Imperante Tiberio, i Romani udirono prima il nome de' Longobardi,
«popoli (dice Tacito) cui nobilita l'esser pochi, e che stando in
mezzo ad altri potentissimi, non col rispetto si fanno sicuri, ma col
cimento e le battaglie». Fossero il grosso della nazione, o piuttosto
una banda, abitavano oltre l'Elba, dove poi fu la Marca media di
Brandeburgo; combatterono sotto Maraboduo, poi sotto Arminio; Tolomeo
li trovava già sul Reno; anche il Danubio varcarono, ma ne furono
respinti.
Tradizioni, non accettate dalla moderna critica, traevano tutte
le genti nuove dalla Scandinavia; e di là pure i patrj racconti
dicevano uscita la coraggiosa e guerresca gente de' Longobardi,
dietro alla valckiria Gambara, e ai capitani Ibor e Ayone. Freja e il
guerresco Odino erano le loro divinità; e come tutti gli adoratori di
questo, riconoscevano una nobiltà d'origine celeste, chiamata degli
Adelingi[46], nobiltà guerriera e insieme sacerdotale, per modo che
le conversioni fra loro non erano personali, bensì un affare di Stato,
bastando il re le decretasse.
Agelmondo, primo lor condottiere, passando da uno stagno dov'erano
stati dalla madre gettati sette bambini, natile a un parto da nozze
infande, sporse la lancia; un di quelli la afferrò, ed egli il trasse
in salvo, e lo nomò Lamisso, cioè figlio della lama, o della palude.
Allevato con gran cura, costui si segnalò per valore, e massime
vincendo una temuta amazone; e tanto fece che divenne re.
Sotto i suoi successori (la cui serie, conservata gelosamente, più
tardi fu collocata in testa al loro codice) i Longobardi tolsero
l'antica Rugia agli Eruli, e si piantarono a mezzogiorno del Danubio,
nella Pannonia, che pareva la stazione di quanti preparavansi ad
invadere l'Italia. Colà si trovarono vicini i Gepidi, i quali, alla
morte di Attila che gli avea sottomessi, occupato avevano le terre
intorno al Danubio, abbandonate dai Goti quando venivano contro
Belisario; e presto ebbero occasione di guerre. Waltari, ultimo degli
Adelingi, fu spodestato da Audoino; ma Ildechi, che pretendeva alla
dominazione dei Longobardi, cercò ajuto di Gepidi istigandoli a guerra
contro i suoi. In quel tempo Turisindo aveva usurpata la corona de'
Gepidi a Ustrigoto, il quale a vicenda avea chiesto ricovero e ajuto di
Longobardi. Audoino e Turisindo conobbero esser follia il combattere
fuori un'usurpazione che ciascuno aveva imitata in casa; uccisero
ciascuno l'ospitato rivale dell'altro, e il reciproco delitto saldò la
loro pace.
Ma pace non poteva durare fra due popoli fieri, separati soltanto dal
Tibisco; e delle incessanti guerre si conservò memoria nelle canzoni,
o forse in un poema nazionale, donde, due secoli più tardi, Paolo
Warnefrido, diacono del Friuli, trasse un racconto delle geste dei
Longobardi. È romanzo piuttosto che storia, ma in difetto d'altri
monumenti, vuolsi seguirlo come ritratto dell'indole di esso popolo.
Secondo quello, da Audoino nacque Alboino, il quale, guerreggiando
il gepido Turisindo, ne uccise il figlio Turismondo (566). I signori
longobardi, ammirando il valore del giovane principe, chiedono al re
se lo faccia sedere allato nel banchetto, della vittoria; ma Audoino,
— Per istituto de' nostri maggiori, verun principe si pone a mensa
col padre, se prima non abbia ricevuto le armi da re straniero». E
Alboino con quaranta risoluti passa alla corte di Turisindo, e gli
chiede l'adozione delle armi. Lo ospitò il Gepido, e gl'imbandì; ma
mentre sedevano al desco riflettè mestamente: — Al posto di mio figlio
sta colui che l'ha trucidato». Tale esclamazione fe prorompere l'astio
dei Gepidi; e Cunimondo, altro figlio del re, caldo dal dispetto e dal
vino, uscì in motti pungenti, e paragonò i Longobardi, per aspetto e
per fetore, a giumente. — Ma queste giumente (rispose Alboino) come
sappiano springare calci lo dice la pianura di Asfeld, ove giaciono
l'ossa di tuo fratello come di bestia vile». Al ripicchio che ridestava
un disperato dolore, si caccia mano alle scimitarre di qua e di là; ma
Turisindo, riuscito a stento a proteggere i diritti dell'ospitalità,
colle armi di Turismondo riveste Alboino, che reduce al padre e ammesso
al convito, narra l'ardimento suo e la fede del re nemico.
