Ad onta della stagione poco propizia, il ballo di casa Osnaldi
continuava abbastanza animato. Lucilla era quasi sempre in movimento.
Ne' suoi brevi riposi ella veniva a sedere vicino a sua madre, o alla
signora Federica, o alla signora Elvira, seguita da un nugolo di
ammiratori. La signora Federica non riusciva ad intendere il contegno
di suo figlio, che stava ritto in fondo alla sala, addossato allo
stipite di un uscio, vicino a tre o quattro uomini seri, con cui
probabilmente discorreva della sua miniera. Ella lo aveva visto prima
insieme a Lucilla, ma non sapeva ciò che i due giovani s'erano detto,
e non aveva potuto chiederlo nè a lui, nè alla ragazza. Intanto ella
pativa nel suo amor proprio di madre. Perchè Roberto si teneva in
disparte? Perchè non ballava? È vero, egli non era mai stato un
ballerino appassionato, nemmeno a' suoi tempi brillanti; ma chi non sa
ballare una quadriglia o una polka? Perchè non aveva mai invitato
Lucilla a fare un giro con lui? E se era geloso, perchè non suscitava
alla sua volta la gelosia della fanciulla corteggiando qualche altra
donna? Aveva dunque disimparato i primi rudimenti del viver sociale,
egli che prometteva d'essere uno fra i giovani più vivaci, più
eleganti, più graditi d'una città come Milano? Un anno in mezzo allo
zolfo l'aveva ridotto a tal punto? E pensare che s'era incaponito di
tornar laggiù, anzi di fissarvi stabile dimora, e di condurvi Lucilla,
se ella avesse avuto l'ingenuità di andarci! La signora Federica non
poteva a meno di osservare, in seguito a tutte queste riflessioni,
come siano avventati i giudizi del mondo. Roberto era reputato
generalmente un uomo d'ingegno; ella invece godeva d'una mediocrissima
considerazione; eppure a lei non pareva dubbio di avere il cervello a
segno assai più di suo figlio.
L'ingegnere Arconti continuava a discorrere di soggetti scientifici,
senza mai perder di vista Lucilla. Ella se n'era accorta, ed evitava
di rivolgere l'occhio dalla sua parte, ma sentiva ugualmente sopra di
sè quello sguardo indagatore, e non sapeva sottrarsi a una vaga
inquietudine. C'era qualche cosa di sforzato, di eccessivo nel suo
brio, nella sua gajezza; parlava per istordirsi, non badando più che
tanto a ciò che le veniva sul labbro. Però lo spirito d'una donna
giovane e bellissima passa sempre per spirito di buona lega; l'editore
fa accettar l'edizione.
Erano quasi le due dopo mezzanotte, e il momento critico si
avvicinava, perchè gli Osnaldi non desideravano che la loro
festicciuola durasse fino a un'ora troppo avanzata del mattino.
Non si tardò a dare il segnale del _cotillon_, e i giovinotti di
maggiore iniziativa si affrettarono a disporre convenientemente le
sedie intorno alla sala.
Il crocchio degli uomini seri, che discorrevano con Roberto, s'era
sciolto appena la parola _cotillon_ aveva risuonato nell'aria; il
giovine ingegnere era invece rimasto immobile al suo posto insieme con
un suo vecchio amico, di alcuni anni maggiore di lui, già ufficiale
d'artiglieria e ora direttore tecnico in un'officina.
Però alla prima battuta della musica anche costui fu preso dalla
voglia di andarsene pe' fatti suoi, e porse la mano all'Arconti per
congedarsi.
--Se ti pregassi di restare?--disse Roberto.
--Perchè? Io non ballo e non ho voglia di stare alzato tutta la notte.
Inoltre mi pare che la nostra conversazione muoja per mancanza di
alimento. Tu sei occupatissimo a guardar laggiù.
--È vero. Potrei aver bisogno di te.
L'altro si fece serio.--Allora la cosa è diversa. Ma che c'è mai? Un
duello in aria?
--Forse.
I cavalieri andavano alla ricerca delle loro dame: alcune coppie
passeggiavano a braccetto su e giù per la sala. Il marchesino Moschi
si avvicinò a Lucilla, che si alzò in piedi, consegnò a sua madre il
ventaglio, e prese il braccio che le era offerto.
L'ingegnere Arconti divenne pallidissimo, si arricciò i baffi con un
movimento convulso, e respingendo una sedia che gli impediva il passo,
si diresse verso la parte onde venivano Fausto e Margherita.
Ma s'era mosso appena quando sentì dietro di sè una voce che
chiamava--Signor Arconti, signor Arconti.
Era la signora Osnaldi in persona, la quale lo avvertiva esserci in
vestibolo un fattorino del telegrafo che chiedeva di lui. Roberto
dovette subito andar a vedere di che si trattasse. C'era infatti un
telegrafista, che, non avendolo trovato a casa, gli portava presso gli
Osnaldi un dispaccio.
Il nostro giovine ne ruppe la busta con viva curiosità, e corse tosto
con l'occhio alla firma. Non c'era che un nome: _Selmi_.
