V.

Compiuti i diciott'anni, Celso Dondelli non aveva ancora dimostrata

miglior vocazione che quella di star allegro e di corbellare il

prossimo. Dalla scuola del filosofo aveva però acquistata tanta coltura

da superare i coetanei studenti nei regi licei. -- Il lievito c'è --

diceva il conte --; lasciamolo fermentare.

E scorgeva sempre un'intenzione seria, un motivo ragionevole in ogni

scherzo o birichinata che il suo protetto faceva. Questa benignità,

ingenua o filosofica che fosse, trovava un cuore non ingrato o sleale.

Per il suo protettore il giovine si sarebbe messo nel fuoco; e il conte,

che sentiva l'affetto sincero nella confidenza di lui, lo ricambiava in

modo così aperto che già tutti dicevano: -- Lo adotterà per figlio.

Se non che all'Agabiti era rimasta una parente, press'a poco dell'età di

Celso; una pronipote, per via di sorella. Allevata in collegio a

Firenze, la signorina, orfana, tornò alla piccola città nativa assai di

malavoglia; e temeva che lo zio la prendesse seco, in quella casa

antica, con quella serva padrona.

Fu affidata invece alla custodia e alle cure di una signora che, secondo

le parole del conte, le farebbe da padre; cioè gliele darebbe tutte

vinte senza nuocerle con la tenerezza d'una madre troppo debole: -- come

sarei io -- seguitava per spiegarsi. E alla signorina Amelia non fu

consentito di visitare lo zio che di otto in otto giorni. -- Termine

sufficiente -- egli affermava -- perchè tu non dimentichi che ti sto

vicino, e io non dimentichi che tu saresti contentissima a starmi più

vicina.

Contentissima! A ogni visita la ragazza lo soffocava di chiacchiere e di

carezze; e lui: -- Ti ringrazio; ma come passa il tempo! Otto giorni

volano!

Essa rideva.

Ora, dopo tante scene gioiose, non era da prevederne una lagrimosa?

No; il filosofo non la previde, quantunque ritenesse la nipote non

diversa dalla maggior parte delle donne.

-- Tutti lo dicono, zio, che vuoi più bene a Celso che a me!

A questa uscita egli alzò gli occhi al cielo pensando:

-- Per mirar in alto le donne mirano al cuore; e forse dal loro punto di

vista....

L'altra procedeva:

-- Bisogna dimostrare al mondo che non è vero.

Lo zio disse dolcemente:

-- Suggeriscimi tu il modo.

-- Pagandomi un viaggetto a.... Parigi.

Egli non si scompose punto, anzi ammise: -- Hai ragione; per dare questa

dimostrazione al mondo intero non c'è che Parigi!

E gliela mandò; s'intende, con la tutrice, la quale aveva consigliata

alla pupilla la scena lagrimevole.

Avvenne che poco tempo dopo la partenza della signorina Amelia il conte

proponesse a Celso una passeggiata in campagna, a un suo podere fuori di

porta. Il tragitto non era breve; e per la strada maestra quanti

vedevano l'Agabiti camminare così, piano piano, con l'ombrellone di tela

cerata aperto a riparo della polvere più che del sole, si voltavano

indietro sorridendo.

Celso, quando non ne potè più, esclamò verso gl'importuni:

-- Andiamo a Parigi!

Allora il conte si fermò, e disse:

-- Hai ragione.

E riprese la via. Nel ritorno ripetè: -- Hai ragione. Son vecchio;

comperiamo un veicolo --. Manco a dirlo, Celso esaltò i benefizi e i

piaceri delle automobili: non ultimi, quelli d'impolverare gli altri e

di guidarne una lui.

E appena a casa il conte Mauro gli fe' scrivere, alla rubrica delle

spese imprevedute:

«Lire ventimila per un'automobile; spesa quattro volte più grande che un

viaggio a Parigi, perchè comprende la probabilità di un viaggio

all'altro mondo, con la guida di Celso Dondelli».

Ma Celso non aveva ancora sostenuti gli esami da _chauffeur_ che il

libro dei conti fu riaperto alle spese imprevedute e dato di rigo

all'automobile.

-- Scrivi in sostituzione -- il filosofo dettava: -- lire diecimila al

Ricovero, cinquemila all'Ospedale, tremila e cinquecento all'Asilo, più

mille e cinquecento per un cavallo e una carrozza. Che ne dici?

