XIX.

Ad onta della stagione poco propizia, il ballo di casa Osnaldi

continuava abbastanza animato. Lucilla era quasi sempre in movimento.

Ne' suoi brevi riposi ella veniva a sedere vicino a sua madre, o alla

signora Federica, o alla signora Elvira, seguita da un nugolo di

ammiratori. La signora Federica non riusciva ad intendere il contegno

di suo figlio, che stava ritto in fondo alla sala, addossato allo

stipite di un uscio, vicino a tre o quattro uomini seri, con cui

probabilmente discorreva della sua miniera. Ella lo aveva visto prima

insieme a Lucilla, ma non sapeva ciò che i due giovani s'erano detto,

e non aveva potuto chiederlo nè a lui, nè alla ragazza. Intanto ella

pativa nel suo amor proprio di madre. Perchè Roberto si teneva in

disparte? Perchè non ballava? È vero, egli non era mai stato un

ballerino appassionato, nemmeno a' suoi tempi brillanti; ma chi non sa

ballare una quadriglia o una polka? Perchè non aveva mai invitato

Lucilla a fare un giro con lui? E se era geloso, perchè non suscitava

alla sua volta la gelosia della fanciulla corteggiando qualche altra

donna? Aveva dunque disimparato i primi rudimenti del viver sociale,

egli che prometteva d'essere uno fra i giovani più vivaci, più

eleganti, più graditi d'una città come Milano? Un anno in mezzo allo

zolfo l'aveva ridotto a tal punto? E pensare che s'era incaponito di

tornar laggiù, anzi di fissarvi stabile dimora, e di condurvi Lucilla,

se ella avesse avuto l'ingenuità di andarci! La signora Federica non

poteva a meno di osservare, in seguito a tutte queste riflessioni,

come siano avventati i giudizi del mondo. Roberto era reputato

generalmente un uomo d'ingegno; ella invece godeva d'una mediocrissima

considerazione; eppure a lei non pareva dubbio di avere il cervello a

segno assai più di suo figlio.

L'ingegnere Arconti continuava a discorrere di soggetti scientifici,

senza mai perder di vista Lucilla. Ella se n'era accorta, ed evitava

di rivolgere l'occhio dalla sua parte, ma sentiva ugualmente sopra di

sè quello sguardo indagatore, e non sapeva sottrarsi a una vaga

inquietudine. C'era qualche cosa di sforzato, di eccessivo nel suo

brio, nella sua gajezza; parlava per istordirsi, non badando più che

tanto a ciò che le veniva sul labbro. Però lo spirito d'una donna

giovane e bellissima passa sempre per spirito di buona lega; l'editore

fa accettar l'edizione.

Erano quasi le due dopo mezzanotte, e il momento critico si

avvicinava, perchè gli Osnaldi non desideravano che la loro

festicciuola durasse fino a un'ora troppo avanzata del mattino.

Non si tardò a dare il segnale del _cotillon_, e i giovinotti di

maggiore iniziativa si affrettarono a disporre convenientemente le

sedie intorno alla sala.

Il crocchio degli uomini seri, che discorrevano con Roberto, s'era

sciolto appena la parola _cotillon_ aveva risuonato nell'aria; il

giovine ingegnere era invece rimasto immobile al suo posto insieme con

un suo vecchio amico, di alcuni anni maggiore di lui, già ufficiale

d'artiglieria e ora direttore tecnico in un'officina.

Però alla prima battuta della musica anche costui fu preso dalla

voglia di andarsene pe' fatti suoi, e porse la mano all'Arconti per

congedarsi.

--Se ti pregassi di restare?--disse Roberto.

--Perchè? Io non ballo e non ho voglia di stare alzato tutta la notte.

Inoltre mi pare che la nostra conversazione muoja per mancanza di

alimento. Tu sei occupatissimo a guardar laggiù.

--È vero. Potrei aver bisogno di te.

L'altro si fece serio.--Allora la cosa è diversa. Ma che c'è mai? Un

duello in aria?

--Forse.

I cavalieri andavano alla ricerca delle loro dame: alcune coppie

passeggiavano a braccetto su e giù per la sala. Il marchesino Moschi

si avvicinò a Lucilla, che si alzò in piedi, consegnò a sua madre il

ventaglio, e prese il braccio che le era offerto.

L'ingegnere Arconti divenne pallidissimo, si arricciò i baffi con un

movimento convulso, e respingendo una sedia che gli impediva il passo,

si diresse verso la parte onde venivano Fausto e Margherita.

Ma s'era mosso appena quando sentì dietro di sè una voce che

chiamava--Signor Arconti, signor Arconti.

Era la signora Osnaldi in persona, la quale lo avvertiva esserci in

vestibolo un fattorino del telegrafo che chiedeva di lui. Roberto

dovette subito andar a vedere di che si trattasse. C'era infatti un

telegrafista, che, non avendolo trovato a casa, gli portava presso gli

Osnaldi un dispaccio.

Il nostro giovine ne ruppe la busta con viva curiosità, e corse tosto

con l'occhio alla firma. Non c'era che un nome: _Selmi_.