Cunimondo, sostituito al defunto padre dal voto di tutti, cioè dei
guerrieri, pensò vendicare gli antichi oltraggi, e ruppe guerra ad
Alboino, ch'era succeduto anch'esso al genitore. Questi invocò in
ajuto un'orda di Avari, colla quale sconfisse il nemico, e colla morte
di Cunimondo mise al nulla il regno dei Gepidi (566), i cui avanzi
andarono o misti ai Longobardi o schiavi degli Avari.
Alboino avea sposata Clotsuinda, figlia di Clotario, possente re dei
Franchi: piissima donna, cui Nicezio, vescovo di Tréveri, esortava a
convertire il marito dall'eresia ariana. «Fa stupore (scriveale) che,
mentre le genti lo paventano, i rei lo venerano, le podestà senza fine
lo lodano, l'imperatore stesso gli dà la preminenza, egli non si prenda
cura dell'anima; che, mentre splende di reputazione, nulla si brighi
del regno di Dio e della sua salute»[47].
Era dunque fra i Barbari in grande stima Alboino, il quale, inorgoglito
dalle primiere, qualche nuova insigne impresa meditava.
I Longobardi erano men tosto una nazione che un esercito, divelto
già un pezzo dalle terre natìe, e accampato or qua or là, talvolta a
servigio di stranieri, sempre sistemato alla militare. Al modo degli
altri Germani, allorchè decretavasi un'impresa comune si univano al re
i varj capi (_gasindi_) della nazione con volontarj seguaci, d'accordo
fin al compimento, ma del resto indipendenti, e vogliosi d'assicurarsi
ciascuno ricchezza e dominio.
Quelli che da Giustiniano erano stati chiamati in Italia a combattere
Totila, non rifinivano di celebrar questo cielo e questi luoghi, che
tante sventure non avevano ancora abbastanza disabbelliti. Alboino
rifrescò le rimembranze collo imbandire i frutti più squisiti e i
migliori vini d'Italia. Quel Narsete, ch'erasi fatto rispettare col
valore e amare coi donativi, più non difendeva le latine contrade,
anzi oltraggiato gl'invitava a vendicarlo. Occorreva di più per
determinare ad imprese una gente guerresca, che priva ancora di patria,
ne troverebbe una sì bella, dopo facile vittoria sopra un popolo
disarmato?
Pertanto «correndo l'indizione prima, nell'anno di Cristo 568, il
giorno dopo la pasqua, che in quell'anno cadeva al 1º d'aprile»[48],
Alboino si mosse dalla Pannonia, lasciando questa agli Avari, col
singolare patto di restituirgliela se fosse costretto a ritornare.
Come fu udito che i Longobardi s'accingevano a passar le Alpi, dalla
Germania e dalla Scizia accorsero compagni alla fatica ed alla preda
Gepidi, Bulgari, Sármati, Pannoni, Svevi, Norici, e, principalmente
graditi ad Alboino, ventimila combattenti Sassoni, con mogli e
figliuoli.
Con tanta mescolanza di razze, di culti, di costumi[49], e coi vizj e
le doti d'un capo barbaro, Alboino si mosse; da un'altura ai confini
d'Italia, che poi fu detta Monreale (Monte Maggiore?) additò a'
seguaci la bellezza del paese che li menava a conquistare, e si avventò
sopra la Venezia. Aquileja, posta al limitare d'Italia, smantellata
da Attila, non poteva opporgli contrasto; e il patriarca Paolino,
coi principali e col tesoro della Chiesa, ricoverarono nell'isola di
Grado, crescendo così la Repubblica delle lagune adriatiche. Occupato
Cividale, Alboino sentì la necessità di ben proteggere le alpi
Giulie, e vi lasciò il proprio nipote e gran cavallerizzo (_marpahis_)
Gisulfo, col titolo di duca del Friuli. Il quale accettò, purchè gli si
lasciassero quelle famiglie (_fare_) che egli sceglierebbe; e così vi
collocò le migliori prosapie longobarde, e buone razze di cavalli e di
bufali, allora prima veduti in Italia. Alboino continuando la marciata,
alla Piave incontrato Felice vescovo di Treviso, che raccomandavagli
il popolo e i beni della sua chiesa, gli fece spedire un diploma che
questi assicurava. Politica opportuna, mercè della quale il patriarca
d'Aquileja rientrò anch'egli bentosto nella sua sede.
