, e alla

romana s'attenevano solo nelle cose ecclesiastiche, e massime ne'

privilegi concessi dalle costituzioni imperiali[145]. Certo in Italia

ricorrono frequenti prove di diritto longobardo seguito da conventi

e da cherici; il privilegio dei quali consisteva forse soltanto

nel potere, se romani, dalla condizione di aldj passare a quella di

cittadini longobardi.

Però, in causa appunto di tale trascuranza de' vincitori verso i vinti,

crede alcuno che sussistesse un reggimento municipale, per quanto

alterato dall'organamento militare de' Longobardi. Ma già vedemmo a

qual nullità fossero ridotti i municipj sul fine dell'Impero, quando

la più gran cura mettevasi nel buttarsene di dosso i gravissimi pesi:

poi fondamento e scopo ne erano i tributi, e questi mutarono affatto

natura colla conquista de' Barbari. Sotto i Goti, si rammentano ancora

in Italia e curiali e magistrati conservatori della pace[146], perchè

quella gente, o per origine o per lunga convivenza, avevano adottato

assai maniere romane; in qualche formola de' Franchi vedesi alle

curie attribuito il registrare alcuni atti: ma ne' paesi sottoposti

ai Longobardi, neppur sì poco compare. Se fosse poi vero che i

vinti restassero ripartiti fra i vincitori, cessava di necessità

ogni interesse comune, fin quelle cure di ponti, di strade, di beni

pubblici, alle quali si restringe il municipio.

Ciò vale pei Romani conquistati e ripartiti. Ma mentre i Longobardi,

pochi in numero fin da principio, poi assottigliati nelle guerre

continue di due secoli, e sistemati a modo d'esercito, tenevansi

aggruppati intorno ai castellari, più confacenti all'indole loro

che non le città, la remota campagna e massime i monti restavano

alla popolazione indigena, e questa poteva aver conservato qualche

ordinamento municipale. Alla romana continuarono a regolarsi le città

a mare, e quelle dove Goti e Longobardi non penetrarono o per poco.

Quattro o cinque secoli più tardi, venne un istante che le città,

dominate o no dai Longobardi, si trovarono riunite nella lega di

Lombardia, Marca e Romagna, ed in esse apparvero forme a un bel circa

eguali di governo municipale. Ora, chi rifletta che eguali pure le

aveano allorchè furono côlte dagl'invasori, inclina a credere che anche

le soggiogate dai Longobardi mantenessero alcun modo di reggimento

municipale.

Invano però se ne cercherebbe vestigio; nè la condizione dei vinti è

possibile indagare nelle leggi che riguardano soli i vincitori, per

quanto questi fossero portati a venerare in quelli la dignità del

sacerdozio o la superiorità del sapere, e fin costretti di valersi

di loro per notari e per compilare le leggi. Chi voglia vedere il

popol nostro, lo cerchi ne' mestieri della pace e nella coltivazione

de' campi, rimasta agl'inermi. Forse, al modo che i vincitori erano

disposti per razze, così i vinti erano per _scuole_ di mestieri, tenute

solidalmente garanti del tributo che si doveva al duca o al re.

Nessuno dubiterà che il commercio non patisse fra quelle invasioni;

pure non perì affatto, tanta n'è la vitalità; tanto, più de' gravi

disastri, gli nuociono gl'improvvidi regolamenti e la sistematica

tutela. Teodorico avea procurato favorirlo, destinandovi prefetti in

Italia e giudici che spacciassero le liti tra forestieri e paesani,

riparando le strade e assicurandole da' masnadieri, allestendo fin

mille navi pel trasporto delle merci e la sicurezza delle coste, e

allettando negozianti con promesse ed immunità. L'anonimo scoperto dal

Valois riferisce di fatto che molti venivano di fuori a mercatare in

Italia; che di grani, vini, legumi vi si facea baratto: e le minute

cure prese da quel Governo, fin a tassare i prezzi delle merci[147],

manifestano economica inesperienza piuttosto che trascuranza. Neppure

sotto i Longobardi si cessò d'ogni commercio; anzi andavamo alle

fiere di Parigi, ove scontravamo mercadanti sassoni, spagnuoli,

provenzali, franchi[148]. Ben è vero che i dominatori introdussero

un impaccio, appena tollerabile alla fiacchissima servilità odierna,

cioè i passaporti di cui doveva essere munito chiunque andasse per

affari[149].

Abbiamo pure un'incidentale menzione dei _magistri comacini_,

architetti o maestri di muro, provenienti dai contorni del lago di

Como, che forse per l'abilità loro furono esentati dall'universale

ripartizione e dal tributo servile, onde rimasero eguagliati ai liberi,

e capaci di pattuire e ricever mercede, ed ebbero licenza di unirsi in

una specie di consorzio[150]. Troviamo inoltre costruttori di navigli

che re Agilufo mandò al kacano degli Avari. Di medici cade anche

frequente menzione nelle leggi, ma nulla consta del loro stato civile.