Quel telegramma veniva da Valduria e diceva così:
_Ammutinamento e sciopero di minatori. Tua presenza indispensabile.
Scongiuroti affrettare ritorno._
Roberto rientrò nella sala da ballo. L'amico ch'egli aveva poc'anzi
pregato di rimanere a sua disposizione era sulla soglia ad aspettarlo
e lo interrogava con lo sguardo.
--Senti--gli disse l'Arconti--credi che ci voglia più coraggio a
battersi in duello o ad affrontare una massa d'operai ammutinati?
--Ad affrontare gli operai, non c'è dubbio.
--E quale delle due imprese stimi più utile, più degna d'un uomo?
--E puoi chiederlo? La seconda.... Badiamo però.... La sfida non è
ancora successa?
--No, vi rinuncio e parto per la mia miniera, ove mi chiamano per
telegrafo. Qual'è la prima corsa per la via di Piacenza e Bologna?
--Ma.... quella delle 6.10, credo.
--Ebbene, prenderò quella.
A Lucilla non era sfuggito alcuno dei movimenti di Roberto. Allorchè
l'aveva visto in atto di dirigersi dalla sua parte, tutta la sua
baldanzosa spensieratezza non aveva potuto difenderla da un certo
sgomento; ella aveva, suo malgrado, dovuto confessare a sè stessa che
non era senza responsabilità in ciò che stava per accadere. Quando
invece Roberto era uscito dalla sala, la giovinetta, ignorandone la
ragione, s'era stretta nelle spalle e aveva detto in cor suo:--Lo
sapevo ch'erano fuochi di paglia.--E nella tranquillità succeduta alla
sua inquietudine entrava forse una piccola dose di dispetto.
Comunque sia, al ricomparire dell'Arconti, Lucilla, già _in figura_
col suo cavaliere, provò per un istante le apprensioni di prima. Però,
con sua immensa sorpresa e con una mortificazione pari allo stupore,
Roberto questa volta si curò appena di lei. Cogliendo il momento
propizio, egli traversò la sala, e andò difilato da sua madre, la
quale s'era fatta un piccolo uditorio di signore mature, e le
intratteneva col racconto delle sue passate grandezze.
Ella parve sbalordita di ciò che Roberto le sussurrò in un orecchio,
e, dopo aver detto alle sue vicine:--Scusino, torno subito--si
ritrasse con suo figlio in un angolo della sala.
--Ma è una pazzia--ella disse.--Partire questa mattina stessa,
senz'aver nulla concluso....
--Non ho più nulla da concludere--rispose Roberto--e non posso mancare
al mio dovere.
--Che dovere? La tua licenza finisce soltanto di qui a tre giorni.
--Non importa, hanno bisogno di me, e io non ho il diritto d'esitare
un minuto.
Roberto guardò l'orologio e soggiunse:
--Sono le due passate. È meglio andar via subito, alla sordina,
senz'accommiatarsi dai padroni di casa.
--No, no, è impossibile.... sarebbe una increanza.... E poi voglio
prevenire la Giulia Dal Bono.... Dio mio. Dio mio, che uomo sei! Non
puoi aspettare almeno fino a posdomani, fino a domani sera, fino a una
corsa più tardi?
--Non lo posso, mamma. È meglio che tu non insista.
Roberto aveva un piglio così risoluto che la signora Federica s'era a
poco a poco andata persuadendo ch'era inutile cozzar con lui.
Pur fece un ultimo tentativo.--E puoi lasciar Lucilla in questo modo?
Senza una parola? Senza un saluto?
--Le scriverò una riga prima di partire--rispose il giovine.--È meglio
ch'io non le parli. Ella è occupatissima.... Non disturbiamola.
Oramai la signora Federica avvertiva tutta la gravità della
situazione. Il matrimonio sul quale ella fondava lo splendido edifizio
delle sue speranze si rendeva sempre più improbabile; Roberto pareva
deciso a condannar sè, a condannar lei a un'ignobile mediocrità.
--Mio figlio ebbe una chiamata per telegrafo dalla sua miniera, e vuol
partire con la prima corsa per Piacenza--ella disse alla signora
Osnaldi, scusandosi di lasciar la festa. Indi, facendo segno alla
Giulia Dal Bono di avvicinarsi, la ragguagliò in due parole
dell'accaduto, e le soggiunse a bassa voce:--Se tu potessi
trattenerlo....
Ma la flemmatica signora Giulia non era donna da esercitare
un'influenza su Roberto Arconti.
--La ringrazio, signora Giulia, della bontà ch'ella ha sempre avuto
per me--le rispose Roberto, stringendole affettuosamente la mano.--La
ringrazio dei piani che aveva concepiti e favoriti per l'avvenire mio
e d'una persona a lei carissima. Se quei piani non son destinati a
compiersi, io le conserverò sempre la mia gratitudine.... Sia felice e
possa veder felice sua figlia.
Questo dialogo aveva luogo nella stanza ove gli invitati avevano
deposto la loro roba, mentre la signora Federica, ajutata da un
cameriere, si metteva la mantiglia e il cappuccio.