Quel telegramma veniva da Valduria e diceva così:

_Ammutinamento e sciopero di minatori. Tua presenza indispensabile.

Scongiuroti affrettare ritorno._

Roberto rientrò nella sala da ballo. L'amico ch'egli aveva poc'anzi

pregato di rimanere a sua disposizione era sulla soglia ad aspettarlo

e lo interrogava con lo sguardo.

--Senti--gli disse l'Arconti--credi che ci voglia più coraggio a

battersi in duello o ad affrontare una massa d'operai ammutinati?

--Ad affrontare gli operai, non c'è dubbio.

--E quale delle due imprese stimi più utile, più degna d'un uomo?

--E puoi chiederlo? La seconda.... Badiamo però.... La sfida non è

ancora successa?

--No, vi rinuncio e parto per la mia miniera, ove mi chiamano per

telegrafo. Qual'è la prima corsa per la via di Piacenza e Bologna?

--Ma.... quella delle 6.10, credo.

--Ebbene, prenderò quella.

A Lucilla non era sfuggito alcuno dei movimenti di Roberto. Allorchè

l'aveva visto in atto di dirigersi dalla sua parte, tutta la sua

baldanzosa spensieratezza non aveva potuto difenderla da un certo

sgomento; ella aveva, suo malgrado, dovuto confessare a sè stessa che

non era senza responsabilità in ciò che stava per accadere. Quando

invece Roberto era uscito dalla sala, la giovinetta, ignorandone la

ragione, s'era stretta nelle spalle e aveva detto in cor suo:--Lo

sapevo ch'erano fuochi di paglia.--E nella tranquillità succeduta alla

sua inquietudine entrava forse una piccola dose di dispetto.

Comunque sia, al ricomparire dell'Arconti, Lucilla, già _in figura_

col suo cavaliere, provò per un istante le apprensioni di prima. Però,

con sua immensa sorpresa e con una mortificazione pari allo stupore,

Roberto questa volta si curò appena di lei. Cogliendo il momento

propizio, egli traversò la sala, e andò difilato da sua madre, la

quale s'era fatta un piccolo uditorio di signore mature, e le

intratteneva col racconto delle sue passate grandezze.

Ella parve sbalordita di ciò che Roberto le sussurrò in un orecchio,

e, dopo aver detto alle sue vicine:--Scusino, torno subito--si

ritrasse con suo figlio in un angolo della sala.

--Ma è una pazzia--ella disse.--Partire questa mattina stessa,

senz'aver nulla concluso....

--Non ho più nulla da concludere--rispose Roberto--e non posso mancare

al mio dovere.

--Che dovere? La tua licenza finisce soltanto di qui a tre giorni.

--Non importa, hanno bisogno di me, e io non ho il diritto d'esitare

un minuto.

Roberto guardò l'orologio e soggiunse:

--Sono le due passate. È meglio andar via subito, alla sordina,

senz'accommiatarsi dai padroni di casa.

--No, no, è impossibile.... sarebbe una increanza.... E poi voglio

prevenire la Giulia Dal Bono.... Dio mio. Dio mio, che uomo sei! Non

puoi aspettare almeno fino a posdomani, fino a domani sera, fino a una

corsa più tardi?

--Non lo posso, mamma. È meglio che tu non insista.

Roberto aveva un piglio così risoluto che la signora Federica s'era a

poco a poco andata persuadendo ch'era inutile cozzar con lui.

Pur fece un ultimo tentativo.--E puoi lasciar Lucilla in questo modo?

Senza una parola? Senza un saluto?

--Le scriverò una riga prima di partire--rispose il giovine.--È meglio

ch'io non le parli. Ella è occupatissima.... Non disturbiamola.

Oramai la signora Federica avvertiva tutta la gravità della

situazione. Il matrimonio sul quale ella fondava lo splendido edifizio

delle sue speranze si rendeva sempre più improbabile; Roberto pareva

deciso a condannar sè, a condannar lei a un'ignobile mediocrità.

--Mio figlio ebbe una chiamata per telegrafo dalla sua miniera, e vuol

partire con la prima corsa per Piacenza--ella disse alla signora

Osnaldi, scusandosi di lasciar la festa. Indi, facendo segno alla

Giulia Dal Bono di avvicinarsi, la ragguagliò in due parole

dell'accaduto, e le soggiunse a bassa voce:--Se tu potessi

trattenerlo....

Ma la flemmatica signora Giulia non era donna da esercitare

un'influenza su Roberto Arconti.

--La ringrazio, signora Giulia, della bontà ch'ella ha sempre avuto

per me--le rispose Roberto, stringendole affettuosamente la mano.--La

ringrazio dei piani che aveva concepiti e favoriti per l'avvenire mio

e d'una persona a lei carissima. Se quei piani non son destinati a

compiersi, io le conserverò sempre la mia gratitudine.... Sia felice e

possa veder felice sua figlia.

Questo dialogo aveva luogo nella stanza ove gli invitati avevano

deposto la loro roba, mentre la signora Federica, ajutata da un

cameriere, si metteva la mantiglia e il cappuccio.