Un pittore Auriperto in Lucca, caro al re Astolfo; un Orso, che co'

suoi scolari Giovino e Gioventino scolpì due colonnette del tabernacolo

di San Giorgio in val Pulicella, sono i soli ricordi d'artisti; eppure

altri servirono ai tanti edifizj di Teodolinda e dei posteriori.

Costoro tutti noi incliniamo a credere appartenessero al popolo

vinto. Però col volger del tempo si diedero alla mercatura anche

Longobardi, giacchè le leggi d'Astolfo vogliono che i mercadanti si

tengano anch'essi allestiti d'arme e cavalli, e vietano sotto pena del

guidrigildo (pena meramente longobarda) ai mercadanti del paese di aver

affare coi Romani, cioè cogli abitanti dell'Italia non soggiogata[151].

Il popolo vinto può riscontrarsi anche nelle _gilde_, specie di

fraternite che si formavano onde soccorrersi in caso d'incendio o

d'altri sinistri, e che forse alcuna volta metteano ostacolo alla

brutale prepotenza. Singolarmente il popolo vinto sussisteva ed aveva

rappresentanza nella Chiesa, radunandosi per eleggere i vescovi[152] e

i parroci suoi, e affezionandosi ai preti e ai monaci, i quali usciti

dalla classe degli oppressi, gli oppressi proteggevano e consolavano.

Fra questi gli affari ecclesiastici si regolavano colla legge romana,

e il Longobardo li lasciava risolvere gl'interni litigi davanti alle

curie vescovili. Ora gli ecclesiastici erano fratelli, figli, congiunti

del popolo indigeno, e poteano insinuare i principj d'ordine, speciali

alla classe loro. Era tenuta per vera una costituzione di Costantino,

infirmata solo dalla più tarda critica, la quale prescriveva, se

alcuna lite fosse recata a un vescovo da una parte, l'altra parte

dovesse stare al giudizio arbitrale di questo. Il conquistatore

non la riconosceva legalmente; ma gli ecclesiastici se ne facevano

appoggio, e — Il conquistatore non vi curò? ebbene, quando insorga

dissidio fra voi, rimettetelo in noi, e coll'equità lo ragguaglieremo.

All'ordinamento del Comune, alla polizia il Longobardo non provvide?

provvedete voi, secondo le consuetudini di cui avete la tradizione.

Quest'irrequieto dominio v'interrompe ogni commercio? ebbene, un giorno

la settimana venite al convento, e lì sul sagrato raccoglietevi a

comprare e vendere, protetti dall'ecclesiastica immunità. V'insegue il

prepotente a spada nuda? dal furor suo ricoveratevi agli asili, che vi

apriamo ne' luoghi sacri. Voi, sebbene vinti, siete i buoni credenti,

mentre costoro sono ariani; voi siete i figli di Dio in cielo e del

papa in terra, il quale vi benedice, mentre riprova la _schifosissima_

e _nefandissima_ stirpe de' Longobardi».

Così intorno all'ecclesiastica, unica autorità paesana sopravissuta,

raccoglievansi le speranze e i diritti dei superstiti italiani, e

v'acquistavano qualche ordinamento. In ciò nulla v'è per certo che

indichi una città, un reggersi a Comune: ma il popolo sussiste, ed è

collegato ad una classe rispettata anche dagli invasori, e si solleverà

se mai questa arrivi ad ottenere qualche rappresentanza.

Veniva di ciò a vantaggiarsi la potenza de' vescovi, sostenitori del

partito nazionale[153]; tanto più che formavano un'unità con tutti i

vescovi d'Occidente, e ad essi dirigevansi i papi, e principalmente

Gregorio Magno. Duranti le pubbliche calamità eccitava egli i vescovi

a convertire i vincitori ariani[154]: — La fraternità vostra esorti

dappertutto i Longobardi, che, sovrastando grave mortalità, conciliino

alla vera fede i figli battezzati nell'arianismo, affine di placare la

collera dell'Onnipotente. Quanti potete, strascinate colla persuasione

alla fede retta, predicate loro senza posa l'eterna vita, acciocchè

quando comparirete al cospetto del Giudice possiate mostargli il frutto

del vostro zelo».

Scrisse anche a Magno prete milanese, confortasse clero e popolo

ad eleggere un successore al vescovo Onorato. Magno si condusse

a Roma con lettera, dov'era annunziato che i voti concorreano in

Costanzio. La lettera non era sottoscritta, perchè i cattolici temeano

compromettersi: pure il papa confermò l'eletto, dispensandolo, secondo

il privilegio della chiesa ambrosiana, dal venire a' suoi piedi per

l'ordinazione; voleva però fosse udito il parere anche dei Milanesi

rifuggiti a Genova. Assentendo questi, Costanzio fu vescovo. Lui

morto, dovea succedergli Diodato: ma poichè Agilulfo pretendea darne

un altro di sua scelta, Gregorio scrisse ai Milanesi di rimaner saldi,

ch'egli non accetterebbe mai uno prescelto da acattolici o longobardi.