I quindici anni della dominazione greca aveano, colla fiscale pressura,
incancrenito le piaghe della patria nostra, a cui peste e carestia
tolsero perfino i riposi della servitù. Longino patrizio era venuto
qui senza truppe: forse le scarse che restavano furono concentrate
nelle fortezze e attorno a Ravenna, invece di moltiplicarle portandole
rapidamente ove bisogno: di nuove non poteva mandarne Giustino, in
guerra coi Persi e minacciato d'una diversione degli Avari, alleati de'
Longobardi.
Alboino dunque occupò Vicenza e Verona senza resistenza; con piccola,
Padova, Monselice, Mantova, poi Trento, Brescia e Bergamo; ai 3
di settembre veniva gridato re in Milano, donde erano fuggiti i
primati col vescovo Onorato[50]. La Liguria, di cui Milano era capo,
abbracciava allora Pavia, Novara, Vercelli, il Monferrato, il Piemonte,
la riviera di Genova; ma quest'ultima e Albenga e Savona, giovate
dalla posizione marittima, resistettero all'invasore. Anche Pavia tenne
saldo tre anni e mesi; dalla quale opposizione indispettito, Alboino
giurò mandarla a sterminio; ma quando la fame gliel'ebbe schiusa,
nell'entrare il suo cavallo cascò, nè voleva più rialzarsi. La pietà
interpretò al Barbaro questo caso come un'ammonizione del Cielo contro
il voto sanguinario fatto a danno d'un _popolo veramente cristiano_;
onde Alboino lasciossi placare; ed essendosi allora il cavallo
rialzato, egli entrò, e nel palazzo di Teodorico posò la sede del nuovo
regno longobardo.
Durante l'assedio egli aveva passato il Po, sottomettendo la riva
destra fin dove vi confluisce il Tánaro; poi spingendosi per la Toscana
e nell'Ombria, collocò un duca a Spoleto; fe correrie sino a Roma,
senza però occuparla; fors'anche arrivò più a mezzodì, e fondò il
ducato di Benevento[51], che dovea sopravivere al regno longobardo.
Non si vede che Longino gli stesse mai a fronte; talchè, se più abile
nel capitanare o più forte nel dominare, Alboino poteva di presente
sottoporre l'intera Italia: ma si distrasse in inutili imprese; e
mentre a domare tante città sariensi volute tutte le forze della
nazione, i capitani, uniti soltanto da quel legame che congiungeva
i gasindi col signore, prendevano quartiere sulle terre man mano
conquistate, altri portavano altrove le minaccie.
Dell'ucciso Cunimondo aveva Alboino costretto la figlia Rosmunda a
sposarlo, e col cranio di lui formato una tazza, per accoppiare ai
piaceri della mensa la fiera voluttà della vittoria; — e (dice Paolo
Diacono) io stesso, Cristo m'è testimonio, vidi il principe Rachi in
giorno festivo tener in mano quel bicchiere, e mostrarlo a' convitati».
Or mentre in Verona solennizzava le ben succedute imprese, al levar
delle tavole chiese quella tazza, e poichè tutti n'ebbero bevuto in
giro, coronatala d'altro vino, disse: — Recatela a Rosmunda acciocchè
beva con suo padre». La celia brutale punse al vivo la donna, che
preparò vendetta. Si fe cedere segretamente il letto da una concubina
del valorosissimo Perideo; e come fu stata seco, gli si palesò,
mostrando non restargli altro scampo che trucidare il re. E il re fu
scannato (573).