Intanto Lucilla, che aveva visto allontanarsi sua madre insieme alla

signora Federica e a Roberto, fu punta da una grande curiosità, e

approfittando di quella indipendenza di movimenti che è consentita dal

_cotillon_, si affacciò all'uscio che dalla sala metteva alla

guardaroba.

Quando la signora Giulia si accorse della sua presenza, ella lasciò

Roberto e si avvicinò a lei.

--Che cosa c'è?--chiese Lucilla.

--Roberto fu richiamato per telegrafo a Valduria e parte tra poche

ore--rispose la signora Giulia.

--Parte?--esclamò la giovinetta colpita da questa notizia.

L'Arconti vide che non era più possibile esimersi da una spiegazione,

e domandò licenza alla signora Dal Bono di dire una parola a sua

figlia.

--Non ti trattengo che due minuti--egli cominciò appena ebbe condotta

Lucilla in disparte.--Potrai tornar subito al tuo _cotillon_. Ho

dimesso l'idea di provocare il tuo stupido marchesino. C'è qualche

cosa di meglio da fare a questo mondo, e me n'è capitata in buon punto

l'occasione.

Ella lo guardava con aria un po' scettica.

--Leggi--e' gli disse, estraendo di tasca il telegramma. E soggiunse,

mentr'ella ne scorreva con l'occhio le poche frasi.--Il pericolo che

affronto è maggiore di quello che fuggo. Qui non avrei davanti a me

che un floscio bellimbusto, laggiù mi troverò faccia a faccia con

uomini avvezzi a sfidare ogni giorno la morte.... E, vedi, ringrazio

il destino che mi ha fatto giunger questo dispaccio in tempo. S'esso

arrivava un momento più tardi, sarei adesso impicciato in una

cosidetta questione d'onore, perchè quando la signora Osnaldi mi

avvertì che un fattorino del telegrafo chiedeva di me, io ero in

procinto di venir a dire una grossa impertinenza al tuo bel cavaliere.

È meglio, è mille volte meglio così.

Lucilla cercò di nascondere il suo turbamento sotto un'affettata

ironia.

--Ci sarà anche da difendere una donna in quella famosa Valduria. La

signorina che studia il francese.... Maria, se non isbaglio.

--Maria--replicò l'Arconti--è una ragazza seria, esercitata sin

dall'infanzia alla rigida disciplina del dovere. Non è bella, è appena

mezzanamente istruita, ma ha il sentimento di tutto ciò che è nobile e

generoso, e l'uomo che ella amasse sarebbe degno d'invidia.... Io non

l'amo, io non devo esser nulla per lei; ella non ignora per altro che

può contar su me ogni volta che la minacci un pericolo.

La vispa e petulante Lucilla s'era ammutolita.

Roberto le ritolse di mano il dispaccio; poi riprese con voce

commossa.--Addio, Lucilla, io non so se tu meriti più di essere amata,

ma so che il cuore non muta in un giorno, che in un giorno non si

scancella tutto il passato. Verrà un tempo forse in cui la tua

immagine non empirà più la mia mente; oggi io non posso fingere

un'indifferenza che non ho. Sento che ti amo ancora, sento che sarei

ancora il più felice degli uomini se tu volessi dividere con me le

aspre battaglie della vita. Ma ora te lo dico più fermamente che mai;

non ti farei mia ad altro patto. Addio, Lucilla, torna nella sala dove

ti aspettano. Domani, quando i fumi della festa si saranno dissipati,

il tuo pensiero si volgerà al compagno della tua infanzia.... Tu sai

dove puoi fargli giungere una tua parola.... Addio, addio.

Sentendosi soverchiare dalla commozione, Roberto afferrò il braccio di

sua madre e uscì con lei nel vestibolo prima che Lucilla potesse

rispondergli.

Intanto nella sala da ballo il direttore del _cotillon_, col piglio

risoluto d'un generale che riordina sul campo di battaglia il suo

esercito côlto dal panico, gridava a piena gola--_A vos dames et à vos

places. Grande ronde_.

Lucilla approfittò della momentanea confusione per riprendere il suo

posto. Ma aveva perduto la sua ilarità, nè le svenevolezze del

marchesino Moschi valevano a ridonargliela.

Mentre si compiva tristamente per lei una festa principiata sotto

auspici così brillanti, Roberto doveva rinunziare all'impresa di

calmare gli spiriti esacerbati di sua madre. Poichè tutti i suoi

argomenti non riuscivano che a convincerla sempre più della

dissennatezza e della perversità del figliuolo, egli s'era rassegnato

a lasciar libero corso alle sue querimonie e a terminare in silenzio i

preparativi per la partenza.

--Vedi--gli disse la signora Federica nel momento in cui egli

s'accommiatava--io non ti guarderei nemmeno in viso se non avessi la

sicurezza che, appena giunto in quella tua maledetta Valduria, mi

scriverai una lettera di scusa e mi supplicherai di riannodar le

pratiche coi Dal Bono.

Roberto non volle toglierle questa illusione.

Nella lotta · 第 31 / 45 题