— D'altra parte (soggiunge) non vi troverete a ciò ridotti dalla

necessità, attesochè i beni dei chierici che servono a sant'Ambrogio,

stanno in Sicilia e in altre parti indipendenti»[155]. Nella Chiesa

dunque erasi rifuggita la causa della libertà e della nazionalità; e ve

la troveremo gran tempo.

Allora poi che Teodolinda diede trionfo al cattolicesimo, quel che i

vescovi in prima facevano arbitrariamente fu legalmente riconosciuto,

continuando essi a decidere in affari di volontaria giurisdizione,

salvo a recar appello delle loro sentenze al re. Non acquistarono però

mai veste pubblica, nè furono ammessi alle assemblee, fin al tempo di

Carlo Magno.

Moltiplicaronsi in quel tempo i monasteri, ad alcuni dei quali, come

alle possessioni de' vescovi, fu concessa l'immunità, vale a dire

giurisdizione indipendente. E stantechè teneano sotto di sè molte

persone, coloni o dipendenti, pei quali erano obbligati dare la _vadia_

o malleveria, e in caso di delitti pagare per essi, perciò acquistavano

sopra di essi il _mundio_, tutela longobarda che così introducevasi

nella legislazione ecclesiastica. La vadia da alcuni si prestava alle

città, da altri al re; e questi erano i più stimati, sicchè l'abate

loro appena la cedeva in dignità a giudici e gastaldi. Il re stesso

talvolta esimeva alcun monastero dalla giurisdizione degli Ordinarj;

altri esentava da dazj, che così venivano a formare repubblichette

indipendenti.

Noi siamo dunque alieni da coloro che pensano, Longobardi e Romani si

fondessero in un popolo solo, d'eguali diritti politici. Qual ragione

perchè i longobardi padroni volessero rinunziare ai privilegi proprj?

L'Italia era per essi una preda, non una patria; il loro un dominio

militare, che si mantenne, non si consolidò: e stettero due secoli

sul suolo nostro, come da tanti stavano i Turchi sulla Grecia, e i

signori magiari sulla turba plebea della Pannonia. I principi loro

intitolaronsi sempre re de' Longobardi; Longobardi soli intervenivano

a sancire le leggi: le quali leggi essendo destinate unicamente ai

vincitori, convincono che mai questi andarono confusi coi vinti. Anzi,

a prevenire l'accomunamento, la legge impediva i matrimonj; nè soltanto

coi vinti, avvilimento che la legge repudiava, ma neppure coi Romani

de' paesi non soggiogati, ai quali soli io riferisco quello statuto

che, se un Romano sposa una Longobarda, questa scada dai diritti suoi,

e i figli loro restino ridotti alla legge paterna[156], cioè non godano

i privilegi della nazione dominatrice.

Pure la vita sociale non regge a canoni interamente esclusivi, nè è

mai compiutamente d'un sistema o dell'altro: ed alcuni fatti indicano

come potesse avviarsi la mistione. I Longobardi soleano arrolare negli

eserciti i servi[157]: era dunque aperta a questi, fosser anche di

gente romana, la strada al valore, e per esso a gradi, sebbene non

ai primarj. Se fosse vero che il servo redento seguisse la legge di

quel che lo aveva emancipato, sariasi avuto un altro modo pei vinti

d'entrare nella società dei vincitori: ma altrimenti va interpretato il

testo, cui appoggiano questa congettura[158].

Bensì alcuni affrancati ottenevano terre a modo di liberi livellarj,

o davansi a mestieri non servili, col che ampliavasi un terzo stato. I

membri del clero, che nelle cose ecclesiastiche seguivano i privilegi

romani, nelle civili erano pareggiati ai Longobardi, quantunque nati

romani, e godeano del guidrigildo, e potevano accertar la verità colla

punta della spada. Il Longobardo stesso s'affezionò alla sua _sorte_,

cioè al campo toccatogli; ed agli aldj affissi a questo consentì

diritti, e più tardi anche un guidrigildo, e il poter disporre del

proprio peculio. Ma se mai la repugnanza nazionale e religiosa, e la

superbia dei conquistatori lasciò qualche varco ai vinti per acquistare

i diritti dei vincitori, ciò non fu se non dopo i tempi di Liutprando,

quando un diritto men fiero erasi introdotto, arricchito dal più ampio

e scientifico che i Romani aveano tramandato, e che veniva a riportare

una vittoria intellettuale sopra quelli che coll'alabarda aveano

distrutto la romana cittadinanza.

Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15) · 第 10 / 39 题