Rosmunda sperava, coll'ajuto de' suoi Gepidi, mettere in trono
l'amante Elmigiso, vile complice del doppio delitto: ma i Longobardi,
che assai compiansero Alboino, contrariarono la indegna, la quale
con la figlia Alesuinda, i due drudi, pochi fedeli e molti tesori,
salvossi a Ravenna. L'esarca Longino, che lusingavasi colle discordie
fiaccar coloro che non ardiva coll'armi, venuto terzo agli amori
della svergognata, la persuase a toglier di mezzo Elmigiso. A questo
ella mescè un veleno mentre stava nel bagno; ma egli insospettito la
obbligò a bere il residuo del nappo funesto; ed entrambi morirono delle
conseguenze della loro perversità.
Alesuinda fu mandata coi tesori a Costantinopoli (574), ove Perideo
fece gran mostra di vigore uccidendo uno smisurato leone, e dove,
paragonato per robustezza a Sansone, fu come questo accecato, e come
questo tentò una vendetta. Finse aver segreti importanti da rivelare
all'imperatore, ed essendo venuti de' patrizj ad ascoltarlo, credendoli
lui, gli uccise.
Frattanto i capi longobardi in Pavia posero la regia lancia in mano di
Clefi, che continuando le vittorie e lo sterminio dei _potenti Romani_,
spinse le conquiste fino alle porte di Ravenna e di Roma; mentre i
duchi che s'erano stanziati al confine delle Alpi s'avventavano sulle
terre dei Franchi; ma al re dei Borgognoni dovettero cedere Aosta e
Susa, le quali d'allora in poi spettarono al regno di Borgogna. Altri
Franchi dominavano i paesi che or sono Grigioni e Tirolo, e da Anagni
in val di Non snidolli il duca di Trento.
I Longobardi non erano dunque diretti nella conquista da una volontà
preponderante: e poichè, dopo penetrati in Italia, cessava lo scopo
unanime, ciascun capo pigliava per sè una provincia, che non era già
una divisione amministrativa, ma veramente una signoria distinta,
munita, estesa, governata alla germanica, ma con modi particolari.
Quando Clefi, dopo diciotto mesi, fu assassinato (575), poteasi dire
consumata l'impresa, per la quale i gasindi eransi sottoposti a un
capo; laonde trovarono superfluo l'eleggere un altro re, e ciascuno dei
trenta duchi provvide a trar profitto dal paese occupato, anzi che a
sottomettere tutta Italia.
Le sei nazioni di Sarmati, Bulgari, Gepidi, Svevi, Pannoni, Norici,
venute commilitoni ad Alboino, furono assise in cantoni distinti,
dove conservarono la libertà, il dialetto e il nome. I Sassoni non
vollero sottoporsi alle leggi longobarde, onde ripartirono, devastando
la Provenza. Inesperti del mare, i Longobardi non poterono soggiogar
le coste, soccorse di fuori; onde il lembo dalla foce del Po a quella
dell'Arno restò da essi indipendente, e così Genova per alcun tempo, e
per sempre la Sicilia e le isole. Anche alcune terre montuose e fra'
laghi furono immuni dalla loro conquista, come Susa, qualche pianoro
delle alpi Cozie, l'isola Comacina: e così pure Cremona, Mantova,
Padova.
Il regno longobardo distribuivasi in Austria od orientale, composta del
Friuli e del Trentino; Neustria od occidentale, composta de' ducati
d'Ivrea, Torino e Liguria; stava di mezzo la Tuscia, in parte regia,
in parte composta dei ducati di Lucca, Toscana, Castro, Ronciglione e
Perugia. Nell'Emilia non tenevano i Longobardi che Reggio, Piacenza e
Parma; nell'Italia meridionale la piccola Longobardia, cioè i ducati
di Spoleto e Benevento, e il principato di Salerno. In questi paesi la
nazione guerresca era militarmente ordinata in squadre o fare.
Le terre che restavano soggette all'esarca ed ai duchi greci, perchè
ricovero de' Romani, presero nome di Romagna, ed erano, oltre Ravenna,
le città di Bologna, Imola, Faenza, Ferrara, Adria, Comacchio, Forlì,
Cesena, e la pentapoli marina di Ancona, Rimini, Pesaro, Fano,
Sinigaglia. A Roma, Gaeta, Taranto, Siracusa, Cagliari ed altrove
l'esarca collocava dei duchi o maestri della milizia. Napoli ben presto
si tolse alla soggezione, nominando da sè i proprj duchi. Venezia
cresceva dei fuggiaschi latini, e col professarsi in parole suddita
agli imperatori di Bisanzio, cercava l'indipendenza di fatto.