Intanto Lucilla, che aveva visto allontanarsi sua madre insieme alla
signora Federica e a Roberto, fu punta da una grande curiosità, e
approfittando di quella indipendenza di movimenti che è consentita dal
_cotillon_, si affacciò all'uscio che dalla sala metteva alla
guardaroba.
Quando la signora Giulia si accorse della sua presenza, ella lasciò
Roberto e si avvicinò a lei.
--Che cosa c'è?--chiese Lucilla.
--Roberto fu richiamato per telegrafo a Valduria e parte tra poche
ore--rispose la signora Giulia.
--Parte?--esclamò la giovinetta colpita da questa notizia.
L'Arconti vide che non era più possibile esimersi da una spiegazione,
e domandò licenza alla signora Dal Bono di dire una parola a sua
figlia.
--Non ti trattengo che due minuti--egli cominciò appena ebbe condotta
Lucilla in disparte.--Potrai tornar subito al tuo _cotillon_. Ho
dimesso l'idea di provocare il tuo stupido marchesino. C'è qualche
cosa di meglio da fare a questo mondo, e me n'è capitata in buon punto
l'occasione.
Ella lo guardava con aria un po' scettica.
--Leggi--e' gli disse, estraendo di tasca il telegramma. E soggiunse,
mentr'ella ne scorreva con l'occhio le poche frasi.--Il pericolo che
affronto è maggiore di quello che fuggo. Qui non avrei davanti a me
che un floscio bellimbusto, laggiù mi troverò faccia a faccia con
uomini avvezzi a sfidare ogni giorno la morte.... E, vedi, ringrazio
il destino che mi ha fatto giunger questo dispaccio in tempo. S'esso
arrivava un momento più tardi, sarei adesso impicciato in una
cosidetta questione d'onore, perchè quando la signora Osnaldi mi
avvertì che un fattorino del telegrafo chiedeva di me, io ero in
procinto di venir a dire una grossa impertinenza al tuo bel cavaliere.
È meglio, è mille volte meglio così.
Lucilla cercò di nascondere il suo turbamento sotto un'affettata
ironia.
--Ci sarà anche da difendere una donna in quella famosa Valduria. La
signorina che studia il francese.... Maria, se non isbaglio.
--Maria--replicò l'Arconti--è una ragazza seria, esercitata sin
dall'infanzia alla rigida disciplina del dovere. Non è bella, è appena
mezzanamente istruita, ma ha il sentimento di tutto ciò che è nobile e
generoso, e l'uomo che ella amasse sarebbe degno d'invidia.... Io non
l'amo, io non devo esser nulla per lei; ella non ignora per altro che
può contar su me ogni volta che la minacci un pericolo.
La vispa e petulante Lucilla s'era ammutolita.
Roberto le ritolse di mano il dispaccio; poi riprese con voce
commossa.--Addio, Lucilla, io non so se tu meriti più di essere amata,
ma so che il cuore non muta in un giorno, che in un giorno non si
scancella tutto il passato. Verrà un tempo forse in cui la tua
immagine non empirà più la mia mente; oggi io non posso fingere
un'indifferenza che non ho. Sento che ti amo ancora, sento che sarei
ancora il più felice degli uomini se tu volessi dividere con me le
aspre battaglie della vita. Ma ora te lo dico più fermamente che mai;
non ti farei mia ad altro patto. Addio, Lucilla, torna nella sala dove
ti aspettano. Domani, quando i fumi della festa si saranno dissipati,
il tuo pensiero si volgerà al compagno della tua infanzia.... Tu sai
dove puoi fargli giungere una tua parola.... Addio, addio.
Sentendosi soverchiare dalla commozione, Roberto afferrò il braccio di
sua madre e uscì con lei nel vestibolo prima che Lucilla potesse
rispondergli.
Intanto nella sala da ballo il direttore del _cotillon_, col piglio
risoluto d'un generale che riordina sul campo di battaglia il suo
esercito côlto dal panico, gridava a piena gola--_A vos dames et à vos
places. Grande ronde_.
Lucilla approfittò della momentanea confusione per riprendere il suo
posto. Ma aveva perduto la sua ilarità, nè le svenevolezze del
marchesino Moschi valevano a ridonargliela.
Mentre si compiva tristamente per lei una festa principiata sotto
auspici così brillanti, Roberto doveva rinunziare all'impresa di
calmare gli spiriti esacerbati di sua madre. Poichè tutti i suoi
argomenti non riuscivano che a convincerla sempre più della
dissennatezza e della perversità del figliuolo, egli s'era rassegnato
a lasciar libero corso alle sue querimonie e a terminare in silenzio i
preparativi per la partenza.
--Vedi--gli disse la signora Federica nel momento in cui egli
s'accommiatava--io non ti guarderei nemmeno in viso se non avessi la
sicurezza che, appena giunto in quella tua maledetta Valduria, mi
scriverai una lettera di scusa e mi supplicherai di riannodar le
pratiche coi Dal Bono.
Roberto non volle toglierle questa illusione.