Il giovine alzò gli occhi al cielo:

-- Miriamo in alto -- rispose. E aspettò cavallo e carrozza; acquisto

fatto dal filosofo senza intermediari.

Ecco. La carrozzella era della prima metà del secolo decimonono.

Meno antico, sebbene bianco di pelo, il cavallo; e non brutto: solo,

aveva il vizio di camminare con un po' di lingua fuori. Celso lo

battezzò _Gedeone_, nome che piacque moltissimo al conte e ai

concittadini. Parecchi di essi ogni volta che l'equipaggio attraversava

adagio adagio la via principale per uscire alla campagna, ammiccavano al

cocchiere con certe strizzatine d'occhi che significavano: «Te lo godi,

eh, l'automobile?»; oppure: «Il tuo cavallo suda nella lingua come i

cani».

Le quali corbellature a mezzo disturbavano il mancato _chauffeur_.

Preferiva le risate aperte e intere; e non tardò a provocarle, per

ridere meglio lui, in ultimo.

Del resto, non era vero che tafani e mosche infastidivano il buon

Gedeone?

-- Se gli facessimo fare una coperta da passeggio?

-- E tu fagliela fare -- consentì il conte.

Figurarsi quando la quasi centenaria carrozza comparve preceduta da

un'ampia gualdrappa di mussolina rosea, coi fiocchi, da cui uscivano due

orecchie, una mezza lingua, una mezza coda e quattro mezze gambe!

-- Gedeone in veste da camera!

-- Ridono per noi? -- il conte chiese.

-- Sì -- rispose Celso --; ma non basta.

-- Hai ragione -- confermò il filosofo sopra pensiero --. Non basta.

Pochi giorni dopo evidentemente Gedeone era zoppo al piede destro,

davanti.

-- Chiama subito il veterinario.

-- No -- Celso disse --; lo curo io.

Fu allora che gli balenò l'idea, al conte Mauro, della veterinaria quale

inclinazione latente.

Non ci aveva pensato mai perchè si era convinto che al giovine non

piaceva la medicina. Ma adesso riflettè:

-- C'è differenza. C'è più soddisfazione. Gli animali non aiutano a

sbagliare la diagnosi. -- E mormorava sospirando: -- Purchè io non ci

rimetta il cavallo!

Tutt'altro! La cura permise presto una passeggiata in campagna. Gedeone

riapparve al pubblico con la gualdrappa rosea e un piede fasciato e

grosso, simile a quello di un elefante.

-- Oh! Gedeone ha la gotta! Gedeone ha la pantofola!

Il successo sperato da Celso non fallì.

-- Ridono per noi? -- chiese il conte.

-- Sì. Ma vedrà al ritorno!

E immaginare che bocche aperte quando il presunto gottoso attraversò la

città di trotto; diritto; a dorso scoperto; senza pantofola! Un

miracolo! un trionfo stupefacente! Scendendo, a casa, il conte esclamò:

-- Veterinaria! veterinaria!

Ma Celso smorzò l'entusiasmo. Disse che per guarire Gedeone non aveva

dovuto che levargli il sasso confitto tra il ferro e l'unghia.

-- Bravo! Occhio clinico!

-- No -- corresse il giovane --; perchè il sasso gliel'ho messo io.

Il conte riflettè; indi concluse:

-- Capisco. Hai fatto bene.

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Non fu della stessa opinione la signorina Amelia, appena reduce da

Parigi. Ella tentò persuadere lo zio che certe buffonate non conferivano

decoro alla nobiltà di casa Agabiti. Ribattè il conte che, a fil di

logica, non è ridicolo chi si burla della ridicola mentalità paesana; al

contrario, dà prova di serietà. E la nipote a sua volta osservò che i

giovani seri fanno onore a chi li aiuta, con gli studi e con le opere.

-- Sì, ma non prima che quelli a cui spetta ne abbiano scoperta

l'inclinazione latente. Questo còmpito è mio.

-- Eh! ci vuol altro!

«Ci vuol altro?» La frase colpì il filosofo. Disse dolcemente, dopo un

po':

-- Forse hai ragione anche tu. Ci vorrebbe la donna; la donna che io non

trovai: una donna capace di mirare in alto, più in su del cuore.

La signorina Amelia allora tacque. E poi si propose d'innamorare lei

Celso Dondelli.

Il diavolo nell'ampolla · 第 22 / 29 题