Limitavasi dunque la dominazione greca quasi al solo esarcato e a Roma
non ancora sacerdotale: ma quivi su ristretto spazio erasi affollata
la gente, che le persone e le ricchezze sottraeva alla dominazione de'
Barbari, e alla persecuzione temuta da essi come ariani. Chi manca di
forza a sollevarsi da sè confida smisuratamente in altrui; e i nostri
non finivano di esortar l'imperatore Tiberio II a liberarli; il senato
romano gli mandò trentamila libbre d'oro, e la plebe gli gridava: — Se
non vali a francarci dai Longobardi, almen ci campa dalla fame».
E grano spedì in fatti il buon imperatore, ma non armi; sicchè
il senato non trovò spediente migliore che guadagnare a denaro
qualche capo nemico. Tale fu lo svevo Droctulfo, già prigioniero di
guerra dei Longobardi, poi da essi fatto duca[52], e che messosi al
soldo dell'esarca di Ravenna, e preso Brescello, di là bezzicava i
Longobardi. Con cinquantamila monete d'oro poi il senato indusse
Childeperto, re dei Franchi, a scendere in Italia molestando i
Longobardi. Mosse egli di fatto con potente esercito: laonde venendo
rimesso in quistione il dominio, i duchi, dopo nove anni di vacanza,
convennero d'eleggere un re (584). Fu Autàri, figlio di Clefi; e poichè
il tesoro d'Alboino era stato da Rosmunda portato a Ravenna, e i beni
regj eransi spartiti fra i duchi, questi s'accontarono di dare al re
metà delle proprie sostanze.
Autari con lauti doni rimandò Childeperto di là dall'Alpi, donde per
doni si era mosso; ma l'imperatore pretendea che il Franco continuasse
la guerra promessa; se no, restituisse l'anticipatogli sussidio;
onde Childeperto per soddisfare la promessa tornò, ma non fece che
aggiungere sconfitte al disonore. Per lavare l'onta, egli, con venti
capitani formidabili, calasi una terza volta (590), e quantunque
sconfitto presso Bellinzona, avanzasi e prende Milano e Verona. Autari,
non volendo commettere la sorte del regno ad una battaglia, e d'altra
parte importandogli il dominio, non gli abitanti, chiude le forze e
i tesori longobardi nelle piazze munite, e lascia che il paese sia
mandato a ruba. Se i Greci si fossero congiunti ai Franchi presso
Milano, com'era l'accordo, poteva essere schiantata la dominazione
longobarda: ma mentre i primi attorno a Modena e Parma perdevano
il tempo che in guerra è tutto, stanchezza e discordia entrò fra i
comandanti Franchi, e Childeperto se ne andò su per l'Adige, diroccando
molti forti nelle valli tridentine.
Autari allora, sbucato da Pavia, ricupera facilmente il paese; anzi
profittando del diffuso scoraggiamento, occupa anche l'isoletta
Comacina nel lago di Como, dove sin allora aveva resistito Francione,
partigiano imperiale, e dove s'erano adunate ricchezze da tutte le
città[53]. Fatto poi nodo a Spoleto, si difila sopra il Sannio, tocca
l'estrema punta d'Italia, e spinto il cavallo nel mare, e lanciato il
giavellotto contro una colonna ivi ritta, esclama: — Questo sarà il
confine del regno longobardo».
E forse era il momento di ridur l'Italia in loro dominio, se i
Longobardi avessero saputo rispettare i sentimenti e la religione
degl'italiani, anzichè farsene odiare come eretici e tiranni, e
sprezzare come barbari.
Però il primitivo furore di conquista era mitigato, e qualche ordine e
civiltà s'introdusse, massime per opera d'una straniera. Dagli avanzi
della potenza di Odoacre e degli Ostrogoti dopo perduta l'Italia erasi
formata la gente dei Bavari, di cui era allora duca Garibaldo, della
dinastia degli Agilulfingi. Autari mandò a chiedergli sposa la figlia
Teodolinda, e n'ebbe il sì, a preferenza di Childeperto re de' Franchi:
ma allungandosi la conchiusione, il principe longobardo, impaziente di
conoscere la promessa fanciulla e di prevenire Childeperto, va a quella
Corte, fingendosi uno degli ambasciatori di Autari. Comparsa Teodolinda
e piaciutagli, esso la salutò regina d'Italia, e chiese adempisse il
rito patrio col porgere una coppa di vino ai futuri suoi sudditi.
