Questa dell'«inclinazione latente» era una delle sue idee. Anche nel
campo dell'intelligenza -- diceva -- la natura è non di rado riserbata,
quasi timida, gelosa dei suoi tesori; e ingegni non comuni restano
improduttivi e sconosciuti non solo perchè sono mancate le condizioni
propizie al loro sviluppo, ma perchè nessuno ne ha saputo intuire la
disposizione segreta, rimasta ignota a loro stessi; nessuno ne ha
eccitate le intime facoltà creative. -- E soggiungeva candidamente: -- È
il mio caso. Io non sono un imbecille, eppure a sessant'anni non so
ancora come sarei potuto riuscire più utile alla società e alla patria,
e divenire un bravomo.
-- Facendo il professore di filosofia -- insinuava qualcuno, credendo di
fargli piacere. Egli scuoteva il capo.
-- No, sarei stato ugualmente inutile.
Per esser utile, da un pezzo, aveva rivolta l'attenzione psicologica
agli adolescenti che conosceva. Ma non uno che dimostrasse d'aver molto
sale in testa e alla domanda: -- In qual modo, per che via preferiresti
diventare un uomo celebre? -- rispondesse: «Non lo so». Lo troverò una
volta o l'altra -- ripeteva il filosofo, saldo nella sua convinzione.
Finalmente! L'aveva trovato nella fucina di un povero fabbro!
Dondèla ebbe l'avviso di presentarsi la mattina dopo al palazzo Agabiti;
e vi andò di malavoglia, per causa del chiodo scottante, la cui storia
già esilarava tutta la città. Invece l'aspettava una bella fortuna. Il
conte gli propose di stipendiargli un garzone più abile di Celso e di
assumere Celso al suo servizio.
-- Ho bisogno di un giovine che aiuti la vecchia Cleofe nelle faccende
di casa; ho bisogno di uno che aiuti me nelle mie faccende: contabile,
segretario, bibliotecario, ecc.
-- Misericordia! -- esclamò Dondèla in un impeto di lealtà. -- Ma cosa
vuol cavarci da mio figlio? Non ha voglia di far niente! È la mia
disperazione!
-- È la mia speranza! -- ribattè il conte Mauro con solennità profetica.