Com'essa il fece, Autari nel restituirgliela le toccò di furto la
mano, e fece che la destra di lei gli strisciasse la faccia. Teodolinda
raccontò l'occorso alla nutrice; e questa la accertò che nessun altro,
dal re in fuori, sarebbesi tanto permesso; di che ella si compiacque,
avendolo veduto bel giovane e proporzionato. Egli partendo, come al
confine si congedava dalla scorta bavarese, s'alzò sul cavallo, e di
tutta forza scagliò l'ascia contro un albero, dicendo: — Siffatti colpi
vibra il re de' Longobardi».
591
Il franco Childeperto assalì alla sprovvista Garibaldo per rapirgli
Teodolinda, ma questa potè raggiungere in Verona lo sposo. Molti Bavari
si piantarono fra i Longobardi; Gundualdo, fratello di lei, fu posto
duca d'Asti, futuro padre di re. In capo a un anno Autari morì; e tal
fiducia i Longobardi aveano posto in Teodolinda, che dichiararono
torrebbero a re quel ch'essa scegliesse a sposo. Ed essa invitò a
Corte Agilulfo, duca di Torino, non meno insigne per aspetto che per
animo bellicoso: e bevuto, porse a lui la tazza da vuotare. Egli ne la
ringraziò baciandole la mano; ma Teodolinda: — Perchè baci sulla mano
colei, che hai diritto di baciare in bocca?» E quest'atto rese pubblica
la scelta, confermata ed applaudita dall'assemblea nazionale.
Questi fatti particolari, come che abbelliti dall'immaginazione o
dall'arte del narratore longobardo, rivelano le costumanze del popolo
dominante.
La pietà di Teodolinda veniva opportunissima a mitigare la fierezza dei
Longobardi. Costoro, prima d'entrare in Italia, avevano abbracciato
il cristianesimo; ma conservavano alcune pratiche idolatre, a
segno che torturarono quaranta contadini romani prigionieri, che
non vollero adorare il teschio di una capra da loro immolata. Per
isventura, i primi che andarono ad apostolarli erano ariani: talchè,
dopo vinte le resistenze dell'intelletto e della passione onde farsi
cristiani, dovettero stupire ed indignarsi nell'udir dai Cattolici
che si trovavano novamente sulla via dell'inferno. Essi da principio
molestarono i cattolici, cacciandone i vescovi per sostituirne
d'ariani; dappoi tollerarono doppio vescovo in ciascuna città: ma
la nomina e la conferma erano occasione di traversie pel cattolico,
avversato dai vincitori, sostenuto dai vinti. Autari, che aveva
abbandonato l'idolatria per l'arianismo, s'adombrò del preponderare
dei Cattolici, laonde proibì di battezzare cattolicamente i nati da
Longobardi; la morte che prontamente gli sopravvenne, volle guardarsi
come celeste castigo di un decreto, il quale non fece che infervorare
i Cattolici, sorretti anche dal pontefice Gregorio Magno. A questo ne
volle male Agilulfo, e passato il Po, minacciò Roma stessa; onde il
papa sospendeva il corso delle sue omelie sopra Ezechiele, dicendo: —
Ogni dove si ascoltano gemiti; Agilulfo distrugge le città, dirocca i
castelli, spopola le campagne, intere contrade riducendo in solitudine;
a Roma giungono persone colle mani troncate; altre sono condotte in
ischiavitù, e tutt'intorno non vediamo che strazj d'infelici e immagine
di morte».
Teodolinda era cattolica; e quel pontefice con frequenti lettere e
col mandarle i proprj Dialoghi ne sostenne lo zelo, di modo che ella
ridusse alla vera fede lo sposo suo: il loro figliuolo fu battezzato
cattolicamente, e «restituito l'onore e la dignità solita ai vescovi,
fin qui depressi ed abjetti»[54]. Sull'esempio loro, l'intera nazione
si fe' cattolica, zelò il culto e moltiplicò le chiese, che in alcune
città salivano a centinaja; ed eccetto le parrocchiali, a tutte erano
congiunti o monasteri o spedali per infermi e pellegrini. Teodolinda
fece restituirvi i beni rapiti, e di nuovi ne aggiunse; e «per sè,
pel marito, i figliuoli e le figliuole e tutti i Longobardi d'Italia»
fabbricò la basilica di San Giovanni Battista in Monza, preceduta da
un atrio a portici, e formata a croce greca, sormontata da una cupola
sostenuta da colonne ottagone, sotto la quale sorgea l'altare, a cui
ascendevasi per una scalea.
Sulla porta maggiore della basilica odierna, fabbricata nel XIV secolo,
è un bassorilievo, che potrebbe essere contemporaneo a Teodolinda,
di marmo bianco a dorature e colori, rappresentante il battesimo di
Cristo; e nella parte superiore v'è effigiata essa regina in atto
di offrire al Battista una corona gemmata, e allato di lei la figlia
Gundeberga colle mani in orazione, il figlio Adaloaldo, tenente una
colomba, e a ginocchi il marito Agilulfo: oltre l'immagine dei doni
fatti da quei re, cioè corone, croci, vasi, la chioccia coi pulcini,
che ancor si conserva. E vi si conservano pure un evangeliario coperto
di lastra d'oro di sessanta oncie, con preziose gemme e otto cammei,
iscritto _De donis Dei offerit Theodolenda regina gloriosissema sancto
Johanni Baptistæ quam ipsa fundavit in Modicia prope palatium suum_;
una patena d'oro contornata di quattro giacinti, quattro smeraldi
e diciassette perle; un'animetta da calice in lastra d'oro con
centododici gemme, ventuna perla e una grossa ametista; un pettine
d'avorio legato in argento dorato e a gioje; una croce di ducento oncie
d'oro, con rappresentate la vita di Cristo da un lato, dall'altro
quella del Battista, e l'immagine di Teodolinda coll'iscrizione
Theodolenda regina viva in Deo. Più degne di nota sono la corona
ferrea, che forse era un vezzo d'essa regina, e la corona gemmata
d'Agilulfo, avente in giro i dodici Apostoli in altrettante nicchie,
e in mezzo il Salvatore seduto fra due angeli, e una croce pendente da
una catenella[55].
Teodolinda nella sua basilica depose anche molte reliquie, impetrate
dal pontefice, cioè olj dalle lampade che ardevano davanti ai martiri,
entro ampolle di cristallo, d'avorio o d'altro, che ancora si venerano,
come il papiro dov'erano registrate[56]. Là pure essa aveva un palazzo,
arricchito di pitture rappresentanti costumi nazionali: e tanto basti
a convincere come le arti non fossero perite. La tradizione popolare
attribuisce infinite opere alla pia regina, la cui memoria vive tra il
nostro vulgo in benedizione.
Di questo tempo gli imperatori iconoclasti (come a disteso narreremo)
vollero costringere i Romani a ripudiare il culto delle immagini; e
questi, non potendo altrimenti assicurare la libertà delle coscienze e
del culto, sorsero a rivolta, e ne scossero il giogo. Gregorio Magno,
che più volte aveva elevato la voce contro gli abusi de' ministri greci
in Italia, confortò i Romani nell'impresa; ben lontano però dal dar
favore ai Longobardi, riconciliò anzi questi coll'esarca Callinico.
Ma avendo i Greci rotto fede e assalita Parma nel cuor della pace,
sorprendendo e menando schiava la stessa figlia del re, Agilulfo
s'alleò col kacano degli Avari, perpetuo nemico dell'impero orientale,
il quale assalendo la Tracia e spedendo un corpo di Slavi in Italia,
diè il tratto alla fortuna del Longobardo, che occupò Cremona, Mantova,
Padova, fin allora rimaste agl'imperatori, e col fuoco punì in esse la
perfidia dell'esarca. Tentò egli più d'una volta sbarcare in Sardegna,
ma il colpo gli fallì.
Lo turbarono alcuni duchi, sorti ad aperta ribellione, forse per
riazione ariana contro il dominante cattolico. Or clemenza egli
v'adoprò, or rigore, massime contro quelli che avessero parteggiato
collo straniero; come Maurizio, che aveva tradito Perugia al romano
esarca, e Minulfo, duca dell'isola d'Orta, che aveva tenuto mano ad
un'invasione di Franchi.
Coi quali Franchi era stata tregua, ma pace non mai; e i Longobardi,
fin dal tempo dei Trenta duchi, continuavano a tributar loro dodicimila
scudi d'oro. Re Agilulfo spedì a corrompere con mille soldi cadauno i
tre ministri di re Clotario, i quali persuasero questo ad accettare
trentaseimila scudi una volta tanto, e così cessò il vergognoso
tributo.
Agilulfo erasi associato nel regno il figlio Adaloaldo, che gli
successe sotto la tutela di Teodolinda (615). Ma talmente egli delirava
in empietà e crudeltà, che si disse avergli l'imperatore Eraclio
propinata una bevanda, per la quale non poteva operare se non come
questi volesse. Forse così la voce popolare espresse l'inclinazione
di lui a favorire mentosto gl'interessi di sua nazione, che quelli
dei Romani; vietò le incursioni sui territorj ancora indipendenti; fu
detto pensasse ammazzar tutti i nobili longobardi e darsi ai Greci;
onde i grandi lo deposero (625), sostituendo Ariovaldo, duca di Torino,
nè Cattolico, nè della stirpe bavarese. Prima d'esser re, aveva egli
incontrato a Pavia un prete Selidolfo, monaco di Bobbio, e vistolo, —
Ecco un dei monaci di Colombano (il santo fondatore di quel monastero)
che non si degnano di renderci il saluto»; e fu primo a salutarlo.
Selidolfo rispose che anch'esso gli avrebbe augurato salute se non
avesse sentito dello scemo in materia di fede. Il principe stizzito
lo fece bastonar di maniera, che il frate stette come morto, poi
riavutosi, se n'andò[57].
Ariovaldo ebbe regno pacifico e senza ricordati accidenti, eccetto
le sommosse di due fratelli Tasone e Cacone, duchi del Friuli,
nipoti del bavarese Gisulfo. Ebbe egli sospetto che con costoro se
l'intendesse Gundeberga, loro cugina come figlia di Teodolinda e
sorella d'Adaloaldo, che egli aveva sposata per ispianarsi la via
al regno, e che voleva imitar la madre nel mescolarsi ai pubblici
maneggi, sostenuta dall'amore dei Longobardi. Non sentendosi forte per
esterminare i due ribelli, Ariovaldo comprò l'esarca di Ravenna, il
quale, chiamatili a sè in Oderzo col pretesto di tagliar loro la barba,
cioè adottarli come figliuoli e clienti dell'Impero, gli uccise: ed il
re in compenso perdonò un tributo che gli doveano gli esarchi.
636
Lui morto, Gundeberga, sapendo d'aver in pugno il voto dei principali
Longobardi, esibì la corona a Rotari duca di Brescia[58], s'e' volesse
ripudiare la prima moglie e sposar lei. Così fu fatto. Egli era degli
Arodi, antichissima schiatta longobarda: e col punire severamente
i signori che aveano disfavorito la sua nomina, ebbe occasione di
ripristinare l'obbedienza. Ingrato alla moglie, oltre abbandonarsi
a concubine, tolse a perseguitarla. Adaulfo, cortigiano longobardo,
sentendosi lodare da lei, ardì richiederla d'amore; e rifiutato,
l'accusò d'accordarsi con un duca per avvelenar il marito: e Rotari la
cacciò nel castel di Lomello, ove tre anni essa mangiò il pane della
tribolazione e della pazienza. Alfine il re franco Clotario mandò a far
querela dell'indegno trattamento; e poichè Rotari adduceva l'appostagli
taccia, uno de' messi gli disse: — Presto fatto a chiarirti il vero.
Ordina all'accusatore che combatta con un campione della regina, e il
giudizio di Dio decida». Su questi giudizj di Dio or ora parleremo: e
in fatti il partito piacque, si combattè, e l'accusatore restò ucciso,
e Gundeberga ripristinata nella dignità e nei possessi[59].
Rotari, ariano, pose un vescovo di sua credenza in ogni città, pure
largheggiò colle chiese; e quando il vescovo di Pavia, capitale del
regno, si ridusse cattolico, cessò quel doppio primato. Onde reprimere
gli inquieti, Rotari mandò a morte molti Longobardi; rotta poi guerra
ai Romani, diroccò Oderzo, occupò Luni, Genova, Savona, Albenga,
e tutto il paese a mare sino alle terre dei Franchi di Borgogna,
smantellando le città, e volendo non si chiamassero più che vichi[60]:
molti abitanti vendette schiavi ai Franchi.